Autore: Andrea Contini

  • Corpo nudo e disuguaglianza sociale uomo-donna

    Corpo nudo e disuguaglianza sociale uomo-donna

    di Monia D’Ambrosio

    Tratto dal libro dell’autrice “Il corpo nudo, sociologia della nudità”, edito da Sylvia edizioni nel 2008.

    Corpo nudo
Iconoteque du Dr. Lartigue
    Iconoteque du Dr. Lartigue 

    Parlando del corpo, la prima evidente distinzione è quella tra uomo e donna.
    Al momento della nascita l’unica differenza di genere è data dal sesso del neonato e nient’altro, ma già da quel preciso istante, a seconda del sesso del nascituro, chiunque gli venga a contatto assumerà un atteggiamento rivolto, anche inconsciamente, a marcare la distinzione maschio- femmina, indirizzando così la formazione della sua personalità in base a una rappresentazione di genere in quel momento data esclusivamente da una diversità fisica.
    Basandosi sulla differenziazione biologica tra uomo e donna, si perviene a una distinzione culturale di genere fondata sull’uomo soldato e sulla donna madre. Le donne, in quanto sessualmente diverse dagli uomini, per essere riconosciute come soggetti portatrici di diritti e avere pari opportunità rispetto a essi, devono essere come gli uomini, pena la negazione del diritto di autonomia.

    La costruzione culturale del corpo ha creato differenze tra i sessi nella formazione della personalità: mentre la donna viene concepita come mero oggetto sessuale, oppure considerata esclusivamente come riproduttrice per la perpetuazione della specie, l’uomo, con la sua fisicità, viene eletto a soggetto forte, colui che ha potere: è chiaro che ciò influisce sui diversi percorsi di crescita e sui diversi modi di esprimersi attraverso il corpo. Nelle società che operano una marcata distinzione maschio/femmina su base eminentemente fisica, accade che differenze anche minime nella concezione del corpo finiscano per influenzare pesantemente il significato di maschio e femmina, portando inevitabilmente alla discriminazione sessuale.
    Le differenze di genere sono dunque un fortissimo prodotto della cultura sociale, che traduce la sessualità biologica in presunte differenze nella capacità di svolgere le attività umane con conseguente divisione del lavoro tra uomini e donne, creando quindi ad hoc differenze di genere tutt’altro che stabilite dalla natura.

    Tuttavia, vi è molto di più di una semplice divisione di compiti tra i due sessi: le differenze fisiche tra maschio e femmina, insite nei caratteri sessuali primari e secondari, sono oggetto di tabù ancestrali; gli attributi sessuali, oggi mercificati, sono quasi sempre totalmente nascosti, oppure (malamente, n.d.r.) ostentati in un gioco di vedo-nonvedo socialmente accettato.
    L’accettazione del nudo-naturismo implica il superamento dei tabù che fanno vergognare gli individui della loro identità sessuale, e demolisce la costruzione culturale di genere nei termini di superiorità/inferiorità, tornando piuttosto al concetto di persona, ricollocando la diversità sessuale nella sfera biologica.
    La società attuale, ancora in larga parte maschilista e patriarcale, non può accettare il nudo- naturismo (il nudo naturale, n.d.r.) perché l’uomo, che ancora oggi si sente superiore alla donna, vede quest’ultima come un bene di suo possesso in ambito famigliare: viceversa, la degrada a oggetto quando liberamente essa si espone nella pratica del nudismo, classificandola magari come prostituta, non potendo ammettere che la donna viva il proprio corpo e la propria identità sessuale liberamente e non in funzione del maschio.

    Ma la donna non può avere il tabù del corpo, in quanto la repressione della visibilità del corpo nudo è tutta maschile. E’ la donna, infatti, che da sempre pensa alle necessità del corpo dei membri della famiglia, dei bambini, dei vecchi e dei malati: nutre, pulisce, veste, accudisce, si occupa del loro corpo.
    E così, specialmente la donna, che tanta dimestichezza ha con il corpo, si trova a vivere la propria corporeità come se fosse altro rispetto alla sua stessa personalità, in una innaturale disunione corpo-mente, dato che il corpo della donna, nella cultura patriarcale, altro non è che un mezzo per il piacere dell’uomo e per la procreazione.
    L’uomo maschilista crede che la nudità della donna sia a suo uso e consumo; la nudità femminile (malamente veicolata nel vedo-non vedo sopra citata, n.d.r.) attrae nelle pubblicità e nelle copertine delle riviste, che con questo espediente inducono più uomini ad acquistare, perché ne sono inevitabilmente attratti.

    Essendo preclusa dalla società la convivenza naturale con la donna senza le vesti, il maschilista viene attratto in maniera deviata dal nudo femminile, restandone affascinato e temendolo al tempo stesso. Nei riguardi della propria compagna non può che essere geloso della sua eventuale nudità naturale, e non ne ammette la nudità agli occhi degli altri; la pretende addomesticata, mentre lui si compiace di vedere altre donne nude, spesso magari in situazioni e atteggiamenti volgari. I caratteri sessuali femminili sembrano dunque relegati a due ambiti dicotomici: il letto e la prostituzione.
    L’uomo maschilista non si spoglia neppure lui, benché ciò possa apparire in contrasto con quanto finora affermato: l’atteggiamento di svalutazione che molti uomini hanno verso le donne è un tentativo inconscio di controllare una situazione in cui si sentono in posizione di svantaggio, oppure cercano di attenuare il minaccioso potere della donna incutendo paura, fisica e/o psicologica, in maniera conscia o inconscia, o con l’ostilità, entrambe volte a un atteggiamento di dominio che ha lo scopo di sottometterla.
    Si tratta dunque di un’eccessiva sessualizzazione del corpo, che evidenziano innaturalezza e affidano alla mera fisicità le zone erogene, esaltandole o mortificandole in maniera esagerata.

  • A Lido di Dante legalizzato il naturismo

    A Lido di Dante legalizzato il naturismo

    Lido di Dante

    Finalmente, dopo molti anni, la storica spiaggia a frequentazione naturista di Lido di Dante (Ravenna) ha ottenuto l’ufficializzazione ai sensi della legge regionale sul naturismo.
    Lo scorso 24 giugno il Sindaco di Ravenna, Michele de Pascale, ha firmato un ordinanza comunale, che autorizza il Naturismo nel tratto di spiaggia denominato “La Bassona”.

    A pochi chilometri da Ravenna, famosa per i mosaici bizantini patrimonio UNESCO, è una zona di grande valore naturalistico e ambientale, ricca di tutele, per la quale l’ordinanza ha un duplice scopo: da una parte di mettere a disposizione di questa forma di turismo in forte crescita una delle spiagge del litorale; dall’altra di regolamentarne la fruizione evitando episodi estranei all’esperienza balneare e nel totale rispetto del valore naturale di questi luoghi inseriti all’interno della Riserva Naturale del Bevano.

    Il tratto di spiaggia naturista è stato suddiviso in due aree, entrambe con torrette di controllo e bagnino addetto al controllo e salvataggio.
    L’ordinanza è in vigore dal 25 giugno al 13 settembre, in modo da preservare il periodo di nidificazione dell’avifauna.
    Si tratta di un riconoscimento che l’Aner, Associazione Naturista Emilia-Romagna, chiedeva da anni.

    Gli utilizzatori dovranno provvedere a tenere pulito lo spazio utilizzato portando via ogni rifiuto e dovranno conferire correttamente i rifiuti prodotti negli appositi contenitori. Nell’area vige inoltre il divieto di fumo sulla battigia e abbandono di rifiuti prodotti da fumo.
    L’accesso all’area dovrà avvenire utilizzando esclusivamente l’arenile o gli stradelli, vietando conseguentemente, al fine di preservare l’ecosistema dunoso, l’occupazione, il passaggio e l’attraversamento della duna costiera, al di fuori degli stradelli.
    Nell’area 2 (vedi foto planimetria) resta inoltre vigente il divieto di attendamento, campeggio e ombreggio con ombrelloni o altre strutture temporanee anche realizzate con legname spiaggiato.

    Ricordiamo a tutti le norme emergenza Covid-19 da tenere in spiaggia libera:

    1. Evitare sempre contatti ravvicinati mantenendo la distanza di almeno 1 metro.
    2. Evitare qualsiasi tipo di assembramento.
    3. Nei luoghi affollati, dove non è possibile mantenere un distanziamento di almeno 1 metro, coprirsi bocca e naso con mascherina.
    4. Gli ombrelloni (o altri sistemi di ombreggio) devono essere posizionati in maniera da garantire una superficie di almeno 12 mq (3 ml x 4 ml) per ogni ombrellone. Deve essere garantita la distanza di almeno 1,5 metri fra le attrezzature di spiaggia (lettini, sedie a sdraio e simili) se non posizionate sotto l’ombrellone.
    5. È vietato sostare sulla battigia.
    6. È vietata la pratica ludico-sportiva di gruppo che può creare assembramenti. Mentre sono consentiti gli sport individuali, nel rispetto delle misure di distanziamento interpersonale.
  • Naturismo, la scienza del limite

    Naturismo, la scienza del limite

    di Pino Fiorella

    Scienza del limite

    Naturismo scienza del limite è un concetto formulato da Daniele Agnoli (1927-2013), grande scrittore naturista, in tempi ormai lontani e non sospetti, visto quanto sta accadendo al nostro pianeta in termini di inquinamento e depauperamento delle sue non inesauribili risorse. Questa espressione colpisce per la sua profondità e originalità, in quanto rappresenta una di quelle intuizioni che sinteticamente danno del Naturismo una definizione perfetta.

    Ma prima di addentrarci a spiegare il motivo per cui il Naturismo è stato definito “la scienza del limite” è necessario fare un passo indietro nel tempo.

    Correva l’anno 1933 quando Lamberto Paoletti (1881-1954) pubblicava il suo bel libro “Naturismo – Arte del Vivere”. Seguirono poi altre due edizioni del suddetto volume, la seconda nel 1942 e la terza nel 1945. Poiché, data l’epoca e il regime che da un ventennio governava l’Italia, e nonostante Mussolini si fosse professato “naturista”, il Paoletti mise un po’ in secondo piano l’istanza nudista, che invece è un connotato essenziale del pensiero naturista. La definizione però da lui coniata di “naturismo come arte del vivere” doveva rivelarsi oltremodo azzeccata e soprattutto pertinente. Il
    Paoletti, oltre che avvocato e professore, era uomo di una cultura non comune che seppe mettere al servizio del movimento naturista. L’avvocato/professore, dopo aver vissuto a lungo in Germania, aderì fin dal 1901 al Naturismo, e in seguito costituì l’Unione Naturista Italiana fondando il relativo organo ufficiale che chiamò “L’idea naturista”.

    Daniele Agnoli, nella sua “Storia del Naturismo in Italia“, ci dice che il Naturismo del Paoletti, che definisce umanista, economista e filosofo, è da ricollegarsi al movimento riformista della vita denominato “Lebensreform” e al “Naturisme” originario dei naturisti francesi, più che alla “Nacktkultur”, cioè al naturismo nudista tedesco successivamente ribattezzato “Freikorperkultur”. Il suo libro, “Naturismo – Arte del Vivere”, ricevette allora critiche lusinghiere dai più importanti quotidiani dell’epoca, da giornali, riviste e da pubblicazioni specializzate di medicina, sia in Italia che all’estero.

    Nel primo capitolo, dopo aver sgombrato il campo dai soliti equivoci che pretendono di vedere nel Naturismo un ingenuo e utopistico ritorno ad mondo primitivo (ormai definitivamente scomparso ad eccezione di alcune ancora esistenti popolazioni dell’Amazzonia, della Papuasia e dello Yucatan), il Paoletti spiega che cos’è il naturismo. E lo fa dicendo che

    Una volta gli uomini, tanto erano sprofondati nella ricerca dell’assoluta perfezione spirituale e dell’assoluta beatitudine che finirono per dimenticarsi nientemeno che di se stessi. E allora si decisero a cambiar rotta, percorrendo una nuova strada che si chiamò Umanesimo e Rinascimento.

    Prima però dell’affermarsi di questi due movimenti culturali, fondamentali per il progresso dell’umanità, che culminarono dopo l’Illuminismo con la Rivoluzione Francese, gli uomini, continua il Paoletti, si erano per così dire “dimenticati” di appartenere anch’essi alla categoria degli esseri viventi, “dimenticandosi” del fatto che tutti gli esseri viventi devono obbedire ad un complesso di leggi naturali aventi lo scopo di assicurare ad un organismo non solo la sopravvivenza, ma anche un minimo di salute e di benessere (essendo persona colta si era rifatto a Schopenhauer che diceva: “L’uomo è un burattino nella mani della natura”).

    La scienza aveva quindi dimenticato l’uomo, erano stati dimenticati i sentimenti e per di più, quello stesso uomo, sarebbe stato in seguito travolto dal determinismo tecnologico e da quello economico. Il Naturismo ha ovviato, per così dire, a questo “inconveniente” recuperando l’uomo e la centralità della sua posizione nella società.

    Il Naturismo, che ripetiamo non è contro la scienza e la tecnologia, ritiene che sia stato giusto utilizzare le macchine per liberare l’uomo dalla fatica di lavori massacranti e in genere dalla schiavitù del lavoro, ma il naturismo ritiene anche che sia stato un errore varcare i limiti dello sviluppo, cioè quei limiti imposti dalle leggi della natura che prevedono la trasformazione e il continuo riciclo, non la distruzione di tutto ciò che esiste su questa nostra “piccola” Terra.
    Per il Naturismo, infatti, non c’è posto per l’egoismo che in una parte del mondo sperpera risorse in modo dissennato, mentre nell’altra parte si lotta soltanto per la sopravvivenza; non c’è posto per la presunzione, tipicamente umana, di poter modellare la natura a piacimento o, peggio ancora, di
    sottometterla; non c’è posto per il “peccato” di orgoglio, perché la nudità è un atto di umiltà che ci mette di fronte alla nostra fragilità.

    Il Naturismo è quindi per il Paoletti quell’ “‘arte del vivere” che in Daniele Agnoli diventa “scienza del limite”. Sono entrambe definizioni che bene spiegano il senso profondo dell’espressione “vivere in armonia con la natura” coniata nel 1974 dalla Federazione Naturista Internazionale, e che molti ripetono banalmente senza comprenderne il significato. Socrate ha scritto: “Non il vivere è da tenere in pregio, ma il vivere degnamente”.

    “L’arte del vivere” del Paoletti, cioè naturismo, fa pertanto riferimento a quel “vivere degnamente” espresso così sinteticamente ma compiutamente da Socrate. Ma per vivere degnamente occorre vivere rispettando la “legge del limite” codificata dalla natura per perpetuare la vita sulla Terra. E’ proprio alla “legge del limite” che i principi del naturismo si ispirano e in virtù dei quali è stata coniata l’espressione “vivere in armonia con la natura”. Da ciò si evince che “naturismo arte del vivere” e “naturismo scienza del limite” sono il “concentrato culturale” dell’idea naturista.

    Ma vediamo in dettaglio di analizzare i due concetti. Scorrendo le pagine del libro del Paoletti scopriamo infatti che l’arte del vivere è la scienza che si occupa dell’applicazione dei principi dell’idea naturista nella vita quotidiana, dei vantaggi che ne derivano in campo medico sfruttando, nei limiti del possibile e dell’efficacia terapeutica, le cosiddette “cure naturali”, aria, luce, acqua, sole, ecc.

    L’arte del vivere naturista significa per il Paoletti condurre una vita semplice, avere desideri moderati, osservare una scrupolosa igiene corporale, bandire fumo e alcool, vivere il più possibile all’aria aperta, dare un taglio netto all’ipernutrizione, prima responsabile dell’obesità. Ciò non vuol dire però che il Naturismo sia una filosofia di vita fatta di rinunce: il Naturismo non è rinuncia, ma rinsavimento, rispetto per le esigenze del corpo, drastico ridimensionamento del ruolo del vestito, diversa progettualità urbanistica e architettonica, rinnovamento etico, rivalutazione della funzione sessuale.

    La “scienza del limite” di Agnoli va oltre le enunciazioni del Paoletti, perché al contrario di questi, a causa della repressione fascista, in Agnoli non vi è alcuna reticenza in relazione al nudismo. La scienza del limite, cioè la “scienza naturista”, è quella “scienza” che tiene conto dei limiti imposti all’uomo dalla natura interna e dalla natura esterna. Infatti il Naturismo altro non è che sintesi di ecologia umana ed ecologia dell’ambiente.

    Oggi si parla tanto di inquinamento ambientale, oggi più di ieri nonostante il problema abbia radici lontane e risalirebbe addirittura al tempo dei Romani (sono state trovate zone inquinate dalla lavorazione del piombo). Noi di una certa età ricordiamo come l’uso del carbone come combustibile per l’industria e per le abitazioni private, usato in Italia fino al 1960, creasse una terrificante cappa di smog sulle città iperindustrializzate del Nord. Oggi è l’uso del petrolio, come fonte energetica primaria, a creare i maggiori problemi d’inquinamento atmosferico. Anche il mare non è esente da questo pericolo a causa delle gigantesche dimensioni dalle superpetroliere che solcano incessantemente gli oceani e che sovente sono responsabili di catastrofi ambientali. Ai giorni nostri si è poi aggiunto il problema della plastica, altro terribile inquinante: oltre alle microplastiche, sono state scoperte negli oceani gigantesche isole di plastica.

    Naturismo come “scienza del limite” significa autolimitazione, sia in relazione alla distruzione non pianificata delle risorse, sia nei confronti del numero spropositato di bisogni, creati ad arte dalla società edonistico-consumistica.
    Il Naturismo non è una fuga dalla società e neanche dalla tecnologia, essendo questa utile e necessaria. L’autolimitazione, che deriva dal buon senso, è il principio in base al quale l’uomo dovrà necessariamente impostare la sua vita futura al fine di vivere in equilibrio con la natura, condizione necessaria per non distruggere questo nostro pianeta che racchiude il miracolo della vita e che ci appare così piccolo e così indifeso nell’immensità dell’universo.

  • Naturismo e buddhismo

    Naturismo e buddhismo

    di Maria Curti

    Naturismo e buddhismo

    Leggendo l’interessante libro di Alan Watts (1915-1973), Buddhismo – La religione della non-religione, abbiamo scoperto molti punti di contatto del buddhismo con il naturismo.
    Lo studioso inglese, ma americano di adozione, prematuramente scomparso all’età di cinquantotto anni, è stato uno dei maggiori studiosi e divulgatori in Occidente delle religioni orientali.

    Premettendo che il naturismo non è una religione, dobbiamo dire che nel libro i punti di contatto del buddhismo con il naturismo ci sono sembrati impressionanti.
    Il buddhismo pare abbia avuto origine poco dopo il 600 a.C. nell’India settentrionale, oggi Nepal. Colui che noi conosciamo come il Buddha era in realtà un giovane principe il cui vero nome era Gautama Siddharta. E’ stato grazie a lui che il buddhismo si è sviluppato e diffuso nel mondo orientale. Questo principe indiano, dopo aver praticato per anni l’induismo, trovò le varie discipline che lo componevano assolutamente insoddisfacenti, e ciò per il fatto che enfatizzavano troppo l’ascetismo il quale, per la generalità delle persone, risulta essere impraticabile a causa dell’impossibilità di sopportare le indicibili sofferenze che una scelta di vita del genere comporta. Buddha finì col rendersi conto che la vita dell’ascetismo non poteva funzionare e così nemmeno quella dell’edonismo, che dell’ascetismo è esattamente l’opposto. A questo punto il Buddha trovò la cosiddetta “via di mezzo” tra ascetismo ed edonismo.

    Noi naturisti questa “via di mezzo” l’abbiamo trovata nel naturismo. E qui troviamo un primo punto di contatto del naturismo con il buddhismo. Infatti il naturismo, come il buddhismo, non è superficiale visione del mondo, non è ascetismo e nemmeno edonismo, ma equilibrio.

    Innanzitutto per capire questa religione non-religione occorre ricordare le diverse visioni che l’uomo ha dell’universo. Il Watts ce lo spiega così:

    L’uomo ha tre grandi visioni dell’universo. La prima è quella occidentale che vede il mondo come una costruzione, un manufatto, alla pari di un oggetto fabbricato con l’argilla o con il legno… La seconda è la concezione induista del mondo: ciò che esiste è una recita, un’opera teatrale… La terza è il sistema filosofico cinese che considera il mondo come un organismo, un corpo…

    Le religioni orientali si fondano sul dominio della mente sul corpo. Non è una cosa semplice da farsi, e soltanto pochi ci riescono. Indipendentemente comunque dal totale dominio della mente sul corpo, resta il fatto che una persona normale con una buona disciplina mentale è felice anche soltanto quando si abbandona all’abbraccio degli elementi naturali. Insomma, non sembra questa concezione essere in linea con quanto propugnato dall’idea naturista? A noi pare proprio di sì.

    Il buddhismo dice che l’uomo desidera sfuggire la realtà per fuggire dalla sofferenza. E un processo mentale, solitamente inconscio, che si concretizza con “il rifiuto della realtà”. Ebbene, come è noto, chi rifiuta la realtà da questa ne sarà sempre terrorizzato. E’ un po’ quello che avviene con la nudità del corpo: chi non ha il “coraggio” di mettersi nudo è perché ha terrore del proprio corpo, e di conseguenza rifiuta la realtà della quale la propria entità fisica fa parte. Il naturismo non è rifiuto della realtà, ma consapevole accettazione della imperfettibilità del corpo. Così come nel
    buddhismo, che trasforma la coscienza e la percezione che l’uomo ha dell’io, così il naturismo, mediante la pratica della nudità, ci fa percepire e prendere coscienza della globalità di tutto il nostro essere, inteso come corpo, mente e spirito (o corpo e anima se vogliamo).

    Un altro punto di contatto con l’idea naturista lo possiamo rintracciare quando il buddhismo tratta la questione dell’impermanenza. Il buddhismo dice che “i nostri tentativi di rendere le cose permanenti, di voler fissare tutto, ci pongono di fronte a un problema di impossibile soluzione; allora sperimentiamo il duhkha, cioè il senso di sofferenza primaria, di frustrazione, che risulta dal fatto che cerchiamo di trasformare le cose da impermanenti in permanenti“. Ebbene, chi pratica assiduamente la nudità sperimenta sul proprio corpo (e poi in modo estensivo su tutto il resto) l’impermanenza.
    Un buon naturista non farà mai nulla per rendere permanente ciò che la natura ha previsto come impermanente. Avere un corpo, infatti, vuol dire essere soggetti all’assalto delle malattie, essere soggetti alle trasformazioni operate dal tempo che trascorre inesorabile, essere soggetti alla morte.

    Ovviamente noi non siamo in grado di dire se i primi pionieri del movimento naturista avessero dimestichezza con le religioni orientali, quello che è certo che le loro intuizioni risultano sbalorditive. Per esempio, così come il buddhismo si basa genericamente su ciò che è opportuno e idoneo, così l’idea naturista, entrando più specificamente nel merito, si basa su ciò che è opportuno e idoneo per l’essere umano, su ciò che è opportuno e idoneo per il rispetto dell’eco-sistema natura, su ciò che è opportuno e idoneo per lo sviluppo di una corretta sessualità dell’individuo, su ciò che è opportuno e idoneo per la salvaguardia della vita, ecc.

    Naturismo e buddhismo

    Per il buddhismo, o meglio per le religioni orientali in genere, scrive il Watts, “noi non siamo stranieri sulla Terra, entrati in questo mondo per un caso fortuito, oppure come spiriti provenienti da qualche parte al di fuori della natura. L’essenza della nostra vita è la totalità dell’energia dell’universo che gioca a essere noi. La realtà immensa, l’energia unitaria che è l’universo si manifesta in tutti i particolari che vediamo attorno a noi.

    Questa è l’intuizione principale dell’induismo, del buddhismo e del taoismo“. Di conseguenza, quando noi naturisti diciamo che il corpo umano, oltre che una macchina meravigliosa, è lo specchio dell’universo, ci viene spontaneo far notare un altro punto di contatto del buddhismo col naturismo.

    Un altro interessante collegamento l’abbiamo trovato a proposito della consapevolezza, un concetto che a noi naturisti sta molto a cuore, prova ne è che sono state scritte pagine e pagine sul problema della coscienza di Sé. Accettare la propria nudità e quella altrui è infatti avere la piena consapevolezza di se stessi.
    Veniamo ad un’altra interessante analogia. Quante volte abbiamo detto che la nudità promiscua in comune di sesso e ti età, oltre a renderci consapevoli di ciò che siamo, sviluppa in noi il cosiddetto senso di solidarietà, cioè quella solidarietà naturista che chi frequenta gli ambienti del naturismo ha potuto con piacere sperimentare. Ebbene, il buddhismo dice che entrare nel “nirvana”, che in Occidente è conosciuto come il paradiso degli orientali, ma che in verità significa “espirare”, vuol dire avvertire la sensazione che non siamo separati dagli altri. E quando noi naturisti siamo nudi in
    mezzo agli altri, non ci rendiamo forse conto di non essere separati dagli altri? E questo perché la nudità di accomuna.

    Quando il Watts tratta del problema delle imposizioni che l’individuo subisce in tutte le società, a noi è venuto spontaneo pensare all’imposizione dei vestiti nella società tessile. Come la psicanalisi insegna, chi vive sotto il dominio di un’imposizione vive in uno stato di frustrazione cronica, anche quando fin da bambini si viene plasmati dalla società e si è indotti a pensare che sia normale lo stato di perenne vestizione. Questo provoca due tipi di sofferenza: una sofferenza fisica (il corpo soffre stretto in abiti inadeguati e a volte inutili) e una sofferenza psicologica (un malessere interiore che la psicanalisi ben conosce). Il Watts dice “che ciò che si vince reprimendo la propria
    umanità e le proprie emozioni non vale il prezzo che si paga. E’ come tagliarsi la testa per curare l’emicrania. Con linguaggio junghiano si può dire che quando si lavora sull’inconscio, quando lo si nutre e se ne ha cura, l’inconscio integra i due aspetti o poteri del Sé e noi prenderemo atto che sia il conscio che l’inconscio fanno parte di noi (i poteri del Sé intesi come il potere dell’io unito con il potere dell’organismo naturale o psiche)
    “.

    Da ciò ne deriva che, siccome noi abbiamo un corpo fisico, che è quello con il quale ci presentiamo davanti ad un osservatore obiettivo, ed un corpo psichico, che invece rimane celato, il naturismo rappresenta una vera e propria “esplorazione” della nostra coscienza. E il risultato di tale esplorazione risulta evidente soltanto recandosi in un centro naturista ove si assiste al riequilibro di tutta una serie di problemi che affliggono l’uomo tessile (ansia sessuale, aggressività, sovreccitazione erotica, malizia, gelosia sessuale, guardonismo, ecc.). Per cui appare evidente che il modo con cui percepiamo il nostro essere, globalmente inteso, dipende dalla percezione che abbiamo del nostro corpo. E migliore percezione non si può avere se non nello stato di nudità. E questo perché il naturismo, per la sua connotazione nudistica, ha come obiettivo il centro della
    nostra consapevolezza.
    Insomma, abbiamo trovato il libro di Alan Watts molto interessante perché ci ha permesso di mettere a confronto due filosofie, confermando implicitamente, se ancora ce ne fosse bisogno, che il naturismo è l’unica idea che ha avuto l’intuizione di porre
    come presupposto il principio della nudità. Nessun’altra idea l’ha mai fatto e
    probabilmente lo farà mai.

  • Il naturismo e la teoria antropocentrica

    Il naturismo e la teoria antropocentrica

    di Beppe Miracapillo

    Teoria antropocentrica

    La teoria antropocentrica è una concezione filosofica secondo cui tutto nell’universo sarebbe stato creato in funzione dell’uomo e di conseguenza l’uomo ne sarebbe il centro (dal greco ànthropos=uomo e kéntron=centro). Ebbene, come appare evidente problema dell’antropocentrismo non è soltanto una questione religiosa, ma anche scientifica, poiché, oltre ai teologi, se ne sono occupati paleontologi, umanisti, biologi, chimici, fisici, astronomi, per
    cercare di spiegare il mistero che è collegato alla comparsa dell’uomo sulla Terra.
    Ma come si è arrivati alla formulazione del cosiddetto “principio antropico”? La scienza vi è arrivata formulando l’ipotesi che l’universo sarebbe “isotropico”, si presenterebbe cioè identico qualunque sia il punto di osservazione. Sempre dal greco, infatti, “ìso” significa uguale e “tòpos” luogo.

    Pertanto, sulla base di questa ipotesi, non è stato difficile arrivare a porre l’uomo al centro dell’universo. Ovviamente, però, come accade per tutte le teorie, vi sono gli entusiasti e gli scettici. Del resto sul mistero dell’origine dell’universo sono stati spesi fiumi di parole senza che si sia potuto venire a capo di nulla. Si parla di un Big Bang iniziale, senza spiegare cosa ci fosse prima, da cui ne deriverebbe che l’universo si espande e si contrae in una sorta di “respiro” cosmico in cui i cicli di espansione e di collasso si ripeterebbero all’infinito.
    L’argomento è senza dubbio molto interessante ma anche molto impegnativo e inoltre, per spiegare l’universo, le più diverse ipotesi sono state formulate sui vari tipi di universo possibili: l’universo infinito, l’universo finito, quello parallelo, quello a bolle, quello a spirale.

    Al di là dell’ipotesi dell’universo “isotropico”, la scienza moderna è invece propensa a credere, per il calcolo delle probabilità, che noi non siamo la sola forma di vita presente nell’universo, rendendo così sterile l’ipotesi del principio antropico. Pertanto, quel “noi non siamo soli”, ipotizzato dagli scienziati in base a calcoli statistici, che recitano che su miliardi e miliardi di corpi celesti, galassie e sistemi solari ci potrebbe essere un’altra forma di vita intelligente, diventa più che plausibile. E di conseguenza l’idea dei molti scienziati che sostengono l’impossibilità che anche altri astri possano avere le stesse condizioni ambientali della Terra risulta essere una tesi forse errata. Ciò va detto anche se appare evidente che nessuno sa se in qualche angolo sperduto dell’universo ci possa essere un altro, o dieci, o cento astri come il nostro, oppure che noi siamo unici, come recita la teoria antropocentrica.

    Comunque, se è vero che noi possiamo osservare soltanto la luce di una stella esplosa (una supernova) miliardi di anni luce fa, la cui luce quindi ha impiegato miliardi di anni luce per giungere fino a noi, è vero che noi potremmo osservare un corpo celeste non più esistente. Per cui se questa regola è vera, e non abbiamo motivo di dubitarne, è assiomatico affermare che probabilmente una parte dell’universo che noi vediamo in realtà non esiste. In sostanza, è come se noi vedessimo null’altro che una fotografia, una gigantesca fotografia cosmica.
    A questo punto non è difficile comprendere che questo discorso vale anche per il nostro sistema solare la cui vita dipende dal Sole il quale fra quattro miliardi di anni diventerà una supernova. Ovviamente se ci fosse un altro pianeta Terra in un’altra galassia raggiungibile dalla luce per un tempo superiore alla durata della vita del Sole, l’ipotetico osservatore di quella ipotetica Terra di noi vedrebbe soltanto la luce di un mondo ormai scomparso. Pertanto, gli studi le teorie del Wesler, nel momento in cui afferma che “il sistema fisico diventa reale in quanto osservato a posteriori dall’uomo stesso”, ossia che l’uomo rende reale l’universo in quanto lo osserva, sono senza dubbio corrette perché supportate, oltre che dal ragionamento, da osservazioni rigorosamente scientifiche.

    Per quanto riguarda i dubbi sollevati sul controverso argomento del Big Bang e l’enigma dei buchi neri i dubbi non mancano: non basta infatti affermare che tutto avrebbe avuto origine da quella primordiale esplosione iniziale senza chiedersi cosa ci fosse prima (dato che dal nulla non nasce nulla), e nemmeno ci sembra corretto aggiungere poi che la Terra sarebbe frutto del caso. Infatti, la teoria dell’esplosione iniziale, che avrebbe dato origine all’espansione dell’universo, ancora in atto, a cui alla fine seguirebbe il collasso e dal quale inizierebbe un nuovo ciclo con la creazione di una nuova Terra (cioè al verificarsi di quelle condizioni che hanno dato origine sulla Terra ad una forma di vita intelligente), poggia le sue basi sulla casualità dell’evento. Insomma, dal postulare la casualità dell’evento al dare per certo che l’evento si verifichi di nuovo, e con ossessiva ripetitività, ce ne corre.

    Lo scrittore francese Michel Houellebecq, nel suo libro “Le particelle elementari” scrive in proposito:

    “Quando riflettiamo sugli eventi attuali della nostra vita, noi oscilliamo senza posa tra la fede nel caso e l’evidenza del determinismo. Quando invece si tratta del passato, non abbiamo più alcun dubbio: abbiamo la certezza che tutto sia svolto esattamente come, in effetti, doveva svolgersi“

    Pertanto, alla luce di questo ragionamento, dire che l’universo sarebbe un prodotto del caso, che la vita sarebbe nata per caso, che l’intelligenza e la coscienza si sarebbero sviluppate per caso, significa fare affermazioni perlomeno azzardate.

    Teoria antropocentrica

    Insomma, il mistero della vita, quello dell’intelligenza, della coscienza, ecc., ci conducono direttamente alla formulazione del concetto di Dio. In Occidente, l’antropologia cristiana, che è stata per lungo tempo prevalente, e che ancora oggi, nonostante un diffuso nichilismo, esercita la sua influenza, accordava un’importanza centrale alla vita umana per il semplice fatto che i cristiani credevano all’esistenza, all’interno del corpo umano, di un’anima. Sotto l’impulso del progresso di tutte le scienze, avvenuto nei secoli IXX e XX, abbiamo però assistito allo svilupparsi di un’antropologia materialista che, come risulta evidente dal significato letterale del termine, ha il suo punto debole nel suo basso profilo etico.

    E quando si parla di etica ecco che entra in campo il Naturismo. Il Naturismo è una filosofia di vita che, ponendosi a metà strada tra la morale repressiva di un tempo e quella permissiva di oggi (entro certi limiti per quanto riguarda il nudo), esprime una morale diversa, un’etica naturale di fatto al di sopra delle mode del momento, tanto è vero che si dice che il Naturismo vero, ideale, è extrastorico. E questo perché la sua legge non è mai quella vigente in un determinato momento storico, essendo la sua legge valida in ogni momento. Pertanto il Naturismo non è mai condizionato da una legge esterna, ma è tarato sulla lunghezza d’onda della legge naturale.

    Daniele Agnoli, uno dei pionieri del naturismo italiano, ha dato una bella e molto azzeccata definizione del Naturismo definendolo come “la scienza del limite”, quel limite che l’uomo non deve mai superare nel suo rapporto con la natura esterna, pena la distruzione del suo stesso habitat nell’illusione di raggiungere condizioni di vita ideali. “Analogamente, l’arte di vivere naturisticamente”, ci dice sempre l’Agnoli, “consiste nel rispettare la propria natura umana. E’ da questo aspetto che scaturisce la necessità di vivere secondo natura”. E per fare questo è assolutamente necessario avere il senso del limite, che significa moderazione nella fruizione di beni voluttuari per quanto riguarda il nostro corpo, e oculatezza nello sfruttamento delle risorse del pianeta. Per questo motivo risulta molto appropriata la definizione di Naturismo come “scienza del limite”.

    Come si vede, da quanto esposto finora, parlare della teoria antropocentrica significa affrontare problemi notevolmente complessi. Ciononostante è necessario farlo per vedere come si colloca il Naturismo in questo discorso. L’osservazione di quel capolavoro che è il corpo umano, per esempio, la cui complessità è pari a quella dell’universo, non può non farci mettere in dubbio quel concetto di casualità che gli scienziati materialisti ci hanno propinato e ci propinano come legge certa e incontrovertibile. Altri scienziati infatti sostengono, per contro, che occorre una convergenza infinita di fattori e di coincidenze affinché un pianeta diventi sede di vita intelligente.

    Sempre Daniele Agnoli, nel suo articolo “Il principio antropico in una prospettiva naturista” illustra molto bene il significato profondo che assume il Naturismo quando l’uomo viene considerato in una prospettiva di identità cosmica il cui punto di partenza è quell’identità personale perduta a causa della sconnessione tra il nostro corpo e la nostra mente, o se vogliamo tra il corpo e l’anima, per chi crede all’esistenza di questa.

    Corpo e mente, mente e corpo, oppure corpo e anima e viceversa, sono le due facce della stessa medaglia. Dare più importanza all’uno, come fanno i materialisti, o all’altra, come fa la religione, non è per noi naturisti un modo corretto di procedere. L’articolo di Agnoli sopra citato, dando eguale importanza ad entrambi, ci ricorda che il Naturismo, attraverso la pratica della nudità, rappresenta il mezzo indispensabile per migliorarci, per elevarci, per trascendere noi stessi. L’affermazione della nudità come un diritto è il dato che contraddistingue il movimento naturista. Di altre tematiche il Naturismo non si occupa, non perché non siano importanti, ma semplicemente perché tutto il resto è implicito. Noi naturisti dobbiamo essere concreti: utopia e velleitarismo non servono al nostro movimento, ma dobbiamo mantenere intatta quella spinta ideale che ci anima. “Un’idea, senza un ideale muore”, è stato scritto.

    Sempre Daniele Agnoli, sulla rivista “Naturismo”, tempo fa aveva scritto: “L’ecologista, l’amante della natura, cioè un vero naturista, non si comporta nei confronti della natura per interesse o soltanto per una vaga ammirazione di tutto ciò che la natura offre, ma perché vede nel nostro pianeta un luogo privilegiato, forse l’unico in tutto l’universo. La protezione della Terra, lungi dall’essere un fatto scontato, è quindi un dovere per l’uomo, come per noi naturisti è un dovere svincolare il concetto religioso di peccato e il concetto ateo di osceno dalla nudità“.
    In sostanza, la teoria antropocentrica, ponendo l’uomo al centro dell’universo, con tutte le implicazioni filosofiche, scientifiche, etiche, umanistiche, che ciò comporta, solleva problemi molto complessi. Noi non siamo in grado di dire se il principio antropico costituisca la verità assoluta, quello che sappiamo è che il Naturismo, “movimento della luce”, e quindi riscatto dalle tenebre della non consapevolezza, pone l’uomo al centro della vita.

  • Naturismo e “neofuturismo”

    Naturismo e “neofuturismo”

    di Pino Fiorella

    Ho creato questo neologismo perché osservando la velocità con cui corre l’odierna civiltà dei computer mi è venuto in mente il futurismo, cioè quel movimento artistico e letterario sorto all’inizio del XX secolo come reazione al tardo romanticismo che si proponeva, attraverso l’uso di mezzi di espressione assolutamente nuovi, di rendere la dinamica e il movimento come espressione-sintesi della vita nelle sue diverse manifestazioni pratiche e spirituali. Questo movimento, fondato da Marinetti nel 1909, sosteneva un’arte e una cultura non più legate tradizionalmente al passato, ma proiettate verso il futuro in adesione al dinamismo della vita moderna.

    Il nome di Bruno Keller, pilota d’aereo, è praticamente sconosciuto a tutti. A noi naturisti, però, ci riguarda da vicino perché viveva nudo su un albero.
    Fra le novità, infatti, portate dal futurismo vi era appunto quella del nudismo praticato nella convinzione (per noi naturisti giusta) che considerare il nudo come osceno fosse un errore culturale. Del resto, e non a caso, sul problema delle convinzioni, il pensiero di Nietzsche era stato lapidario: “Le convinzioni sono nemiche della libertà, più pericolose delle menzogne”.

    L’idea di scrivere su questo argomento mi è venuta in mente per studiare quali rapporti ci possano essere tra il naturismo e quello che ho arbitrariamente definito come “neofuturismo”, da me individuato nell’attuale era dei computer, della velocità, del dinamismo esasperato, della comunicazione simultanea tramite Internet, ecc., e questo perché taluni identificano il naturismo come una sorta di fuga in avanti rispetto alla morale contemporanea ancora fortemente tabuizzata circa i problemi della nudità e della sessualità.
    Insomma, l’idea naturista si sarebbe spinta troppo velocemente in avanti, sarebbe troppo “neofuturista” per poter essere compresa dalla massa.

    Tempo fa è apparso sul “Corriere della Sera” un articolo dal titolo “Maledetti futuristi” di Lawrence Ferlinghetti, nel quale scrive

    “all’inizio del XX secolo i futuristi pensavano che la rivoluzione industriale avrebbe creato il paradiso in terra. Ma è successo l’opposto.
    Cominciata nel XIX secolo, essa si è rivelata un disastro totale per l’umanità. L’inquinamento industriale sta avvelenando la nostra terra, i nostri mari, l’uomo stesso. Fu Pier Paolo Pasolini a dire che la scomparsa delle lucciole in Italia avrebbe segnato l’inizio di un’era terribile …”.

    Idea Naturista

    La dinamica folle delle società industrializzate era già stata fatta oggetto di critica da diversi e valenti scrittori naturisti e da altri simpatizzanti del nostro movimento. In Italia, per esempio, questa critica era stata portata avanti da Lamberto Paoletti, Daniele Agnoli, Claudio Ranieri, Giuseppe Ghirardelli, Luigi De Marchi, Ada Coppi Ranieri, ecc.
    Ebbene, ciò premesso, risulta evidente come l’atteggiamento del naturismo sia stato, fin dal tempo dei pionieri, di aperta critica nei confronti della dissennata espansione di un consumismo sfrenato. Le scoperte scientifiche, come l’idea naturista ha sempre sostenuto e continua a sostenere, devono servire a migliore le condizioni di vita dell’umanità, miglioramento che non deve andare a discapito dell’avvelenamento dei fiumi, dei mari, della terra e dell’atmosfera, né tanto meno, per riprendere l’articolo di Lawrence Ferlinghetti, andare a discapito di quella fetta di umanità che, già povera, sta diventando sempre più povera, mentre la parte ricca del mondo sta diventando sempre
    più ricca.

    Di conseguenza, il “neofuturismo”, come esasperata dinamicità del sistema produttivo (oggi messo in crisi dal Covid-19) degli otto paesi più industrializzati, non può trovarmi d’accordo perché il naturismo è l’unica proposta valida per traghettarci fuori dal guado dell’autodistruzione, e ciò per i suoi alti valori umanitari (vera fratellanza e vero rispetto), per il suo alto contenuto etico (socialità e parità effettiva tra i sessi), per la peculiarità del suo messaggio (nudità come atto di umiltà).

    L’idea naturista è l’unica idea nuova che può rimettere in carreggiata questo mondo così palesemente ingiusto per quanto riguarda il fronte dei diritti umani, così palesemente squilibrato per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, così palesemente arretrato per quanto riguarda i problemi etici, religiosi e culturali, così palesemente sbilanciato verso un consumismo che danneggia l’ambiente, così palesemente superficiale per quanto riguarda il sistema della comunicazione.

    Quello che invece il naturismo propone, di concreto, di fattibile, di tollerabile per l’umanità e per il pianeta, è soltanto la messa in pratica di quei principi che l’idea naturista ha formulato a partire dalla metà dell’800, cioè negli oltre cento anni della sua storia, e che così si possono sintetizzare:

    • Pratica della nudità, perché, come abbiamo detto sopra, essa rappresenta un atto di umiltà e di rispetto nei confronti della natura;
    • Ritorno alla natura, che non deve essere né originismo, né primitivismo, essendo condizioni ormai facenti parte del passato e quindi non più attuabili nel mondo moderno;
    • Rispetto della natura, cioè conoscenza del suo limite, tanto è vero che il naturismo viene anche definito come “ la scienza del limite”;
    • Rispetto della natura umana nel suo duplice aspetto, fisico e psichico, cioè conoscenza della nostra realtà biologica e della nostra entità psichica;
    • Tutela della salute, cioè vita sana, possibilmente all’aria aperta, assiduo esercizio fisico con esposizione integrale del nostro corpo al benefico influsso degli agenti naturali: aria, acqua, e Sole con cautela;
    • Alimentazione morigerata, che però non deve essere ossessivamente restrittiva, vale a dire senza cadere negli eccessi di diete troppo drastiche;
    • Recupero della nostra identità, cioè il riconoscersi, mediante la nudità, nella nostra interezza corporea (il costume nasconde gli organi genitali);
    • Recupero della nostra libertà gravata, prima dell’avvento del naturismo, da sovrastrutture culturali e restrizioni imposte dalla morale e dalla religione;
    • Riposizionamento del ruolo della donna in una società che è rimasta in qualche misura ancora patriarcale nonostante il miglioramento della condizione femminile;
    • Riconquista di quella socialità perduta a causa della solitudine caotica dovuta alla dissennata urbanizzazione;
    • Rinnovamento etico, come vero cambiamento di principi morali desueti e pertanto non più applicabili nel mondo moderno;
    • Detabuizzazione, ossia eliminazione del tabù sessuale, poiché la nostra società, pur avanzata dal punto di vista del diritto, continua a considerare come osceni gli organi genitali.
  • Produzione di cibo e inquinamento

    Produzione di cibo e inquinamento

    Climate Change

    Nell’agosto dell’anno scorso l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite nato nel 1988)  ha tenuto a Ginevra la sua cinquantesima sessione, dalla quale è nato il rapporto “Climate Change and Land”, un lavoro di ricerca condotto da 107 esperti di 52 Paesi, con il 53% degli scienziati che vi hanno preso parte provenienti dalle nazioni meno sviluppate, quelle che più stanno conoscendo in prima persona, sulla propria pelle, gli effetti del sovrasfruttamento delle risorse terrestri e del cambiamento climatico.
    Il cuore del rapporto questa volta non sono stati i dati relativi alle temperature in sé per sé, quanto invece i temi della sostenibilità, dello sfruttamento delle risorse, dei gas serra, della produzione e dell’accesso al cibo, e il loro impatto sui cambiamento climatici.

    Prima di questo, c’era stato un altro rapporto IPCC dell’ottobre 2018 che aveva constatato come il riscaldamento indotto dall’uomo rischi di superare la soglia del grado e mezzo entro il 2040 se le emissioni dovessero continuare al ritmo attuale, con buona pace del limite dei 2 gradi sbandierato al Cop21 a Parigi nel 2015.
    Quanto emerso a Ginevra non fa altro che confermare la tendenza, e di conseguenza l’urgente bisogno di intervenire per scongiurare il peggio.

    Agricoltura, allevamenti e altri tipi di attività forestali rappresentano da soli il 23% delle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo. Dal 1960 il consumo di calorie pro capite è aumentato del 30% circa, quello di carne è in pratica raddoppiato. L’uso di fertilizzanti chimici è aumentato di nove volte, e le aree naturali convertite in agricoltura sono quasi 5,5 milioni di kmq, con un conseguente consumo idrico per l’irrigazione pari al 70% del consumo umano totale di acqua dolce. Inoltre, lo spreco alimentare pro capite è aumentato del 40% e corrisponde attualmente al 30% circa del cibo prodotto, che contribuisce al 10% delle emissioni di gas serra da parte del sistema alimentare.
    Più del 40% della superficie terrestre è coltivata o urbanizzata, e meno del 23% può essere considerata “area naturale”. Metà delle foreste non coltivate si è perso, nell’area tropicale la perdita di aree forestali si è triplicata in dieci anni. Circa un milione di specie animali o vegetali è a rischio estinzione.

    È evidente dunque che l’uomo debba cambiare il modo in cui genera ciò che gli serve per sopravvivere, così da permettere la sopravvivenza anche alla sua unica casa, il Pianeta.
    Una gestione sostenibile delle risorse del territorio può infatti contribuire a contrastare i cambiamenti climatici, ma occorre agire tempestivamente e su scala globale per invertire la tendenza attualmente in atto. Al momento, il mondo è sotto attacco climatico, basti vedere come si susseguono incessantemente episodi ormai continui e diversi tra loro: scioglimenti dei ghiacci (Groenlandia), incendi (Siberia), bombe d’acqua (Italia e Balcani), picchi anomali delle temperature (Francia). E il futuro per ora non ci sorride.

    Circa 500 milioni di persone vivono in aree soggette a desertificazione. Le terre aride e le aree che subiscono la desertificazione sono anche quelle più vulnerabili ai cambiamenti climatici e agli eventi estremi tra cui siccità, ondate di calore e tempeste di polvere, con una popolazione globale in aumento che fornisce ulteriore pressione. Lo scenario apocalittico è che determinate aree del mondo tra qualche anno non saranno più abitabili, dando il via a un fenomeno di migrazione climatica: oltre 140 milioni di persone saranno costrette a spostarsi entro il 2050, causando gravi squilibri, accentuando le disuguaglianze già esistenti e mettendo a rischio la stabilità dei sistemi politici.

    In questo scenario, produzione e accesso al cibo, giocano un ruolo centrale.
    La sicurezza alimentare infatti per l’IPCC è a rischio, perché il climate change sta influendo su resa e produzione di cibo, accesso in termini economici e stabilità, ovvero il poter produrre e distribuire alimenti con continuità e senza interruzioni.

    Alcune diete richiedono un maggiore sfruttamento del territorio e delle risorse idriche, causando dunque più emissioni di gas che intrappolano il calore rispetto ad altre. Al contrario, diete bilanciate con alimenti a base vegetale –cereali, frutta, legumi, verdura e in generale alimenti di origine animale prodotti in modo sostenibile in sistemi a basse emissioni di gas a effetto serra – aiuterebbero non poco, se adottate, a contenere il cambiamento climatico.

    In generale, il messaggio lanciato a Ginevra è chiaro. La terra è satura, determinati sistemi di sfruttamento e allevamento la stanno uccidendo. Bisogna agire in fretta, provvedendo alla riforestazione, a ristabilire gli ecosistemi, a garantire la biodiversità: la complessità ecologica del Pianeta si sta riducendo.
    La Terra è sovrasfruttata. Ma la stessa Terra può aiutarci a ristabilirci.
    Dipende da noi, dai nostri comportamenti. Teniamolo bene a mente e adoperiamoci, prima che sia troppo tardi.

  • Le vere ricchezze

    Le vere ricchezze

    di Albert Lecocq

    Albert Lecocq

    Quest’anno si festeggiano i 70 anni della fondazione della Federazione Naturista Francese, fondata da Albert Lecocq (1905-1969) e sua moglie Christiane (1911-2015).
    Per celebrare anche noi di Naturistitalia l’anniversario, pubblichiamo un articolo che ci sembra ancora attuale scritto da Albert Lecocq nel 1950, anno di fondazione della Federazione e della rivista “La Vie au Soleil”.

    Le vere ricchezze
    di Albert Lecocq

    Con quale aberrazione del buon senso siamo arrivati ​​allo stato della vita attuale! L’uomo corre dietro una caricatura di felicità. Tutte le nozioni sono distorte. Tutto è artificiale. Cerchiamo di estrarre minuscoli momenti di gioia da falsi stereotipi. La nostra esistenza è diventata estremamente complessa e senza logica.

    Abbiamo perso la strada principale a favore di una strada secondaria che non arriva a nulla e se persistiamo nel perseverare in questo modo, dobbiamo correre dietro alla nostra stessa distruzione. 
    Se chiedete a qualcuno “Quali obiettivi stai perseguendo?”, spesso la risposta è sempre la stessa: guadagnare molti soldi, garantire un maggiore lusso e un migliore comfort di vita.

    Il raggiungimento dei nostri obiettivi, spesso la consacrazione di una vita di sforzi, non crea che mera soddisfazione per l’orgoglio personale, una falsa impressione di sicurezza, di cui non sempre si sospetta la precarietà, ma non crea la vera felicità.

    Inoltre, in questo gioco crudele, uno avrà perso giovinezza e salute; per concentrare intensamente tutte le sue possibilità individuali nella ricerca della fortuna, del potere, degli onori, avrà dimenticato la più elementare concezione di se stesso. Siamo colpevoli di aver collaborato a questo conformismo collettivo, colpevoli per l’esempio che abbiamo dato, colpevoli dell’obbligo che ne abbiamo fatto nei confronti di coloro che dipendono da noi, colpevoli nei confronti dei nostri discendenti ai quali abbiamo instillato gli stessi principi invece di provare a liberarli.

    Chi approfitta eccessivamente dei beni materiali e li sfrutta in maniera eccessiva commette l’errore di basare la sua vita su questi eccessi che accentuano sempre più i danni di questo suo stesso squilibrio.
    Quanti, nudi davanti alla loro coscienza, possono riconoscersi perfettamente felici?

    L’uomo moderno ha trovato nei suoi vizi le sue più potenti leve d’azione. Per soddisfare il suo sconfinato orgoglio, la sua insaziabile avidità, la sua immodestia e la sua lussuria, il suo desiderio di possedere, ha bisogno di sempre più denaro. Il denaro è re. Apre tutte le porte, offre tutti i piaceri, spinge indietro i limiti del nostro potere di schiavitù. Dà una risposta provvisoria al desiderio, perché non ha limiti e appena appagato rinasce più esigente.

    Christiane et Albert Lecocq sur l'Ile du Levant

    Ma è nella vita semplice che il saggio conosce la felicità. Limitando i suoi desideri, con modestia, sviluppando le qualità del cuore e dello spirito, non opprimendo, e di conseguenza non odiando, acquisisce profondamente inestimabili ricchezze di cui non teme la riduzione o la perdita. Una cosa che l’uomo tende a ignorare sempre di più è che ha bisogno di poco per vivere e, anche nelle circostanze attuali, poco lavoro da dedicare per assicurargli ciò che è necessario. È la ricerca del superfluo che lo trasforma in uno schiavo prigioniero di se stesso. È il suo desiderio di una vita artificiale e di beni inutili, la sua ansia di apparire, sfilare e imporsi, è la sua follia di voler forzare cose, persone, eventi, che sono alla fonte di tutte le sventure, del disgusto per la vita, nozione della propria inutilità, stato deplorevole della propria psiche, rovina delle sue risorse fisiologiche, danno alla sua longevità.

    Ecco perché così tante persone moltiplicano gesti e parole inutili, occupazioni irrisorie, per nascondere i loro profondi sentimenti di angoscia, solitudine, paura nel dramma cosmico a cui sono rimasti impreparati. 
    Quanti anestetici narcotizzanti scopriamo nel comportamento: rifiuto di pensare, autoipnotismo, desiderio di realizzazioni egoistiche. Piccole, false soluzioni alle nostre preoccupazioni.

    Ma in ogni epoca ci sono sempre stati degli esseri illuminati che sono sfuggiti alla dannosa atmosfera culturale del loro tempo. Ci sono stati uomini saggi, persone felici. Alcuni hanno lasciato le loro parole d’oro che hanno resistito alla prova del tempo. Altri rimarranno per sempre sconosciuti. La maggior
    parte di loro ha sofferto prima di prendere piena consapevolezza di se stessi. Tutti hanno trovato la verità nella vita semplice, nel distacco dai beni materiali, nella loro liberazione dalla sofisticazione umana, nel riunirsi la natura e adattarsi alle sue leggi.

    Un intero programma di riforme si offre al naturista. Le misere esigenze di una civiltà troppo spesso disumana nella sua forma pratica, non consentono all’uomo di tornare indietro a una forma di vita più completa e appagante, poiché è molto difficile potersi collocare ai margini della comunità alla quale è socialmente, economicamente legato. 
    Il problema che si pone è tanto più difficile da risolvere poiché queste riforme richiedono di essere condotte su due livelli: prima individuale, e poi collettivo.

    Non è conveniente concepire una società perfetta se è composta da individui contaminati e offuscati. D’altra parte, sembra molto lungo aspettare i risultati dei miglioramenti individuali, specialmente in circostanze sfavorevoli. 
    Il Naturismo porta a rivedere la maggior parte dei valori su cui si basa l’intera struttura sociale attuale, tutti dovrebbero seguirne l’esempio adottando le regole di una vita naturale e unirsi a coloro che gettano le basi di un’edificazione collettiva che non contiene nulla di contrario alle leggi della natura.

    La felicità è dentro ognuno di noi. La nostra formazione spirituale deve essere in parte il nostro lavoro e il frutto delle nostre stesse esperienze, il risultato delle nostre meditazioni. Ma senza adottare formule rigide e senza cercare stabilità definitive in noi e fuori di noi. L’essere umano e il mondo sono in continua evoluzione.

    (1950)

  • Socialità  naturista

    Socialità  naturista

    di Pino Fiorella

    Socialità naturista
    Beryl Cook, Té in giardino

    Con questo articolo concludiamo un trittico di articoli dedicati all’impatto del Covid-19 sullo stile di vita naturista, iniziato ad aprile con Nutrirsi con amore durante la quarantena e proseguito la scorsa settimana con Naturismo di prossimità.

    C’è una bella canzone di Levante, dal titolo “Lo stretto necessario” (forse premonitrice di quello che di lì a poco sarebbe accaduto all’umanità intera), che la cantautrice siciliana canta insieme a un’altra siciliana doc, Carmen Consoli. La canzone è un emozionante racconto di speranza per tutto quello che circonda, per qualcosa che prima c’era e adesso non c’è più, anche quelle piccole cose che davamo per scontato.
    Tralasciando il lontano passato, dal secondo dopoguerra in avanti l’umanità ha avuto molti problemi, con centinaia di migliaia di morti. Uno di questi problemi è l’inquinamento, prodotto da una dissennata attività antropica, con i conseguenti cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo il pianeta.

    Ora è arrivato questo virus, un microrganismo molto, ma molto più piccolo di un batterio, tanto è vero che per vedere i batteri basta un microscopio ottico, per vedere i virus occorre un microscopio elettronico. Un virus per riprodursi ha bisogno di un organismo vivente, come un animale, in questo caso un pipistrello. Secondo la scienza, il Covid-19 ha fatto il salto di specie, e dal pipistrello è passato all’uomo.
    Ora, dire che questo virus è colpa dell’uomo (dell’inquinamento, di manipolazioni genetiche, dell’introduzione degli Ogm, dell’uso degli antiparassitari, ecc.), forse è troppo azzardato, dato che epidemie terribili ci sono state anche in passato. Un esempio per tutte, la Spagnola, che durò un paio di anni e causò la morte di 100 milioni di persone, 50 milioni solo in Europa.

    E a quei tempi i problemi d’inquinamento, di manipolazioni genetiche, ecc. erano di là da venire, anche se non sappiamo quali strascichi di ogni tipo (mancanza d’igiene, bombardamenti, l’uso di gas tossici, migliaia e migliaia di aerei e di navi affondate in tutti i mari, ecc.) la prima guerra mondiale si sia trascinata dietro per anni.

    Fatto sta che oggi un nuovo virus, invisibile, sconosciuto e terribile ha spazzato via come uno tsunami le nostre incrollabili certezze, ha cambiato tutto, ha cambiato il nostro modo di vivere, è cambiata la nostra vita. Tutto quello che davamo per scontato è svanito nel nulla, tutte le nostre certezze sono crollate, e quella società liquida, descritta da Baumann nel suo celebre libro “Vita liquida” del 2005, è evaporata come i disinfettanti che abbiamo visto spruzzare per sanificare strade e ambienti. Tutto è stato inghiottito da un buco nero di cui l’umanità non vede il fondo, almeno fino a quando non ci sarà un vaccino, per il quale si parla di un anno o due, e quand’anche arrivasse presto, ci vorrà molto tempo per vaccinare più di sette miliardi di persone. Insomma, questo virus ci ha fatto capire che l’uomo non può nulla contro le forze della natura. E non solo, ma spingendoci più in là, pur sapendo che quanto stiamo per dire va contro il razionalismo scientifico della medicina moderna, sembra che la natura, troppo sfruttata, non rispettata, violentata, attraverso il Covid-19, dopo averci lanciato precisi segnali sulla insostenibilità della nostra attività antropica, abbia voluto dirci: “Non volete fermarvi, allora vi fermo io”.

    Tornando ad un ragionamento decisamente più razionale, un effetto sull’umanità, fra gli altri, il virus l’ha prodotto: la paura, una paura generalizzata in certi casi trasformatasi in terrore. Ce l’aveva anticipato Zygmunt Bauman in una delle preveggenti riflessioni: “La guerra moderna alle paure umane, sia essa rivolta contro i disastri di origine naturale o artificiale, sembra avere come esito la redistribuzione sociale delle paure, anziché la loro riduzione quantitativa”.

    Ebbene, fra tutto quello che ci è venuto a mancare, come dicevamo sopra, ci sono mancate anche le piccole cose, le piacevoli abitudini, la libertà di sedersi ai tavoli di un bar, il vedere brulicare le persone per strada, l’incontro con amici e conoscenti, tutte cose che si rimpiangono quando non si hanno più. Per noi naturisti, poi, la situazione venutasi a creare nei rapporti umani è ancora più grave. Immaginare un futuro condizionato dalle mascherine e dalla distanza significa dire addio a quella socialità naturista, fatta di prossimità, promiscuità, di vedersi, di salutarsi e parlare di persona. Questo tipo di socialità nasce soltanto dal rapporto stretto fra persone nude, perché si tratta di frequentare altri individui che la pensano come noi. Si tratta di quella socialità che scaturisce dal vivere insieme nudi, rispettosi degli altri. Si tratta di una socialità che è tipica della nostra concezione di vita. Noi naturisti accettiamo la natura, e dalla sua osservazione facciamo derivare il nostro comportamento. Siamo contro lo spreco e cerchiamo di vivere con “lo stretto necessario” (tutto il resto, come la sociologia insegna, deve essere considerato “l’utilità dell’inutile”). Ma la società dei consumi ha trasformato i produttori in consumatori, come dice Bauman. E questo il naturismo lo aveva detto fin dalle sue origini.
    Purtroppo il naturismo non è stato ascoltato, o forse, noi, non siamo stati capaci di trasmettere un messaggio, che se fosse stato recepito, avrebbe senz’altro migliorato le nostre condizioni di vita. Perché Il naturismo, che consiste in una relazione attiva fra l’uomo e la natura, ha come componente essenziale il rispetto, quel rispetto di se stessi, degli altri e della natura, come mille volte abbiamo scritto su queste pagine, riprendendo la formulazione del concetto di naturismo espressa dall’INF/FNI nel 1974.

    In conclusione, quello che ci è accaduto con il Covid-19 dovrebbe far riflettere quanti dileggiano il naturismo, considerandola tutt’al più come una pratica di libertà, e basta.

  • Distinzione tra naturismo e nudismo

    Distinzione tra naturismo e nudismo

    di Pino Fiorella
    Grant Drumheller, Spiaggia Nudista
    Grant Drumheller, Spiaggia Nudista

    Sono stati scritti fiumi di parole sulla distinzione tra nudismo e naturismo, ma aggiungere ancora qualcosa sull’argomento è necessario, anche perché sovente, anzi molto spesso, c’è chi è tentato di scindere in due parti questa filosofia di vita caratterizzata dalla pratica, da un lato, della semplice nudità, e dall’altro dalla pratica di un nudismo etico, cioè naturismo.
    In relazione al semplice nudismo, si può dire dire che vi è una scuola di pensiero che afferma che il nudismo sarebbe solo uno degli obiettivi del naturismo. E ciò è anche vero, dato che il naturismo persegue anche altri obbiettivi oltre all’eliminazione del tabù del nudo, come l’igiene psicofisica, il rispetto della natura, l’autoaffermazione, l’autoidentificazione, ecc., ma tale affermazione dimentica di chiarire che la pratica della nudità è il principio cardine del naturismo, e non come invece si sostiene che il naturista, una volta approdato al nudismo, “deve lasciarselo alle spalle o mantenerlo soltanto come fatto piacevole e distensivo per periodi di tempo limitati, essendo poco importante rispetto al cambiamento di visione che il naturismo dà all’esistenza”.
    E come se ciò non bastasse, c’è anche chi pretende di liberamente interpretare le delibere della Federazione Naturista Internazionale (INF-FNI) citando l’anno 1953, perché a partire da tale data è stata introdotta la netta distinzione fra il “naturismo nudista” della INF/FNI e un “naturismo non nudista” di altre organizzazioni, interpretando questo fatto come espressione tangibile del “principio di tolleranza”. Ma qui la tolleranza c’entra poco o nulla, perché se si tratta di organizzazioni che non fanno parte dell’INF-FNI è ovvio che possano fare ciò che vogliono, e quindi è evidente che non debbano essere considerate organizzazioni naturiste, come si vedrà più avanti nello spiegare il significato della parola naturismo.

    Un lungo dibattito

    Distinzione tra naturismo e nudismo

    Tralasciando la lunga sequela di inesattezze, errori storici, interpretazioni sbagliate, considerazioni strampalate, che dimostrano l’estrema ignoranza di chi pretende di sapere senza avere prima letto la storia del naturismo, ci concentriamo sul concetto di nudità che è il cuore dell’idea naturista. E lo facciamo perché regolarmente viene sollevata l’annosa questione che naturismo e nudismo non sarebbero la stessa cosa, per cui questi due termini non sarebbero sinonimi. Inoltre, si afferma che fare del solo nudismo sarebbe banale e che il naturismo dovrebbe essere improntato alla massima tolleranza (preso atto del fatto che stiamo diventando una società multietnica); e ancora, si aggiunge, che le riviste naturiste dovrebbero parlare soltanto di naturismo e invece sono piene di foto di villaggi, centri vacanze, spiagge nudiste, ecc.
    Ebbene, se si rispondesse a tutte queste critiche dicendo che si tratta di sciocchezze, di vere e proprie stupidaggini che si fondano sull’ignoranza di cui si diceva sopra, ci verrebbe senz’altro ribadito che non abbiamo argomenti per replicare. Invece gli argomenti ci sono, eccome!
    Innanzitutto va precisato subito che fare del solo nudismo non è un fatto banale, e ciò per il semplice motivo che la nudità integrale lascia scoperti gli organi genitali, il che implica l’abbattimento, conscio o inconscio, di un tabù ancestrale, cosa questa che non è affatto banale e che anzi presenta difficoltà estreme di carattere psicologico da parte di un individuo condizionato dal tabù del nudo.
    Per quanto riguarda invece il concetto di tolleranza, è necessario chiarire che la tolleranza naturista non può spingersi oltre un certo limite, perché l’accettazione di persone vestite nei centri naturisti, fatti salvi i casi di necessità, igiene e quant’altro rende il vestito necessario, metterebbe in crisi l’idea naturista e la scardinerebbe alla base.
    Circa le riviste naturiste c’è poco da dire: che cosa si vorrebbe che queste facessero, oltre a pubblicare notizie e articoli di cultura naturista, se non la pubblicità ai centri naturisti, pardon “nudisti”, come dicono questi contestatori che accusano i centri di favorire soltanto la pratica del “semplice nudismo”, fra l’altro cosa non vera, trattandosi di nudismo comunitario e promiscuo.
    Per rispondere a tutti questi quesiti non si deve far altro che prendere in esame la prima contestazione (dato che le risposte alle altre sono implicite nel discorso che segue), e cioè che naturismo e nudismo non sarebbero la stessa cosa. Ebbene, per spiegare che invece i due termini indicano la medesima cosa, e quindi di fatto sono sinonimi, è necessario fare un passo indietro nel tempo per tornare alle origini del naturismo.

    Cenni storici

    Distinzione tra naturismo e nudismo

    La “gimnosofia” (gymnos=nudo – sofia=saggezza) è nata nel 1926, anno della fondazione della rivista francese “Vivre d’Abord”, mentre il termine “naturismo” esisteva già prima della gimnosofia. Detto ciò, occorre dire che pochi allora avevano il coraggio (per esempio in Italia, dove eravamo in pieno regime fascista) di parlare apertamente della connotazione nudista implicita ed essenziale del naturismo. E per spiegare questo fenomeno è necessario rifarsi alla storia del naturismo in Europa.
    Ricordiamo che all’epoca della nascita del movimento naturista il sentimento di assoluta e preconcetta ripulsa nei confronti della nudità era il frutto di una sorda e ottusa mentalità borghese di vittoriana memoria. Per questo motivo, cioè per non urtare quella mentalità, Marcel Kienné de Mongeot, fondatore del movimento naturista francese, preferì adoperare il termine “gimnosofia”, che ovviamente nessuno conosceva, dietro il quale però si celava la parola “nudismo”. E per chiarire ulteriormente il concetto, Kienné de Mongeot citava il dottor Fougerat de Lastours, assertore convinto della pratica ginnica, che sosteneva come il termine “nudismo” avesse un significato peggiorativo, se non equivoco, e in certi casi addirittura licenzioso.
    Pertanto la “gimnosofia” altro non è che “nudismo” a cui, però, è stata contemporaneamente associata una filosofia di vita e un etica nuove. A questo duplice aspetto della “nuova idea”, cioè nudismo e vita naturale (e quindi nudo-naturismo”), è stato dato il nome di “naturismo”. Di conseguenza affermare che naturismo e nudismo non sarebbero la stessa cosa significa dire nient’altro che una sciocchezza, una stupidaggine dettata dalla non conoscenza della storia delle origini del naturismo e della sua evoluzione nel tempo.
    Comunque, rispetto a queste posizioni non mancarono i dissidenti, come, per esempio, Jean Deste, che nel suo libro “Le Nudisme” (1981), non volle di proposito abbandonare la dizione “nudismo”, pur conoscendo la definizione ormai affermata di “naturismo” adoperata al posto di “nudismo”: una diatriba che avrebbe poi portato al termine forse più corretto di “nudo-naturismo”, cioè di quell’insieme di regole che orientano l’individuo verso una vita più naturale e più sana, dalla quale la nudità non può essere bandita per il suo potere taumaturgico in relazione a conflitti psichici irrisolti. Inoltre, va ricordato ch’erano i lontani anni Sessanta quando in Francia il termine “nudisme” veniva cancellato e sostituito con quello di “naturisme”, anche perché ci si era resi conto che le parole “nudismo” e “nudista” erano spesso, come detto, male interpretate. Il Deste era consapevole di questo fatto quando nel 1981 pubblicò il suo libro, ma lo fece per non farci dimenticare che il naturismo è nudismo. Se poi qualcuno continua a sostenere che naturismo e nudismo sono due cose diverse, si prenda la briga di andare a leggersi il volume “L’idea naturista in Francia” di Daniele Agnoli dove scoprirebbe che il naturismo, inteso nella sua completa implicazione nudistica, era già chiaro all’atto della fondazione della Féderation Français de Naturisme nel 1948 e dell’INF/FNI avvenuta nel 1953.
    E anche i tedeschi successivamente si sarebbero uniformati a questa dizione sostituendo il termine “Nacktkltur” (cultura della nudità), coniato da Henrich Pudor (1865-1943), con “Freikorperkultur” (libertà e cultura/civiltà del corpo libero) da cui ne è derivata la sigla internazionale FKK, che oggi purtroppo viene anche usata per finalità non naturiste.
    Un altro principio controverso è quello della nudità “obbligatoria”, una polemica che ha radici lontane e che i detrattori del naturismo definiscono come una posizione fondamentalista. Già nel 1989 Erik Holm lanciava la sua filippica contro il nudo facoltativo con il suo opuscolo “Quo vadis Fkk?”: “Mi limito a dire che la nudità del corpo umano è la peculiare caratteristica che contraddistingue il nostro movimento, unico a propugnare questa condizione – naturale e culturale insieme – dell’uomo. Senza di essa il nostro movimento perderebbe, oltre alla sua credibilità, la sua stessa ragione d’essere”.
    Anche Jorg Damm, figlio del noto pioniere Karwilli Damm, fondatore della Biblioteca Naturista Internazionale, si è pronunciato sulla pericolosa tendenza al permissivismo tessile che sta insinuandosi nei centri naturisti. Jorg Damm esprime il suo disappunto constatando come tanti ritengano che si possa fare dello sport vestiti o parzialmente vestiti, e che i giovani possano essere autorizzati a portare un costume quando si trovano nell’età della pubertà. Accettare questi comportamenti, dice il Damm, significherebbe imboccare una strada molto pericolosa, in
    quanto questi comportamenti finirebbero con l’incrinare nella sua essenza l’idea naturista che,
    in questo modo, s’incamminerebbe sulla strada di un’errata interpretazione del concetto di tolleranza. Questa interpretazione pretenderebbe di ridurre la pratica nudista a pochi momenti, quali prendere di sole, fare una nuotata in piscina, fare la doccia, ecc.
    Questo problema della nudità integrale non vincolata, o condizionata, è stato sollevato anche dalla Federazione Naturista Tedesca nel 1993, che attraverso una mirata inchiesta ha voluto conoscere l’opinione dei naturisti su questa delicata questione. Ebbene, la maggioranza dei naturisti si è espressa in senso favorevole alla nudità integrale nello sport e nelle cosiddette strutture di servizio (negozi, bar, ristoranti, supermercati, posta, ecc.). Insomma, il mondo naturista, o perlomeno la maggioranza, ritiene che la nudità debba essere una esperienza globale il cui motto dovrebbe essere nudità sempre in qualunque luogo, ovviamente sempre con decoro, ordine, pulizia e con le dovute precauzioni igieniche.

    E in Italia?

    Anche in Italia, nel 1981, infuriò la polemica su chi voleva differenziare il nudismo dal naturismo. Il problema era stato sollevato dal dottor Luciano Pecchiai con uno scritto indirizzato al “Corriere Medico”. La risposta della rivista “Naturismo”, era stata però ineccepibile:

    “Il Pecchiai fa un duplice errore escludendo il nudismo come parte essenziale del naturismo: un errore storico ed un errore ideologico. L’errore storico consiste nell’identificare la figura di Lamberto Paoletti (1881-1954) con la nascita del naturismo italiano nel 1930. In realtà il Paoletti non è stato il primo a parlare di naturismo in Italia, perché già l’avevano fatto i triestini Tullio Cordon (1923), Eugenio Paulin ed Ernesto Gorischegg (1927). L’errore ideologico, invece, consiste nell’estrapolazione del naturismo italiano dal suo contesto internazionale. Infatti, chi ha avuto il merito di avere concepito autonomamente la prassi fondamentale del naturismo nudista, ha potuto dare consistenza scientifica alla propria intuizione soltanto dopo aver letto le pubblicazioni alcuni dei più validi e autorevoli esponenti del naturismo internazionale (Ungewitter, Seitz, Kock, Zimmermann e il de Mongeot)”. Come giustamente ha scritto Daniele Agnoli, “spesso e volentieri ci si dimentica che l’idea naturista è l’unica fra tutte le visioni antropologiche del mondo che oggigiorno ponga come sua premessa e suo momento essenziale lo stato di nudità del corpo umano”.