Autore: Andrea Contini

  • Origini del Naturismo in Francia

    Origini del Naturismo in Francia

    Naturismo in Francia

    La Francia è da decenni la prima destinazione mondiale per il turismo naturista: circa 4 milioni di presenze naturiste all’anno, delle quali la metà straniere e il 40% sotto i 40 anni, 500 strutture ricettive naturiste, 155 associazioni, 85 spiagge autorizzate.

    La nascita e lo sviluppo del Naturismo in Francia ha radici lontane, ma non ha sempre avuto un percorso facile e lineare come si potrebbe pensare. Sono passati quasi cento anni dalle prime grandi battaglie culturali e sociali che i loro primi pionieri dovettero combattere, e qui vogliamo ripercorrere sinteticamente i passaggi principali della storia del Naturismo in Francia, così importante per la storia e lo sviluppo del Naturismo nel mondo.

    Anche se ci furono dei precursori a inizio ‘900 in varie località, soprattutto nel Sud, il fondatore del movimento naturista francese e suo primo organizzatore è stato Marcel Kiennè De Mongeot (1897-1977), che nel 1926 fonda la rivista “Vivre d’Abord”, una delle prime al mondo a parlare di nudo-naturismo. Ma il De Mongeot, prima ancora di parlare di nudismo e naturismo, introduce il concetto di “gimnosofia”, mutuato dall’India e Grecia antica, ritenendolo più accettabile per la società di allora e meno attaccabile dei termini “nudismo” e “naturismo” da parte dei pubblici poteri e dal clero; troverà però contestazioni a questo termine tra gli stessi naturisti di allora, che trovavano la parola “gimnosofia” poco comprensibile per la maggioranza delle persone e culturalmente troppo elitario. Ma proprio questo era uno degli scopi del De Mongeot: selezionare l’adesione al movimento naturista a persone scelte e moralmente irreprensibili. In ogni caso, è grazie a lui se dapprima in Francia e poi nel mondo si inizia a definire il naturismo come un valore umano universale per la protezione e promozione della natura e lo sviluppo interiore dell’essere, mai disgiunti dallo stile di vita della nudità in comune. Molti anni dopo scriverà: “per i gimnosofi la nudità è un simbolo di verità, di franchezza, di coraggio per un ritorno dell’essere umano a ciò che Dio o la Natura ha voluto che fosse”.

    Nel 1928, il De Mongeot fonda il primo centro naturista francese, lo “Sparta Club”, che troverà la sua definitiva sistemazione nella regione Seine-et-Oise, a est di Parigi. Nel 1930, insieme ad altri, organizza il primo congresso naturista, dando il via a altri congressi e aperture di altri centri fino al 1939, tra i quali ricordiamo nel 1934 l’Ile du Levant dei fratelli Durville.

    Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il testimone del naturismo francese passerà ad Albert Lecoq (1905-1969) e sua moglie Christiane (1912-2015), continuando il De Mongeot fino agli anni ’70 una intensa e proficua attività culturale con articoli e scritti. Albert Lecoq era già attivo nel movimento naturista francese fin dalla fine degli anni ’20, e aveva fondato nel 1931 il Club Gymnique de France insieme a un’altra figura storica del naturismo francese, Fougerat de Lastours (antropologo e medico, 1896-1976).

    Furono loro a introdurre il concetto di naturismo come “nudismo sociale”, uscendo dalla visione elitaria della gimnosofia del De Mongeot, per rendere accessibili a tutti i benefici del Naturismo, e sviluppando l’idea e le conseguenti azioni per aprire, secondo il loro programma, in ogni città della Francia un terreno o un club naturista tramite un movimento naturista associativo. Oggi ci sembrano concetti acquisiti, ma allora erano nuovi, ambiziosi e futuristici. Molti di questi obiettivi sono poi stati raggiunti, e se oggi in Francia il Naturismo è così diffuso lo si deve anche, se non soprattutto, all’attività primigenia di Albert e Christiane Lecoq e dei loro collaboratori.

    I Lecoq nel 1948 fonderanno la Federazione Francese Naturista (FFN), che oggi conta 16.000 tesserati, e nel 1949 la rivista “la Vie au Soleil” tutt’ora attiva; nel 1950 apriranno il Centro Heliomarine Montalivet (CHM), oggi una delle capitali mondiali del Naturismo, dove nel 1953 nascerà la Federazione Internazionale Naturista INF/FNI. Una curiosità: sia Albert che Christiane non saranno mai Presidenti della Federazione francese, pur essendovi stati ispiratori e grandi protagonisti.

    Grandissima è stata l’importanza dell’opera dei Lecoq, non solo per il naturismo francese, ma anche per quello internazionale, e di grande ispirazione per la nascita di quello italiano.

    Nel 1950 redigeranno un vero e proprio manifesto del Naturismo, nel quale affermano come tramite il Naturismo si possano “…diffondere idee di igiene naturale, partendo dal principio fondamentale che ogni qualvolta l’uomo infrange le leggi della natura, la sua salute ne subisce prima o poi le conseguenze…”
    E ancora: “…è di capitale importanza reinserire l’individuo nel suo ambiente originario, in contatto con gli elementi naturali: il Sole, l’acqua, l’aria…ritemprarsi in seno alla natura sui terreni concepiti per il riposo del corpo e dello spirito e per l’esercizio in un ambiente familiare, fatto di cose naturali e semplici, dove ciascuno possa sentirsi libero e nudo, senza falsa vergogna, a qualsiasi età, livello sociale, confessione, nazionalità, colore…” Pensiamo sia inutile sottolineare con ulteriori parole l’attualità e la validità ancor oggi, soprattutto oggi, di quanto scritto dai Lecoq 70 anni fa.

    Chi scrive ha avuto l’onore e il piacere di incontrare e parlare con Christiane Lecoq nel 2004 durante il Congresso Mondiale INF/FNI che ne celebrava i 50 anni dalla fondazione: la sua passione per il Naturismo e il suo futuro erano ancora vivissimi a 92 anni.

    Dalla metà del secolo scorso e fino verso la fine degli anni ’60 lo sviluppo del Naturismo in Francia (e Corsica) sarà lento ma costante. Poi arriverà il ’68, e nella mutata situazione sociale e culturale il Naturismo conoscerà una grande crescita. Si farà sempre più numerosa la presenza di naturisti, non solo francesi, al di fuori dei terreni designati, sulle spiagge soprattutto, e questo, unitamente all’attività di informazione e sensibilizzazione della associazioni, spingeranno le autorità pubbliche, a partire dalla metà degli anni ’70, a riconoscere le prime spiagge ufficialmente a uso naturista. Da quel momento il Naturismo in Francia conoscerà un successo e una diffusione inarrestabile, soprattutto negli anni della Presidenza della Federazione di Philippe Cardin, eletto nel 1981 e che la guiderà per vent’anni: nel 1983 la Federazione Francese Naturista verrà riconosciuta dal Ministero per lo Sviluppo della Gioventù e dello Sport come un movimento di educazione popolare, e da allora è uno dei movimenti ufficiali facenti parte di questo Ministero. Così come, sempre a partire dagli anni ’70, è stata molto importante l’attività divulgativa e di
    informazione sul Naturismo, attraverso libri e articoli, di Marc-Alain Descamps, filosofo e psicologo, professore alla Sorbona di Parigi e in altre Università: dei suoi libri ricordiamo “Le Nu e le vètement” (1972), “Vivre Nu, psychologie du Naturisme” (1987) e “Histoire du Montalivet” (2005).

  • Naturismo, un diritto da riconoscere

    Naturismo, un diritto da riconoscere

    Naturismo Italiano

    Il 24 novembre 2020 la Fenait, le sue federate e altre realtà che rappresentano il Naturismo italiano, ha inviato a tutti i parlamentari italiani una lettera-petizione per il riconoscimento legale del Naturismo in Italia, con la quale si possa prendere atto che il Naturismo non è un vezzo o una bizzarra tendenza di pochi ma un movimento sano, consistente e praticato da molti più individui di quanto si pensi, appena costoro hanno a disposizione un luogo sicuro e accogliente dove poterlo praticare in pieno riconoscimento e sicurezza.

    Con questa lettera si chiede al Parlamento di avviare l’iter legislativo per la discussione e l’approvazione di una legge per la tutela del naturismo e per la valorizzazione del turismo naturista. Una legge che spazzi via ogni pregiudizio su una pratica salutare, benefica e dai molti aspetti positivi. Lo chiediamo per poterci finalmente porre allo stesso livello di tanti Stati del Mondo in cui è pienamente riconosciuta e praticata e dove incentiva una non trascurabile fetta di turismo.

    La necessità di una legislazione in materia è stata recentemente fatta emergere in occasione della risposta fornita dal Ministro di Grazia e Giustizia Alfonso Bonafede all’interrogazione a risposta scritta n. 4-07245 (già n. 3-01162) sul Naturismo, presentata alla Camera dei Deputati da parte dell’On. Stefania Ascari (M5S).
    Nella stessa, il Ministro ribadendo la liceità del Naturismo non ha potuto far altro che prendere atto che allo stato attuale non risulta una proposta di legge giacente in Parlamento e pertanto, implicitamente, ha manifestato la necessità che si provveda in tal senso.

    L’iniziativa porta come prima firma quella della presidenza dell’International Naturist Federation.
    Riportiamo qui di seguito il testo della lettera inviata a tutti i parlamentari della Repubblica:

    Oggetto: richiesta avvio iter parlamentare per Legge sul Naturismo.

    Il Movimento Naturista italiano, rappresentato oggi da molteplici associazioni presenti sia a nazionale che regionale o locale, lamenta da anni l’assenza di chiarezza normativa in materia di Naturismo.
    In particolare, l’entrata in vigore del D.Lgs n.8/2016, ha depenalizzato, tra le altre cose, gli atti contrari alla pubblica decenza (art. 726 c.p.).

    Per diversi anni l’art. 726 è stato utilizzato per sanzionare la pratica del Naturismo, ma la sentenza della Corte di Cassazione n.3557 del 2000 afferma che il naturismo non sia assolutamente da considerare indecente, se praticato in luoghi adatti. Così il testo: “È evidente che non può considerarsi indecente, ad esempio, la nudità integrale di un modello o di un artista in un’opera teatrale o cinematografica, ovvero in un contesto scientifico o didattico, o anche di un naturista in una spiaggia riservata ai nudisti o da essi solitamente frequentata, mentre invece suscita certamente disagio, fastidio, riprovazione chi fa mostra di sé, ivi compresi gli organi genitali, in un tram, in strada, in un locale pubblico, o anche in una spiaggia frequentata da persone normalmente abbigliate.”

    Dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 8/2016, ci risulta siano state elevate oltre 50 sanzioni a ignari turisti che si trovavano a prendere il sole nudi in luoghi solitamente frequentati da naturisti. Alcuni di questi sanzionati sono cittadini di altri paesi dell’Unione Europea, in particolare Germania, nazione dove la pratica Naturista è particolarmente diffusa, anche all’interno di parchi urbani.

    Alcuni dei naturisti sanzionati hanno opposto ricorso dapprima dinanzi alle Prefetture e successivamente dinanzi ai Giudici di Pace. Ad oggi ci risulta che il solo Giudice di Pace di Cecina abbia accolto il ricorso annullando la sanzione a carico dei due sanzionati a Marina di Bibbona, non riconoscendo però le spese di assistenza legale, spese che nella fattispecie sono state sostenute dall’Associazione Naturista Italiana.

    La depenalizzazione degli atti contrari alla pubblica decenza con trasformazione in illecito amministrativo, apparentemente un passo avanti per il naturismo, si è di fatto trasformato in un boomerang con maggiori pregiudizi in capo ai naturisti. Prima infatti gli atti contrari alla pubblica decenza erano un reato contravvenzionale, punito con l’ammenda. Questo significa che, ricevuta la notizia di reato, il Pubblico Ministero spesso, se il fatto avveniva in una zona pacificamente dedita a naturismo, pur non regolamentato, richiedeva al Giudice l’archiviazione. Ora, con la trasformazione in illecito amministrativo, che scatta automaticamente, oltre ad aver considerevolmente alzato la pena pecuniaria, ha reso più difficile, per chi colpito dalla sanzione, opporvisi, se non con costi quasi simili alla sanzione stessa per vie delle spese legali da sostenere, tramutando in questo modo la depenalizzazione in una beffa.

    Lo stesso Ministro di Grazia e Giustizia, nella sua risposta del 26 ottobre 2020 all’interrogazione della Deputata Ascari, ha, tra le altre cose, lamentato l’assenza di una legge italiana in materia di Naturismo.

    Il naturismo è un movimento nato in opposizione al degrado della vita urbana, che persegue pratiche di vita all’aria aperta e, nel rispetto della persona, della natura e dell’ambiente circostante, utilizza il nudismo come forma di sviluppo della salute fisica e mentale, in armonia con la natura. Nell’allegato dossier si possono leggere i numeri che muovono il Naturismo in Italia, in Europa e nel Mondo. Si riporta inoltre la lettura aggiornata della situazione normativa realizzata da alcune regioni e qualche comune che ha intravisto nel Naturismo un importante segmento di sviluppo turistico.

    Con la presente, le sotto elencate associazioni e federazioni, in rappresentanza dell’intero Movimento Naturista chiedono ai Parlamentari Italiani di farsi promotori, in tempi celeri, di una proposta di legge che riconosca il Diritto per i Cittadini a praticare in Italia il Naturismo, che affermi che l’art.726 del C.P. non si applica al Naturismo, che metta in moto una serie di iniziative regionali e locali affinché il Naturismo diventi un volano di rilancio post pandemia del sistema turistico italiano. I firmatari si rendono disponibili sin da ora a partecipare ad eventuali tavoli di confronto e di lavoro al fine di confezionare in tempi celeri una legge italiana sul Naturismo.

    Firmato
    Sieglinde Ivo – Presidente – International Naturist Federation
    Maria Adelaide Fornaca – Presidente Federazione Naturista Italiana
    Giampietro Tentori – Presidente Associazione Naturista Italiana
    Giovanni Pasquale Marcacci – Presidente Associazione Naturista Emiliano Romagnola
    Daniele Bertapelle – Presidente 3VeNat
    Gabriella Carrera – Presidente Associazione Naturista Abruzzese
    Ermini Giuseppe – Presidente Associazione Naturista Alto Adige
    Andrea Turco – Presidente Associazione Naturista Umanista Liburnia
    Francesco De Gennaro – Presidente Associazione Naturisti Italiani
    Michele Angelo Todisco – Presidente Associazione Naturista Pugliese
    Fabio Commini – Unione Naturisti Ambiente Italia
    Giuseppe Ligios – Presidente Sardegna Naturista
    Renato Ardigò – Presidente Associazione Naturista Ecologista Italiana

  • Xylella Fastidiosa, l’apocalisse del Salento

    Xylella Fastidiosa, l’apocalisse del Salento

    Paola Ghislieri è figlia di un proprietario di un’azienda agricola in Puglia. Assistendo alla disperazione del padre per la Xylella che ha colpito i suoi ulivi, ha deciso di realizzare questo reportage, per documentare com’era la Puglia e come sta diventando ora con questo flagello che distrugge ulivi centenari. Con piccoli segni di speranza da parte degli addetti ai lavori, per un nuovo tipo di olivicoltura. Ma il paesaggio della Puglia, in particolare del Salento, non avrà più il fascino dei suoi olivi centenari.

    È il suo primo documentario, ma Paola ha una grande esperienza nel video-making, maturata a Londra in una casa di produzione e alla Walt Disney.
    “Xylella Fastidiosa, l’apocalisse del Salento” ha vinto il primo premio per il “Best Ecological Film” del Silk Road Festival di Cannes ed è stato selezionato per il Golden Short Film Festival di Roma.

  • Ecosostenibilità  e attività  umane

    Ecosostenibilità  e attività  umane

    di Pino Fiorella

    ecosostenibilità

    Sul problema della sostenibilità dell’attività antropica, tempo fa la giornalista Patrice Poinsette rivolgeva alcune domande al professore Adriano Fabris, docente di Filosofia Morale all’Università di Pisa.

    Nella prima domanda posta al professore si chiedeva se fosse d’accordo sul fatto che avendo l’umanità alterato e manipolato a piacimento le leggi della natura, credendosi al di sopra di essa, adesso quella stessa natura sembra presentarci il conto. Ne è un esempio la diffusione planetaria del Coronavirus che ha dimostrato, invece, che noi siamo parte della natura, e che la natura è più potente di noi.

    Risponde il Fabris:

    Si è diffusa un’idea sbagliata. Si ritiene, grazie alle tecnologie, di poter manipolare i processi naturali a nostro uso e consumo e di controllarne gli effetti. Ma non è vero. La manipolazione produce effetti collaterali devastanti, come mostrano le emergenze ecologiche. Un controllo pieno della natura non ci potrà mai essere: vi sono eventi inaspettati, come quello relativi alla pandemia, appunto.

    La domanda successiva riguardava il nostro rapporto con la natura, che andrebbe ripensato per una “pacifica convivenza”, anche facendoci aiutare dalla lezione dei filosofi.

    Possiamo farlo abbandonando l’idea di avere potere su ogni cosa. Possiamo farlo rendendoci conto che siamo essere finiti, limitati. E che quindi dobbiamo interagire con i processi naturali, non semplicemente agire su di essi. E’ ciò che la filosofia ci insegna fin dal mondo antico: il fatto che siamo parte della natura, non creatori di essa.

    Un’altra domanda interessante si incentrava su che cosa fosse cambiato tra l’uomo-natura per gli antichi e l’uomo-natura per i moderni.

    È cambiato moltissimo. Nell’antichità l’essere umano era considerato una componente del cosmo e in esso doveva inserirsi al meglio. Nel mondo moderno il cosmo diventa un oggetto da conoscere e trasformare. L’essere umano se ne sente espulso e perde il suo equilibrio.

    Un altro problema è la salute: che cosa s’intendeva per “salute” in passato e che cosa intendiamo noi oggi per “salute”?

    Nel passato la salute era appunto questo equilibro tra le varie parti dell’essere umano: fisiche e psichiche. Oggi rischiamo di considerare la salute solo con il ripristino della piena funzionalità di un singolo organo, senza considerare la totalità dell’organismo, come recita la teoria olistica.

    In relazione ai due grandi spettri del nostro tempo, epidemia e cambiamento climatico, che sembra unire uomini e società, va individuata una differenza?

    La prima paura riguarda qualcosa che colpisce direttamente la nostra salute. La seconda paura concerne i processi che hanno effetti meno immediati, e che per questo spesso ce ne scordiamo. Ma la portata delle trasformazioni climatiche è profonda e duratura. Per questo è necessario che le nostre abitudini cambino davvero, e presto. Siamo capaci di farlo, e l’esperienza della pandemia ce lo dimostra.

    Fin qui il professor Adriano Fabris, mentre il Wwf, per mezzo della sua Presidente Donatella Bianchi, si pone la domanda di come immaginiamo il mondo che verrà. Per questo motivo il Wwf ha lanciato la campagna “Il mondo che verrà”, invitando tutti ad esprimere la propria opinione, la propria visione, le proprie speranze con un messaggio, con una proposta da postare sul sito del Wwf:

    Di fronte alla crisi è venuto il momento di scelte innovative per razionalizzare l’uso delle risorse naturali migliorando i meccanismi di produzione, che devono diventare sostenibili, e migliorando anche i modelli di consumo, che devono assolutamente essere responsabili. E’ venuto il momento di ridurre il debito naturale che continuiamo ad accumulare sulle spalle dei nostri figli.

    Da ciò se ne deduce, quindi, che occorrono delle linee guida che possano permettere una ricostruzione a partire dalla salute del pianeta e delle persone.

    Così, come tutti insieme abbiamo affrontato la crisi sanitaria”, dice Donatella Bianchi, “che ha provocato e continua a provocare tanti lutti e tante difficoltà all’Italia e al mondo intero, ora tutti insieme abbiamo la necessità di costruire il mondo che verrà, ossia il mondo dopo il Covid-19.

    E nel chiedere a tutti i cittadini di far sentire la propria voce, Donatella Bianchi prosegue:

    Abbiamo dimostrato grande coraggio e altruismo in questa prova che ci ha impegnato in una lunga serie di sacrifici per tutelare la nostra salute. Ora è il momento di dimostrare altrettanto coraggio e determinazione nel costruire il nostro futuro e quello dei nostri figli. Sia per quanto riguarda l’economia che per i nostri modelli di produzione e consumo dobbiamo ascoltare la scienza. Quella stessa scienza a cui ci affidiamo per superare il Coronavirus, e che ci dice, da tempo, che scelte concrete e sostenibili per mettere al sicuro il nostro capitale naturale non sono rimandabili. Il mondo che verrà dipende da noi, perché noi siamo le scelte che facciamo.

  • Body Shaming e Body Positivity

    Body Shaming e Body Positivity

    In questi ultimi anni si sono diffusi due termini: Body Shaming e Body Positivity.
    Per body shaming, o derisione del corpo, si intende l’atto di deridere una persona per il suo aspetto fisico, perché considerato non aderente ai presunti canoni estetici della cultura e della società in cui la vittima vive. Questo canone estetico, spesso lontano dalle caratteristiche di un corpo umano comune, è posto come normale e necessario per considerare una persona degna di rispetto: il corpo della vittima è al contrario considerato anormale, nonostante sia in genere più simile a quello della maggioranza della popolazione rispetto al modello estetico, e la vittima colpevolizzata e indotta alla vergogna: tale vergogna riduce l’autostima e può portare a malattie quali disturbi alimentari, ansia e depressione.
    Alcuni tipi di body shaming hanno origine antiche nella superstizione popolare, altri derivano da mode diffuse in tempi molto recenti. I canoni estetici cambiano da un luogo all’altro e con essi le forme di discriminazione.
    La derisione del corpo può colpire entrambi i sessi. Può essere aggravato dalla diffusione di non corretti modelli estetici nei mass media e nei social media e può sfociare in forme di bullismo e  cyberbullismo .

    Alla Body Shaming si contrappone la Body Positivity, ovvero un movimento di pensiero creato per rafforzare e mettere in luce come i corpi di uomini e donne possano avere più forme, più canoni estetici, tutti egualmente accettabili, da sé stessi in primis, e poi anche dagli altri. Tale movimento difende e sostiene l’accettazione di ogni tipo di corpo, al di là dell’età, del sesso, del peso, del colore della pelle, ecc.
    L’obiettivo è quello di evitare un radicamento di standard di bellezza irrealistici, dovuti anche a immagini alterate con strumenti elettronici quali Photoshop, e costruire una consapevolezza sociale dei nostri corpi reali, in modo da rafforzare una maggiore fiducia in sé stessi e negli altri, e dare dignità a ogni persona, di qualsiasi foggia possa essere.

    Noi naturisti pratichiamo da sempre la Body Positivity, anzi, essa è da sempre uno dei fondamenti del Naturismo, per il rispetto di sé stessi e degli altri, di qualsiasi età e genere siano.
    Due recenti esempi spiegano il concetto di Body Positivity meglio di mille parole: il progetto fotografico “Spiaggia Viva” dell’A.n.ab (Associazione Naturista Abruzzese), progetto del quale ne avevamo già parlato qui su Naturistitalia; e il recente progetto fotografico di Tito Borsa “Nessuna Vergogna”, realizzato ritraendo corpi di modelle non aderenti ai canoni imposti dalla società, dalla moda o dalla pubblicità, e abolendo categoricamente l’uso di Photoshop.

    Come dice l’autore, “hanno posato dalla ragazza che vuole fare la modella e viene scartata continuamente perché non ha il fisico ritenuto adatto, alle ragazze che hanno avuto problemi sociali per il proprio aspetto, a chi porta con fierezza vistose cicatrici, o anche chi semplicemente voleva posare nuda giusto per farlo, senza doversi preoccupare del giudizio degli altri. Hanno risposto all’appello persone bisessuali, tatuate, nere, bianche, etero, una grande varietà ma quasi tutte donne. Solo un ragazzo, che ha lavorato duramente perché non stava bene col corpo che aveva prima. Anche questa mi è sembrata body positivity. La cosa che mi piace trasmettere è che nel progetto non c’è alcun giudizio verso nessun tipo di corpo e che tutti possono sentirsi liberi di mostrarsi nudi, anche perché spesso è un atto terapeutico e liberatorio.”

    A ogni foto è affiancato un testo di Andrea Chiara Daniso che riassume le motivazioni che hanno spinto la persona ritratta a partecipare al progetto.

  • I vestiti “uccidono” le persone

    I vestiti “uccidono” le persone

    Vestiti

    Un videoclip della band americana Joywave, dove i vestiti sono pallottole sparate da armi tessili…

    Directed by DANIELS & Zak Stoltz vimeo.com/zstoltz
    DP Larkin Seiple
    AD Jesse Fleece
    Production Designer Jason Kisvarday
    Stylist Corban Poorboy
    Hair/Makeup Eleanor Marks
    Stunts Jess Harbeck
    Catering Stefanie Lynch
    Starring Sarah Hess
    Producer Jonathan Wang
    PM Judy Craig
    Exec Producer Candice Ouaknine
    Prettybird Productions

    Music video by Joywave performing Tongues (official video). (C)
    2014 Cultco Music / Hollywood Records, Inc.

  • L’Università diventa verde: in aumento gli studi ecologici in Italia

    L’Università diventa verde: in aumento gli studi ecologici in Italia

    Università verde

    Quando nel novembre 2019 l’acqua alta mise in ginocchio il capoluogo veneto, un professore di letteratura inglese dell’Università veneziana Ca’Foscari – Shaul Bassi – auspicò dalle colonne del New York Times un destino verde per la sua città.

    Da quell’articolo si sviluppò un progetto e in questi giorni Ca’ Foscari si appresta all’avvio del corso di laurea magistrale in Scienze Umane Ambientali (Environmental Humanities, in inglese) per l’anno accademico 2020/2021, rendendo la Serenissima l’unica città italiana ad erogare un insegnamento simile.
    «Venezia è una città simbolo dei problemi che i cambiamenti climatici hanno causato, ed è anche un luogo che da secoli sforna arte e pensiero per affrontare i problemi. È un crocevia di culture», conferma il Prof. Bassi, designato coordinatore del nuovo corso. Il Master’s Degree appena inaugurato, nato dalla commistione di discipline scientifiche e umanistiche, garantirà ai futuri ecologisti una preparazione di respiro internazionale, con 7 dipartimenti coinvolti, decine di conferenzieri e insegnanti bilingue.

    Aggiunge il Prof. Bassi: «Non esiste cultura senza conoscenza dell’Ambiente. L’emergenza ambientale è complessa, riguarda ogni aspetto della nostra esistenza e ci deve spingere a superare la dicotomia materie scientifiche/umanistiche. Divisione fuorviante: non esiste nessuna cultura senza conoscenza dell’Ambiente, non esiste conoscenza della Natura senza cultura».
    Ed è per questa ragione che un aspirante ecologo dovrà saper citare Popper come Haeckel. Quello a cui noi puntiamo è avere degli studenti con delle solide basi scientifiche e umanistiche, capaci di affrontare la Questione Ambientale».

    Il caso di Venezia non è che la punta dell’iceberg di un trend in crescita: il cammino verso la cultura della sostenibilità imboccato dagli atenei del Belpaese. In Italia i corsi di studio green stanno crescendo. Sono decine, infatti, le istituzioni universitarie italiane, pubbliche e private, che iniziano a organizzarsi intorno ai temi della tutela ecologica. Negli ultimi dieci anni, la crescita dei corsi ad impronta verde si è fatta sentire: stando ai numeri del CUN (Consiglio Universitario Nazionale), i cosiddetti Ecodegrees erano 17 nel 2014, 37 nel 2019 e si prospetta una crescita di 22 unità per l’anno corrente. Dalla Lombardia a Napoli, passando per Bologna e Sassari: dal percorso in agraria “sostenibile” di Brescia all’economia ambientale di Ferrara e di Siena.
    Spazio anche agli studi di bioingegneria, di cui La Sapienza di Roma è capofila. E a Napoli occhi puntati sul corso di “Biologia e Uso Sostenibile delle Risorse” della Federico II.

    E il mondo del lavoro? Quella degli atenei nostrani è una metamorfosi che non lascia indifferente il
    mercato e il mondo della formazione post–laurea.
    Valentina Perissinotto, docente e coordinatrice del Master in Green Management, Energy and CSR dell’Università Bocconi di Milano (primo al Mondo per ranking nel 2019), spiega che «temi come per esempio il benessere delle persone, il cambiamento climatico, l’efficienza energetica, la tutela delle risorse naturali e degli ecosistemi, l’economia circolare rappresentano un punto fondamentale nelle agende di tante aziende del settore privato e pubblico, di organizzazioni internazionali e governi. Il mercato chiede quindi un numero maggiore di profili con competenze in questi ambiti. Lo dimostra anche il tasso di occupazione: abbiamo raggiunto il 100% a un anno dal conseguimento del diploma. Per raggiungere l’auspicato cambio di paradigma verso un’economia più rispettosa di persone e ambiente, servono due ingredienti fondamentali: valori e competenze. Da un lato quindi, è fondamentale avere gli strumenti per rivedere i modelli economici, dall’altro è fondamentale creare un bagaglio di conoscenze e competenze a 360 gradi, unico modo per dare un contributo concreto e di valore».

  • La nudità nella storia antica

    La nudità nella storia antica

    La nudità

    Il sostantivo «nudità» è quello che meglio designa la fisicità della figura umana, la sua realtà corporea, ma anche quella interiore (“mettere l’anima a nudo”, “mettersi a nudo”).
    Infatti la nudità è da sempre a vario titolo oggetto di interesse, osservazione, studio e raffigurazione, iconica o figurativa come si direbbe in campo artistico, ma anche in ambito sociale e medico.

    L’evoluzione e rappresentazione del concetto di nudità si sviluppano continuamente nella storia, nelle arti e nelle scienze, assumendo talvolta un ruolo importante nei riti magico-religiosi, per scopi decorativi o come indice di appartenenza ad un certo rango.
    Nella storia umana la totale nudità accompagna la nascita dei primi esseri viventi, che per molto tempo si sono così reciprocamente osservati, realizzando in tal modo una primordiale visione di sé e dell’altro. Tale modalità di osservazione consentiva la valutazione di eventuali alterazioni del manto cutaneo, di anomalie del sembiante: da ciò nasce la diffusa convinzione che la Dermatologia sia stata la prima forma di Medicina
    praticata dall’uomo.
    In effetti la condizione di nudità era di per sé abituale nell’uomo primitivo, non ancora condizionato da credenze e consuetudini e ancor meno sottoposto a norme sociali e religiose, come invece è poi avvenuto nel corso dei secoli successivi.

    Si delinea così la storia della nudità, certamente sempre modulata in tutte le Ere in base a esigenze biologiche, variazioni ambientali, abitudini sociali e atteggiamenti culturali.
    Nel paradiso terrestre Adamo ed Eva vivono nudi fino a quando, con il compimento del peccato originale, prendono coscienza della differenza fra bene e male. La nudità quindi, dapprima simbolo di purezza e di candore, si tramuta nel suo contrario come fattore di tentazione e concupiscenza.

    Tuttavia nelle religioni ebraiche e cristiane delle origini la nudità continua ad essere condizione di innocenza e purezza, quale nudità in senso spirituale. Gesù Cristo e i primi Cristiani sono sempre nudi nel rito del Battesimo, come pure nella Crocifissione.
    Ma l’originario concetto della colpa commessa dai nostri progenitori e quindi della nudità, proibita perché contraria al pudore, è sempre presente nell’Antico Testamento. In particolare la malattia è considerata castigo divino perché conseguenza di un peccato e quindi impone che il malato, colpevole, venga visitato nudo dai sacerdoti e non dai medici profani.

    Infatti nel Talmud (II e I secolo a.C.), si afferma che «gli esami delle malattie della pelle, le eruzioni e la lebbra non spettano al medico, bensì al sacerdote». La diagnosi viene riconnessa alla colpa e valutata in base alla sua entità. La terapia, esclusivo dono di Dio, prevede che il malato venga abbandonato al suo destino e cacciato nudo dalla comunità tribale. In sintesi Dio è sanità, malattia è punizione e il sacerdote è medico.
    Questo primitivo comportamento durerà per molti secoli, creando un’enorme confusione dottrinale, e continui conflitti tra religione e scienza medica, fino all’Era Moderna.
    Ma in molte altre culture antiche (ad esempio in quelle mesopotamica, assiro-babilonese, persiana, fenicia) resta presente l’ambivalenza della nudità costantemente sospesa fra natura-salute-bellezza da un lato, e malattia-colpa-impudicizia-umiliazione dall’altro.

    Le più antiche testimonianze della condizione di nudità risalgono all’epoca preistorica, dalla quale ci giungono molti graffiti e incisioni rupestri presenti in diversi Paesi del mondo.
    Particolarmente significativa è la vivace scena di caccia delle Grotte di Lascaux (Francia, 15.000 a.C.). Ma anche nelle primitive sculture di Venere, databili intorno al 10.000 a.C., sono ben visibili seni, ombelichi, genitali e fianchi larghi, quali elementi beneauguranti per la caccia, la guerra e soprattutto per la fecondità.

    Ancora oggi alcune tribù africane e amazzoniche vivono nude o con un semplice laccio legato alla cintola; quelle della Nuova Guinea hanno come unico indumento baccelli di zucca quali foderi del pene come rituale o abbigliamento per la caccia, la guerra o altre attività quotidiane.

    Non è ancora certa la data della prima vestizione del genere umano: secondo alcune ricerche antropologiche risalirebbe a circa 70.000 anni orsono.
    Sappiamo che la specie umana nel corso della sua evoluzione ha gradualmente perso i peli e quindi ragionevolmente ha sempre più incrementato l’uso di vestiti per proteggere il corpo e la pelle dai fattori esterni. L’antropologia parla di pelli di animali, rami e foglie intrecciati per proteggersi da freddo, caldo, pioggia etc.

    Ötzi, la famosa mummia di Simulaun miracolosamente conservata intatta dalle nevi perenni delle Alpi della Val Venosta per circa 7000 anni, portava con sé un ampio corredo costituito da calzari, mantello e zaino in fibre vegetali, arco, faretra, frecce, pugnale di selce e ascia di rame, una riserva di semi e frutti, un contenitore di betulla con carbonella per il freddo e persino una scorta di Piptoporus betulinus, fungo che si sviluppa sulla corteccia della betulla, dalle scarsissime proprietà nutritive ma dotato di principi attivi antibiotici ed emostatici. Segno di un grande interesse per la protezione e la cura del corpo e della pelle fin dalle epoche più remote.

    Nell’antico Egitto i personaggi più importanti sono raffigurati nudi, o al massimo con un gonnellino sui fianchi e nelle rappresentazioni mediche o chirurgiche i pazienti appaiono completamente nudi (ad esempio nella Tomba di Anthmahor, 2400-2300 a.C.).
    Anche Geb il Dio della Terra e Nut la Dea del Cielo sono raffigurati nudi. La Regina Cleopatra, simbolo del ruolo e dell’indipendenza della donna, completamente nuda si immerge nelle acque e nei fanghi del Mar Morto per la cura della sua salute e bellezza. Ma sempre nell’Antico Egitto, contradditoriamente, la nudità viene imposta anche ai nemici sconfitti e agli schiavi, che vengono esposti nudi per sottolineare il loro stato di inferiorità politica e sociale. E questo comportamento ha purtroppo poi lungo corso nella storia umana, fino ai campi di concentramento nazisti.

    Nella cultura fenicio-punica sono diffuse statuette fittili di uomini e donne nudi con genitali ben evidenti per uno specifico riferimento alla fertilità e alla buona sorte. Ed anche i soldati e i nuotatori sono abitualmente riprodotti nudi a sottolineare la loro prestanza e buona salute.

    Nella mitologia greca molti Dei (Apollo, Afrodite/Venere, Diana) sono effigiati nudi per sottolineare il loro ruolo e l’importanza del loro corpo. Nella cultura greca la nudità è considerata simbolo di purezza e di distinzione sociale e perciò esercitata ufficialmente a scopo rituale, atletico, militare e medico-estetico. Come racconta Omero nell’Iliade, gli esseri umani devono presentarsi completamente spogliati di fronte ai giudici, anch’essi nudi, perché entrambi devono essere liberi da ogni riferimento di casta sociale per un miglior confronto fra anima e anima.

    Nell’antica Grecia delle origini, ovvero prima della Grecia classica o “di Pericle”, sorgeva la civiltà Minoica nelle isole di Creta e di Thera, i cui abitanti sono di regola raffigurati nudi: eloquenti testimonianze di queste abitudini L’acrobata di Cnosso a Creta e I pugilatori a Thera. Anche a Sparta la nudità era abituale, specie durante gli esercizi fisici e in particolare nei bagni pubblici, che erano anche luoghi dove praticare attività fisica (ginnastica dal greco gymnos= nudo, gymnasium=luogo per essere nudi) e in particolare per meglio esporre la cute al sole, ai venti ma ancor più al contatto benefico con le acque termali. Nella Grecia classica la nudità sottolinea l’importanza del corpo e dello spirito, dell’energia fisica e spirituale. Non a caso rappresenta una condizione di magnificazione dell’atleta, rappresentato per lo più nudo o raramente con il perizoma. E ciò specie in occasione dei Giochi Olimpici, importantissimo evento ginnico, sociale e politico che addirittura impone una tregua in ogni conflitto bellico.

    Persino le comuni e assai diffuse statuette votive devozionali raffigurano ragazzi completamente nudi. Questo perché la nudità è il tratto distintivo della scultura greca, volta a celebrare la bellezza ed intesa come proporzione delle parti rispetto all’intero.
    Capolavoro di tale «euritmia anatomica» sono i Bronzi di Riace. Quindi si può affermare che in Grecia si intendeva la nudità come simbolo di bellezza, libertà e salute.

    Il principio ispiratore di tutto l’operato del padre della Medicina, Ippocrate (460-377 a.C.), «observatio et ratio», prevede un’attenta visita al malato completamente nudo per meglio rilevare, indagare e curare le preziose “spie cutanee”, spesso espressioni esterne di oscure patologie interne. Dalla sua grande esperienza e riflessione scaturiscono numerose denominazioni di varie malattie, molte ancora oggi attuali.
    Ippocrate separa la sua medicina razionale da quella sacra, ovvero religiosa o teurgica.
    Come molti altri grandi scienziati, si circonda di estimatori ed allievi con i quali fonda la sua Scuola Medica di Kos, in linea con le precedenti Scuole Mediche di Alcmeone di Crotone (V sec. a.C.) che nel suo trattato De natura accenna anche a malattie della cute, di Empedocle di Agrigento (490-430 a.C.) e di Filistione di Locri che parla già di «respirazione cutanea». Areteo di Cappadocia (81-131 d.C.) per primo individua il Diabete e osserva che sulla pelle di tutti i malati compare frequentemente una desquamazione, indice di dermatite seborroica, psoriasi etc.

    L’annessione della Grecia da parte di Roma (146 a.C.) provocò una massiccia penetrazione di usi, costumi e arti nel mondo romano, anche nelle rappresentazioni teatrali: soprattutto con Plauto (Tito Maccio Plauto (250 circa-184 a.C.) e la sua nudatio mimarum, ovvero un vero e proprio spogliarello finale dei mimi che accompagnavano la recita.
    Lo storico greco Polibio (206-118 a.C.), studioso della nascita della Repubblica romana,
    scrive che i Celti combattevano nudi e parla di «uno spettacolo terribile…tutti uomini dal
    fisico splendido e nel fiore degli anni
    » (Storie II-28). Da qui anche la nudità più o meno
    completa dei lottatori romani delle origini.

    Anche fra i proto-Cristiani è presente l’ambivalenza della nudità fra innocenza e vergogna.
    Secondo la religione cristiana la nudità è però intesa come fragilità esistenziale e quindi anche come condizione assistenziale: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito…» (Matteo 25, 35-36).
    Poi nell’Alto Medioevo si diffonde e si rafforza un rifiuto del corpo in quanto nemico dello spirito e di conseguenza si instaura una condanna della nudità, ma nel Basso Medioevo con l’avvento Federico II di Svevia (1194-1250) la prospettiva si capovolge nuovamente e la cura del corpo e della pelle vengono rivalutate.

    E lungo una storia di “corsi e ricorsi” altalenanti fra esaltazione e condanna, riprese e abbandoni, la nudità nell’Illuminismo torna ad essere considerata un tabù e nell’epoca vittoriana addirittura oscena e indecente. Fino a quando un rinnovato interesse per la cultura greca, e la sua “mitizzazione” della nudità, propongono il nudismo collegato con il Naturismo. E’ la rivoluzionaria Freikörperkultur (cultura del corpo libero) degli inizi del ‘900, che si incrementa e si sviluppa in tutto il mondo, soprattutto occidentale, dopo la seconda guerra mondiale.
    In conclusione, la complessa e lunga storia evolutiva della nudità è sempre stata ciclica, e il suo futuro rimane aperto: sta anche, anzi soprattutto a noi naturisti fare in modo che sia favorevole.

  • Black’s Beach 1976, USA (video)

    Black’s Beach 1976, USA (video)

    Black's Beach

    Per chi ha scarsa conoscenza della storia, dello sviluppo e della situazione attuale del Naturismo nelle varie parti del mondo, è facile dire che gli Stati Uniti d’America sono una nazione dove il Naturismo/Nudismo è poco diffuso. Ma se da un lato una certa cultura sociale, che ha antiche radici storiche, alimenta una falsa morale sul diritto al nudo naturale delle persone, dall’altra una contro-cultura risalente all’Ottocento, unita alla disponibilità geografica di vasti spazi, hanno sempre tenuto viva l’idea e la pratica naturista.

    Oggi negli USA esistono due organizzazioni naturiste, l’American Association for Nude Recreation (AANR) e The Naturist Society (TNS), circa 150 strutture ricettive e una decina di spiagge legalmente autorizzate. Certamente numeri piccoli rispetto all’Europa e in rapporto alla vastità del territorio statunitense ma, come dicevamo sopra, proprio questi vasti spazi lungo le coste marine, laghi, fiumi, boschi e foreste, hanno permesso e permettono spesso un Naturismo “libero e selvaggio” in posti isolati o poco frequentati.

    La più antica e anche più estesa spiaggia ufficialmente autorizzata è quella di Black’s Beach a La Jolla, una località turistica californiana presso la città di San Diego.
    Legalmente riconosciuta dal 1977, e dal 1999 ridotta su 2 chilometri di battigia, la frequentazione naturista della spiaggia è iniziata negli anni ’60 del secolo scorso, per raggiungere l’apice della sua popolarità tra gli anni ’70 e gli albori del Duemila, quando nei week-end estivi veniva frequentata da decine di migliaia di persone.

    A testimonianza di questo, pubblichiamo un video girato sulla spiaggia di Black’s Beach nel 1976, quando rispetto a oggi c’erano forse più tolleranza e rispetto reciproco.

  • Per ridere un po’

    Per ridere un po’

    Dieci vignette per riderci un po’ su.
    E un’ultima che contiene un augurio e una speranza, per un mondo più giusto, più equilibrato, nel quale tutti possano esprimere sé stessi senza giudicarsi l’un l’altro.

    Dave Coverly
    Roman Bureš2
    Nate Fakes
    Coleman3
    Coleman5
    Roman Bureš1
    Coleman1
    Coleman2
    Coleman4
    Stephen Crowley
    Roman Bureš3