Tag: naturisti

  • Naturismo e buddhismo

    Naturismo e buddhismo

    di Maria Curti

    Naturismo e buddhismo

    Leggendo l’interessante libro di Alan Watts (1915-1973), Buddhismo – La religione della non-religione, abbiamo scoperto molti punti di contatto del buddhismo con il naturismo.
    Lo studioso inglese, ma americano di adozione, prematuramente scomparso all’età di cinquantotto anni, è stato uno dei maggiori studiosi e divulgatori in Occidente delle religioni orientali.

    Premettendo che il naturismo non è una religione, dobbiamo dire che nel libro i punti di contatto del buddhismo con il naturismo ci sono sembrati impressionanti.
    Il buddhismo pare abbia avuto origine poco dopo il 600 a.C. nell’India settentrionale, oggi Nepal. Colui che noi conosciamo come il Buddha era in realtà un giovane principe il cui vero nome era Gautama Siddharta. E’ stato grazie a lui che il buddhismo si è sviluppato e diffuso nel mondo orientale. Questo principe indiano, dopo aver praticato per anni l’induismo, trovò le varie discipline che lo componevano assolutamente insoddisfacenti, e ciò per il fatto che enfatizzavano troppo l’ascetismo il quale, per la generalità delle persone, risulta essere impraticabile a causa dell’impossibilità di sopportare le indicibili sofferenze che una scelta di vita del genere comporta. Buddha finì col rendersi conto che la vita dell’ascetismo non poteva funzionare e così nemmeno quella dell’edonismo, che dell’ascetismo è esattamente l’opposto. A questo punto il Buddha trovò la cosiddetta “via di mezzo” tra ascetismo ed edonismo.

    Noi naturisti questa “via di mezzo” l’abbiamo trovata nel naturismo. E qui troviamo un primo punto di contatto del naturismo con il buddhismo. Infatti il naturismo, come il buddhismo, non è superficiale visione del mondo, non è ascetismo e nemmeno edonismo, ma equilibrio.

    Innanzitutto per capire questa religione non-religione occorre ricordare le diverse visioni che l’uomo ha dell’universo. Il Watts ce lo spiega così:

    L’uomo ha tre grandi visioni dell’universo. La prima è quella occidentale che vede il mondo come una costruzione, un manufatto, alla pari di un oggetto fabbricato con l’argilla o con il legno… La seconda è la concezione induista del mondo: ciò che esiste è una recita, un’opera teatrale… La terza è il sistema filosofico cinese che considera il mondo come un organismo, un corpo…

    Le religioni orientali si fondano sul dominio della mente sul corpo. Non è una cosa semplice da farsi, e soltanto pochi ci riescono. Indipendentemente comunque dal totale dominio della mente sul corpo, resta il fatto che una persona normale con una buona disciplina mentale è felice anche soltanto quando si abbandona all’abbraccio degli elementi naturali. Insomma, non sembra questa concezione essere in linea con quanto propugnato dall’idea naturista? A noi pare proprio di sì.

    Il buddhismo dice che l’uomo desidera sfuggire la realtà per fuggire dalla sofferenza. E un processo mentale, solitamente inconscio, che si concretizza con “il rifiuto della realtà”. Ebbene, come è noto, chi rifiuta la realtà da questa ne sarà sempre terrorizzato. E’ un po’ quello che avviene con la nudità del corpo: chi non ha il “coraggio” di mettersi nudo è perché ha terrore del proprio corpo, e di conseguenza rifiuta la realtà della quale la propria entità fisica fa parte. Il naturismo non è rifiuto della realtà, ma consapevole accettazione della imperfettibilità del corpo. Così come nel
    buddhismo, che trasforma la coscienza e la percezione che l’uomo ha dell’io, così il naturismo, mediante la pratica della nudità, ci fa percepire e prendere coscienza della globalità di tutto il nostro essere, inteso come corpo, mente e spirito (o corpo e anima se vogliamo).

    Un altro punto di contatto con l’idea naturista lo possiamo rintracciare quando il buddhismo tratta la questione dell’impermanenza. Il buddhismo dice che “i nostri tentativi di rendere le cose permanenti, di voler fissare tutto, ci pongono di fronte a un problema di impossibile soluzione; allora sperimentiamo il duhkha, cioè il senso di sofferenza primaria, di frustrazione, che risulta dal fatto che cerchiamo di trasformare le cose da impermanenti in permanenti“. Ebbene, chi pratica assiduamente la nudità sperimenta sul proprio corpo (e poi in modo estensivo su tutto il resto) l’impermanenza.
    Un buon naturista non farà mai nulla per rendere permanente ciò che la natura ha previsto come impermanente. Avere un corpo, infatti, vuol dire essere soggetti all’assalto delle malattie, essere soggetti alle trasformazioni operate dal tempo che trascorre inesorabile, essere soggetti alla morte.

    Ovviamente noi non siamo in grado di dire se i primi pionieri del movimento naturista avessero dimestichezza con le religioni orientali, quello che è certo che le loro intuizioni risultano sbalorditive. Per esempio, così come il buddhismo si basa genericamente su ciò che è opportuno e idoneo, così l’idea naturista, entrando più specificamente nel merito, si basa su ciò che è opportuno e idoneo per l’essere umano, su ciò che è opportuno e idoneo per il rispetto dell’eco-sistema natura, su ciò che è opportuno e idoneo per lo sviluppo di una corretta sessualità dell’individuo, su ciò che è opportuno e idoneo per la salvaguardia della vita, ecc.

    Naturismo e buddhismo

    Per il buddhismo, o meglio per le religioni orientali in genere, scrive il Watts, “noi non siamo stranieri sulla Terra, entrati in questo mondo per un caso fortuito, oppure come spiriti provenienti da qualche parte al di fuori della natura. L’essenza della nostra vita è la totalità dell’energia dell’universo che gioca a essere noi. La realtà immensa, l’energia unitaria che è l’universo si manifesta in tutti i particolari che vediamo attorno a noi.

    Questa è l’intuizione principale dell’induismo, del buddhismo e del taoismo“. Di conseguenza, quando noi naturisti diciamo che il corpo umano, oltre che una macchina meravigliosa, è lo specchio dell’universo, ci viene spontaneo far notare un altro punto di contatto del buddhismo col naturismo.

    Un altro interessante collegamento l’abbiamo trovato a proposito della consapevolezza, un concetto che a noi naturisti sta molto a cuore, prova ne è che sono state scritte pagine e pagine sul problema della coscienza di Sé. Accettare la propria nudità e quella altrui è infatti avere la piena consapevolezza di se stessi.
    Veniamo ad un’altra interessante analogia. Quante volte abbiamo detto che la nudità promiscua in comune di sesso e ti età, oltre a renderci consapevoli di ciò che siamo, sviluppa in noi il cosiddetto senso di solidarietà, cioè quella solidarietà naturista che chi frequenta gli ambienti del naturismo ha potuto con piacere sperimentare. Ebbene, il buddhismo dice che entrare nel “nirvana”, che in Occidente è conosciuto come il paradiso degli orientali, ma che in verità significa “espirare”, vuol dire avvertire la sensazione che non siamo separati dagli altri. E quando noi naturisti siamo nudi in
    mezzo agli altri, non ci rendiamo forse conto di non essere separati dagli altri? E questo perché la nudità di accomuna.

    Quando il Watts tratta del problema delle imposizioni che l’individuo subisce in tutte le società, a noi è venuto spontaneo pensare all’imposizione dei vestiti nella società tessile. Come la psicanalisi insegna, chi vive sotto il dominio di un’imposizione vive in uno stato di frustrazione cronica, anche quando fin da bambini si viene plasmati dalla società e si è indotti a pensare che sia normale lo stato di perenne vestizione. Questo provoca due tipi di sofferenza: una sofferenza fisica (il corpo soffre stretto in abiti inadeguati e a volte inutili) e una sofferenza psicologica (un malessere interiore che la psicanalisi ben conosce). Il Watts dice “che ciò che si vince reprimendo la propria
    umanità e le proprie emozioni non vale il prezzo che si paga. E’ come tagliarsi la testa per curare l’emicrania. Con linguaggio junghiano si può dire che quando si lavora sull’inconscio, quando lo si nutre e se ne ha cura, l’inconscio integra i due aspetti o poteri del Sé e noi prenderemo atto che sia il conscio che l’inconscio fanno parte di noi (i poteri del Sé intesi come il potere dell’io unito con il potere dell’organismo naturale o psiche)
    “.

    Da ciò ne deriva che, siccome noi abbiamo un corpo fisico, che è quello con il quale ci presentiamo davanti ad un osservatore obiettivo, ed un corpo psichico, che invece rimane celato, il naturismo rappresenta una vera e propria “esplorazione” della nostra coscienza. E il risultato di tale esplorazione risulta evidente soltanto recandosi in un centro naturista ove si assiste al riequilibro di tutta una serie di problemi che affliggono l’uomo tessile (ansia sessuale, aggressività, sovreccitazione erotica, malizia, gelosia sessuale, guardonismo, ecc.). Per cui appare evidente che il modo con cui percepiamo il nostro essere, globalmente inteso, dipende dalla percezione che abbiamo del nostro corpo. E migliore percezione non si può avere se non nello stato di nudità. E questo perché il naturismo, per la sua connotazione nudistica, ha come obiettivo il centro della
    nostra consapevolezza.
    Insomma, abbiamo trovato il libro di Alan Watts molto interessante perché ci ha permesso di mettere a confronto due filosofie, confermando implicitamente, se ancora ce ne fosse bisogno, che il naturismo è l’unica idea che ha avuto l’intuizione di porre
    come presupposto il principio della nudità. Nessun’altra idea l’ha mai fatto e
    probabilmente lo farà mai.

  • Il naturismo e la teoria antropocentrica

    Il naturismo e la teoria antropocentrica

    di Beppe Miracapillo

    Teoria antropocentrica

    La teoria antropocentrica è una concezione filosofica secondo cui tutto nell’universo sarebbe stato creato in funzione dell’uomo e di conseguenza l’uomo ne sarebbe il centro (dal greco ànthropos=uomo e kéntron=centro). Ebbene, come appare evidente problema dell’antropocentrismo non è soltanto una questione religiosa, ma anche scientifica, poiché, oltre ai teologi, se ne sono occupati paleontologi, umanisti, biologi, chimici, fisici, astronomi, per
    cercare di spiegare il mistero che è collegato alla comparsa dell’uomo sulla Terra.
    Ma come si è arrivati alla formulazione del cosiddetto “principio antropico”? La scienza vi è arrivata formulando l’ipotesi che l’universo sarebbe “isotropico”, si presenterebbe cioè identico qualunque sia il punto di osservazione. Sempre dal greco, infatti, “ìso” significa uguale e “tòpos” luogo.

    Pertanto, sulla base di questa ipotesi, non è stato difficile arrivare a porre l’uomo al centro dell’universo. Ovviamente, però, come accade per tutte le teorie, vi sono gli entusiasti e gli scettici. Del resto sul mistero dell’origine dell’universo sono stati spesi fiumi di parole senza che si sia potuto venire a capo di nulla. Si parla di un Big Bang iniziale, senza spiegare cosa ci fosse prima, da cui ne deriverebbe che l’universo si espande e si contrae in una sorta di “respiro” cosmico in cui i cicli di espansione e di collasso si ripeterebbero all’infinito.
    L’argomento è senza dubbio molto interessante ma anche molto impegnativo e inoltre, per spiegare l’universo, le più diverse ipotesi sono state formulate sui vari tipi di universo possibili: l’universo infinito, l’universo finito, quello parallelo, quello a bolle, quello a spirale.

    Al di là dell’ipotesi dell’universo “isotropico”, la scienza moderna è invece propensa a credere, per il calcolo delle probabilità, che noi non siamo la sola forma di vita presente nell’universo, rendendo così sterile l’ipotesi del principio antropico. Pertanto, quel “noi non siamo soli”, ipotizzato dagli scienziati in base a calcoli statistici, che recitano che su miliardi e miliardi di corpi celesti, galassie e sistemi solari ci potrebbe essere un’altra forma di vita intelligente, diventa più che plausibile. E di conseguenza l’idea dei molti scienziati che sostengono l’impossibilità che anche altri astri possano avere le stesse condizioni ambientali della Terra risulta essere una tesi forse errata. Ciò va detto anche se appare evidente che nessuno sa se in qualche angolo sperduto dell’universo ci possa essere un altro, o dieci, o cento astri come il nostro, oppure che noi siamo unici, come recita la teoria antropocentrica.

    Comunque, se è vero che noi possiamo osservare soltanto la luce di una stella esplosa (una supernova) miliardi di anni luce fa, la cui luce quindi ha impiegato miliardi di anni luce per giungere fino a noi, è vero che noi potremmo osservare un corpo celeste non più esistente. Per cui se questa regola è vera, e non abbiamo motivo di dubitarne, è assiomatico affermare che probabilmente una parte dell’universo che noi vediamo in realtà non esiste. In sostanza, è come se noi vedessimo null’altro che una fotografia, una gigantesca fotografia cosmica.
    A questo punto non è difficile comprendere che questo discorso vale anche per il nostro sistema solare la cui vita dipende dal Sole il quale fra quattro miliardi di anni diventerà una supernova. Ovviamente se ci fosse un altro pianeta Terra in un’altra galassia raggiungibile dalla luce per un tempo superiore alla durata della vita del Sole, l’ipotetico osservatore di quella ipotetica Terra di noi vedrebbe soltanto la luce di un mondo ormai scomparso. Pertanto, gli studi le teorie del Wesler, nel momento in cui afferma che “il sistema fisico diventa reale in quanto osservato a posteriori dall’uomo stesso”, ossia che l’uomo rende reale l’universo in quanto lo osserva, sono senza dubbio corrette perché supportate, oltre che dal ragionamento, da osservazioni rigorosamente scientifiche.

    Per quanto riguarda i dubbi sollevati sul controverso argomento del Big Bang e l’enigma dei buchi neri i dubbi non mancano: non basta infatti affermare che tutto avrebbe avuto origine da quella primordiale esplosione iniziale senza chiedersi cosa ci fosse prima (dato che dal nulla non nasce nulla), e nemmeno ci sembra corretto aggiungere poi che la Terra sarebbe frutto del caso. Infatti, la teoria dell’esplosione iniziale, che avrebbe dato origine all’espansione dell’universo, ancora in atto, a cui alla fine seguirebbe il collasso e dal quale inizierebbe un nuovo ciclo con la creazione di una nuova Terra (cioè al verificarsi di quelle condizioni che hanno dato origine sulla Terra ad una forma di vita intelligente), poggia le sue basi sulla casualità dell’evento. Insomma, dal postulare la casualità dell’evento al dare per certo che l’evento si verifichi di nuovo, e con ossessiva ripetitività, ce ne corre.

    Lo scrittore francese Michel Houellebecq, nel suo libro “Le particelle elementari” scrive in proposito:

    “Quando riflettiamo sugli eventi attuali della nostra vita, noi oscilliamo senza posa tra la fede nel caso e l’evidenza del determinismo. Quando invece si tratta del passato, non abbiamo più alcun dubbio: abbiamo la certezza che tutto sia svolto esattamente come, in effetti, doveva svolgersi“

    Pertanto, alla luce di questo ragionamento, dire che l’universo sarebbe un prodotto del caso, che la vita sarebbe nata per caso, che l’intelligenza e la coscienza si sarebbero sviluppate per caso, significa fare affermazioni perlomeno azzardate.

    Teoria antropocentrica

    Insomma, il mistero della vita, quello dell’intelligenza, della coscienza, ecc., ci conducono direttamente alla formulazione del concetto di Dio. In Occidente, l’antropologia cristiana, che è stata per lungo tempo prevalente, e che ancora oggi, nonostante un diffuso nichilismo, esercita la sua influenza, accordava un’importanza centrale alla vita umana per il semplice fatto che i cristiani credevano all’esistenza, all’interno del corpo umano, di un’anima. Sotto l’impulso del progresso di tutte le scienze, avvenuto nei secoli IXX e XX, abbiamo però assistito allo svilupparsi di un’antropologia materialista che, come risulta evidente dal significato letterale del termine, ha il suo punto debole nel suo basso profilo etico.

    E quando si parla di etica ecco che entra in campo il Naturismo. Il Naturismo è una filosofia di vita che, ponendosi a metà strada tra la morale repressiva di un tempo e quella permissiva di oggi (entro certi limiti per quanto riguarda il nudo), esprime una morale diversa, un’etica naturale di fatto al di sopra delle mode del momento, tanto è vero che si dice che il Naturismo vero, ideale, è extrastorico. E questo perché la sua legge non è mai quella vigente in un determinato momento storico, essendo la sua legge valida in ogni momento. Pertanto il Naturismo non è mai condizionato da una legge esterna, ma è tarato sulla lunghezza d’onda della legge naturale.

    Daniele Agnoli, uno dei pionieri del naturismo italiano, ha dato una bella e molto azzeccata definizione del Naturismo definendolo come “la scienza del limite”, quel limite che l’uomo non deve mai superare nel suo rapporto con la natura esterna, pena la distruzione del suo stesso habitat nell’illusione di raggiungere condizioni di vita ideali. “Analogamente, l’arte di vivere naturisticamente”, ci dice sempre l’Agnoli, “consiste nel rispettare la propria natura umana. E’ da questo aspetto che scaturisce la necessità di vivere secondo natura”. E per fare questo è assolutamente necessario avere il senso del limite, che significa moderazione nella fruizione di beni voluttuari per quanto riguarda il nostro corpo, e oculatezza nello sfruttamento delle risorse del pianeta. Per questo motivo risulta molto appropriata la definizione di Naturismo come “scienza del limite”.

    Come si vede, da quanto esposto finora, parlare della teoria antropocentrica significa affrontare problemi notevolmente complessi. Ciononostante è necessario farlo per vedere come si colloca il Naturismo in questo discorso. L’osservazione di quel capolavoro che è il corpo umano, per esempio, la cui complessità è pari a quella dell’universo, non può non farci mettere in dubbio quel concetto di casualità che gli scienziati materialisti ci hanno propinato e ci propinano come legge certa e incontrovertibile. Altri scienziati infatti sostengono, per contro, che occorre una convergenza infinita di fattori e di coincidenze affinché un pianeta diventi sede di vita intelligente.

    Sempre Daniele Agnoli, nel suo articolo “Il principio antropico in una prospettiva naturista” illustra molto bene il significato profondo che assume il Naturismo quando l’uomo viene considerato in una prospettiva di identità cosmica il cui punto di partenza è quell’identità personale perduta a causa della sconnessione tra il nostro corpo e la nostra mente, o se vogliamo tra il corpo e l’anima, per chi crede all’esistenza di questa.

    Corpo e mente, mente e corpo, oppure corpo e anima e viceversa, sono le due facce della stessa medaglia. Dare più importanza all’uno, come fanno i materialisti, o all’altra, come fa la religione, non è per noi naturisti un modo corretto di procedere. L’articolo di Agnoli sopra citato, dando eguale importanza ad entrambi, ci ricorda che il Naturismo, attraverso la pratica della nudità, rappresenta il mezzo indispensabile per migliorarci, per elevarci, per trascendere noi stessi. L’affermazione della nudità come un diritto è il dato che contraddistingue il movimento naturista. Di altre tematiche il Naturismo non si occupa, non perché non siano importanti, ma semplicemente perché tutto il resto è implicito. Noi naturisti dobbiamo essere concreti: utopia e velleitarismo non servono al nostro movimento, ma dobbiamo mantenere intatta quella spinta ideale che ci anima. “Un’idea, senza un ideale muore”, è stato scritto.

    Sempre Daniele Agnoli, sulla rivista “Naturismo”, tempo fa aveva scritto: “L’ecologista, l’amante della natura, cioè un vero naturista, non si comporta nei confronti della natura per interesse o soltanto per una vaga ammirazione di tutto ciò che la natura offre, ma perché vede nel nostro pianeta un luogo privilegiato, forse l’unico in tutto l’universo. La protezione della Terra, lungi dall’essere un fatto scontato, è quindi un dovere per l’uomo, come per noi naturisti è un dovere svincolare il concetto religioso di peccato e il concetto ateo di osceno dalla nudità“.
    In sostanza, la teoria antropocentrica, ponendo l’uomo al centro dell’universo, con tutte le implicazioni filosofiche, scientifiche, etiche, umanistiche, che ciò comporta, solleva problemi molto complessi. Noi non siamo in grado di dire se il principio antropico costituisca la verità assoluta, quello che sappiamo è che il Naturismo, “movimento della luce”, e quindi riscatto dalle tenebre della non consapevolezza, pone l’uomo al centro della vita.

  • Naturismo e “neofuturismo”

    Naturismo e “neofuturismo”

    di Pino Fiorella

    Ho creato questo neologismo perché osservando la velocità con cui corre l’odierna civiltà dei computer mi è venuto in mente il futurismo, cioè quel movimento artistico e letterario sorto all’inizio del XX secolo come reazione al tardo romanticismo che si proponeva, attraverso l’uso di mezzi di espressione assolutamente nuovi, di rendere la dinamica e il movimento come espressione-sintesi della vita nelle sue diverse manifestazioni pratiche e spirituali. Questo movimento, fondato da Marinetti nel 1909, sosteneva un’arte e una cultura non più legate tradizionalmente al passato, ma proiettate verso il futuro in adesione al dinamismo della vita moderna.

    Il nome di Bruno Keller, pilota d’aereo, è praticamente sconosciuto a tutti. A noi naturisti, però, ci riguarda da vicino perché viveva nudo su un albero.
    Fra le novità, infatti, portate dal futurismo vi era appunto quella del nudismo praticato nella convinzione (per noi naturisti giusta) che considerare il nudo come osceno fosse un errore culturale. Del resto, e non a caso, sul problema delle convinzioni, il pensiero di Nietzsche era stato lapidario: “Le convinzioni sono nemiche della libertà, più pericolose delle menzogne”.

    L’idea di scrivere su questo argomento mi è venuta in mente per studiare quali rapporti ci possano essere tra il naturismo e quello che ho arbitrariamente definito come “neofuturismo”, da me individuato nell’attuale era dei computer, della velocità, del dinamismo esasperato, della comunicazione simultanea tramite Internet, ecc., e questo perché taluni identificano il naturismo come una sorta di fuga in avanti rispetto alla morale contemporanea ancora fortemente tabuizzata circa i problemi della nudità e della sessualità.
    Insomma, l’idea naturista si sarebbe spinta troppo velocemente in avanti, sarebbe troppo “neofuturista” per poter essere compresa dalla massa.

    Tempo fa è apparso sul “Corriere della Sera” un articolo dal titolo “Maledetti futuristi” di Lawrence Ferlinghetti, nel quale scrive

    “all’inizio del XX secolo i futuristi pensavano che la rivoluzione industriale avrebbe creato il paradiso in terra. Ma è successo l’opposto.
    Cominciata nel XIX secolo, essa si è rivelata un disastro totale per l’umanità. L’inquinamento industriale sta avvelenando la nostra terra, i nostri mari, l’uomo stesso. Fu Pier Paolo Pasolini a dire che la scomparsa delle lucciole in Italia avrebbe segnato l’inizio di un’era terribile …”.

    Idea Naturista

    La dinamica folle delle società industrializzate era già stata fatta oggetto di critica da diversi e valenti scrittori naturisti e da altri simpatizzanti del nostro movimento. In Italia, per esempio, questa critica era stata portata avanti da Lamberto Paoletti, Daniele Agnoli, Claudio Ranieri, Giuseppe Ghirardelli, Luigi De Marchi, Ada Coppi Ranieri, ecc.
    Ebbene, ciò premesso, risulta evidente come l’atteggiamento del naturismo sia stato, fin dal tempo dei pionieri, di aperta critica nei confronti della dissennata espansione di un consumismo sfrenato. Le scoperte scientifiche, come l’idea naturista ha sempre sostenuto e continua a sostenere, devono servire a migliore le condizioni di vita dell’umanità, miglioramento che non deve andare a discapito dell’avvelenamento dei fiumi, dei mari, della terra e dell’atmosfera, né tanto meno, per riprendere l’articolo di Lawrence Ferlinghetti, andare a discapito di quella fetta di umanità che, già povera, sta diventando sempre più povera, mentre la parte ricca del mondo sta diventando sempre
    più ricca.

    Di conseguenza, il “neofuturismo”, come esasperata dinamicità del sistema produttivo (oggi messo in crisi dal Covid-19) degli otto paesi più industrializzati, non può trovarmi d’accordo perché il naturismo è l’unica proposta valida per traghettarci fuori dal guado dell’autodistruzione, e ciò per i suoi alti valori umanitari (vera fratellanza e vero rispetto), per il suo alto contenuto etico (socialità e parità effettiva tra i sessi), per la peculiarità del suo messaggio (nudità come atto di umiltà).

    L’idea naturista è l’unica idea nuova che può rimettere in carreggiata questo mondo così palesemente ingiusto per quanto riguarda il fronte dei diritti umani, così palesemente squilibrato per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, così palesemente arretrato per quanto riguarda i problemi etici, religiosi e culturali, così palesemente sbilanciato verso un consumismo che danneggia l’ambiente, così palesemente superficiale per quanto riguarda il sistema della comunicazione.

    Quello che invece il naturismo propone, di concreto, di fattibile, di tollerabile per l’umanità e per il pianeta, è soltanto la messa in pratica di quei principi che l’idea naturista ha formulato a partire dalla metà dell’800, cioè negli oltre cento anni della sua storia, e che così si possono sintetizzare:

    • Pratica della nudità, perché, come abbiamo detto sopra, essa rappresenta un atto di umiltà e di rispetto nei confronti della natura;
    • Ritorno alla natura, che non deve essere né originismo, né primitivismo, essendo condizioni ormai facenti parte del passato e quindi non più attuabili nel mondo moderno;
    • Rispetto della natura, cioè conoscenza del suo limite, tanto è vero che il naturismo viene anche definito come “ la scienza del limite”;
    • Rispetto della natura umana nel suo duplice aspetto, fisico e psichico, cioè conoscenza della nostra realtà biologica e della nostra entità psichica;
    • Tutela della salute, cioè vita sana, possibilmente all’aria aperta, assiduo esercizio fisico con esposizione integrale del nostro corpo al benefico influsso degli agenti naturali: aria, acqua, e Sole con cautela;
    • Alimentazione morigerata, che però non deve essere ossessivamente restrittiva, vale a dire senza cadere negli eccessi di diete troppo drastiche;
    • Recupero della nostra identità, cioè il riconoscersi, mediante la nudità, nella nostra interezza corporea (il costume nasconde gli organi genitali);
    • Recupero della nostra libertà gravata, prima dell’avvento del naturismo, da sovrastrutture culturali e restrizioni imposte dalla morale e dalla religione;
    • Riposizionamento del ruolo della donna in una società che è rimasta in qualche misura ancora patriarcale nonostante il miglioramento della condizione femminile;
    • Riconquista di quella socialità perduta a causa della solitudine caotica dovuta alla dissennata urbanizzazione;
    • Rinnovamento etico, come vero cambiamento di principi morali desueti e pertanto non più applicabili nel mondo moderno;
    • Detabuizzazione, ossia eliminazione del tabù sessuale, poiché la nostra società, pur avanzata dal punto di vista del diritto, continua a considerare come osceni gli organi genitali.
  • Produzione di cibo e inquinamento

    Produzione di cibo e inquinamento

    Climate Change

    Nell’agosto dell’anno scorso l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite nato nel 1988)  ha tenuto a Ginevra la sua cinquantesima sessione, dalla quale è nato il rapporto “Climate Change and Land”, un lavoro di ricerca condotto da 107 esperti di 52 Paesi, con il 53% degli scienziati che vi hanno preso parte provenienti dalle nazioni meno sviluppate, quelle che più stanno conoscendo in prima persona, sulla propria pelle, gli effetti del sovrasfruttamento delle risorse terrestri e del cambiamento climatico.
    Il cuore del rapporto questa volta non sono stati i dati relativi alle temperature in sé per sé, quanto invece i temi della sostenibilità, dello sfruttamento delle risorse, dei gas serra, della produzione e dell’accesso al cibo, e il loro impatto sui cambiamento climatici.

    Prima di questo, c’era stato un altro rapporto IPCC dell’ottobre 2018 che aveva constatato come il riscaldamento indotto dall’uomo rischi di superare la soglia del grado e mezzo entro il 2040 se le emissioni dovessero continuare al ritmo attuale, con buona pace del limite dei 2 gradi sbandierato al Cop21 a Parigi nel 2015.
    Quanto emerso a Ginevra non fa altro che confermare la tendenza, e di conseguenza l’urgente bisogno di intervenire per scongiurare il peggio.

    Agricoltura, allevamenti e altri tipi di attività forestali rappresentano da soli il 23% delle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo. Dal 1960 il consumo di calorie pro capite è aumentato del 30% circa, quello di carne è in pratica raddoppiato. L’uso di fertilizzanti chimici è aumentato di nove volte, e le aree naturali convertite in agricoltura sono quasi 5,5 milioni di kmq, con un conseguente consumo idrico per l’irrigazione pari al 70% del consumo umano totale di acqua dolce. Inoltre, lo spreco alimentare pro capite è aumentato del 40% e corrisponde attualmente al 30% circa del cibo prodotto, che contribuisce al 10% delle emissioni di gas serra da parte del sistema alimentare.
    Più del 40% della superficie terrestre è coltivata o urbanizzata, e meno del 23% può essere considerata “area naturale”. Metà delle foreste non coltivate si è perso, nell’area tropicale la perdita di aree forestali si è triplicata in dieci anni. Circa un milione di specie animali o vegetali è a rischio estinzione.

    È evidente dunque che l’uomo debba cambiare il modo in cui genera ciò che gli serve per sopravvivere, così da permettere la sopravvivenza anche alla sua unica casa, il Pianeta.
    Una gestione sostenibile delle risorse del territorio può infatti contribuire a contrastare i cambiamenti climatici, ma occorre agire tempestivamente e su scala globale per invertire la tendenza attualmente in atto. Al momento, il mondo è sotto attacco climatico, basti vedere come si susseguono incessantemente episodi ormai continui e diversi tra loro: scioglimenti dei ghiacci (Groenlandia), incendi (Siberia), bombe d’acqua (Italia e Balcani), picchi anomali delle temperature (Francia). E il futuro per ora non ci sorride.

    Circa 500 milioni di persone vivono in aree soggette a desertificazione. Le terre aride e le aree che subiscono la desertificazione sono anche quelle più vulnerabili ai cambiamenti climatici e agli eventi estremi tra cui siccità, ondate di calore e tempeste di polvere, con una popolazione globale in aumento che fornisce ulteriore pressione. Lo scenario apocalittico è che determinate aree del mondo tra qualche anno non saranno più abitabili, dando il via a un fenomeno di migrazione climatica: oltre 140 milioni di persone saranno costrette a spostarsi entro il 2050, causando gravi squilibri, accentuando le disuguaglianze già esistenti e mettendo a rischio la stabilità dei sistemi politici.

    In questo scenario, produzione e accesso al cibo, giocano un ruolo centrale.
    La sicurezza alimentare infatti per l’IPCC è a rischio, perché il climate change sta influendo su resa e produzione di cibo, accesso in termini economici e stabilità, ovvero il poter produrre e distribuire alimenti con continuità e senza interruzioni.

    Alcune diete richiedono un maggiore sfruttamento del territorio e delle risorse idriche, causando dunque più emissioni di gas che intrappolano il calore rispetto ad altre. Al contrario, diete bilanciate con alimenti a base vegetale –cereali, frutta, legumi, verdura e in generale alimenti di origine animale prodotti in modo sostenibile in sistemi a basse emissioni di gas a effetto serra – aiuterebbero non poco, se adottate, a contenere il cambiamento climatico.

    In generale, il messaggio lanciato a Ginevra è chiaro. La terra è satura, determinati sistemi di sfruttamento e allevamento la stanno uccidendo. Bisogna agire in fretta, provvedendo alla riforestazione, a ristabilire gli ecosistemi, a garantire la biodiversità: la complessità ecologica del Pianeta si sta riducendo.
    La Terra è sovrasfruttata. Ma la stessa Terra può aiutarci a ristabilirci.
    Dipende da noi, dai nostri comportamenti. Teniamolo bene a mente e adoperiamoci, prima che sia troppo tardi.

  • Le vere ricchezze

    Le vere ricchezze

    di Albert Lecocq

    Albert Lecocq

    Quest’anno si festeggiano i 70 anni della fondazione della Federazione Naturista Francese, fondata da Albert Lecocq (1905-1969) e sua moglie Christiane (1911-2015).
    Per celebrare anche noi di Naturistitalia l’anniversario, pubblichiamo un articolo che ci sembra ancora attuale scritto da Albert Lecocq nel 1950, anno di fondazione della Federazione e della rivista “La Vie au Soleil”.

    Le vere ricchezze
    di Albert Lecocq

    Con quale aberrazione del buon senso siamo arrivati ​​allo stato della vita attuale! L’uomo corre dietro una caricatura di felicità. Tutte le nozioni sono distorte. Tutto è artificiale. Cerchiamo di estrarre minuscoli momenti di gioia da falsi stereotipi. La nostra esistenza è diventata estremamente complessa e senza logica.

    Abbiamo perso la strada principale a favore di una strada secondaria che non arriva a nulla e se persistiamo nel perseverare in questo modo, dobbiamo correre dietro alla nostra stessa distruzione. 
    Se chiedete a qualcuno “Quali obiettivi stai perseguendo?”, spesso la risposta è sempre la stessa: guadagnare molti soldi, garantire un maggiore lusso e un migliore comfort di vita.

    Il raggiungimento dei nostri obiettivi, spesso la consacrazione di una vita di sforzi, non crea che mera soddisfazione per l’orgoglio personale, una falsa impressione di sicurezza, di cui non sempre si sospetta la precarietà, ma non crea la vera felicità.

    Inoltre, in questo gioco crudele, uno avrà perso giovinezza e salute; per concentrare intensamente tutte le sue possibilità individuali nella ricerca della fortuna, del potere, degli onori, avrà dimenticato la più elementare concezione di se stesso. Siamo colpevoli di aver collaborato a questo conformismo collettivo, colpevoli per l’esempio che abbiamo dato, colpevoli dell’obbligo che ne abbiamo fatto nei confronti di coloro che dipendono da noi, colpevoli nei confronti dei nostri discendenti ai quali abbiamo instillato gli stessi principi invece di provare a liberarli.

    Chi approfitta eccessivamente dei beni materiali e li sfrutta in maniera eccessiva commette l’errore di basare la sua vita su questi eccessi che accentuano sempre più i danni di questo suo stesso squilibrio.
    Quanti, nudi davanti alla loro coscienza, possono riconoscersi perfettamente felici?

    L’uomo moderno ha trovato nei suoi vizi le sue più potenti leve d’azione. Per soddisfare il suo sconfinato orgoglio, la sua insaziabile avidità, la sua immodestia e la sua lussuria, il suo desiderio di possedere, ha bisogno di sempre più denaro. Il denaro è re. Apre tutte le porte, offre tutti i piaceri, spinge indietro i limiti del nostro potere di schiavitù. Dà una risposta provvisoria al desiderio, perché non ha limiti e appena appagato rinasce più esigente.

    Christiane et Albert Lecocq sur l'Ile du Levant

    Ma è nella vita semplice che il saggio conosce la felicità. Limitando i suoi desideri, con modestia, sviluppando le qualità del cuore e dello spirito, non opprimendo, e di conseguenza non odiando, acquisisce profondamente inestimabili ricchezze di cui non teme la riduzione o la perdita. Una cosa che l’uomo tende a ignorare sempre di più è che ha bisogno di poco per vivere e, anche nelle circostanze attuali, poco lavoro da dedicare per assicurargli ciò che è necessario. È la ricerca del superfluo che lo trasforma in uno schiavo prigioniero di se stesso. È il suo desiderio di una vita artificiale e di beni inutili, la sua ansia di apparire, sfilare e imporsi, è la sua follia di voler forzare cose, persone, eventi, che sono alla fonte di tutte le sventure, del disgusto per la vita, nozione della propria inutilità, stato deplorevole della propria psiche, rovina delle sue risorse fisiologiche, danno alla sua longevità.

    Ecco perché così tante persone moltiplicano gesti e parole inutili, occupazioni irrisorie, per nascondere i loro profondi sentimenti di angoscia, solitudine, paura nel dramma cosmico a cui sono rimasti impreparati. 
    Quanti anestetici narcotizzanti scopriamo nel comportamento: rifiuto di pensare, autoipnotismo, desiderio di realizzazioni egoistiche. Piccole, false soluzioni alle nostre preoccupazioni.

    Ma in ogni epoca ci sono sempre stati degli esseri illuminati che sono sfuggiti alla dannosa atmosfera culturale del loro tempo. Ci sono stati uomini saggi, persone felici. Alcuni hanno lasciato le loro parole d’oro che hanno resistito alla prova del tempo. Altri rimarranno per sempre sconosciuti. La maggior
    parte di loro ha sofferto prima di prendere piena consapevolezza di se stessi. Tutti hanno trovato la verità nella vita semplice, nel distacco dai beni materiali, nella loro liberazione dalla sofisticazione umana, nel riunirsi la natura e adattarsi alle sue leggi.

    Un intero programma di riforme si offre al naturista. Le misere esigenze di una civiltà troppo spesso disumana nella sua forma pratica, non consentono all’uomo di tornare indietro a una forma di vita più completa e appagante, poiché è molto difficile potersi collocare ai margini della comunità alla quale è socialmente, economicamente legato. 
    Il problema che si pone è tanto più difficile da risolvere poiché queste riforme richiedono di essere condotte su due livelli: prima individuale, e poi collettivo.

    Non è conveniente concepire una società perfetta se è composta da individui contaminati e offuscati. D’altra parte, sembra molto lungo aspettare i risultati dei miglioramenti individuali, specialmente in circostanze sfavorevoli. 
    Il Naturismo porta a rivedere la maggior parte dei valori su cui si basa l’intera struttura sociale attuale, tutti dovrebbero seguirne l’esempio adottando le regole di una vita naturale e unirsi a coloro che gettano le basi di un’edificazione collettiva che non contiene nulla di contrario alle leggi della natura.

    La felicità è dentro ognuno di noi. La nostra formazione spirituale deve essere in parte il nostro lavoro e il frutto delle nostre stesse esperienze, il risultato delle nostre meditazioni. Ma senza adottare formule rigide e senza cercare stabilità definitive in noi e fuori di noi. L’essere umano e il mondo sono in continua evoluzione.

    (1950)

  • Socialità  naturista

    Socialità  naturista

    di Pino Fiorella

    Socialità naturista
    Beryl Cook, Té in giardino

    Con questo articolo concludiamo un trittico di articoli dedicati all’impatto del Covid-19 sullo stile di vita naturista, iniziato ad aprile con Nutrirsi con amore durante la quarantena e proseguito la scorsa settimana con Naturismo di prossimità.

    C’è una bella canzone di Levante, dal titolo “Lo stretto necessario” (forse premonitrice di quello che di lì a poco sarebbe accaduto all’umanità intera), che la cantautrice siciliana canta insieme a un’altra siciliana doc, Carmen Consoli. La canzone è un emozionante racconto di speranza per tutto quello che circonda, per qualcosa che prima c’era e adesso non c’è più, anche quelle piccole cose che davamo per scontato.
    Tralasciando il lontano passato, dal secondo dopoguerra in avanti l’umanità ha avuto molti problemi, con centinaia di migliaia di morti. Uno di questi problemi è l’inquinamento, prodotto da una dissennata attività antropica, con i conseguenti cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo il pianeta.

    Ora è arrivato questo virus, un microrganismo molto, ma molto più piccolo di un batterio, tanto è vero che per vedere i batteri basta un microscopio ottico, per vedere i virus occorre un microscopio elettronico. Un virus per riprodursi ha bisogno di un organismo vivente, come un animale, in questo caso un pipistrello. Secondo la scienza, il Covid-19 ha fatto il salto di specie, e dal pipistrello è passato all’uomo.
    Ora, dire che questo virus è colpa dell’uomo (dell’inquinamento, di manipolazioni genetiche, dell’introduzione degli Ogm, dell’uso degli antiparassitari, ecc.), forse è troppo azzardato, dato che epidemie terribili ci sono state anche in passato. Un esempio per tutte, la Spagnola, che durò un paio di anni e causò la morte di 100 milioni di persone, 50 milioni solo in Europa.

    E a quei tempi i problemi d’inquinamento, di manipolazioni genetiche, ecc. erano di là da venire, anche se non sappiamo quali strascichi di ogni tipo (mancanza d’igiene, bombardamenti, l’uso di gas tossici, migliaia e migliaia di aerei e di navi affondate in tutti i mari, ecc.) la prima guerra mondiale si sia trascinata dietro per anni.

    Fatto sta che oggi un nuovo virus, invisibile, sconosciuto e terribile ha spazzato via come uno tsunami le nostre incrollabili certezze, ha cambiato tutto, ha cambiato il nostro modo di vivere, è cambiata la nostra vita. Tutto quello che davamo per scontato è svanito nel nulla, tutte le nostre certezze sono crollate, e quella società liquida, descritta da Baumann nel suo celebre libro “Vita liquida” del 2005, è evaporata come i disinfettanti che abbiamo visto spruzzare per sanificare strade e ambienti. Tutto è stato inghiottito da un buco nero di cui l’umanità non vede il fondo, almeno fino a quando non ci sarà un vaccino, per il quale si parla di un anno o due, e quand’anche arrivasse presto, ci vorrà molto tempo per vaccinare più di sette miliardi di persone. Insomma, questo virus ci ha fatto capire che l’uomo non può nulla contro le forze della natura. E non solo, ma spingendoci più in là, pur sapendo che quanto stiamo per dire va contro il razionalismo scientifico della medicina moderna, sembra che la natura, troppo sfruttata, non rispettata, violentata, attraverso il Covid-19, dopo averci lanciato precisi segnali sulla insostenibilità della nostra attività antropica, abbia voluto dirci: “Non volete fermarvi, allora vi fermo io”.

    Tornando ad un ragionamento decisamente più razionale, un effetto sull’umanità, fra gli altri, il virus l’ha prodotto: la paura, una paura generalizzata in certi casi trasformatasi in terrore. Ce l’aveva anticipato Zygmunt Bauman in una delle preveggenti riflessioni: “La guerra moderna alle paure umane, sia essa rivolta contro i disastri di origine naturale o artificiale, sembra avere come esito la redistribuzione sociale delle paure, anziché la loro riduzione quantitativa”.

    Ebbene, fra tutto quello che ci è venuto a mancare, come dicevamo sopra, ci sono mancate anche le piccole cose, le piacevoli abitudini, la libertà di sedersi ai tavoli di un bar, il vedere brulicare le persone per strada, l’incontro con amici e conoscenti, tutte cose che si rimpiangono quando non si hanno più. Per noi naturisti, poi, la situazione venutasi a creare nei rapporti umani è ancora più grave. Immaginare un futuro condizionato dalle mascherine e dalla distanza significa dire addio a quella socialità naturista, fatta di prossimità, promiscuità, di vedersi, di salutarsi e parlare di persona. Questo tipo di socialità nasce soltanto dal rapporto stretto fra persone nude, perché si tratta di frequentare altri individui che la pensano come noi. Si tratta di quella socialità che scaturisce dal vivere insieme nudi, rispettosi degli altri. Si tratta di una socialità che è tipica della nostra concezione di vita. Noi naturisti accettiamo la natura, e dalla sua osservazione facciamo derivare il nostro comportamento. Siamo contro lo spreco e cerchiamo di vivere con “lo stretto necessario” (tutto il resto, come la sociologia insegna, deve essere considerato “l’utilità dell’inutile”). Ma la società dei consumi ha trasformato i produttori in consumatori, come dice Bauman. E questo il naturismo lo aveva detto fin dalle sue origini.
    Purtroppo il naturismo non è stato ascoltato, o forse, noi, non siamo stati capaci di trasmettere un messaggio, che se fosse stato recepito, avrebbe senz’altro migliorato le nostre condizioni di vita. Perché Il naturismo, che consiste in una relazione attiva fra l’uomo e la natura, ha come componente essenziale il rispetto, quel rispetto di se stessi, degli altri e della natura, come mille volte abbiamo scritto su queste pagine, riprendendo la formulazione del concetto di naturismo espressa dall’INF/FNI nel 1974.

    In conclusione, quello che ci è accaduto con il Covid-19 dovrebbe far riflettere quanti dileggiano il naturismo, considerandola tutt’al più come una pratica di libertà, e basta.

  • Naturismo di prossimità 

    Naturismo di prossimità 

    di Valerio Rupo

    Da qualche settimana, in un’atmosfera di grande apprensione per ciò che ci riserverà la prossima estate, i titoli dei giornali si rimbalzano il termine “turismo di prossimità”, nella speranza che la pandemia di Covid19 non ci costringa entro le mura di casa perfino con i 40 gradi di luglio. Una modalità di turismo che potrebbe rilanciare le località nostrane anche presso gli Italiani, perlomeno quelli che non sempre si dimostrano consapevoli dell’attrattiva turistica e culturale del nostro Paese.

    Se il termine “prossimità”, da solo, in momenti in cui domina l’imperativo sacrosanto del distanziamento ci fa sorridere amaramente, affibbiarlo al concetto di “turismo” dovrebbe come minimo affermarne le implicazioni sociali. Implicazioni che al Naturismo sono (o dovrebbero) essere ben note. In altri termini, Naturismo non soltanto come turismo ma anche e soprattutto come modalità di vivere in natura e in condivisione con altre persone.

    Un Naturismo di prossimità è possibile in Italia? Se le oltre 100 strutture naturiste e circa 80 spiagge ufficiali francesi, legalmente riconosciute come naturiste, e le centinaia di spiagge spagnole dove praticare il Naturismo lo consentirebbero (per non parlare della trentina di spiagge naturiste della piccola Croazia, o degli spazi naturisti nei parchi cittadini svizzeri e tedeschi di Zurigo, Monaco di Baviera e Berlino), da noi non è altrettanto facile per la minore disponibilità di spazi dedicati.
    Ma il concetto di prossimità si può intendere non solo geograficamente ma anche socialmente.

    Chi scrive è un Naturista ufficiale soltanto dal 2013, una delle certezze che l’aver sperimentato più volte la «pratica della nudità in comune» ha portato all’evidenza, è che un certo grado di prossimità di tipo sociale è più che necessario per vivere il Naturismo. Vivere nudi con gli altri significa non avere veli né maschere, oppure, per usare un’altra analogia efficace, comportarsi in totale naturalezza. E la nudità condivisa, che si manifesta nel non uso degli indumenti, potrebbe avere molto a che fare con la riscoperta di quella comunità condominiale che le iniziative solidali degli ultimi periodi hanno generato.

    E se la pratica del Naturismo è intrinsecamente legata alla socializzazione, oltre che all’“associazionismo”, si potrebbe pensare il turismo del futuro come meno improntato al singolo individuo-viaggiatore, anzi decisamente rivolto alla condivisione collettiva di esperienze. Come il Naturista condivide lo spazio nel «rispetto degli altri e dell’ambiente», l’esperienza di un Turista di prossimità non dovrebbe limitarsi alla consumistica sequenza prenotazione-villeggiatura-rientro, ma calarsi in profondità, in «armonia con la natura» – sempre per citare lo statuto INF.

    Con ciò non si vuole esprimere l’improbabile eventualità che il turismo dell’immediato futuro si trasformi in Naturismo; semmai, potrebbe essere l’occasione per alzare la mano ed elevare la pratica del Naturismo a modello di turismo culturale, socializzante e sostenibile.
    Certo, non mancano altri esempi di simili pratiche collettive, che come già proposto su queste pagine potrebbero essere suggestioni interessanti anche per i Naturisti stessi: nel contribuire a una definizione futuribile di “turismo di prossimità” l’esperienza Naturista potrebbe avere una voce di rilievo.

  • Distinzione tra naturismo e nudismo

    Distinzione tra naturismo e nudismo

    di Pino Fiorella
    Grant Drumheller, Spiaggia Nudista
    Grant Drumheller, Spiaggia Nudista

    Sono stati scritti fiumi di parole sulla distinzione tra nudismo e naturismo, ma aggiungere ancora qualcosa sull’argomento è necessario, anche perché sovente, anzi molto spesso, c’è chi è tentato di scindere in due parti questa filosofia di vita caratterizzata dalla pratica, da un lato, della semplice nudità, e dall’altro dalla pratica di un nudismo etico, cioè naturismo.
    In relazione al semplice nudismo, si può dire dire che vi è una scuola di pensiero che afferma che il nudismo sarebbe solo uno degli obiettivi del naturismo. E ciò è anche vero, dato che il naturismo persegue anche altri obbiettivi oltre all’eliminazione del tabù del nudo, come l’igiene psicofisica, il rispetto della natura, l’autoaffermazione, l’autoidentificazione, ecc., ma tale affermazione dimentica di chiarire che la pratica della nudità è il principio cardine del naturismo, e non come invece si sostiene che il naturista, una volta approdato al nudismo, “deve lasciarselo alle spalle o mantenerlo soltanto come fatto piacevole e distensivo per periodi di tempo limitati, essendo poco importante rispetto al cambiamento di visione che il naturismo dà all’esistenza”.
    E come se ciò non bastasse, c’è anche chi pretende di liberamente interpretare le delibere della Federazione Naturista Internazionale (INF-FNI) citando l’anno 1953, perché a partire da tale data è stata introdotta la netta distinzione fra il “naturismo nudista” della INF/FNI e un “naturismo non nudista” di altre organizzazioni, interpretando questo fatto come espressione tangibile del “principio di tolleranza”. Ma qui la tolleranza c’entra poco o nulla, perché se si tratta di organizzazioni che non fanno parte dell’INF-FNI è ovvio che possano fare ciò che vogliono, e quindi è evidente che non debbano essere considerate organizzazioni naturiste, come si vedrà più avanti nello spiegare il significato della parola naturismo.

    Un lungo dibattito

    Distinzione tra naturismo e nudismo

    Tralasciando la lunga sequela di inesattezze, errori storici, interpretazioni sbagliate, considerazioni strampalate, che dimostrano l’estrema ignoranza di chi pretende di sapere senza avere prima letto la storia del naturismo, ci concentriamo sul concetto di nudità che è il cuore dell’idea naturista. E lo facciamo perché regolarmente viene sollevata l’annosa questione che naturismo e nudismo non sarebbero la stessa cosa, per cui questi due termini non sarebbero sinonimi. Inoltre, si afferma che fare del solo nudismo sarebbe banale e che il naturismo dovrebbe essere improntato alla massima tolleranza (preso atto del fatto che stiamo diventando una società multietnica); e ancora, si aggiunge, che le riviste naturiste dovrebbero parlare soltanto di naturismo e invece sono piene di foto di villaggi, centri vacanze, spiagge nudiste, ecc.
    Ebbene, se si rispondesse a tutte queste critiche dicendo che si tratta di sciocchezze, di vere e proprie stupidaggini che si fondano sull’ignoranza di cui si diceva sopra, ci verrebbe senz’altro ribadito che non abbiamo argomenti per replicare. Invece gli argomenti ci sono, eccome!
    Innanzitutto va precisato subito che fare del solo nudismo non è un fatto banale, e ciò per il semplice motivo che la nudità integrale lascia scoperti gli organi genitali, il che implica l’abbattimento, conscio o inconscio, di un tabù ancestrale, cosa questa che non è affatto banale e che anzi presenta difficoltà estreme di carattere psicologico da parte di un individuo condizionato dal tabù del nudo.
    Per quanto riguarda invece il concetto di tolleranza, è necessario chiarire che la tolleranza naturista non può spingersi oltre un certo limite, perché l’accettazione di persone vestite nei centri naturisti, fatti salvi i casi di necessità, igiene e quant’altro rende il vestito necessario, metterebbe in crisi l’idea naturista e la scardinerebbe alla base.
    Circa le riviste naturiste c’è poco da dire: che cosa si vorrebbe che queste facessero, oltre a pubblicare notizie e articoli di cultura naturista, se non la pubblicità ai centri naturisti, pardon “nudisti”, come dicono questi contestatori che accusano i centri di favorire soltanto la pratica del “semplice nudismo”, fra l’altro cosa non vera, trattandosi di nudismo comunitario e promiscuo.
    Per rispondere a tutti questi quesiti non si deve far altro che prendere in esame la prima contestazione (dato che le risposte alle altre sono implicite nel discorso che segue), e cioè che naturismo e nudismo non sarebbero la stessa cosa. Ebbene, per spiegare che invece i due termini indicano la medesima cosa, e quindi di fatto sono sinonimi, è necessario fare un passo indietro nel tempo per tornare alle origini del naturismo.

    Cenni storici

    Distinzione tra naturismo e nudismo

    La “gimnosofia” (gymnos=nudo – sofia=saggezza) è nata nel 1926, anno della fondazione della rivista francese “Vivre d’Abord”, mentre il termine “naturismo” esisteva già prima della gimnosofia. Detto ciò, occorre dire che pochi allora avevano il coraggio (per esempio in Italia, dove eravamo in pieno regime fascista) di parlare apertamente della connotazione nudista implicita ed essenziale del naturismo. E per spiegare questo fenomeno è necessario rifarsi alla storia del naturismo in Europa.
    Ricordiamo che all’epoca della nascita del movimento naturista il sentimento di assoluta e preconcetta ripulsa nei confronti della nudità era il frutto di una sorda e ottusa mentalità borghese di vittoriana memoria. Per questo motivo, cioè per non urtare quella mentalità, Marcel Kienné de Mongeot, fondatore del movimento naturista francese, preferì adoperare il termine “gimnosofia”, che ovviamente nessuno conosceva, dietro il quale però si celava la parola “nudismo”. E per chiarire ulteriormente il concetto, Kienné de Mongeot citava il dottor Fougerat de Lastours, assertore convinto della pratica ginnica, che sosteneva come il termine “nudismo” avesse un significato peggiorativo, se non equivoco, e in certi casi addirittura licenzioso.
    Pertanto la “gimnosofia” altro non è che “nudismo” a cui, però, è stata contemporaneamente associata una filosofia di vita e un etica nuove. A questo duplice aspetto della “nuova idea”, cioè nudismo e vita naturale (e quindi nudo-naturismo”), è stato dato il nome di “naturismo”. Di conseguenza affermare che naturismo e nudismo non sarebbero la stessa cosa significa dire nient’altro che una sciocchezza, una stupidaggine dettata dalla non conoscenza della storia delle origini del naturismo e della sua evoluzione nel tempo.
    Comunque, rispetto a queste posizioni non mancarono i dissidenti, come, per esempio, Jean Deste, che nel suo libro “Le Nudisme” (1981), non volle di proposito abbandonare la dizione “nudismo”, pur conoscendo la definizione ormai affermata di “naturismo” adoperata al posto di “nudismo”: una diatriba che avrebbe poi portato al termine forse più corretto di “nudo-naturismo”, cioè di quell’insieme di regole che orientano l’individuo verso una vita più naturale e più sana, dalla quale la nudità non può essere bandita per il suo potere taumaturgico in relazione a conflitti psichici irrisolti. Inoltre, va ricordato ch’erano i lontani anni Sessanta quando in Francia il termine “nudisme” veniva cancellato e sostituito con quello di “naturisme”, anche perché ci si era resi conto che le parole “nudismo” e “nudista” erano spesso, come detto, male interpretate. Il Deste era consapevole di questo fatto quando nel 1981 pubblicò il suo libro, ma lo fece per non farci dimenticare che il naturismo è nudismo. Se poi qualcuno continua a sostenere che naturismo e nudismo sono due cose diverse, si prenda la briga di andare a leggersi il volume “L’idea naturista in Francia” di Daniele Agnoli dove scoprirebbe che il naturismo, inteso nella sua completa implicazione nudistica, era già chiaro all’atto della fondazione della Féderation Français de Naturisme nel 1948 e dell’INF/FNI avvenuta nel 1953.
    E anche i tedeschi successivamente si sarebbero uniformati a questa dizione sostituendo il termine “Nacktkltur” (cultura della nudità), coniato da Henrich Pudor (1865-1943), con “Freikorperkultur” (libertà e cultura/civiltà del corpo libero) da cui ne è derivata la sigla internazionale FKK, che oggi purtroppo viene anche usata per finalità non naturiste.
    Un altro principio controverso è quello della nudità “obbligatoria”, una polemica che ha radici lontane e che i detrattori del naturismo definiscono come una posizione fondamentalista. Già nel 1989 Erik Holm lanciava la sua filippica contro il nudo facoltativo con il suo opuscolo “Quo vadis Fkk?”: “Mi limito a dire che la nudità del corpo umano è la peculiare caratteristica che contraddistingue il nostro movimento, unico a propugnare questa condizione – naturale e culturale insieme – dell’uomo. Senza di essa il nostro movimento perderebbe, oltre alla sua credibilità, la sua stessa ragione d’essere”.
    Anche Jorg Damm, figlio del noto pioniere Karwilli Damm, fondatore della Biblioteca Naturista Internazionale, si è pronunciato sulla pericolosa tendenza al permissivismo tessile che sta insinuandosi nei centri naturisti. Jorg Damm esprime il suo disappunto constatando come tanti ritengano che si possa fare dello sport vestiti o parzialmente vestiti, e che i giovani possano essere autorizzati a portare un costume quando si trovano nell’età della pubertà. Accettare questi comportamenti, dice il Damm, significherebbe imboccare una strada molto pericolosa, in
    quanto questi comportamenti finirebbero con l’incrinare nella sua essenza l’idea naturista che,
    in questo modo, s’incamminerebbe sulla strada di un’errata interpretazione del concetto di tolleranza. Questa interpretazione pretenderebbe di ridurre la pratica nudista a pochi momenti, quali prendere di sole, fare una nuotata in piscina, fare la doccia, ecc.
    Questo problema della nudità integrale non vincolata, o condizionata, è stato sollevato anche dalla Federazione Naturista Tedesca nel 1993, che attraverso una mirata inchiesta ha voluto conoscere l’opinione dei naturisti su questa delicata questione. Ebbene, la maggioranza dei naturisti si è espressa in senso favorevole alla nudità integrale nello sport e nelle cosiddette strutture di servizio (negozi, bar, ristoranti, supermercati, posta, ecc.). Insomma, il mondo naturista, o perlomeno la maggioranza, ritiene che la nudità debba essere una esperienza globale il cui motto dovrebbe essere nudità sempre in qualunque luogo, ovviamente sempre con decoro, ordine, pulizia e con le dovute precauzioni igieniche.

    E in Italia?

    Anche in Italia, nel 1981, infuriò la polemica su chi voleva differenziare il nudismo dal naturismo. Il problema era stato sollevato dal dottor Luciano Pecchiai con uno scritto indirizzato al “Corriere Medico”. La risposta della rivista “Naturismo”, era stata però ineccepibile:

    “Il Pecchiai fa un duplice errore escludendo il nudismo come parte essenziale del naturismo: un errore storico ed un errore ideologico. L’errore storico consiste nell’identificare la figura di Lamberto Paoletti (1881-1954) con la nascita del naturismo italiano nel 1930. In realtà il Paoletti non è stato il primo a parlare di naturismo in Italia, perché già l’avevano fatto i triestini Tullio Cordon (1923), Eugenio Paulin ed Ernesto Gorischegg (1927). L’errore ideologico, invece, consiste nell’estrapolazione del naturismo italiano dal suo contesto internazionale. Infatti, chi ha avuto il merito di avere concepito autonomamente la prassi fondamentale del naturismo nudista, ha potuto dare consistenza scientifica alla propria intuizione soltanto dopo aver letto le pubblicazioni alcuni dei più validi e autorevoli esponenti del naturismo internazionale (Ungewitter, Seitz, Kock, Zimmermann e il de Mongeot)”. Come giustamente ha scritto Daniele Agnoli, “spesso e volentieri ci si dimentica che l’idea naturista è l’unica fra tutte le visioni antropologiche del mondo che oggigiorno ponga come sua premessa e suo momento essenziale lo stato di nudità del corpo umano”.

  • Dove fare Naturismo a Creta

    Dove fare Naturismo a Creta

    di Andrea Veniani
    Naturismo a Creta

    Dopo Naxos, le isole Cicladi e Cefalonia, questa volta parliamo delle spiagge naturiste dell’isola di Creta.

    Questa storia comincia parecchi anni fa. È la storia di un amore per un’isola e per un luogo che non si sono mai affievoliti nel tempo.
    Le diverse strutture naturiste disseminate per l’Europa, che ho avuto la possibilità di visitare nel corso degli anni, sono per lo più organizzate come campeggi con annessa una zona bungalow/mobil-home dove si vive un naturismo di stampo “fondamentalista”, molto legato allo stretto contatto con la natura e alla vita in libertà all’aria aperta. Esiste però anche una minoranza di persone che apprezza un naturismo più “edonista” dove il contatto con la natura ed il vivere in libertà viene associato ad una serie di comfort che tutto sommato male non ci stanno.

    È questo il caso di un hotel Naturista posizionato nella zona sud dell’isola di Creta e precisamente nella regione di Sfakia. Quest’area è forse la più selvaggia ed impervia dell’isola, è battuta da forti venti e la vegetazione è veramente spoglia. Si differenzia in modo sostanziale dalla parte nord, molto più turistica e verde, ove ci sono le grandi città, le lunghe spiagge di sabbia e i grandi complessi alberghieri.
    Il sopra citato Hotel è un’isola verde nel bel mezzo del… nulla. Mi ricordo che durante la nostra prima visita, dopo aver superato una catena montuosa che corre nel mezzo dell’isola, abbiamo visto dall’alto una macchia verde in mezzo ad un paesaggio arido e roccioso e ci siamo resi conto che quella era la nostra meta: ma ci sarebbero voluti ancora numerosi tornanti in discesa su una stradina che (allora) era poco più di una mulattiera per arrivare alla nostra destinazione.

    La spiaggia connessa all’hotel è Filaki Beach, ufficiale naturista, ed è distante circa un chilometro. La si raggiunge con un pulmino/navetta che fa la spola diverse volte al giorno. I più sportivi ci vanno anche a piedi: all’andata non è nemmeno male dato che la strada è in discesa, ma al ritorno…
    La spiaggia è una piccola insenatura rocciosa incastonata tra alte rocce a strapiombo allestita con lettini e ombrelloni a pagamento, corredata da un’ottima taverna che può mitigare i morsi della fame e della sete. Sono altamente consigliate le scarpe da scoglio per accedere alla spiaggia e per entrare nel mare, perché i sassi sono di medie/grandi dimensioni.

    Creta

    Il mare invece è da favola: acqua pulitissima e un colore blu cobalto che non capita di vedere abitualmente.
    Consigliatissimo il noleggio di un’auto. Nonostante l’hotel organizzi i trasferimenti da e per gli aeroporti (che si trovano nella zona nord dell’isola), e proponga parecchi tour giornalieri, sia per mare che per terra, per visitare i punti più interessanti della regione, è preferibile muoversi con mezzi propri ed esplorare anche le altre spiagge più o meno vicine. Ve ne segnalo tre di queste che a mio parere meritano una gita.

    • Sweet Water Bay (o Glika Nera detto in greco)

    È una spiaggia raggiungibile via mare con numerosi taxi-boat che partono dal porto di Sfakia, oppure a piedi tramite un trekking che dura circa un’oretta. Si tratta di una spiaggia di ciottoli con la caratteristica che scavando sotto di essi si trova una sorgente di acqua dolce a due passi dal mare. Non è inusuale infatti trovare animali che si abbeverano tra i turisti durante l’arco della giornata. La parte più distante dall’approdo delle barche, approdo dove si trova anche una taverna sulla spiaggia, è frequentata da naturisti. Portatevi un materassino gonfiabile perché i sassi sono molto fastidiosi.

    • Frangokastello

    Vale la pena vederlo perché ci sono le rovine di un antico castello veneziano.
    Uscendo dal paese c’è una lunga spiaggia sabbiosa,l’unica spiaggia di sabbia della zona, che nella zona finale è frequentata da naturisti. Io, non essendo un amante dei litorali sassosi, ci sono andato parecchie volte e ho sempre trovato una bellissima atmosfera. Sconsigliato visitarla nelle giornate di vento forte per evitare l’effetto cotoletta impanata…

    • Micro Ammoudi

    Si tratta di una piccola baia di micro sassolini di vari colori. E’ attrezzata con ombrelloni e lettini, ma c’è anche spazio per sdraiarsi sulla propria salvietta.
    L’ambiente è clothing optional, ovvero ognuno si veste o si sveste a suo piacimento, e non è inusuale trovare nella stessa fila di ombrelloni coppie tessili e naturiste l’una vicino all’altra che convivono pacificamente senza nessun problema. Il mare, soprattutto nelle ore mattutine quando è molto calmo, ha dei colori veramente spettacolari. Dietro la spiaggia c’è anche un comodo un parcheggio per le macchine nonché l’immancabile taverna per lo snack del mezzogiorno.

    Per arrivare a Micro Ammoudi si passa per il paese di Plakias. Nell’ultima parte della spiaggia c’è ancora una vasta area dove ci sono dei naturisti. Non vi consiglio però questo luogo per 2 motivi: primo, arrivando da Sfakia vi sarete già fatti un’ora di macchina e guidando per altri 5 minuti arrivereste a Micro Ammoudi che onestamente è molto meglio; secondo, quest’area non è riparata dal vento.
    Vi consiglio magari di fermarvi una mezz’oretta solo per una visita.

    Vi segnalo due crociere naturiste. La prima vi porta alla scoperta dell’area piuttosto impervia, selvaggia ed affascinate che si trova ad ovest del villaggio di Sfakia: tra le tappe segnalo Sweet Water Bay (citata sopra) ed il villaggio di Loutro, raggiungibile solo via mare, che vi lascerà senza fiato.
    La seconda crociera ha come meta l’isola di Gavdos, con le sue spiagge quasi interamente naturiste. Si tratta del lembo ti terra più meridionale di tutta l’Europa. Questo isolotto è ben visibile dalla terraferma ma la distanza inganna e la traversata è fattibile solo con condizioni climatiche di mare e di vento favorevoli.

    Non posso non parlare del meteo: c’è sempre il Sole. Se avete le ferie in alta stagione e siete stufi di andare in luoghi dove a volte durante la vacanza vi beccate brutto tempo, allora questo è il vostro posto ideale. Quando passa una nuvola che ombreggia vagamente il Sole, io e la mia compagna siamo soliti dire: ”oggi c’è brutto tempo”. La cosa peggiore che può capitare è che ci sia vento forte, ma la spiaggia di Filaki è molto riparata.
    Creta è veramente molto grande e ci sono parecchi posti da visitare, ma bisogna tenere conto delle strade che non sono bellissime. Vale sicuramente la pena di vedere la capitale Heraklion con il suo museo archeologico e le vestigia del palazzo di Knosso. Ma anche le grandi città della costa nord come Chania e Rethimno che, seppur turistiche, sono ricche di un fascino particolare. Cito anche Matala nella zona sud-est che è stata per un lungo periodo sede di una comunità hippy.
    Ad anni di distanza si respira ancora l’atmosfera di quel movimento.

    Dopo la nostra prima visita siamo tornati per ben sei volte in questo hotel.
    Durante gli anni abbiamo fatto amicizia con turisti provenienti da tutta Europa e da ogni
    angolo del pianeta: solo lo scorso anno ci è capitato di intrattenerci con coppie che
    arrivavano dal Perù, dall’Australia e dal Brasile. Con molti di loro siamo ancora in
    contatto, segno che la filosofia naturista crea un forte legame tra le persone.

  • La spiaggia del Lido Punta Le Morge

    La spiaggia del Lido Punta Le Morge

    Spiaggia Naturista Punta Le Morge

    Naturistitalia ha intervistato Gabriella Carrera, Presidente dell’A.n.ab, Associazione Naturista Abruzzese, sulla spiaggia naturista ufficiale di Punta Le Morge.

    1) Da quando la spiaggia è autorizzata legalmente?

    La spiaggia naturista Lido Punta Le Morge è stata autorizzata con delibera di Giunta del Comune di Torino di Sangro N.57, del 13 giugno2014. Successivamente è stata definitivamente individuata con delibera del consiglio comunale N. 26 del 30 giugno 2016.
    Con grande soddisfazione arrivammo al riconoscimento della prima spiaggia ufficialmente dedicata alla pratica naturista. Ad oggi la spiaggia di Lido Punta le Morge di Torino di Sangro (CH) rappresenta l’unica spiaggia naturista ufficialmente riconosciuta da un ente pubblico lungo tutta la costa Adriatica italiana, sebbene in Italia ce ne siano in totale 12, segno questo di una scarsa attenzione di questi territori al crescente fenomeno.

    2) Quali sono state le azioni, i passi, che avete dovuto fare per arrivare alla legalizzazione della pratica naturista sulla spiaggia?

    Il percorso è stato impegnativo ma abbiamo raggiunto con successo l’obiettivo sperato in una Regione che non si distingue per la prontezza ai cambiamenti o novità che vanno oltre la tradizione.
    Nel 2013, in seguito ad una positiva rete di contatti istituzionali, culminati in un convegno regionale tenutosi a Vasto e a cui hanno partecipato autorità regionali, provinciali e locali, in soli tre mesi si giunse all’approvazione di una legge regionale sul naturismo (LR 26/2013). Questo traguardo fu possibile grazie ad alcuni esponenti della Giunta e del Consiglio Regionale, che avevano sostenuto e auspicata l’approvazione della legge che si è palesata essere la più avanzata fra quelle approvate fino a ora. La legge è stata impostata, elaborata e definita dalla stessa associazione in collaborazione con gli allora promotori politici.
    Nel mese successivo dal 1 al 15 settembre 2013 presso il Camping Sangro, si tenne il “Grande Raduno Naturista nazionale” di fine estate che accolse ospiti da ogni dove.
    Dopo quell’evento, il consiglio direttivo Anab allora in carica, nell’autunno 2013, presentò 5 richieste di istituzione di una spiaggia naturista indirizzate ai comuni di Ortona, Vasto, Torino di Sangro, Roseto e Pineto. In seguito a tali istanze, il comune di Torino di Sangro, dopo una serie di consultazioni intervenuti con l’associazione Anab, deliberò l’istituzione dell’area destinata alla pratica naturista.

    3) Era a frequentazione naturista anche prima?

    Sì, ma prima dell’ufficiale riconoscimento era caratterizzata da una frequentazione storica sporadica e non organizzata.

    4) È stata utile l’esperienza fatta in precedenza con altre spiagge?

    Si, infatti abbiamo utilizzato come bozza di autorizzazione quella della spiaggia toscana di San Vincenzo, in quanto era sembrata la più semplice.

    5) Come sono le relazioni con la popolazione e le istituzioni locali? Quali sono state le loro
    reazioni?

    Al tempo dell’autorizzazione, le interazioni con le istituzioni politiche sono state positive, di ascolto e conoscenza della nuova realtà. È stata compresa l’importanza della pratica naturista sia a livello di benessere psico-fisico che come fonte di risorsa economica per tutto il territorio limitrofo. Con il cambio di amministrazione dal giugno 2018 la comunicazione si è resa più complessa, nonostante ciò noi siamo sempre a disposizione per una proficua collaborazione.

    6) Ci puoi raccontare la spiaggia dal punto di vista naturalistico e paesaggistico? Le sue
    caratteristiche?

    La spiaggia è costituita di sassi di media grandezza; il tratto si estende 200 metri di lunghezza e per circa 15 di profondità. L’accesso al mare è graduale e declina dolcemente.
    La frequentazione è libera e gratuita, il tratto interessato è caratterizzato da acque trasparenti e mare poco mosso.
    La spiaggia non dispone di servizi di ombreggio. Nelle immediate vicinanze sono nate due attività commerciali che forniscono servizi di ristorazione, parcheggio, servizi igienici e docce.
    A ridosso della spiaggia, si trova il Trabocco Comunale Punta Le Morge, presenza distintiva di questo tratto di litorale. Come gli altri trabocchi ancora visibili lungo il litorale abruzzese, molisano e garganico, si tratta di una scenografica costruzione in legno, assimilabile ad una palafitta, impiegata in passato per la pesca.
    Da segnalare anche la Riserva naturale Lecceta di Torino di Sangro, una delle aree naturali protette regionali, nella quale sono presenti numerose specie vegetali e animali.

    7) Come promuovete la conoscenza della spiaggia? Fate delle iniziative in loco?

    Durante tutto l’anno, attraverso i canali comunicativi a disposizione dell’associazione, viene effettuata un’intensa attività promozionale che riguarda l’offerta naturista della spiaggia.
    Sono stati presi accordi con testate giornalistiche locali per la realizzazione di una serie di articoli di presentazione e promozione. Cerchiamo inoltre di diffondere notizie riguardanti l’esistenza della spiaggia anche attraverso portali e spazi telematici all’estero per favorire la conoscenza e la frequentazione da tali luoghi.
    Durante la stagione estiva sia in spiaggia che in occasioni di eventi locali, effettuiamo un’attività di volantinaggio teso a far conoscere il naturismo e le possibilità che il territorio offre.
    Sono state inoltre sottoscritte diverse convenzioni con strutture ricettive e enogastronomiche presenti nelle immediate vicinanze allo scopo di poter ospitare i frequentatori.

    8) Che tipo di naturisti avete, che tipo di frequentazione?

    La presenza in spiaggia è molto ben distribuita anche sotto il profilo demografico.
    Ospitiamo naturisti di ogni età e provenienza, con una prevalenza di bagnanti locali e nazionali. La presenza dall’estero è minoritaria ma significativa. La frequentazione è sostanzialmente rilassata e gradevole durante tutta la stagione estiva.

    9) Malintenzionati e incidenti causati da chi fraintende o non sa cosa è un naturismo sano,
    educativo, famigliare? Cosa si può fare?

    Fra le 300 persone circa che arrivano nel fine settima nella stagione estiva, c’è sempre qualche persona che strumentalizza il contesto per ottenere altri obiettivi. Noi tendiamo ad agire con la massima discrezione ed autorevolezza consegnando il volantino che riporta il regolamento della spiaggia. Nella maggioranza dei casi, le persone comprendono l’errore commesso e tendono a lasciare la spiaggia.

    10) Ci sono altre possibilità in futuro per la diffusione del Naturismo in Abruzzo?

    La conformazione del litorale abruzzese è caratterizzata da ampie spiagge di sabbia, da una forte vocazione turistica e da un’antropizzazione costiera notevolmente sviluppata. Tale insieme di condizioni rende assai complesso riuscire ad individuare ampi spazi da concedere al Naturismo.
    Attualmente possiamo dire che la gestione di una spiaggia è già molto impegnativa, e cercheremo di proporre nuove opportunità ai naturisti abruzzesi quando la nostra associazione raggiungerà numeri e forze più consistenti.
    Concludo precisando che tanti nostri frequentatori ci chiedono notizie riguardanti l’esistenza o la nuova apertura di strutture ricettive naturiste. Tali opportunità, tuttora carenti, rappresenteranno nel prossimo futuro il nostro primario obiettivo di sviluppo.