Tag: naturisti

  • Ecosostenibilità  e attività  umane

    Ecosostenibilità  e attività  umane

    di Pino Fiorella

    ecosostenibilità

    Sul problema della sostenibilità dell’attività antropica, tempo fa la giornalista Patrice Poinsette rivolgeva alcune domande al professore Adriano Fabris, docente di Filosofia Morale all’Università di Pisa.

    Nella prima domanda posta al professore si chiedeva se fosse d’accordo sul fatto che avendo l’umanità alterato e manipolato a piacimento le leggi della natura, credendosi al di sopra di essa, adesso quella stessa natura sembra presentarci il conto. Ne è un esempio la diffusione planetaria del Coronavirus che ha dimostrato, invece, che noi siamo parte della natura, e che la natura è più potente di noi.

    Risponde il Fabris:

    Si è diffusa un’idea sbagliata. Si ritiene, grazie alle tecnologie, di poter manipolare i processi naturali a nostro uso e consumo e di controllarne gli effetti. Ma non è vero. La manipolazione produce effetti collaterali devastanti, come mostrano le emergenze ecologiche. Un controllo pieno della natura non ci potrà mai essere: vi sono eventi inaspettati, come quello relativi alla pandemia, appunto.

    La domanda successiva riguardava il nostro rapporto con la natura, che andrebbe ripensato per una “pacifica convivenza”, anche facendoci aiutare dalla lezione dei filosofi.

    Possiamo farlo abbandonando l’idea di avere potere su ogni cosa. Possiamo farlo rendendoci conto che siamo essere finiti, limitati. E che quindi dobbiamo interagire con i processi naturali, non semplicemente agire su di essi. E’ ciò che la filosofia ci insegna fin dal mondo antico: il fatto che siamo parte della natura, non creatori di essa.

    Un’altra domanda interessante si incentrava su che cosa fosse cambiato tra l’uomo-natura per gli antichi e l’uomo-natura per i moderni.

    È cambiato moltissimo. Nell’antichità l’essere umano era considerato una componente del cosmo e in esso doveva inserirsi al meglio. Nel mondo moderno il cosmo diventa un oggetto da conoscere e trasformare. L’essere umano se ne sente espulso e perde il suo equilibrio.

    Un altro problema è la salute: che cosa s’intendeva per “salute” in passato e che cosa intendiamo noi oggi per “salute”?

    Nel passato la salute era appunto questo equilibro tra le varie parti dell’essere umano: fisiche e psichiche. Oggi rischiamo di considerare la salute solo con il ripristino della piena funzionalità di un singolo organo, senza considerare la totalità dell’organismo, come recita la teoria olistica.

    In relazione ai due grandi spettri del nostro tempo, epidemia e cambiamento climatico, che sembra unire uomini e società, va individuata una differenza?

    La prima paura riguarda qualcosa che colpisce direttamente la nostra salute. La seconda paura concerne i processi che hanno effetti meno immediati, e che per questo spesso ce ne scordiamo. Ma la portata delle trasformazioni climatiche è profonda e duratura. Per questo è necessario che le nostre abitudini cambino davvero, e presto. Siamo capaci di farlo, e l’esperienza della pandemia ce lo dimostra.

    Fin qui il professor Adriano Fabris, mentre il Wwf, per mezzo della sua Presidente Donatella Bianchi, si pone la domanda di come immaginiamo il mondo che verrà. Per questo motivo il Wwf ha lanciato la campagna “Il mondo che verrà”, invitando tutti ad esprimere la propria opinione, la propria visione, le proprie speranze con un messaggio, con una proposta da postare sul sito del Wwf:

    Di fronte alla crisi è venuto il momento di scelte innovative per razionalizzare l’uso delle risorse naturali migliorando i meccanismi di produzione, che devono diventare sostenibili, e migliorando anche i modelli di consumo, che devono assolutamente essere responsabili. E’ venuto il momento di ridurre il debito naturale che continuiamo ad accumulare sulle spalle dei nostri figli.

    Da ciò se ne deduce, quindi, che occorrono delle linee guida che possano permettere una ricostruzione a partire dalla salute del pianeta e delle persone.

    Così, come tutti insieme abbiamo affrontato la crisi sanitaria”, dice Donatella Bianchi, “che ha provocato e continua a provocare tanti lutti e tante difficoltà all’Italia e al mondo intero, ora tutti insieme abbiamo la necessità di costruire il mondo che verrà, ossia il mondo dopo il Covid-19.

    E nel chiedere a tutti i cittadini di far sentire la propria voce, Donatella Bianchi prosegue:

    Abbiamo dimostrato grande coraggio e altruismo in questa prova che ci ha impegnato in una lunga serie di sacrifici per tutelare la nostra salute. Ora è il momento di dimostrare altrettanto coraggio e determinazione nel costruire il nostro futuro e quello dei nostri figli. Sia per quanto riguarda l’economia che per i nostri modelli di produzione e consumo dobbiamo ascoltare la scienza. Quella stessa scienza a cui ci affidiamo per superare il Coronavirus, e che ci dice, da tempo, che scelte concrete e sostenibili per mettere al sicuro il nostro capitale naturale non sono rimandabili. Il mondo che verrà dipende da noi, perché noi siamo le scelte che facciamo.

  • Body Shaming e Body Positivity

    Body Shaming e Body Positivity

    In questi ultimi anni si sono diffusi due termini: Body Shaming e Body Positivity.
    Per body shaming, o derisione del corpo, si intende l’atto di deridere una persona per il suo aspetto fisico, perché considerato non aderente ai presunti canoni estetici della cultura e della società in cui la vittima vive. Questo canone estetico, spesso lontano dalle caratteristiche di un corpo umano comune, è posto come normale e necessario per considerare una persona degna di rispetto: il corpo della vittima è al contrario considerato anormale, nonostante sia in genere più simile a quello della maggioranza della popolazione rispetto al modello estetico, e la vittima colpevolizzata e indotta alla vergogna: tale vergogna riduce l’autostima e può portare a malattie quali disturbi alimentari, ansia e depressione.
    Alcuni tipi di body shaming hanno origine antiche nella superstizione popolare, altri derivano da mode diffuse in tempi molto recenti. I canoni estetici cambiano da un luogo all’altro e con essi le forme di discriminazione.
    La derisione del corpo può colpire entrambi i sessi. Può essere aggravato dalla diffusione di non corretti modelli estetici nei mass media e nei social media e può sfociare in forme di bullismo e  cyberbullismo .

    Alla Body Shaming si contrappone la Body Positivity, ovvero un movimento di pensiero creato per rafforzare e mettere in luce come i corpi di uomini e donne possano avere più forme, più canoni estetici, tutti egualmente accettabili, da sé stessi in primis, e poi anche dagli altri. Tale movimento difende e sostiene l’accettazione di ogni tipo di corpo, al di là dell’età, del sesso, del peso, del colore della pelle, ecc.
    L’obiettivo è quello di evitare un radicamento di standard di bellezza irrealistici, dovuti anche a immagini alterate con strumenti elettronici quali Photoshop, e costruire una consapevolezza sociale dei nostri corpi reali, in modo da rafforzare una maggiore fiducia in sé stessi e negli altri, e dare dignità a ogni persona, di qualsiasi foggia possa essere.

    Noi naturisti pratichiamo da sempre la Body Positivity, anzi, essa è da sempre uno dei fondamenti del Naturismo, per il rispetto di sé stessi e degli altri, di qualsiasi età e genere siano.
    Due recenti esempi spiegano il concetto di Body Positivity meglio di mille parole: il progetto fotografico “Spiaggia Viva” dell’A.n.ab (Associazione Naturista Abruzzese), progetto del quale ne avevamo già parlato qui su Naturistitalia; e il recente progetto fotografico di Tito Borsa “Nessuna Vergogna”, realizzato ritraendo corpi di modelle non aderenti ai canoni imposti dalla società, dalla moda o dalla pubblicità, e abolendo categoricamente l’uso di Photoshop.

    Come dice l’autore, “hanno posato dalla ragazza che vuole fare la modella e viene scartata continuamente perché non ha il fisico ritenuto adatto, alle ragazze che hanno avuto problemi sociali per il proprio aspetto, a chi porta con fierezza vistose cicatrici, o anche chi semplicemente voleva posare nuda giusto per farlo, senza doversi preoccupare del giudizio degli altri. Hanno risposto all’appello persone bisessuali, tatuate, nere, bianche, etero, una grande varietà ma quasi tutte donne. Solo un ragazzo, che ha lavorato duramente perché non stava bene col corpo che aveva prima. Anche questa mi è sembrata body positivity. La cosa che mi piace trasmettere è che nel progetto non c’è alcun giudizio verso nessun tipo di corpo e che tutti possono sentirsi liberi di mostrarsi nudi, anche perché spesso è un atto terapeutico e liberatorio.”

    A ogni foto è affiancato un testo di Andrea Chiara Daniso che riassume le motivazioni che hanno spinto la persona ritratta a partecipare al progetto.

  • I vestiti “uccidono” le persone

    I vestiti “uccidono” le persone

    Vestiti

    Un videoclip della band americana Joywave, dove i vestiti sono pallottole sparate da armi tessili…

    Directed by DANIELS & Zak Stoltz vimeo.com/zstoltz
    DP Larkin Seiple
    AD Jesse Fleece
    Production Designer Jason Kisvarday
    Stylist Corban Poorboy
    Hair/Makeup Eleanor Marks
    Stunts Jess Harbeck
    Catering Stefanie Lynch
    Starring Sarah Hess
    Producer Jonathan Wang
    PM Judy Craig
    Exec Producer Candice Ouaknine
    Prettybird Productions

    Music video by Joywave performing Tongues (official video). (C)
    2014 Cultco Music / Hollywood Records, Inc.

  • L’Università diventa verde: in aumento gli studi ecologici in Italia

    L’Università diventa verde: in aumento gli studi ecologici in Italia

    Università verde

    Quando nel novembre 2019 l’acqua alta mise in ginocchio il capoluogo veneto, un professore di letteratura inglese dell’Università veneziana Ca’Foscari – Shaul Bassi – auspicò dalle colonne del New York Times un destino verde per la sua città.

    Da quell’articolo si sviluppò un progetto e in questi giorni Ca’ Foscari si appresta all’avvio del corso di laurea magistrale in Scienze Umane Ambientali (Environmental Humanities, in inglese) per l’anno accademico 2020/2021, rendendo la Serenissima l’unica città italiana ad erogare un insegnamento simile.
    «Venezia è una città simbolo dei problemi che i cambiamenti climatici hanno causato, ed è anche un luogo che da secoli sforna arte e pensiero per affrontare i problemi. È un crocevia di culture», conferma il Prof. Bassi, designato coordinatore del nuovo corso. Il Master’s Degree appena inaugurato, nato dalla commistione di discipline scientifiche e umanistiche, garantirà ai futuri ecologisti una preparazione di respiro internazionale, con 7 dipartimenti coinvolti, decine di conferenzieri e insegnanti bilingue.

    Aggiunge il Prof. Bassi: «Non esiste cultura senza conoscenza dell’Ambiente. L’emergenza ambientale è complessa, riguarda ogni aspetto della nostra esistenza e ci deve spingere a superare la dicotomia materie scientifiche/umanistiche. Divisione fuorviante: non esiste nessuna cultura senza conoscenza dell’Ambiente, non esiste conoscenza della Natura senza cultura».
    Ed è per questa ragione che un aspirante ecologo dovrà saper citare Popper come Haeckel. Quello a cui noi puntiamo è avere degli studenti con delle solide basi scientifiche e umanistiche, capaci di affrontare la Questione Ambientale».

    Il caso di Venezia non è che la punta dell’iceberg di un trend in crescita: il cammino verso la cultura della sostenibilità imboccato dagli atenei del Belpaese. In Italia i corsi di studio green stanno crescendo. Sono decine, infatti, le istituzioni universitarie italiane, pubbliche e private, che iniziano a organizzarsi intorno ai temi della tutela ecologica. Negli ultimi dieci anni, la crescita dei corsi ad impronta verde si è fatta sentire: stando ai numeri del CUN (Consiglio Universitario Nazionale), i cosiddetti Ecodegrees erano 17 nel 2014, 37 nel 2019 e si prospetta una crescita di 22 unità per l’anno corrente. Dalla Lombardia a Napoli, passando per Bologna e Sassari: dal percorso in agraria “sostenibile” di Brescia all’economia ambientale di Ferrara e di Siena.
    Spazio anche agli studi di bioingegneria, di cui La Sapienza di Roma è capofila. E a Napoli occhi puntati sul corso di “Biologia e Uso Sostenibile delle Risorse” della Federico II.

    E il mondo del lavoro? Quella degli atenei nostrani è una metamorfosi che non lascia indifferente il
    mercato e il mondo della formazione post–laurea.
    Valentina Perissinotto, docente e coordinatrice del Master in Green Management, Energy and CSR dell’Università Bocconi di Milano (primo al Mondo per ranking nel 2019), spiega che «temi come per esempio il benessere delle persone, il cambiamento climatico, l’efficienza energetica, la tutela delle risorse naturali e degli ecosistemi, l’economia circolare rappresentano un punto fondamentale nelle agende di tante aziende del settore privato e pubblico, di organizzazioni internazionali e governi. Il mercato chiede quindi un numero maggiore di profili con competenze in questi ambiti. Lo dimostra anche il tasso di occupazione: abbiamo raggiunto il 100% a un anno dal conseguimento del diploma. Per raggiungere l’auspicato cambio di paradigma verso un’economia più rispettosa di persone e ambiente, servono due ingredienti fondamentali: valori e competenze. Da un lato quindi, è fondamentale avere gli strumenti per rivedere i modelli economici, dall’altro è fondamentale creare un bagaglio di conoscenze e competenze a 360 gradi, unico modo per dare un contributo concreto e di valore».

  • La nudità nella storia antica

    La nudità nella storia antica

    La nudità

    Il sostantivo «nudità» è quello che meglio designa la fisicità della figura umana, la sua realtà corporea, ma anche quella interiore (“mettere l’anima a nudo”, “mettersi a nudo”).
    Infatti la nudità è da sempre a vario titolo oggetto di interesse, osservazione, studio e raffigurazione, iconica o figurativa come si direbbe in campo artistico, ma anche in ambito sociale e medico.

    L’evoluzione e rappresentazione del concetto di nudità si sviluppano continuamente nella storia, nelle arti e nelle scienze, assumendo talvolta un ruolo importante nei riti magico-religiosi, per scopi decorativi o come indice di appartenenza ad un certo rango.
    Nella storia umana la totale nudità accompagna la nascita dei primi esseri viventi, che per molto tempo si sono così reciprocamente osservati, realizzando in tal modo una primordiale visione di sé e dell’altro. Tale modalità di osservazione consentiva la valutazione di eventuali alterazioni del manto cutaneo, di anomalie del sembiante: da ciò nasce la diffusa convinzione che la Dermatologia sia stata la prima forma di Medicina
    praticata dall’uomo.
    In effetti la condizione di nudità era di per sé abituale nell’uomo primitivo, non ancora condizionato da credenze e consuetudini e ancor meno sottoposto a norme sociali e religiose, come invece è poi avvenuto nel corso dei secoli successivi.

    Si delinea così la storia della nudità, certamente sempre modulata in tutte le Ere in base a esigenze biologiche, variazioni ambientali, abitudini sociali e atteggiamenti culturali.
    Nel paradiso terrestre Adamo ed Eva vivono nudi fino a quando, con il compimento del peccato originale, prendono coscienza della differenza fra bene e male. La nudità quindi, dapprima simbolo di purezza e di candore, si tramuta nel suo contrario come fattore di tentazione e concupiscenza.

    Tuttavia nelle religioni ebraiche e cristiane delle origini la nudità continua ad essere condizione di innocenza e purezza, quale nudità in senso spirituale. Gesù Cristo e i primi Cristiani sono sempre nudi nel rito del Battesimo, come pure nella Crocifissione.
    Ma l’originario concetto della colpa commessa dai nostri progenitori e quindi della nudità, proibita perché contraria al pudore, è sempre presente nell’Antico Testamento. In particolare la malattia è considerata castigo divino perché conseguenza di un peccato e quindi impone che il malato, colpevole, venga visitato nudo dai sacerdoti e non dai medici profani.

    Infatti nel Talmud (II e I secolo a.C.), si afferma che «gli esami delle malattie della pelle, le eruzioni e la lebbra non spettano al medico, bensì al sacerdote». La diagnosi viene riconnessa alla colpa e valutata in base alla sua entità. La terapia, esclusivo dono di Dio, prevede che il malato venga abbandonato al suo destino e cacciato nudo dalla comunità tribale. In sintesi Dio è sanità, malattia è punizione e il sacerdote è medico.
    Questo primitivo comportamento durerà per molti secoli, creando un’enorme confusione dottrinale, e continui conflitti tra religione e scienza medica, fino all’Era Moderna.
    Ma in molte altre culture antiche (ad esempio in quelle mesopotamica, assiro-babilonese, persiana, fenicia) resta presente l’ambivalenza della nudità costantemente sospesa fra natura-salute-bellezza da un lato, e malattia-colpa-impudicizia-umiliazione dall’altro.

    Le più antiche testimonianze della condizione di nudità risalgono all’epoca preistorica, dalla quale ci giungono molti graffiti e incisioni rupestri presenti in diversi Paesi del mondo.
    Particolarmente significativa è la vivace scena di caccia delle Grotte di Lascaux (Francia, 15.000 a.C.). Ma anche nelle primitive sculture di Venere, databili intorno al 10.000 a.C., sono ben visibili seni, ombelichi, genitali e fianchi larghi, quali elementi beneauguranti per la caccia, la guerra e soprattutto per la fecondità.

    Ancora oggi alcune tribù africane e amazzoniche vivono nude o con un semplice laccio legato alla cintola; quelle della Nuova Guinea hanno come unico indumento baccelli di zucca quali foderi del pene come rituale o abbigliamento per la caccia, la guerra o altre attività quotidiane.

    Non è ancora certa la data della prima vestizione del genere umano: secondo alcune ricerche antropologiche risalirebbe a circa 70.000 anni orsono.
    Sappiamo che la specie umana nel corso della sua evoluzione ha gradualmente perso i peli e quindi ragionevolmente ha sempre più incrementato l’uso di vestiti per proteggere il corpo e la pelle dai fattori esterni. L’antropologia parla di pelli di animali, rami e foglie intrecciati per proteggersi da freddo, caldo, pioggia etc.

    Ötzi, la famosa mummia di Simulaun miracolosamente conservata intatta dalle nevi perenni delle Alpi della Val Venosta per circa 7000 anni, portava con sé un ampio corredo costituito da calzari, mantello e zaino in fibre vegetali, arco, faretra, frecce, pugnale di selce e ascia di rame, una riserva di semi e frutti, un contenitore di betulla con carbonella per il freddo e persino una scorta di Piptoporus betulinus, fungo che si sviluppa sulla corteccia della betulla, dalle scarsissime proprietà nutritive ma dotato di principi attivi antibiotici ed emostatici. Segno di un grande interesse per la protezione e la cura del corpo e della pelle fin dalle epoche più remote.

    Nell’antico Egitto i personaggi più importanti sono raffigurati nudi, o al massimo con un gonnellino sui fianchi e nelle rappresentazioni mediche o chirurgiche i pazienti appaiono completamente nudi (ad esempio nella Tomba di Anthmahor, 2400-2300 a.C.).
    Anche Geb il Dio della Terra e Nut la Dea del Cielo sono raffigurati nudi. La Regina Cleopatra, simbolo del ruolo e dell’indipendenza della donna, completamente nuda si immerge nelle acque e nei fanghi del Mar Morto per la cura della sua salute e bellezza. Ma sempre nell’Antico Egitto, contradditoriamente, la nudità viene imposta anche ai nemici sconfitti e agli schiavi, che vengono esposti nudi per sottolineare il loro stato di inferiorità politica e sociale. E questo comportamento ha purtroppo poi lungo corso nella storia umana, fino ai campi di concentramento nazisti.

    Nella cultura fenicio-punica sono diffuse statuette fittili di uomini e donne nudi con genitali ben evidenti per uno specifico riferimento alla fertilità e alla buona sorte. Ed anche i soldati e i nuotatori sono abitualmente riprodotti nudi a sottolineare la loro prestanza e buona salute.

    Nella mitologia greca molti Dei (Apollo, Afrodite/Venere, Diana) sono effigiati nudi per sottolineare il loro ruolo e l’importanza del loro corpo. Nella cultura greca la nudità è considerata simbolo di purezza e di distinzione sociale e perciò esercitata ufficialmente a scopo rituale, atletico, militare e medico-estetico. Come racconta Omero nell’Iliade, gli esseri umani devono presentarsi completamente spogliati di fronte ai giudici, anch’essi nudi, perché entrambi devono essere liberi da ogni riferimento di casta sociale per un miglior confronto fra anima e anima.

    Nell’antica Grecia delle origini, ovvero prima della Grecia classica o “di Pericle”, sorgeva la civiltà Minoica nelle isole di Creta e di Thera, i cui abitanti sono di regola raffigurati nudi: eloquenti testimonianze di queste abitudini L’acrobata di Cnosso a Creta e I pugilatori a Thera. Anche a Sparta la nudità era abituale, specie durante gli esercizi fisici e in particolare nei bagni pubblici, che erano anche luoghi dove praticare attività fisica (ginnastica dal greco gymnos= nudo, gymnasium=luogo per essere nudi) e in particolare per meglio esporre la cute al sole, ai venti ma ancor più al contatto benefico con le acque termali. Nella Grecia classica la nudità sottolinea l’importanza del corpo e dello spirito, dell’energia fisica e spirituale. Non a caso rappresenta una condizione di magnificazione dell’atleta, rappresentato per lo più nudo o raramente con il perizoma. E ciò specie in occasione dei Giochi Olimpici, importantissimo evento ginnico, sociale e politico che addirittura impone una tregua in ogni conflitto bellico.

    Persino le comuni e assai diffuse statuette votive devozionali raffigurano ragazzi completamente nudi. Questo perché la nudità è il tratto distintivo della scultura greca, volta a celebrare la bellezza ed intesa come proporzione delle parti rispetto all’intero.
    Capolavoro di tale «euritmia anatomica» sono i Bronzi di Riace. Quindi si può affermare che in Grecia si intendeva la nudità come simbolo di bellezza, libertà e salute.

    Il principio ispiratore di tutto l’operato del padre della Medicina, Ippocrate (460-377 a.C.), «observatio et ratio», prevede un’attenta visita al malato completamente nudo per meglio rilevare, indagare e curare le preziose “spie cutanee”, spesso espressioni esterne di oscure patologie interne. Dalla sua grande esperienza e riflessione scaturiscono numerose denominazioni di varie malattie, molte ancora oggi attuali.
    Ippocrate separa la sua medicina razionale da quella sacra, ovvero religiosa o teurgica.
    Come molti altri grandi scienziati, si circonda di estimatori ed allievi con i quali fonda la sua Scuola Medica di Kos, in linea con le precedenti Scuole Mediche di Alcmeone di Crotone (V sec. a.C.) che nel suo trattato De natura accenna anche a malattie della cute, di Empedocle di Agrigento (490-430 a.C.) e di Filistione di Locri che parla già di «respirazione cutanea». Areteo di Cappadocia (81-131 d.C.) per primo individua il Diabete e osserva che sulla pelle di tutti i malati compare frequentemente una desquamazione, indice di dermatite seborroica, psoriasi etc.

    L’annessione della Grecia da parte di Roma (146 a.C.) provocò una massiccia penetrazione di usi, costumi e arti nel mondo romano, anche nelle rappresentazioni teatrali: soprattutto con Plauto (Tito Maccio Plauto (250 circa-184 a.C.) e la sua nudatio mimarum, ovvero un vero e proprio spogliarello finale dei mimi che accompagnavano la recita.
    Lo storico greco Polibio (206-118 a.C.), studioso della nascita della Repubblica romana,
    scrive che i Celti combattevano nudi e parla di «uno spettacolo terribile…tutti uomini dal
    fisico splendido e nel fiore degli anni
    » (Storie II-28). Da qui anche la nudità più o meno
    completa dei lottatori romani delle origini.

    Anche fra i proto-Cristiani è presente l’ambivalenza della nudità fra innocenza e vergogna.
    Secondo la religione cristiana la nudità è però intesa come fragilità esistenziale e quindi anche come condizione assistenziale: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito…» (Matteo 25, 35-36).
    Poi nell’Alto Medioevo si diffonde e si rafforza un rifiuto del corpo in quanto nemico dello spirito e di conseguenza si instaura una condanna della nudità, ma nel Basso Medioevo con l’avvento Federico II di Svevia (1194-1250) la prospettiva si capovolge nuovamente e la cura del corpo e della pelle vengono rivalutate.

    E lungo una storia di “corsi e ricorsi” altalenanti fra esaltazione e condanna, riprese e abbandoni, la nudità nell’Illuminismo torna ad essere considerata un tabù e nell’epoca vittoriana addirittura oscena e indecente. Fino a quando un rinnovato interesse per la cultura greca, e la sua “mitizzazione” della nudità, propongono il nudismo collegato con il Naturismo. E’ la rivoluzionaria Freikörperkultur (cultura del corpo libero) degli inizi del ‘900, che si incrementa e si sviluppa in tutto il mondo, soprattutto occidentale, dopo la seconda guerra mondiale.
    In conclusione, la complessa e lunga storia evolutiva della nudità è sempre stata ciclica, e il suo futuro rimane aperto: sta anche, anzi soprattutto a noi naturisti fare in modo che sia favorevole.

  • Black’s Beach 1976, USA (video)

    Black’s Beach 1976, USA (video)

    Black's Beach

    Per chi ha scarsa conoscenza della storia, dello sviluppo e della situazione attuale del Naturismo nelle varie parti del mondo, è facile dire che gli Stati Uniti d’America sono una nazione dove il Naturismo/Nudismo è poco diffuso. Ma se da un lato una certa cultura sociale, che ha antiche radici storiche, alimenta una falsa morale sul diritto al nudo naturale delle persone, dall’altra una contro-cultura risalente all’Ottocento, unita alla disponibilità geografica di vasti spazi, hanno sempre tenuto viva l’idea e la pratica naturista.

    Oggi negli USA esistono due organizzazioni naturiste, l’American Association for Nude Recreation (AANR) e The Naturist Society (TNS), circa 150 strutture ricettive e una decina di spiagge legalmente autorizzate. Certamente numeri piccoli rispetto all’Europa e in rapporto alla vastità del territorio statunitense ma, come dicevamo sopra, proprio questi vasti spazi lungo le coste marine, laghi, fiumi, boschi e foreste, hanno permesso e permettono spesso un Naturismo “libero e selvaggio” in posti isolati o poco frequentati.

    La più antica e anche più estesa spiaggia ufficialmente autorizzata è quella di Black’s Beach a La Jolla, una località turistica californiana presso la città di San Diego.
    Legalmente riconosciuta dal 1977, e dal 1999 ridotta su 2 chilometri di battigia, la frequentazione naturista della spiaggia è iniziata negli anni ’60 del secolo scorso, per raggiungere l’apice della sua popolarità tra gli anni ’70 e gli albori del Duemila, quando nei week-end estivi veniva frequentata da decine di migliaia di persone.

    A testimonianza di questo, pubblichiamo un video girato sulla spiaggia di Black’s Beach nel 1976, quando rispetto a oggi c’erano forse più tolleranza e rispetto reciproco.

  • Per ridere un po’

    Per ridere un po’

    Dieci vignette per riderci un po’ su.
    E un’ultima che contiene un augurio e una speranza, per un mondo più giusto, più equilibrato, nel quale tutti possano esprimere sé stessi senza giudicarsi l’un l’altro.

    Dave Coverly
    Roman Bureš2
    Nate Fakes
    Coleman3
    Coleman5
    Roman Bureš1
    Coleman1
    Coleman2
    Coleman4
    Stephen Crowley
    Roman Bureš3
  • Corpo nudo e disuguaglianza sociale uomo-donna

    Corpo nudo e disuguaglianza sociale uomo-donna

    di Monia D’Ambrosio

    Tratto dal libro dell’autrice “Il corpo nudo, sociologia della nudità”, edito da Sylvia edizioni nel 2008.

    Corpo nudo
Iconoteque du Dr. Lartigue
    Iconoteque du Dr. Lartigue 

    Parlando del corpo, la prima evidente distinzione è quella tra uomo e donna.
    Al momento della nascita l’unica differenza di genere è data dal sesso del neonato e nient’altro, ma già da quel preciso istante, a seconda del sesso del nascituro, chiunque gli venga a contatto assumerà un atteggiamento rivolto, anche inconsciamente, a marcare la distinzione maschio- femmina, indirizzando così la formazione della sua personalità in base a una rappresentazione di genere in quel momento data esclusivamente da una diversità fisica.
    Basandosi sulla differenziazione biologica tra uomo e donna, si perviene a una distinzione culturale di genere fondata sull’uomo soldato e sulla donna madre. Le donne, in quanto sessualmente diverse dagli uomini, per essere riconosciute come soggetti portatrici di diritti e avere pari opportunità rispetto a essi, devono essere come gli uomini, pena la negazione del diritto di autonomia.

    La costruzione culturale del corpo ha creato differenze tra i sessi nella formazione della personalità: mentre la donna viene concepita come mero oggetto sessuale, oppure considerata esclusivamente come riproduttrice per la perpetuazione della specie, l’uomo, con la sua fisicità, viene eletto a soggetto forte, colui che ha potere: è chiaro che ciò influisce sui diversi percorsi di crescita e sui diversi modi di esprimersi attraverso il corpo. Nelle società che operano una marcata distinzione maschio/femmina su base eminentemente fisica, accade che differenze anche minime nella concezione del corpo finiscano per influenzare pesantemente il significato di maschio e femmina, portando inevitabilmente alla discriminazione sessuale.
    Le differenze di genere sono dunque un fortissimo prodotto della cultura sociale, che traduce la sessualità biologica in presunte differenze nella capacità di svolgere le attività umane con conseguente divisione del lavoro tra uomini e donne, creando quindi ad hoc differenze di genere tutt’altro che stabilite dalla natura.

    Tuttavia, vi è molto di più di una semplice divisione di compiti tra i due sessi: le differenze fisiche tra maschio e femmina, insite nei caratteri sessuali primari e secondari, sono oggetto di tabù ancestrali; gli attributi sessuali, oggi mercificati, sono quasi sempre totalmente nascosti, oppure (malamente, n.d.r.) ostentati in un gioco di vedo-nonvedo socialmente accettato.
    L’accettazione del nudo-naturismo implica il superamento dei tabù che fanno vergognare gli individui della loro identità sessuale, e demolisce la costruzione culturale di genere nei termini di superiorità/inferiorità, tornando piuttosto al concetto di persona, ricollocando la diversità sessuale nella sfera biologica.
    La società attuale, ancora in larga parte maschilista e patriarcale, non può accettare il nudo- naturismo (il nudo naturale, n.d.r.) perché l’uomo, che ancora oggi si sente superiore alla donna, vede quest’ultima come un bene di suo possesso in ambito famigliare: viceversa, la degrada a oggetto quando liberamente essa si espone nella pratica del nudismo, classificandola magari come prostituta, non potendo ammettere che la donna viva il proprio corpo e la propria identità sessuale liberamente e non in funzione del maschio.

    Ma la donna non può avere il tabù del corpo, in quanto la repressione della visibilità del corpo nudo è tutta maschile. E’ la donna, infatti, che da sempre pensa alle necessità del corpo dei membri della famiglia, dei bambini, dei vecchi e dei malati: nutre, pulisce, veste, accudisce, si occupa del loro corpo.
    E così, specialmente la donna, che tanta dimestichezza ha con il corpo, si trova a vivere la propria corporeità come se fosse altro rispetto alla sua stessa personalità, in una innaturale disunione corpo-mente, dato che il corpo della donna, nella cultura patriarcale, altro non è che un mezzo per il piacere dell’uomo e per la procreazione.
    L’uomo maschilista crede che la nudità della donna sia a suo uso e consumo; la nudità femminile (malamente veicolata nel vedo-non vedo sopra citata, n.d.r.) attrae nelle pubblicità e nelle copertine delle riviste, che con questo espediente inducono più uomini ad acquistare, perché ne sono inevitabilmente attratti.

    Essendo preclusa dalla società la convivenza naturale con la donna senza le vesti, il maschilista viene attratto in maniera deviata dal nudo femminile, restandone affascinato e temendolo al tempo stesso. Nei riguardi della propria compagna non può che essere geloso della sua eventuale nudità naturale, e non ne ammette la nudità agli occhi degli altri; la pretende addomesticata, mentre lui si compiace di vedere altre donne nude, spesso magari in situazioni e atteggiamenti volgari. I caratteri sessuali femminili sembrano dunque relegati a due ambiti dicotomici: il letto e la prostituzione.
    L’uomo maschilista non si spoglia neppure lui, benché ciò possa apparire in contrasto con quanto finora affermato: l’atteggiamento di svalutazione che molti uomini hanno verso le donne è un tentativo inconscio di controllare una situazione in cui si sentono in posizione di svantaggio, oppure cercano di attenuare il minaccioso potere della donna incutendo paura, fisica e/o psicologica, in maniera conscia o inconscia, o con l’ostilità, entrambe volte a un atteggiamento di dominio che ha lo scopo di sottometterla.
    Si tratta dunque di un’eccessiva sessualizzazione del corpo, che evidenziano innaturalezza e affidano alla mera fisicità le zone erogene, esaltandole o mortificandole in maniera esagerata.

  • A Lido di Dante legalizzato il naturismo

    A Lido di Dante legalizzato il naturismo

    Lido di Dante

    Finalmente, dopo molti anni, la storica spiaggia a frequentazione naturista di Lido di Dante (Ravenna) ha ottenuto l’ufficializzazione ai sensi della legge regionale sul naturismo.
    Lo scorso 24 giugno il Sindaco di Ravenna, Michele de Pascale, ha firmato un ordinanza comunale, che autorizza il Naturismo nel tratto di spiaggia denominato “La Bassona”.

    A pochi chilometri da Ravenna, famosa per i mosaici bizantini patrimonio UNESCO, è una zona di grande valore naturalistico e ambientale, ricca di tutele, per la quale l’ordinanza ha un duplice scopo: da una parte di mettere a disposizione di questa forma di turismo in forte crescita una delle spiagge del litorale; dall’altra di regolamentarne la fruizione evitando episodi estranei all’esperienza balneare e nel totale rispetto del valore naturale di questi luoghi inseriti all’interno della Riserva Naturale del Bevano.

    Il tratto di spiaggia naturista è stato suddiviso in due aree, entrambe con torrette di controllo e bagnino addetto al controllo e salvataggio.
    L’ordinanza è in vigore dal 25 giugno al 13 settembre, in modo da preservare il periodo di nidificazione dell’avifauna.
    Si tratta di un riconoscimento che l’Aner, Associazione Naturista Emilia-Romagna, chiedeva da anni.

    Gli utilizzatori dovranno provvedere a tenere pulito lo spazio utilizzato portando via ogni rifiuto e dovranno conferire correttamente i rifiuti prodotti negli appositi contenitori. Nell’area vige inoltre il divieto di fumo sulla battigia e abbandono di rifiuti prodotti da fumo.
    L’accesso all’area dovrà avvenire utilizzando esclusivamente l’arenile o gli stradelli, vietando conseguentemente, al fine di preservare l’ecosistema dunoso, l’occupazione, il passaggio e l’attraversamento della duna costiera, al di fuori degli stradelli.
    Nell’area 2 (vedi foto planimetria) resta inoltre vigente il divieto di attendamento, campeggio e ombreggio con ombrelloni o altre strutture temporanee anche realizzate con legname spiaggiato.

    Ricordiamo a tutti le norme emergenza Covid-19 da tenere in spiaggia libera:

    1. Evitare sempre contatti ravvicinati mantenendo la distanza di almeno 1 metro.
    2. Evitare qualsiasi tipo di assembramento.
    3. Nei luoghi affollati, dove non è possibile mantenere un distanziamento di almeno 1 metro, coprirsi bocca e naso con mascherina.
    4. Gli ombrelloni (o altri sistemi di ombreggio) devono essere posizionati in maniera da garantire una superficie di almeno 12 mq (3 ml x 4 ml) per ogni ombrellone. Deve essere garantita la distanza di almeno 1,5 metri fra le attrezzature di spiaggia (lettini, sedie a sdraio e simili) se non posizionate sotto l’ombrellone.
    5. È vietato sostare sulla battigia.
    6. È vietata la pratica ludico-sportiva di gruppo che può creare assembramenti. Mentre sono consentiti gli sport individuali, nel rispetto delle misure di distanziamento interpersonale.
  • Naturismo, la scienza del limite

    Naturismo, la scienza del limite

    di Pino Fiorella

    Scienza del limite

    Naturismo scienza del limite è un concetto formulato da Daniele Agnoli (1927-2013), grande scrittore naturista, in tempi ormai lontani e non sospetti, visto quanto sta accadendo al nostro pianeta in termini di inquinamento e depauperamento delle sue non inesauribili risorse. Questa espressione colpisce per la sua profondità e originalità, in quanto rappresenta una di quelle intuizioni che sinteticamente danno del Naturismo una definizione perfetta.

    Ma prima di addentrarci a spiegare il motivo per cui il Naturismo è stato definito “la scienza del limite” è necessario fare un passo indietro nel tempo.

    Correva l’anno 1933 quando Lamberto Paoletti (1881-1954) pubblicava il suo bel libro “Naturismo – Arte del Vivere”. Seguirono poi altre due edizioni del suddetto volume, la seconda nel 1942 e la terza nel 1945. Poiché, data l’epoca e il regime che da un ventennio governava l’Italia, e nonostante Mussolini si fosse professato “naturista”, il Paoletti mise un po’ in secondo piano l’istanza nudista, che invece è un connotato essenziale del pensiero naturista. La definizione però da lui coniata di “naturismo come arte del vivere” doveva rivelarsi oltremodo azzeccata e soprattutto pertinente. Il
    Paoletti, oltre che avvocato e professore, era uomo di una cultura non comune che seppe mettere al servizio del movimento naturista. L’avvocato/professore, dopo aver vissuto a lungo in Germania, aderì fin dal 1901 al Naturismo, e in seguito costituì l’Unione Naturista Italiana fondando il relativo organo ufficiale che chiamò “L’idea naturista”.

    Daniele Agnoli, nella sua “Storia del Naturismo in Italia“, ci dice che il Naturismo del Paoletti, che definisce umanista, economista e filosofo, è da ricollegarsi al movimento riformista della vita denominato “Lebensreform” e al “Naturisme” originario dei naturisti francesi, più che alla “Nacktkultur”, cioè al naturismo nudista tedesco successivamente ribattezzato “Freikorperkultur”. Il suo libro, “Naturismo – Arte del Vivere”, ricevette allora critiche lusinghiere dai più importanti quotidiani dell’epoca, da giornali, riviste e da pubblicazioni specializzate di medicina, sia in Italia che all’estero.

    Nel primo capitolo, dopo aver sgombrato il campo dai soliti equivoci che pretendono di vedere nel Naturismo un ingenuo e utopistico ritorno ad mondo primitivo (ormai definitivamente scomparso ad eccezione di alcune ancora esistenti popolazioni dell’Amazzonia, della Papuasia e dello Yucatan), il Paoletti spiega che cos’è il naturismo. E lo fa dicendo che

    Una volta gli uomini, tanto erano sprofondati nella ricerca dell’assoluta perfezione spirituale e dell’assoluta beatitudine che finirono per dimenticarsi nientemeno che di se stessi. E allora si decisero a cambiar rotta, percorrendo una nuova strada che si chiamò Umanesimo e Rinascimento.

    Prima però dell’affermarsi di questi due movimenti culturali, fondamentali per il progresso dell’umanità, che culminarono dopo l’Illuminismo con la Rivoluzione Francese, gli uomini, continua il Paoletti, si erano per così dire “dimenticati” di appartenere anch’essi alla categoria degli esseri viventi, “dimenticandosi” del fatto che tutti gli esseri viventi devono obbedire ad un complesso di leggi naturali aventi lo scopo di assicurare ad un organismo non solo la sopravvivenza, ma anche un minimo di salute e di benessere (essendo persona colta si era rifatto a Schopenhauer che diceva: “L’uomo è un burattino nella mani della natura”).

    La scienza aveva quindi dimenticato l’uomo, erano stati dimenticati i sentimenti e per di più, quello stesso uomo, sarebbe stato in seguito travolto dal determinismo tecnologico e da quello economico. Il Naturismo ha ovviato, per così dire, a questo “inconveniente” recuperando l’uomo e la centralità della sua posizione nella società.

    Il Naturismo, che ripetiamo non è contro la scienza e la tecnologia, ritiene che sia stato giusto utilizzare le macchine per liberare l’uomo dalla fatica di lavori massacranti e in genere dalla schiavitù del lavoro, ma il naturismo ritiene anche che sia stato un errore varcare i limiti dello sviluppo, cioè quei limiti imposti dalle leggi della natura che prevedono la trasformazione e il continuo riciclo, non la distruzione di tutto ciò che esiste su questa nostra “piccola” Terra.
    Per il Naturismo, infatti, non c’è posto per l’egoismo che in una parte del mondo sperpera risorse in modo dissennato, mentre nell’altra parte si lotta soltanto per la sopravvivenza; non c’è posto per la presunzione, tipicamente umana, di poter modellare la natura a piacimento o, peggio ancora, di
    sottometterla; non c’è posto per il “peccato” di orgoglio, perché la nudità è un atto di umiltà che ci mette di fronte alla nostra fragilità.

    Il Naturismo è quindi per il Paoletti quell’ “‘arte del vivere” che in Daniele Agnoli diventa “scienza del limite”. Sono entrambe definizioni che bene spiegano il senso profondo dell’espressione “vivere in armonia con la natura” coniata nel 1974 dalla Federazione Naturista Internazionale, e che molti ripetono banalmente senza comprenderne il significato. Socrate ha scritto: “Non il vivere è da tenere in pregio, ma il vivere degnamente”.

    “L’arte del vivere” del Paoletti, cioè naturismo, fa pertanto riferimento a quel “vivere degnamente” espresso così sinteticamente ma compiutamente da Socrate. Ma per vivere degnamente occorre vivere rispettando la “legge del limite” codificata dalla natura per perpetuare la vita sulla Terra. E’ proprio alla “legge del limite” che i principi del naturismo si ispirano e in virtù dei quali è stata coniata l’espressione “vivere in armonia con la natura”. Da ciò si evince che “naturismo arte del vivere” e “naturismo scienza del limite” sono il “concentrato culturale” dell’idea naturista.

    Ma vediamo in dettaglio di analizzare i due concetti. Scorrendo le pagine del libro del Paoletti scopriamo infatti che l’arte del vivere è la scienza che si occupa dell’applicazione dei principi dell’idea naturista nella vita quotidiana, dei vantaggi che ne derivano in campo medico sfruttando, nei limiti del possibile e dell’efficacia terapeutica, le cosiddette “cure naturali”, aria, luce, acqua, sole, ecc.

    L’arte del vivere naturista significa per il Paoletti condurre una vita semplice, avere desideri moderati, osservare una scrupolosa igiene corporale, bandire fumo e alcool, vivere il più possibile all’aria aperta, dare un taglio netto all’ipernutrizione, prima responsabile dell’obesità. Ciò non vuol dire però che il Naturismo sia una filosofia di vita fatta di rinunce: il Naturismo non è rinuncia, ma rinsavimento, rispetto per le esigenze del corpo, drastico ridimensionamento del ruolo del vestito, diversa progettualità urbanistica e architettonica, rinnovamento etico, rivalutazione della funzione sessuale.

    La “scienza del limite” di Agnoli va oltre le enunciazioni del Paoletti, perché al contrario di questi, a causa della repressione fascista, in Agnoli non vi è alcuna reticenza in relazione al nudismo. La scienza del limite, cioè la “scienza naturista”, è quella “scienza” che tiene conto dei limiti imposti all’uomo dalla natura interna e dalla natura esterna. Infatti il Naturismo altro non è che sintesi di ecologia umana ed ecologia dell’ambiente.

    Oggi si parla tanto di inquinamento ambientale, oggi più di ieri nonostante il problema abbia radici lontane e risalirebbe addirittura al tempo dei Romani (sono state trovate zone inquinate dalla lavorazione del piombo). Noi di una certa età ricordiamo come l’uso del carbone come combustibile per l’industria e per le abitazioni private, usato in Italia fino al 1960, creasse una terrificante cappa di smog sulle città iperindustrializzate del Nord. Oggi è l’uso del petrolio, come fonte energetica primaria, a creare i maggiori problemi d’inquinamento atmosferico. Anche il mare non è esente da questo pericolo a causa delle gigantesche dimensioni dalle superpetroliere che solcano incessantemente gli oceani e che sovente sono responsabili di catastrofi ambientali. Ai giorni nostri si è poi aggiunto il problema della plastica, altro terribile inquinante: oltre alle microplastiche, sono state scoperte negli oceani gigantesche isole di plastica.

    Naturismo come “scienza del limite” significa autolimitazione, sia in relazione alla distruzione non pianificata delle risorse, sia nei confronti del numero spropositato di bisogni, creati ad arte dalla società edonistico-consumistica.
    Il Naturismo non è una fuga dalla società e neanche dalla tecnologia, essendo questa utile e necessaria. L’autolimitazione, che deriva dal buon senso, è il principio in base al quale l’uomo dovrà necessariamente impostare la sua vita futura al fine di vivere in equilibrio con la natura, condizione necessaria per non distruggere questo nostro pianeta che racchiude il miracolo della vita e che ci appare così piccolo e così indifeso nell’immensità dell’universo.