Autore: Andrea Contini

  • Nuda e integra: riappropriarmi del mio corpo di donna attraverso il naturismo

    Nuda e integra: riappropriarmi del mio corpo di donna attraverso il naturismo

    Di Vian Aziz

    Dal blog dell’INF-FNI

    Nuda e integra

    La D.ssa Vian Aziz è nata e cresciuta in Iraq. Dopo alcuni anni a Dubai, dal 2010 si è definitivamente stabilita con la sua famiglia a Cardiff, nel Galles, dove esercita la sua professione medica.

    Essendo cresciuta in una cultura conservatrice, il mio corpo è sempre stato una questione che riguardava gli altri. Doveva essere coperto, protetto e controllato per pudore, per sicurezza, per onore. Fin da bambina mi è stato insegnato che la virtù si attaccava alla mia pelle come un tessuto, e senza di essa avrei potuto sprofondare nella vergogna.
    Ma cosa succede quando i rivestimenti iniziano a sembrare delle gabbie?
    E il silenzio intorno al corpo comincia a riecheggiare come una ferita?

    Mi sono imbattuta nel naturismo quasi per caso, una parola che all’inizio mi sembrava estranea e persino tabù. Nudità? Volontaria? E terapeutica?
    L’idea sembrava impossibile. Ma qualcosa in essa parlava a un dolore profondo che non riuscivo a definire. Una fame di libertà, non solo dai vestiti, ma dallo sguardo, dalle aspettative, dalla coreografia della vergogna che mi ha accompagnato per tutta la vita.

    In molti contesti mediorientali, il corpo di una donna raramente appartiene solo a lei. È un luogo di orgoglio culturale, dovere religioso, dibattito politico e ansia sociale. Mi è stato insegnato a vedere il mio corpo come un segreto e un rischio, qualcosa che andava coperto e regolamentato.
    Eppure, al di là di tutte le regole e i rituali, c’era qualcosa di cui nessuno parlava: cosa significa semplicemente esistere nella propria pelle. Non per seduzione. Non per ribellione. Solo per esistere. Per respirare. Per essere.

    La prima volta che mi sono trovata completamente nuda in mezzo alla natura, non ero circondata da persone. Ero sola, avvolta solo dal vento e dal sole. Non c’era pubblico. Nessuno specchio. Nessun giudizio. Solo io e la silenziosa rivelazione che non ero sbagliata. Pensavo che mi sarei sentita vulnerabile.

    Invece, mi sono sentita completa. Non avrei mai immaginato che spogliarmi mi avrebbe aiutato a ricomporre me stessa.

    Per me, il naturismo non significa esibire il mio corpo. Significa incontrarlo. Significa liberarmi da secoli di vergogna ereditata, e lasciare che la mia pelle ricordasse com’era prima di essere politicizzata, sessualizzata o messa a tacere.
    Inizialmente, il mio percorso di guarigione è stato silenzioso e privato. Ma alla fine, mi sono avvicinata al naturismo sociale ed è stato allora che è successo qualcosa di veramente inaspettato. Ho trovato la connessione.

    C’è qualcosa di profondamente bello nello stare in mezzo agli altri, liberi dalle maschere che indossiamo – abiti, status, giudizi – semplicemente essendo umani insieme. Nessuno ti sta misurando. Nessuno sta recitando una parte. Sei accettato non nonostante il tuo corpo, ma con esso, esattamente così com’è.
    In un mondo che spesso mette le donne l’una contro l’altra, attraverso il confronto, la competizione o il controllo, il naturismo sociale mi ha offerto uno spazio in cui la comunità ha sostituito la competizione. Ho incontrato persone di tutte le forme, di tutte le età, con storie diverse. Non eravamo nude per attirare l’attenzione; eravamo nude per essere autentiche.
    E in quello spazio ho trovato qualcosa che mi mancava da tanto tempo: gioia senza pressioni, presenza senza vergogna e un senso di appartenenza senza pretese.
    Per la prima volta, la felicità mi sembrò semplice. Solo io, gli altri e la verità della nostra comune umanità.

    Per molte donne, soprattutto quelle provenienti da ambienti conservatori o religiosi, il naturismo può sembrare un’eresia. Ma per me, era una forma di preghiera. Un atto radicale di riappropriazione.
    Mi ha insegnato che la guarigione non sempre si manifesta in stanze di terapia o con farmaci. A volte, si manifesta con i piedi nudi nella terra calda. La luce del sole sulla schiena. Un silenzio che non giudica.
    A volte, guarire significa dire a se stessi: questo corpo è mio. Questo corpo non è un peccato. Questo corpo è casa.

    Porto ancora dentro di me la mia cultura. Parlo le sue lingue, cucino i suoi piatti, canto le sue canzoni. Ne vado fiera. Ma non ne porto più il peso della vergogna.

    Alcuni pensano che naturismo e modestia nell’abbigliamento siano concetti opposti. Io sono giunta a credere che entrambi possano essere sacri, se nascono da una scelta e dall’amore, non dal controllo o dalla paura. Il naturismo non mi ha fatto rinnegare le mie origini. Mi ha aiutato a reinterpretarle attraverso la compassione. Non ho lasciato nulla alle spalle. Ho semplicemente smesso di nascondermi da me stessa.

    E ora non parlo solo a nome mio, ma anche a nome dei molti che non possono farlo. Per le donne, dal Cairo a Casablanca, da Beirut a Baghdad, che si sentono prigioniere nella propria pelle. Per coloro che desiderano ardentemente sentirsi libere, ma portano il peso della paura o dell’esilio.
    Ho iniziato a guidare e a creare uno spazio di accoglienza per altre persone provenienti dalle regioni medio-orientali che si interrogano e guariscono in silenzio. Attraverso gruppi di dialogo, supporto online, ritiri privati e condivisione pubblica di storie, sto costruendo un percorso in cui libertà e cultura non debbano essere nemiche.

    Non lo faccio per offendere la tradizione, ma per offrire un nuovo modo di viverla. Un modo che dice: puoi essere figlia di questa regione e al tempo stesso scegliere il tuo ritmo, il tuo rapporto con il tuo corpo, la tua definizione di pace. Non dobbiamo aspettare il permesso. Possiamo essere la prima generazione a rompere il silenzio, non per rabbia, ma per amore.

    Se sei una donna cresciuta credendo che il suo corpo fosse pericoloso o impuro, voglio che tu sappia questo: hai il diritto di trovare la pace nella tua pelle. Hai il diritto di guarire, anche se la guarigione non assomiglia per niente a ciò che ti è stato insegnato.
    Che tu scelga di coprirti o di scoprirti, la cosa più giusta che puoi fare è riappropriarti del tuo corpo. Non è loro. È tuo.

  • Natura e attività umana

    Natura e attività umana

    In un racconto dei suoi Moralia, Plutarco (46 d.c. – 125/127 d.c.) narra che, durante il regno di Tiberio, epoca nella quale avvenne la Crocifissione di Gesù, un marinaio di nome Tamo udì una voce misteriosa provenire dal mare. Gli ordinava di annunciare, una volta giunto presso la costa: “Il grande Pan è morto”. Quando Tamo pronunciò quelle parole, dalla terra si levò un immenso lamento, un grido di dolore e di stupore. 

    Pan era il dio dei boschi, dei pascoli e della vitalità naturale. Rappresentava una natura che non era ancora uno sfondo passivo delle vicende umane, ma una presenza viva, abitata dal sacro e capace di incutere rispetto. Annunciare la sua morte significava dire che quel rapporto con il mondo era terminato: un equilibrio si era spezzato e un mondo finiva. L’attività umana si separava dalla responsabilità verso la natura per  perseguire il risultato immediato, egoistico,  senza interrogarsi abbastanza su quello che va a distruggere, ovvero sulle conseguenze. Da quel momento non veniva compromesso soltanto il rapporto tra l’uomo e la natura, ma anche quello tra gli uomini:  era l’annuncio dell’avvento di una civiltà che da allora, e negli ultimi due nostri secoli soprattutto, ha sempre più alterato il rapporto con il proprio pianeta, e ha smarrito la capacità di pensarsi come comunità nel tempo, così smarrendo anche i legami con le generazioni future.

    Ovviamente non si può, né si vuole proporre il ritorno a un’umanità senza scienza e senza tecnica. La conoscenza è indispensabile, liberatrice, benefica, provvidenziale. Ma non è mai neutrale: ogni conquista aumenta il potere dell’uomo e, con esso, la sua responsabilità. O almeno dovrebbe aumentare anche il suo senso di responsabilità, ovvero del limite, ma purtroppo questo non sempre è avvenuto e avviene. Lo stiamo vedendo oggi con il dibattito generale su opportunità e rischi dell’Intelligenza Artificiale, sul quale consigliamo la lettura dell’introduzione di Papa Leone XIV alla sua recente enciclica “Magnifica Humanitas”.

    Con l’annuncio del Tamo di Plutarco, abbiamo cominciato a credere che l’intelligenza ci autorizzasse a oltrepassare ogni limite. La modernità ha moltiplicato le possibilità dell’ingegno umano. Abbiamo sconfitto malattie, migliorato e prolungato la vita, collegato continenti, esplorato lo spazio e costruito macchine capaci di elaborare quantità immense di informazioni. 

    Ma non abbiamo accresciuto nella stessa misura la capacità di prevedere e governare le conseguenze di ciò che produciamo. Sappiamo fare sempre di più, ma non necessariamente sappiamo entro quali limiti e a quale prezzo futuro.

    La crisi climatica è una manifestazione evidente di questa sproporzione. Non è una vendetta della natura, ma la conseguenza della rottura di equilibri dai quali continuiamo a dipendere. L’essere umano, infatti, non vive semplicemente nella natura: è natura. Respira attraverso gli alberi, si nutre attraverso il suolo, regola i propri ritmi attraverso la luce e costruisce il proprio equilibrio psicologico nel rapporto con ambienti, corpi e relazioni.

    Ma esiste anche un’altra crisi, meno visibile ma non meno profonda: quella della fiducia. Una società non vive soltanto di leggi, istituzioni e interessi. Vive anche di patti impliciti: la parola data, il riconoscimento dell’altro, la convinzione che non tutto ciò che può essere sfruttato debba esserlo. Quando questi legami si indeboliscono, ogni relazione rischia di diventare una trattativa e ogni vulnerabilità un’occasione da usare. Il cavallo di Troia diventa allora una metafora sorprendentemente attuale. È il simbolo di ciò che entra nelle nostre vite presentandosi come dono, opportunità o progresso e può invece contenere una forza distruttiva. Vale per la politica, per l’economia, per la tecnologia, per l’informazione e per i rapporti tra le persone.

    Non tutto ciò che funziona è giusto. Non tutto ciò che è efficace è compatibile con la convivenza. Una civiltà comincia a perdere il proprio equilibrio quando considera l’astuzia più importante della fiducia e la vittoria più importante del patto che rende possibile vivere insieme tra le persone e con la natura che ci circonda. Anche il crescente disagio psicologico giovanile può essere letto dentro questa doppia frattura. Viviamo in ambienti accelerati, artificiali e saturi di stimoli, ma anche in contesti nei quali le relazioni sono più fragili, competitive e incerte. L’ansia diffusa, la stanchezza e la sensazione di essere costantemente in affanno non dipendono soltanto dalla vulnerabilità individuale. Sono segnali di un disallineamento tra il nostro modo di vivere e i bisogni biologici, psicologici e sociali che ci tengono in equilibrio.

    La risposta, però, non può essere il ritorno a un passato idealizzato. Il mondo di Pan non può essere ricostruito. Possiamo però riconoscere la frattura e provare a costruire una nuova alleanza: con la natura, tra i popoli, tra le generazioni e tra le persone.

    Una risposta la può dare il Naturismo etico, responsabile, sociale, che ci può certamente regalare uno stile di vita e un pensiero più di connessione tra noi stessi e la natura circostante, di maggior fiducia e dialogo con gli altri. Infatti, secondo la definizione dell’International Naturist Federation,

    “Il Naturismo è un modo di vivere in armonia con la natura, caratterizzato dalla pratica della nudità in comune, allo scopo di favorire il rispetto di se stessi, degli altri e dell’ambiente circostante.” 

    Serve un equilibrio nuovo, per imparare ad abitare diversamente il mondo e a vivere diversamente gli uni con gli altri. Un equilibrio che non contrapponga la scienza alla natura, ma utilizzi la conoscenza per comprendere e rispettare le condizioni della vita.

    Un patto che restituisca valore alla fiducia, alla responsabilità, al senso del limite, che riconosca che nessuna comunità umana può sopravvivere a lungo se trasforma ogni relazione in competizione, ogni differenza in ostilità.

    E su questo, ribadiamo, il Naturismo ha molto da dire.

  • Spiagge naturiste legalmente riconosciute

    Spiagge naturiste legalmente riconosciute

    Dopo la storica sentenza della Corte di Cassazione num. 3557 del 2000, che sanciva la liceità del naturismo nei luoghi appositamente adibiti ad esso dalle amministrazioni locali, lo sviluppo delle spiagge legali naturiste in Italia è andato e sta andando avanti. 

    Nello stesso anno 2000 a Capocotta, località tra Ostia e Torvajanica (Roma), veniva riconosciuta legalmente la prima spiaggia naturista in Italia. Da allora altre se ne sono aggiunte, e oggi ci sono 24 spiagge naturiste legalmente autorizzate. A queste ci sentiamo di aggiungere in Calabria quella di Pizzo Greco, antistante all’omonimo villaggio naturista: non c’è una specifica delibera pubblica, ma da cinquant’anni il naturismo è praticato senza problemi, tanto da avere anche ospitato nel 2010 il Congresso Mondiale della Federazione Naturista Internazionale, con il sostegno e la presenza di autorità regionali e locali. Qui sotto elenchiamo queste 25 spiagge per regione, comune, sigla provincia, nome della spiaggia, in modo da dare un aiuto per la geo-localizzazione da nord a sud.

    PIEMONTE

    Varallo Sesia (VC), Frazione Balangera – Fiume Sesia

    EMILIA-ROMAGNA

    Corte Brugnatella (PC), Spiaggia del Secchiello – Fiume Trebbia

    Comacchio (FE), Lido di Volano

    Lido di Dante (RA), Spiaggia della Bassona

    TOSCANA

    Viareggio (LU), Parco di Migliarino – Spiaggia della Lecciona

    Livorno, Località Calignaia – Spiaggia di Punta Combara

    San Vincenzo (LI), Spiaggia Nido dell’Aquila

    Sassoscritto (LI), Spiaggia Punta del Miglio

    Isola d’Elba, Campo Nell’Elba (LI), Spiaggia delle Tombe

    Isola d’Elba, Capoliveri (LI), Spiaggia di Acquarilli

    LAZIO

    Santa Marinella (ROMA), Spiaggia delle Sabbie Nere

    Fiumicino (ROMA), Spiaggia di Focene

    Lido di Ostia (ROMA), Spiaggia di Capocotta

    ABRUZZO

    Torino di Sangro (CH), Spiaggia Punta Le Morge

    CAMPANIA

    Marina di Camerota (SA), Spiaggia del Troncone

    PUGLIA

    Castellaneta Marina (TA), Spiaggia della Termitosa 

    detta anche Spiaggia Bosco della Marina

    CALABRIA

    Stignano (RC), Località Femmina Morta – Spiaggia di Stignano

    Isola Capo Rizzuto (KR), Spiaggia di Pizzo Greco

    SARDEGNA

    Porto Ferro (SS), Spiaggia di Porto Ferro

    Alghero (SS), Baia delle Ninfe

    San Vero Milis (OR), Spiaggia di Is Benas

    Arbus (SU), Spiaggia di Piscinas

    Muravera (CA), Spiaggia di Fenaxi

    SICILIA

    Messina, Frazione Piano Torre – Spiaggia di San Saba (Capo Rasocolmo)

    Gela (CL), Spiaggia di Bulala


    Come si potrà notare, le spiagge legalmente riconosciute come naturiste sono presenti in 10 regioni su 20. Fanno rumore l’assenza della Liguria, del Veneto e della Lombardia con i suoi laghi.

    Alcune delle spiagge sopra elencate hanno una lunga tradizione naturista di decenni, antecedente alla sentenza del 2000 della Corte di Cassazione, quali ad esempio la Spiaggia della Bassona a Lido di Dante in Emilia-Romagna, la Spiaggia Nido dell’Aquila a San Vincenzo in Toscana, la Spiaggia di Capocotta nel Lazio e, come detto, quella di Pizzo Greco in Calabria.

    Altra faccenda poi sono le spiagge italiane non (ancora) riconosciute ufficialmente, ma di frequentazione naturista da lunghi anni: a queste dedicheremo un articolo a parte.

    Sottolineiamo che, secondo la definizione della Federazione Mondiale INF-FNI redatta nel 1974, “il Naturismo è un modo di vivere in armonia con la natura caratterizzato dalla pratica della nudità in comune che ha lo scopo di favorire il rispetto di se stessi, degli altri e dell’ambiente circostante”.
    Non c’è spazio quindi per comportamenti e atteggiamenti che nulla hanno da spartire con il rispetto di sé stessi, degli altri e quello dell’ambiente circostante, e che nuociono alla comprensione e allo sviluppo di un naturismo sano, salutare, da praticare a qualsiasi età, da uno a novantanove anni.

  • Margaux Cassan: “Il naturismo come scelta contro una società  ossessionata dal corpo”

    Margaux Cassan: “Il naturismo come scelta contro una società  ossessionata dal corpo”

    da un’intervista di Francesca Ferri su Huffington Post

    «L’erba ingiallita che graffia le caviglie. Il sole cocente che ti batte sull’ombelico a mezzogiorno. L’acqua che scorre sui seni e segue le linee dell’inguine, dove le zanzare vengono a mordere di notte. La brezza della sera che asciuga i capelli ancora umidi e accarezza la schiena». Filosofa e scrittrice parigina, Margaux Cassan queste sensazioni le ha provate fin da piccola, quando ogni estate raggiungeva i suoi zii a Bélézy, villaggio naturista ai piedi del monte Ventoux, nel Sud della Francia. Crescendo ha scelto, come altri 2,5 milioni di francesi, un altro modo di vestire il mondo, scelta che racconta in Vivre nu (edizioni Grasset, 216 pagine, 19 euro), a metà tra la testimonianza e il diario intimo, di fatto un invito al viaggio nel mondo del naturismo. Dalle prime comunità libere formate all’inizio del XX secolo, alle utopie degli anni hippy; dal villaggio familiare nel Vaucluse dove ha trascorso la sua infanzia, all’Île du Levant, l’autrice traccia una mappa filosofica e storica di questo movimento, portandoci a riflettere sulla nostra società ossessionata dal corpo.

    «La nudità occidentale non è trasparenza e spontaneità, ma piuttosto umiliazione e trasgressione. Umiliazione perché quasi ognuno di noi ha avuto l’incubo di trovarsi nudo davanti a tutti, a scuola o al lavoro. Trasgressione quando la nudità nello spazio pubblico è un reato, come la pubblicazione di un seno su Instagram o una manifestazione di Femen. Quindi se Marianne (la protagonista del celebre dipinto “La libertà che guida il popolo” di Delacroix) ha un seno nudo, non è perché è libera, è un’allegoria di una Francia sognata. Una Francia che non esiste, se non in alcun interstizi». La scrittrice denuncia ipocrisie e contraddizioni di una società falsamente perbenista. «La possibilità di stare nudi collettivamente in spazi naturali, già molto limitata in Europa, sta diminuendo. Abbiamo quindi bisogno di raccontare il naturismo». Perciò Cassan ha deciso di scrivere questo libro, che ha iniziato quando il villaggio naturista dove è cresciuta è stato acquistato da un grande gruppo.

    Margaux tiene a ricordare che naturismo non è solo questione di nudità né di nudismo. «Si tratta di vivere nudi, il che è diverso, in uno spazio naturale e in presenza di una comunità che condivide questo stile di vita. In inverno, i naturisti si vestono, certo, ma restano fedeli ai loro valori: accettazione del corpo, senso della comunità, frugalità, ma anche libertà e rivendicazione di una cultura, che si potrebbe riassumere in un’utopia di uguaglianza, tolleranza e sobrietà». Una filosofia che suo zio incarna nella versione originale, infatti rifiuta l’alcol, il tabacco, la carne, i grassi e la moda.
    Prima che una scelta di vita, quindi, per Cassan è stata un’abitudine familiare scoperta molto presto. «La prima volta che sono andata in un villaggio naturista avevo due anni, ma i miei primi ricordi vengono dopo, quando all’incirca ne avevo sette. A quell’età potevo scegliere se tenere gli slip, ma non l’ho fatto. Tutti erano nudi, quindi mi sembrava naturale adeguarmi». La libertà iniziava sbarazzandosi rapidamente dei vestiti appena metteva piede nel parcheggio di Bélézy. «La mia nudità ha abbattuto la corazza fisica che mi separava dagli elementi naturali, dagli alti cipressi e dagli animali con i quali vivevo in armonia. Nell’adolescenza, invece, non si guarda più il mondo esterno, ma solo a se stessi e alle proprie imperfezioni. Ed è allora che la nudità diventa un problema. Anche perché si diventa un oggetto del desiderio».

    Margaux Cassan "Il naturismo come scelta contro una società ossessionata dal corpo"

    È a quell’età che Margaux smette per un periodo di andare a Bélézy, finché a 18 anni non riscopre la naturalezza del corpo nudo. Impara che il problema non è il corpo nudo, ma lo sguardo malizioso sul corpo.
    «“Walden ovvero Vita nei boschi” di Henry David Thoreau (Rizzoli) ci ricorda che il ruolo dei vestiti è innanzitutto quello di tenerci fisicamente al caldo e, in secondo luogo, di fornire una copertura sociale. In una mite estate europea, l’unico scopo dei vestiti è quello di nascondere la nostra nudità. E dietro la nudità, cosa nascondiamo? O, al contrario, cosa otteniamo vestendoci? Un personaggio sociale, soprattutto, che ci rassicura, che ci distingue. E ancora, si chiedeva Thoreau: fino a che punto gli uomini manterrebbero i loro rispettivi ranghi se fossero spogliati dei loro vestiti? » Cassan è convinta della risposta: gli abiti costituiscono un marcatore sociale, geografico, di genere ed età.

    «Già nel cortile della scuola il modo in cui ti vesti ti permette di entrare in certi gruppi o, al contrario, ti esclude da altri. La nudità invece funziona come un’uniforme: evita la distinzione sociale attraverso l’abbigliamento. Ci permette di ricostruire la società, di parlare con le persone nella loro vera pelle, ignorando i divari sociali e generazionali che ci allontanano». Per le donne poi, i vestiti diventano uno strumento di seduzione nei confronti degli uomini. «Ma questi rapporti di dominazione che spesso determinano il legame sociale, evaporano come per magia quando tutti sono nudi. Andrebbe ricordato più spesso che l’uomo nel suo stato di natura non è un pericolo per nessuno». E infatti Margaux si sente molto più protetta quando è nuda sotto il sole della Provenza che vestita nelle metro di Parigi. «Oggi viviamo un’ipersessualizzazione del corpo e allo stesso tempo la rinascita del puritanesimo: addossando il peso della colpa, del peccato e del sesso licenzioso al solo corpo, si finisce per giustificare la necessità di nasconderlo. Nasconderlo significa accentuare il desiderio associato a ciò che è proibito». In questo circolo vizioso accettiamo il naked dress alle sfilate di moda ma il topless in spiaggia non lo sceglie quasi più nessuno. Perciò «il naturismo recluta sempre meno giovani, la stragrande maggioranza è composta da testimoni attivi del ’68: in pratica oggi il naturismo rimette in scena un’utopia vissuta e passata. Ma per me è anche altro: la gioia di dire ai miei zii che la loro giovinezza esiste ancora attraverso di me».

  • Cibo, Salute e Benessere

    Cibo, Salute e Benessere

    di Maurizia Puggioni

    CIBO SALUTE BENESSERE

    Per coloro che adottano la filosofia naturista e sono più sensibili ai temi del benessere e della salute, potrebbe essere molto importante esaminare l’evoluzione biologica dell’essere umano e le sfide che oggi comporta e quanto la vita di oggi sia notevolmente distante da uno stile di vita congeniale al benessere a trecentosessanta gradi.
    Per la stragrande maggioranza della storia umana, la raccolta di cibo e la caccia costituivano le sole fonti di alimentazione. Solo da circa 12.000 anni abbiamo iniziato a praticare l’agricoltura e addomesticare piante e animali. Dal punto di vista della bioarcheologia e della biologia, ciò ha rappresentato un cambiamento molto significativo nelle nostre abitudini alimentari.

    Plasmata da milioni di anni di evoluzione, la biologia guida le nostre necessità nutrizionali e fisiche. Il nostro DNA è rimasto sostanzialmente invariato dalla rivoluzione agricola di poche decine di migliaia di anni fa, mentre la nostra alimentazione e il nostro stile di vita negli ultimi cento anni si sono drasticamente allontanati da quelli dei nostri antichi antenati.
    Le condizioni e la qualità della vita oggi sono indubbiamente molto cambiate, soprattutto per quanto riguarda l’alimentazione. Le coltivazioni e gli allevamenti intensivi, hanno provocato una costante e continua perdita di nutrienti nel cibo. Il ricorso ad alimenti industriali prevalentemente a base di carboidrati e zuccheri semplici, assieme alla drastica diminuzione del dispendio energetico dovuto al lavoro fisico, ha stravolto il nostro adattamento biologico e psicologico al cibo, causando una vera e propria epidemia di problemi di salute.
    Questa discrepanza tra il nostro stile di vita moderno, inclusa la nostra dieta, e il nostro patrimonio genetico ancestrale, gioca un ruolo significativo nella marea di obesità, ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari e altre patologie, che sono generalmente considerate come la semplice degenerazione data dall’avanzamento dell’età.
    In realtà stiamo pagando un prezzo enorme in termini di benessere e addirittura di salute proprio a causa di questo divario, sempre più marcato, fra le nostre necessità biologiche e le abitudini dettate dall’industria alimentare.
    Sono ormai numerosi gli studi scientifici condotti in questo campo che permettono di esplorare l’evoluzione del cibo, degli stili di vita e delle abitudini alimentari, partendo dai primi ominidi, passando per i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico, le comunità agricole dell’Antropocene, fino ad arrivare all’era industriale e ai giorni nostri. Questa vasta gamma di dati fornisce informazioni rilevanti per la nostra salute.

    Fino a 500 generazioni fa, tutti gli esseri umani si nutrivano di cibo selvatico, non trasformato, raccolto o cacciato nella natura. Quindi una dieta ricca di fibre, vitamine, sali minerali, antiossidanti e altre sostanze benefiche presenti nelle piante, oltre a occasionali fonti di proteine da animali cacciati o pescati, ricche di grassi sani (in particolare acidi grassi omega-3). Gli studiosi per questo presumono che i cacciatori-raccoglitori tendevano ad essere sani, in forma e principalmente esenti dalle malattie cardiovascolari comuni nelle società moderne.
    Il nostro stile di vita e la nostra dieta attuali sono principalmente il risultato della nostra cultura e delle nostre abitudini e sono il risultato di poco più di 100 anni di rivoluzione industriale, lontanissime dal nostro retaggio evolutivo che si estende su milioni di anni. Cultura e abitudini che svolgono un ruolo predominante nella nostra vita, e che ci stanno portando sempre più distanti e in contrasto con la nostra natura. Apparteniamo al regno animale, ne siamo il prodotto, come ogni altro essere vivente: come possiamo pensare di sottrarci alle regole della natura senza pagarne il prezzo?
    È evidente che gli esseri umani si sono perfettamente adattati alla cultura in cui sono immersi, ma la domanda è: quanta di questa cultura predominante la nostra biologia può sopportare prima che possa compromettere la salute?
    I problemi di salute e benessere che siamo chiamati ad affrontare e l’importanza del nostro patrimonio genetico ancestrale, suggeriscono che abbiamo bisogno di fare concreti cambiamenti, di riavvicinare le nostre abitudini, anche alimentari, alle necessità del nostro genoma ancestrale.
    Soprattutto considerando l’allungamento medio della vita, oggi si rivela fondamentale, per poter invecchiare proteggendo benessere e forma fisica il più a lungo possibile, l’obiettivo è vitale: proteggere o recuperare salute e benessere.
    Non tutto è sotto il nostro controllo, dove viviamo, cosa respiriamo, ma una cosa è assolutamente nelle nostre mani: quello che scegliamo di portare in tavola ogni giorno!

    Ma in concreto come possiamo fare?
    Non è semplice, serve tornare ad una alimentazione più simile possibile a quella di qualche millennio or sono, basata su molte fibre, grassi salutari e la giusta quantità di proteine. Sono molto pochi ormai coloro che hanno la possibilità di vivere mangiando esclusivamente ciò che offre la natura.
    Ma se è stata la tecnologia esasperata che ci ha allontanato da un vero benessere, è sempre la tecnologia a venirci in aiuto. Guardando però alle più alle attuali ricerche scientifiche su salute e benessere, senza dare la precedenza solo ai profitti. La svolta è arrivata grazie alla formulazione di alimenti adatti alla specie umana, con tutte le caratteristiche nutrizionali perfettamente adatte alla nostra biologia naturale, generalmente definite “low carb” o “glycemic friendly”, basate su ingredienti funzionali al benessere, soprattutto quello intestinale, disinfiammanti e di origine naturale.

    Alimenti che non costringono a stravolgere le nostre abitudini, o a fare pesanti rinunce, e tantomeno limitare la scelta a pochi cibi – come, ad esempio, le diete cosiddette “paleo” che eccedendo nella quantità di proteine possono essere pericolose per la salute. Ma soprattutto non devono contenere ingredienti scadenti, come l’olio di palma, le fibre vegetali irritanti per l’intestino, come la fibra di bambù o la lignina, coloranti e conservanti.
    Esiste quindi la possibilità di ritornare a rispettare le esigenze della nostra biologia, prenderci cura del nostro benessere e preservare la nostra salute, rispettando allo stesso tempo le tradizioni della buona cucina italiana e continuando a gustare i piatti che tanto amiamo. Ne riparleremo.

     

  • Le 4 leggi dell’ecologia

    Le 4 leggi dell’ecologia

    Ecologia - Barry Commoner

    Cinquant’anni fa, nel 1971, usciva il libro “Il cerchio da chiudere: la natura, l’uomo e la tecnologia” di Barry Commoner (1917-2012), biologo ed ecologo statunitense, professore universitario di fisiologia vegetale, uno dei primi studiosi ad applicare un approccio scientifico ai problemi ambientali. In questo libro, testo fondamentale della moderna ecologia, Commoner formulò quelle che da allora vengono chiamate “le quattro leggi fondamentali dell’ecologia”.

    Prima legge: Ogni cosa è connessa con le altre

    L’ambiente costituisce una macchina vivente, immensa ed estremamente complessa, che forma un sottile strato dinamico sulla superficie terrestre. Ogni specie vivente è collegata con molte altre.
    Questi legami stupiscono per la loro varietà e per le loro sottili interrelazioni.

    Tutte le specie, animali e vegetali, sono in un rapporto di interdipendenza tra loro. Ciò che influenza un organismo vivente ha effetto a cascata su tutti gli altri esseri viventi.
    Ad esempio, senza la fotosintesi delle piante non disporremmo di ossigeno.
    E senza l’azione sinergica delle piante, degli animali e dei microorganismi che vivono nel laghi e nei fiumi non potremmo avere acqua pulita.
    L’uomo col suo inquinamento altera ogni giorno questo ciclo naturale degli eventi, sottoponendolo prima o poi a un carico eccessivo che lo fa collassare. È quanto sta accadendo ai nostri giorni.

    Seconda legge: Ogni cosa deve finire da qualche parte

    In ogni sistema naturale, ciò che viene eliminato da un organismo, come rifiuto, viene utilizzato da un altro.

    Nei sistemi naturali nulla scompare, ogni sostanza si trasferisce da un luogo all’altro.
    In natura tutto si trasforma, non ci sono rifiuti. Ciò che viene scartato da alcuni diviene risorsa per altri: è il ciclo della vita. Si ha semplicemente un trasferimento della sostanza da un luogo all’altro, una variazione di forma molecolare che agisce sui processi vitali dell’organismo del quale viene a fare parte per un certo periodo di tempo. Questi cicli vitali permettono il recupero degli elementi chimici che circolano tra l’ambiente e gli organismi viventi.
    Ma da circa due secoli, con la rivoluzione industriale, si sono moltiplicate sostanze e prodotti. Di alcune sostanze al principio non conoscevamo tutti gli effetti, solo in seguito abbiamo scoperto che avevano gravi e incontrollate conseguenze per gli habitat e gli esseri viventi. Inoltre, l’enorme incremento dei rifiuti dell’attività industriale e commerciale umana, la corsa al consumo e allo scarto, rende sempre più difficile reinserire questi scarti nel ciclo della materia, nonostante tutti i progressi ottenuti negli ultimi anni dalla filiera del riciclaggio.

    Terza legge: La natura sa meglio di chiunque come fare

    Sono quasi sicuro che questo principio incontrerà notevole resistenza, poiché sembra contraddire la fede universale nella competenza assoluta del genere umano

    Commoner introduceva la terza legge dell’ecologia, che invita esplicitamente l’uomo a non essere così pieno di sé, e a non usare la natura come se potesse renderla a suo indiscriminato servizio.
    Tutti i grandi cambiamenti apportati dall’uomo in un ambiente naturale rischiano di essere dannosi per il sistema stesso.
    E se la natura si ribella, l’uomo crolla.

    L’aumento della popolazione mondiale a ritmi insostenibili – 80/100 milioni l’anno – e la crescita dei bisogni e, quindi, dei consumi dimostrano ampiamente l’equazione che venne presentata allora, che si può sintetizzare con la frase “l’impatto ambientale è la conseguenza del numero della popolazione, moltiplicato per la quantità di merci e servizi usati, e la tecnologia in uso.”

    I= P x A x T

    Dove I rappresenta la quantità di impatto ambientale (espresso in qualsiasi misura, ad esempio co2, piombo, particolato), P è il numero di persone, A è la quantità annua di merci e servizi per persona (ad esempio, numero di pasti, autovetture o cellulari) e T è la quantità di tecnologia inquinante per unità di merce (di qualsiasi genere).

    I = P × A x T è la notazione matematica di una formula proposta per descrivere l’inquinamento umano sull’ambiente in funzione di tre fattori : popolazione (P), quantità di merci (A) e tecnologia (T).

    Immaginiamo di semplificare una misura del degrado ambientale sotto forma della quantità I di
    agenti inquinanti, misurati come quantità fisica, per esempio tonnellate, milioni di tonnellate,
    immessi ogni anno nell’ambiente dalla popolazione del pianeta.
    Indichiamo con P la popolazione mondiale complessiva e con A la quantità di beni materiali usati da ciascun individuo, espressa, per semplicità, in tonnellate per individuo all’anno. Indichiamo, infine, con T una misura della qualità tecnica delle merci, espressa come kg di agenti inquinanti associati alla produzione e al consumo di un kg di beni materiali o merci.
    L’inquinamento totale risulta dal prodotto della popolazione per la quantità di merci usata da
    ciascun individuo, per la potenza inquinante di ciascun prodotto.

    Nonostante l’apparente semplicità dell’impostazione, Commoner va a toccare alcuni problemi delicati dell’ecologia e dell’economia. La qualità delle merci e dei servizi non dipende dal valore monetario, ma da un indicatore T che comprende la quantità di risorse estratte dalla natura e la quantità di energia necessaria per produrre una unità di merce, indicatore che potremmo quindi chiamare “costo naturale” e “costo energetico” delle merci, e la quantità degli agenti inquinanti o una qualche misura dell’erosione ambientale associate alla produzione e al consumo di una unità di merce, una grandezza che potremmo chiamare “costo ambientale” di ciascuna merce.

    Varrà così, indipendentemente dal suo valore monetario, di più una merce o un servizio quanto più basso è il suo costo naturale, energetico, ambientale, ovvero quanto più basso è il valore T, che dipende da scelte tecniche di progettazione, dai materiali più o meno riutilizzabili, più o meno inquinanti, dalla durata del manufatto.

    Per abbassare il valore T, al fine di diminuire l’inquinamento globale I, occorre riesaminare ciascuna merce, o macchina, o oggetto, per vedere come è fatta, con quali materie, e dove va a finire, come si trasforma, come ritorna nell’ambiente. Non è un caso che sia stato un biologo, una persona abituata a trattare la circolazione della materia e dell’energia dalla natura, agli esseri viventi, e di nuovo alla natura, ad estenderne i principi alla circolazione della materia e dell’energia dalla natura alle merci, agli oggetti trasformati dalla tecnica, e poi di nuovo alla natura.
    Commoner spiega bene che una trasformazione della tecnica nella direzione di una diminuzione del costo naturale, energetico o ambientale delle merci è tutt’altro che indolore.

    Quarta legge: Nulla è a costo zero

    In ecologia, come in economia, non c’è guadagno che possa essere ottenuto senza un certo costo.
    Non si può evitare il pagamento di questo prezzo, lo si può solo rimandare nel tempo. Ogni cosa che l’uomo sottrae a questo sistema deve essere restituita. L’attuale crisi ambientale ci ammonisce che abbiamo rimandato troppo a lungo.

    E il prezzo da pagare per la nostra insipienza sarà elevato, come dimostrano le crisi epocali che siamo chiamati ad affrontare oggi: migrazioni, impoverimento, riduzione delle terre coltivabili, cambiamenti climatici.
    A lungo i sistemi produttivi hanno pensato a produrre e basta, senza preoccuparsi delle conseguenze. Ora siamo costretti a fare i conti: il prezzo del nostro benessere è stato spesso costruito a scapito delle risorse naturali del Pianeta.

    Con “Il cerchio da chiudere” Commoner ci ha chiaramente spiegato come la causa della crisi dei rapporti tra uomo e natura sia da ricercare nello sfruttamento di risorse naturali scarse, per produrre, con processi inquinanti, merci inquinanti. Mentre in natura i cicli biologici e la geochimica sono sempre in equilibrio e sempre si chiudono, a seguito di errate scelte tecnologiche umane i cicli naturali restano aperti, con l’impoverimento delle risorse, a partire dall’acqua, e la conseguente crisi ecologica ed economica del nostro pianeta.

  • La spiaggia “Secchiello Selvaggio” sul fiume Trebbia

    La spiaggia “Secchiello Selvaggio” sul fiume Trebbia

    Secchiello Selvaggio

    Il Comune di Corte Brugnatella, in provincia di Piacenza, con una delibera ha riconosciuto legalmente la pratica naturista della spiaggia detta “Secchiello selvaggio” sul fiume Trebbia, da vent’anni già a frequentazione naturista. Essa diventa così la seconda spiaggia fluviale italiana, dopo quella piemontese di Varallo Sesia, nella quale è autorizzato ufficialmente il Naturismo. Il sindaco Marco Guarnieri ha detto che tale delibera ha riconosciuto lo stato di fatto, poiché l’area nei fatti era già naturista da lustri, grazie al presidio e al lavoro dell’associazione TrebbiaNat.

    “I naturisti prendono casa qui in affitto ogni estate da anni, molti vivono stabilmente in paese, fanno la spesa nelle nostre botteghe. E la spiaggia naturista porta turismo ecologico”, ha aggiunto il sindaco di Corte Brugnatella.
    Da circa vent’anni, all’altezza del borgo di Brugnello c’è questa spiaggia naturista, solo che esisteva per tacito assenso e ora, invece, viene pienamente riconosciuta.

    Non si tratta certo di un’area attrezzata, ma di una tipica spiaggia di fiume con ciottoli, ghiaia e rocce, in un tratto di torrente dall’acqua limpida, in cui viene meno qualsiasi barriera tra il naturista e la natura che lo circonda.

    Il tutto avviene in serenità e nel rispetto dell’etica naturista, per trascorrere momenti di relax e di svago in cui il naturismo si integra perfettamente con l’ambiente circostante, nel massimo rispetto dell’ambiente, nel rispetto per il prossimo e per la natura che circonda il luogo. Chi la frequenta si impegna a non lasciare le proprie tracce, non gettando rifiuti o lasciando oggetti e cibo in giro, riportando a casa la propria spazzatura. Ognuno deve essere autonomo per acqua, cibo, bibite o altre bevande, volendo da condividere, e deve avere il proprio piatto, bicchiere, posate evitando il più possibile l’utilizzo della plastica monouso.
    La spiaggia va lasciata più pulita e in ordine di come la si è trovata. Sono a disposizione griglie o piastre per chi ha qualcosa da grigliare.

    Vi si trovano anche un campo da pallavolo e uno da bocce, semplici ma efficienti.
    Essendo posta in uno dei meandri più suggestivi e selvaggi del Trebbia, si può anche passeggiare nei boschi di faggio e rovere che costeggiano il torrente e camminare per qualche chilometro in completa nudità. Si può anche discendere in canoa, noleggiandola in un vicino club canoista. Nei dintorni vi sono alberghi e campeggi per potervi soggiornare. Il luogo è un sito naturale che si cerca di proteggere dagli attacchi speculativi di privati volti alla costruzione di invasi per la produzione di energia idroelettrica.

    In ultimo, ricordiamo il rispetto delle regole di distanziamento, per evitare il contagio a noi stessi e agli altri.

  • 50 anni di Naturismo nella ex-Jugoslavia

    50 anni di Naturismo nella ex-Jugoslavia

    Koversada

    Per chi volesse conoscere la storia del Naturismo nella ex-Jugoslavia degli ultimi 50 anni, è disponibile in inglese su Amazon-Kindle un libro di Jerko Sladoljev, per decenni uno dei massimi responsabili di Koversada, uno dei primi e più grandi centri naturisti della ex-Jugoslavia, oggi Croazia.
    Ecco, qui di seguito, alcuni brani di questo libro.

    “Le origini del naturismo jugoslavo possono essere fatte risalire al periodo tra le due guerre, quando la costa adriatica attirava piccoli gruppi di naturisti tedeschi e austriaci alla ricerca di una natura incontaminata e di luoghi di vacanza appartati.

    Poi, negli anni ’50 il naturista originario di Monaco Rudolf Halbig visitò Koversada, una piccola isola a sud del villaggio di Orsera, all’epoca un sonnolento villaggio di 800 abitanti con un’economia basata sul vino, l’olio d’oliva e le nocciole. La cooperativa agricola locale aveva da parte sua deciso di diversificare la propria offerta turistica costruendo alcune modeste pensioncine. Rudolf Halbig creò un’agenzia di viaggi chiamata Miramare per portarvi i turisti. Già nell’aprile 1961 si era posto l’obiettivo di attirare 400 naturisti tedeschi all’anno per periodi di due settimane. All’inizio, Koversada era conosciuta solo come un’isola con luoghi ameni per nuotare, negli anni successivi venne costruito un piccolo campeggio. I progetto si sviluppò poi prepotentemente: in un ampio terreno di fronte all’isolotto sorsero bungalow, ristoranti e impianti sportivi. Altri insediamenti lungo la costa istriana seguirono rapidamente la strada di successo di Koversada.

    Ho cominciato a lavorare a Koversada nel 1968, e negli anni ’70 la Jugoslavia conobbe il boom del naturismo: il complesso di Koversada, sulla costa istriana, attirava in quei tempi migliaia di turisti.
    Nell’agosto 1972, la Federazione naturista internazionale INF-FNI tenne il proprio 13mo congresso a Koversada, un complesso turistico della grandezza di una cittadina nei pressi di Parenzo, lungo la costa occidentale dell’Istria. Vi presero parte più di 250 giornalisti, per raccontare il primo incontro del genere in un paese comunista.
    Circa 400 persone presero parte alla plenaria di apertura, dove venne issata la bandiera dell’ INF- FNI al ritmo dell’inno nazionale jugoslavo Hej Sloveni. Nei sette giorni successivi, i delegati discussero dei più diversi argomenti come i legami tra i gruppi nudisti in altri paesi comunisti o il pericolo che le riviste pornografiche rappresentavano per il movimento.

    Il turismo nudista è stato uno dei tanti aspetti che hanno differenziato il comunismo jugoslavo dal modello proposto dal blocco sovietico. Durante gli anni ’70 e ’80, la Jugoslavia è stata una delle più importanti destinazioni per nudisti al mondo. Koversada, che all’epoca di maggior afflusso ospitava fino a 10.000 persone a stagione, era solo una parte di un arcipelago di località jugoslave che attirava circa un milione di naturisti ogni anno.Visitatori che portavano enormi benefici: il valore di eventi come il Congresso INF-FNI per il turismo jugoslavo e l’immagine del paese era incalcolabile: raggiungere un pubblico così vasto ci sarebbe altrimenti costato una fortuna.

    Ma il naturismo è stato anche – durante la guerra fredda – un esempio di soft power. La Jugoslavia, che faceva parte del Movimento dei Non Allineati, trasmetteva infatti all’Europa occidentale l’immagine di un paese libero e tollerante, privo del puritanesimo dei suoi vicini del blocco sovietico. Era anche un modo per mostrare ai propri cittadini che vivevano in un sistema senza restrizioni e in un paese in cui gli stranieri erano i benvenuti. I giornalisti stranieri parlavano della Jugoslavia come di un paradiso naturista.
    “Non appena si scende dalla barca, si è circondati da una natura meravigliosa in ogni angolo”, scrisse Armin Ganser del settimanale tedesco Die Zeit nel marzo 1972.

    Nel 1978, l’allora Jugoslavia ospitava allora 25 spiagge per nudisti nei resort ufficiali, 34 spiagge autorizzate per nudisti fuori dai villaggi e 60 spiagge “selvagge” per nudisti che, sebbene non regolamentate, erano ben tollerate dalle autorità.
    A causa del divieto di praticare nudismo in Italia, Koversada divenne una delle principali mete anche di italiani. Uno dei paradossi più inaspettati della Guerra Fredda fu che i dissidenti naturisti italiani vennero a godere della libertà nella Jugoslavia comunista. Uno di loro mi disse: “Ciò che conta non è quello che indossi, ma come sei. La mia esperienza mi ha insegnato che il 90% dei naturisti segue di più la morale dei non naturisti”.

    Secondo il rapporto del 1978, l’85% dei turisti FKK era costituito da famiglie con bambini. Tuttavia, i campeggi naturisti differivano dai siti tessili per una regola: gli uomini potevano entrare in un campo naturista solo con una donna, mentre le donne potevano entrare da sole o in gruppo.

    Il naturismo suscitò ben poche polemiche in Jugoslavia, dove era percepito come una logica estensione dell’industria turistica. All’inizio la gente non voleva mandare i propri figli a lavorare in un resort naturista. Ma quando emerse che si trattava di un lavoro di tutto rispetto, è stato accettato come normale e la gente del posto è stata coinvolta sempre più, anche perché il resort garantiva buone opportunità per vendere i loro prodotti o l’artigianato.

    Negli anni ’80, i club naturisti jugoslavi contavano circa 50.000 membri, di cui almeno 30.000 erano sloveni. Gli sloveni sono sempre stati i più progressisti tra gli ex-jugoslavi.
    Sono geograficamente i più vicini all’Occidente. Gli sloveni costituivano un quinto dei visitatori estivi a Koversada durante il periodo comunista. Oggi costituiscono il 15-18% della clientela.

    Tre decenni dopo la scomparsa del comunismo jugoslavo, il naturismo rimane un segno distintivo del turismo adriatico. Tuttavia, la domanda di campeggi specializzati non è più la stessa. Fare il bagno e prendere il sole nudi è pratica molto più comune tra i turisti attuali e, a condizione che si sia discreti, il nudismo può essere praticato anche al di fuori delle aree designate. Vi sono ancora spiagge per nudisti in Croazia, con le lettere FKK dipinte sugli scogli lungo la costa. Ma ai nostri giorni i campeggi naturisti, pietra miliare del turismo nazionale da quasi 60 anni, vengono gradualmente trasformati in “glamping” o parchi avventura per famiglie in cui i nudisti sono confinati in un’area isolata. Koversada esiste ancora oggi, ma i suoi giorni sono contati: l’attuale proprietario, il gigante del turismo locale Maistra, ha annunciato la trasformazione del sito in un più generale resort per famiglie.

    Il numero di naturisti non sta diminuendo, è solo che i campeggiatori naturisti non spendono tanti soldi quanto i campeggiatori tessili. La stagione del campeggio è breve, anche in un paese mediterraneo come la Croazia. L’unico modo per i proprietari di aumentare i profitti è attrarre i turisti che spendono di più ed i novizi. Oggi la tendenza globale è quella di inserire quante più novità possibili: case sugli alberi, appartamenti sott’acqua o che ruotano a seconda del sole.

    I campeggiatori naturisti sono più fedeli dei glampers. I naturisti hanno spesso un campeggio preferito in cui ritornano regolarmente. Per molte persone, naturisti compresi, campeggiare significa avere sempre qualcosa da fare: lavare i piatti, controllare i tiranti, pulire la canoa… Oggi, con il glamping, abbiamo appartamenti modernissimi, perfettamente attrezzati, non serve alcuna attrezzatura da campeggio. Si può arrivare in Croazia in aereo con nient’altro che una valigia.

    Ma nel contesto post-Covid19, molti credono che saranno i fedeli campeggiatori dell’Europa centrale a guidare la rinascita dei campeggi naturisti in Istria, piuttosto che il jet-set in cerca di esotismo proveniente da paesi più lontani. L’idea del campeggio come stile di vita nella natura e all’aria aperta non scomparirà presto.”

  • La transizione green per un’economia più sostenibile

    La transizione green per un’economia più sostenibile

    transizione green

    Si parla molto di Transizione e Rivoluzione Green, ma c’è ancora molta distanza tra parole, proclami e consapevolezza, misure, azioni concrete. Recentemente il “Centro Futuro Sostenibile” di Roma ha redatto un documento per tracciare il quadro della situazione attuale e delle azioni necessarie.
    Ne pubblichiamo una sintesi, con ampi stralci diretti.

    Gli impegni di cambiamento a fronte dei mutamenti climatici comportano indispensabili e radicali trasformazioni. Anche in Italia. Accanto al dovere dei decisori pubblici e dei governanti, è interesse della società e di ciascun cittadino, delle imprese e dei titolari di competenze professionali e tecnico-scientifiche concorrere ad orientare e sostenere le enormi e complesse scelte che derivano da questi nuovi impegni. Dopo decenni di attendismo e misure parziali, si sta assistendo a un’accelerazione per una decarbonizzazione delle attività umane.
    I criteri ESG (Environment, Social, Governance) guideranno le imprese in modo rilevante,
    sia per l’accesso ai mercati e alla finanza che per la partecipazione alle strategie e ai finanziamenti pubblici: processi che non potranno avvenire con dichiarazioni generiche, e tanto meno ricorrendo a comunicazioni ingannatorie, di cosiddetto “greenwashing”.
    A livello politico, pubblico, come si governerà questa inevitabile transizione? Poiché non sarà a saldo zero, chi ne pagherà i conti? Quanti posti di lavoro si perderanno e quanti si creeranno? Quale crescita formativa si darà ai giovani, e a chi dovrà affrontare nuovi mestieri?

    La situazione attuale
    Quindici anni fa, con il documentario An Inconvenient Truth (Una scomoda verità), l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore divulgò a livello mondiale il problema dei cambiamenti climatici, ottenendo per questo il Premio Nobel per la Pace. Da allora, si è passati dal riconoscimento retorico del problema, alla sottoscrizione del nuovo Accordo di Parigi nel 2015 e a una recente, più decisa condivisione della necessità di agire con misure efficaci e stringenti entro due date, il 2030 e il 2050. Obiettivo: contenere sotto i 2
    gradi la crescita della temperatura globale alla fine di questo secolo -il traguardo assunto dai membri del G7 e di tenerlo a un grado e mezzo – in modo da scongiurare effetti dirompenti, con le loro irreversibili conseguenze, ormai identificati e condivisi dalla comunità scientifica internazionale, tra i quali scioglimento dei ghiacci, innalzamento dei livelli dei mari, crescita della desertificazione, perdita della biodiversità, fenomeni meteorologici estremi.
    Questo ha portato a nuove più forti prese di posizione da parte dei governi.

    L’Amministrazione Biden ha lanciato la Global Climate Ambition Initiative, stabilendo di finanziare la Net-Zero Transition e l’adattamento ai cambiamenti climatici con investimenti massicci. Il 20 maggio scorso ha firmato un Executive Order sui rischi finanziari Climate-Related rivolto a tutte le Agenzie Federali.
    L’UE ha posto l’European Green Deal al centro della strategia per la trasformazione economica e sociale dell’Unione, per gli investimenti e il recupero e rilancio nel post-pandemia. E il Presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato, nel mezzo della pandemia COVID-19, che “l’umanità dovrebbe lanciare una rivoluzione verde”.

    Anche in Italia, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha dichiarato che occorre “una rivoluzione Verde”, in occasione del dibattito parlamentare al termine del quale ha ottenuto la fiducia dal Parlamento italiano. Questo porterà a inedite azioni di investimenti pubblici sostenibili e per l’innovazione energetica.
    La prossima riunione della COP26, la Conferenza ONU 2021 sui Cambiamenti Climatici, si terrà a novembre in Glasgow, per cercare di registrare i recenti, nuovi impegni assunti da diverse Nazioni e dall’Unione Europea per verificare e rafforzare le Nationally Determined Contributions (NDCs), ovvero gli impegni presi a seguito dell’Accordo di Parigi.
    Oggi, la ‘scomoda verità’ sui cambiamenti climatici è ormai accettata da tutti gli organismi internazionali. Ma vi sono 7 punti conseguenti che vanno conosciuti e affrontati: sono questioni strategiche economiche, ecologiche, produttive, sociali.

    1. DIVERSI IMPATTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI SONO IRREVERSIBILI. clicca per approfondire

    Le emissioni di CO2 accumulate in atmosfera impiegheranno decenni, o secoli, per essere assorbite, anche nel caso di un impossibile blocco immediato e generalizzato delle emissioni attuali. E’ noto che le attuali responsabilità nelle emissioni globali sono molto diverse. E, infatti, i target dichiarati di riduzione delle emissioni sono diversificati per ciascuna Nazione. L’Amministrazione Biden parla di una riduzione del 52% rispetto ai livelli 2005 entro il 2030. L’Unione Europea, del 55% al 2030, ma rispetto ai livelli del 1990. La Cina, di fermare al 2030 la crescita delle proprie emissioni, con neutralità climatica al 2060.

    Analisi recenti indicano che l’attuazione degli impegni oggi sottoscritti porterebbe a una crescita di oltre 3° della temperatura media della Terra a fine secolo.
    Il Rapporto Annuale dell’Organizzazione Metereologica Mondiale (WMO) prevede che il raggiungimento della crescita della temperatura media globale di 1,5° rispetto all’età pre-industriale è probabile in almeno uno dei prossimi 5 anni. Gli studi del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) indicano scenari che, nelle ipotesi più pessimistiche, potrebbero portare fino a 5° l’incremento medio delle temperature in Italia a fine secolo.

    Le analisi dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, ONU) e dei maggiori centri di ricerca internazionali descrivono da anni l’irreversibilità di alcuni processi, pur in caso di graduali ridimensionamenti delle emissioni nei prossimi decenni: dalla riduzione dei ghiacci artici allo scongelamento del permafrost in vasti territori, specialmente nelle regioni siberiane; dalla sommersione di aree costiere, alla scomparsa di foreste primarie, alla perdita di aree coltivabili. Ciò impone comunque di investire risorse e realizzare specifici ed imponenti programmi per contrastare questi fenomeni già in corso.

    2. GLI IMPEGNI DA REALIZZARE SONO URGENTI E COLOSSALI. clicca per approfondire

    La dimensione della sfida che ha davanti l’umanità può essere letta efficacemente nel Rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), che descrive le decisioni e le implicazioni necessarie per raggiungere la neutralità climatica nel 2050. Questo Rapporto affronta in modo esplicito e sistematico cosa comporterà, concretamente, realizzare gli obiettivi dichiarati dalla comunità internazionale. Per il settore energetico, essendo responsabile dei 3/4 delle emissioni di “gas-serra”, portare le emissioni a zero nel 2050 “richiede nulla di meno che una completa trasformazione di come produciamo,
    trasportiamo e consumiamo energia”. Tra le necessità indicate: un accrescimento globale dell’efficienza energetica, con miglioramenti medi annuali dell’intensità energetica del 4% fino al 2030, ovvero il triplo della media degli ultimi due decenni. Oltre alla riduzione della CO2, bisognerà ridurre anche le emissioni di metano da combustibili fossili del 75% nei prossimi dieci anni. E ancora, si dovrà aggiungere ogni anno, in questo decennio già iniziato, 630 gigawatt (GW) di solare fotovoltaico e 390 GW di eolico, ovvero il quadruplo dei livelli record conseguiti nel 2020. E. nel quadro dell’elettrificazione sistematica e green, la vendita di veicoli elettrici dovrà passare dall’attuale 5% circa a più del 60% nel 2030.

    Il Rapporto IEA esplicita il gigantesco impatto delle trasformazioni necessarie sulle politiche energetiche, prospettando al 2050 una domanda globale di energia dell’8% circa inferiore ad oggi, ma al servizio di un’economia più che raddoppiata, con due miliardi di persone in più sulla Terra, e basata sulle energie rinnovabili: 2/3 da vento, solare, bioenergia, energia geotermica e idro; il fotovoltaico dovrà crescere di 20 volte da oggi, l’eolico di 11 volte. Il declino dei combustibili fossili dovrà portare a un loro crollo, dai 4/5 dell’energia globale attuale, a 1/5.
    Nel 2050 l’elettricità dovrà assicurare quasi il 50% dei consumi energetici, con una crescita rispetto ad oggi di due volte e mezzo, per circa il 90% da fonti rinnovabili: il resto dal nucleare, previsto in espansione.

    Il taglio delle emissioni per l’industria, i trasporti e le costruzioni sarà ancora più complesso, e richiederà trasformazioni sistematiche degli impianti industriali: ad esempio, nei trasporti dovranno terminare nel 2035 le vendite di automobili a combustione; biocarburanti e carburanti sintetici saranno necessari per l’aviazione; ammoniaca per le navi. Saranno regolate costruzioni chiavi in mano a emissioni zero, e drastiche trasformazioni per riscaldamento e climatizzazione domestici.
    Secondo il Rapporto IEA, la domanda di carbone dovrà ridursi del 90% dell’uso totale di energia al 2050; quella di gas del 55%; quella di petrolio del 75%. I punti di ricarica pubblica per veicoli elettrici dovranno passare, dal 2020 al 2030, da un milione a 40 milioni, con un investimento annuo di quasi 90 miliardi di dollari da qui al 2030.

    La produzione di batterie per veicoli elettrici (EV) balzare dai 160 gigawatt-ora di oggi, a 6.600 nel 2030, ovvero aggiungere quasi 20 gigafactories all’anno per i prossimi dieci anni. E per puntare a un utilizzo diffuso dell’idrogeno dal 2030, sarà necessario – sempre a livello globale – accrescere i soli investimenti infrastrutturali annui dall’attuale miliardo di dollari a circa 40 miliardi nel 2030.

    3. C’È CONSAPEVOLEZZA SCIENTIFICA, MA NON POLITICA ED ECONOMICA. clicca per approfondire

    I dati sopra riassunti non provengono da fanatici ambientalisti ultrà, ma dalla più autorevole Agenzia internazionale in cui sono rappresentate anche Nazioni con radicati interessi nelle attuali politiche energetiche fossili. La politica ne è consapevole, a partire dall’Italia? No, se guardiamo i temi dominanti nel dibattito politico, e alla programmazione delle misure attuative necessarie.
    Secondo alcune reazioni, la Roadmap della IEA sarebbe irrealistica ed impraticabile e accrescerebbe la povertà nei Paesi meno sviluppati, quali ad esempio la Nigeria e l’Iraq.

    Hanno espresso scetticismo alcuni Paesi in cui si estraggono combustibili fossili (Australia, Norvegia) o si consumano senza alternative prossime (Giappone), mentre altri sono rimasti in silenzio. Ma il confronto sulle dettagliate proposte IEA è aperto. Esse hanno avuto il grande merito di portare il confronto politico su dati e opzioni concrete su scenari presentati finora solo a parole, con i grandi obiettivi globali del dimezzamento delle emissioni al 2030, e di “emissioni zero” al 2050.

    Ma anche il mondo economico è indietro nella consapevolezza dell’urgenza e programmazione delle azioni da intraprendere. Alla vigilia della pandemia COVID-19, nel settembre 2019, due autorevoli economisti quali Nicholas Stern (London School of Economics) e Andrew Oswald (Warwick University) hanno effettuato un’analisi sulle principali 9 riviste accademico-scientifiche in campo economico a livello internazionale, per verificare quanti articoli avessero dedicato alle gigantesche sfide – per la scienza economica, oltre che per l’economia reale – imposte dalla necessità di contrastare i cambiamenti climatici. Il risultato: su 77mila articoli censiti, solo 57 affrontano questo argomento essenziale per la sopravvivenza del genere umano, e assolutamente determinante per qualsiasi analisi economica di prospettiva. Una percentuale pari allo 0,00074%.

    Esiste dunque un problema fondamentale di informazione, e di vera e propria alfabetizzazione. Occorrono un confronto incessante, uno scambio di informazioni profondo e dialettico a fronte di materie che richiedono competenze, capacità di analisi di trasformazioni sistemiche, disponibilità pragmatica all’ascolto, contributo alle politiche e alla regolazione, interazione e partnership tra pubblico e privati.
    Ma il cambiamento trasformativo diffuso, è comunque iniziato, e continuerà. Si tratterà di disporre, da oggi in poi, in ogni settore della vita associata, di nuove capacità di valutazione e interazione che permettano, a partire da governi, legislatori e organismi regolatori, di contribuire alle scelte largamente inedite e innovative che sono davanti a cittadini ed imprese.

    4. LE DIVERGENZE POLITICHE GLOBALI RENDONO PIÙ DIFFICILI OBIETTIVI CONDIVISI. clicca per approfondire

    Dopo il Protocollo di Kyoto, nell’evidente impasse per l’effettiva adozione di misure vincolanti per gli Stati in materia ambientale e climatica, c’è stato il passaggio per la comunità internazionale, con l’Accordo di Parigi 2015, a un meccanismo su base volontaria e condivisa di impegni per la riduzione delle emissioni, con maggiore flessibilità e misurazione della effettiva volontà e capacità attuativa da parte di ciascuna Nazione o gruppo di Nazioni.

    Questo esige coordinamento e convergenza strategica da parte di tutti gli attori internazionali. La pandemia è sicuramente un efficace riferimento per far comprendere che soluzioni isolate non possono avere successo, a fronte di un maggiore problema globale.
    Si tratta di agire prima che sia troppo tardi, pur in assenza di una minaccia percepita da molti come immediata, e con la complessità strutturale di impatti pervasivi sull’economia reale, su gli squilibri e le diseguaglianze già esistenti, sull’organizzazione pubblica, gli stili di vita, il lavoro.

    Se le politiche per il Clima sono molto difficili da mettere in campo in modo globale, ciò sta diventando ancora più difficile nella nuova situazione geostrategica e geopolitica. Dopo un quarto di secolo caratterizzato da aperture inedite, sotto l’insegna di una Globalizzazione che ha accomunato economie occidentali e grandi Paesi emergenti, gli scenari internazionali stanno cambiando rapidamente e profondamente. Si parla esplicitamente di una nuova Guerra Fredda, in particolare per la competizione strategica tra USA e Cina: in ogni caso, l’acquisita crescita di Pechino come protagonista globale sta portando a rapide correzioni di rotta da parte dei governi occidentali. La scelta è tra la collaborazione competitiva e una competizione conflittuale. Impossibile, peraltro, che decisioni vitali come la rivoluzione energetica avvengano al di fuori di tensioni politiche, a causa della naturale concorrenza tra diversi e divergenti interessi nazionali e geopolitici, pur nella prospettiva di
    comuni responsabilità.

    Ci si misurerà dunque con aspetti politici ed etici dalle indubbie conseguenze: non solo per la considerazione dell’accumulo “storico” delle emissioni ma, ad esempio, a proposito delle diseguaglianze, che riguardano i rapporti esistenti tra le Nazioni, e tra ricchi e indigenti all’interno delle stesse. Poiché l’1% di super-ricchi è responsabile di una quota di almeno il 15% delle emissioni globali, a fronte del 50% della parte più povera della popolazione globale. Il rapporto ONU 2020 sull’Emission Gap osserva che l’obiettivo della temperatura terrestre verso +1,5° richiederà all’1% più ricco del Pianeta di tagliare la sua “impronta di carbonio” di almeno 30 volte.

    Le asimmetrie tra le Nazioni saranno molto difficili da regolare, se pensiamo agli interessi di Paesi produttori di combustibili fossili, o a Paesi che hanno in corso nuove dinamiche di industrializzazione. O alla situazione africana, dove il 17% della popolazione mondiale produce il 3,5% delle emissioni di CO2 e dove, solo nella fascia subsahariana, si contano milioni di sfollati interni e profughi a causa di crisi ambientali, con le connesse, drammatiche implicazioni per la perdurante insicurezza alimentare. Qui la diffusa fragilità delle infrastrutture, e la necessità di investimenti enormi per la transizione energetica formano un mix difficilissimo. Le problematiche finanziarie con la crescita dei già ingenti
    debiti, esigeranno concertazioni e decisioni critiche.

    In questo nuovo contesto internazionale, l’Unione Europea ha deciso di puntare su obiettivi ambiziosi, con l’obiettivo di zero emissioni nel 2050, attraverso un cammino fatto di impegnativi strumenti di regolazione e di investimenti importanti per accoppiare l’uscita dalla pandemia con politiche espansive legate alle transizioni Green e digitale, perché anche la digitalizzazione deve seguire parametri stringenti per le sue implicazioni climatiche, essendo altamente energivora (su tutti il mining per le criptovalute).

    Queste scelte hanno anche considerevoli impatti burocratico-amministrativi.
    Si guardi al complicato provvedimento che ricade sotto il nome di Tassonomia UE (Taxonomy for sustainable activities), sistema di classificazione che definisce una lista di attività economiche sostenibili dal punto di vista ambientale. Esse dovrebbero avere anche un carattere competitivo, per lo sviluppo di nuovi comparti produttivi che certamente impatteranno in modo decisivo anche sull’Italia. In parte, per contribuire al calo globale delle emissioni (quelle UE sono l’8%, rispetto al totale mondiale; quelle italiane, circa l’1%). Oppure, si pensi alle implicazioni geopolitiche, e non solo industriali ed ambientali-climatiche, della proposta di ampliare il sistema degli ETS (Emission Trading Scheme) all’interno di una politica per tassare le importazioni da aree extra-UE che non rispondano
    a requisiti di carbon pricing, o a target delle emissioni (la Carbon adjustment border Tax).

    Tutte queste politiche si misureranno con la competizione per rame, cobalto, manganese o le diverse terre rare necessarie per il funzionamento dei nuovi processi, in particolare per la realizzazione delle batterie e dei semiconduttori; ma anche per il controllo delle linee strategiche di collegamento e la logistica; per l’autosufficienza, o la cooperazione produttiva per la realizzazione di nuove industrie ed impianti. In un contesto in cui dove le emissioni saranno molto diversificate nel corso dei prossimi 30 anni, e saranno maggiori nei Paesi emergenti, come ha confermato una recente analisi dell’Fondo Monetario Internazionale.

    5. METTERE D’ACCORDO RIVOLUZIONE E TRANSIZIONE. clicca per approfondire

    L’età del petrolio ha accompagnato la crescita senza precedenti dell’umanità, dal reddito medio all’accesso a prestazioni sconosciute per le grandi masse popolari, alla durata media della vita. E’ stata una lunga rivoluzione, ma non è stata incruenta.
    Oggi abbiamo capito che questa dinamica va radicalmente invertita, se vogliamo che i complessi equilibri ecosistemici che regolano la vita sulla Terra non vengano spazzati via.

    Dobbiamo governare la più difficile transizione di sempre. Il mese di maggio 2021, accanto alla presentazione del Rapporto IEA, ha registrato dei mutamenti accelerati, sorprendenti per molti. I due grandi gruppi petroliferi USA Exxon e Chevron – abituati a gestire cambiamenti nel corso di anni, o decenni – hanno subito incursioni molto rilevanti da parte dei loro azionisti: per Chevron, una risoluzione richiede di tagliare le emissioni di gas-serra nelle attività dell’azienda, appoggiata col 61% dei voti. Per Exxon, un fondo attivista detentore appena dello 0,02% delle azioni, ha fatto eleggere almeno due membri nel Consiglio di Sorveglianza. Negli stessi giorni, un Tribunale dell’Aja, a seguito di un’iniziativa legale intrapresa a difesa dell’ambiente e del Clima, ha ordinato al gruppo anglo-olandese Shell di abbattere le proprie emissioni del 45% entro il 2030, su base delle emissioni 2019.
    Si tratta di un precedente che sposta sul fronte del contenzioso legale e giudiziario la Transizione Verde e Climatica. Non è in effetti una novità. Già in un caso precedente la Corte Suprema dell’Aja aveva stabilito che le politiche del governo olandese erano insufficienti, minando i Diritti umani.

    Anche il Consiglio di Stato in Francia e la Corte Costituzionale Federale in Germania si sono pronunciati su queste materie. In generale, sono stati censiti dal 1990 oltre 1.800 conflitti giuridici in 40 Paesi su casi legati al Clima, secondo un’analisi della London School of Economics. In Perù, ad esempio, un agricoltore ha portato davanti alla giustizia un grande gruppo energetico tedesco per gli effetti del riscaldamento globale su un ghiacciaio del suo Paese, e una ventina di Stati e città USA hanno aperto cause contro i giganti delle energie fossili per i danni alla salute locale.
    I Governi – anche il nostro in Italia – devono trasformare la modalità accessoria con cui ci si è occupati finora di Ambiente e Clima in una modalità centrale. Quelle che prima erano le condizioni dell’economia che hanno dominato la politica, in quanto orientavano il consenso, ora sono divenute trasversalmente le ragioni dell’Ambiente e del Clima. Chi non voglia accorgersene, potrà trovare un Tribunale, magari di livello sovranazionale, alla luce delle nuove obbligazioni assunte dagli Stati, a dettare un cambiamento cui si troverà impreparato.

    Ecco perché è incoraggiante l’inserimento di tante misure per il Cambiamento Green nel PNRR post-COVID. Tuttavia, emerge che ci troviamo ancora nella fase della sottovalutazione. Per dare un’idea della differenza tra Rivoluzione e Transizione: entriamo nella stagione in cui si dovranno prendere centinaia di decisioni drastiche e iniziare complesse sperimentazioni, molte in cui soppesare il “male minore”, moltissime in cui si dovrà considerare l’impatto sociale ed umano delle decisioni, assieme a quello ambientale e climatico, e dunque adottare misure integrative e compensative.

    Se il vertice UE di fine maggio si è bloccato, rispetto alla definizione degli impegni nazionali per centrare gli obiettivi climatici cui l’Unione Europea si è obbligata, è appunto perché si è entrati nel merito di decisioni che accompagneranno l’agire pubblico nei prossimi anni, e decenni: debbono pagare di più i Paesi con il PIL più alto, anche se hanno già iniziato a ridurre le emissioni, oppure quelli che inquinano di più – anche se hanno minori risorse? Un compromesso si troverà, certo; anche se non potrà essere basato su rinvii e finte soluzioni. E, al confine tra Polonia e Repubblica Ceca, si porrà lo stesso problema che sta affrontando Biden in queste settimane, in cui non si è opposto a tutte le decisioni dell’Amministrazione Trump relative a impianti in Dakota e Wyoming: che fare
    dell’espansione da un miliardo di dollari dell’impianto che utilizza lignite, scavata nella miniera di Turow, la cui attività carbonifera è stata estesa dal governo polacco al 2044? E ancora: cosa fare dei cospicui finanziamenti, e anche dei recovery funds, stanziati dai Paesi G7 per attività di produzione di energia e consumi legati ai combustibili fossili?

    È un conflitto ambientale, politico, e anche economico-occupazionale. E ci indica sfide molto più grandi: come inserire nel sistema ETS (il mercato dei diritti di emissione), accanto ai settori dell’energia e a quelli industriali coinvolti, anche trasporti, rifiuti, agricoltura, costruzioni; e come far funzionare il sistema UE di scambio delle quote di emissione. Che impatterà certamente su importanti filiere produttive. E sul bilancio delle famiglie. Uno studio di Cambridge Econometrics stima che l’estensione del sistema di scambio di quote ad auto e abitazioni, porterebbe a raddoppiare il prezzo del gas domestico per le famiglie francesi al 2030, con una crescita del 188% per le abitazioni polacche riscaldate con il carbone. Ecco cosa vorrà dire governare la Transizione ecologica, energetica, climatica.

    6. LE RISORSE ATTUALI PER LA RICERCA SCIENTIFICA SONO INSUFFICIENTI. clicca per approfondire

    Siamo dunque molto indietro, come cultura e consapevolezza diffuse, strumenti decisionali, formazione di dirigenti pubblici, manager, quadri e figure operative, e nella disponibilità generale delle produzioni necessarie alla Rivoluzione Verde che costituisce un elemento qualificante anche della fiducia richiesta e ottenuta in Parlamento dal Premier Draghi.

    Siamo indietro, ad esempio, nelle produzioni di pale eoliche offshore o batterie per auto elettriche, nella progettazione e sperimentazione, prima ancora che installazione, delle infrastrutture indispensabili. E’ legittimo attendersi che decisioni politiche e una nuova disponibilità di risorse per investimenti possano guidare un processo di straordinaria accelerazione, che coinvolga le filiere produttive interessate. In Italia, siamo consapevoli delle potenzialità e delle specifiche esigenze di comparti cruciali come quello agricolo e alimentare, o della moda? Oltre agli interventi strategici che riguarderanno i comparti energetici, la nostra manifattura, il settore farmaceutico, la chimica, l’edilizia e i lavori pubblici, e così via.

    Recentemente il Presidente Biden ha affermato il 50% delle riduzioni delle emissioni verrà da innovazioni tecnologiche che ancora non conosciamo. E’ un concetto ardito, che ritroviamo peraltro nell’analisi Net Zero 2050 della IEA: “Gran parte delle riduzioni globali nelle emissioni di CO2 nel nostro cammino verso il 2030 risultano da tecnologie già disponibili oggi. Ma nel 2050, quasi metà delle riduzioni verranno da tecnologie che attualmente sono in fasi dimostrative o di prototipo”.
    Per ottenere simili risultati, possiamo e dobbiamo avere fiducia nella Scienza, come dimostra l’eccezionale rapidità – meno di un anno, rispetto a medie precedenti attorno a 5 anni – con cui sono stati resi disponibili vaccini efficaci contro il COVID-19, potenzialmente accessibili per l’intera umanità. Si tratta dunque di provocare e sostenere una svolta di carattere scientifico, di ricerca, sperimentazione e sviluppo di nuove soluzioni a fronte delle nuove, dirompenti esigenze globali.

    Ma le risorse rese finora disponibili in ricerca&sviluppo sono insufficienti. Il fatto che una parte della ricerca avanzata nei maggiori Paesi avvenga in strutture militari, o legate alla sicurezza nazionale, non è incoraggiante. Tuttavia, esistono ampie capacità nei settori privati, oltre che nelle istituzioni di ricerca, per affrontare questa accelerazione. I decenni di attesa per la fusione nucleare, o alcune ipotesi di “geo-ingegneria climatica” somiglianti a riedizioni del “Dottor Stranamore” non debbono ingannarci. Lungo tutti i processi delle filiere che abbiamo incontrato, possono dispiegarsi anche in tempi rapidi delle svolte straordinarie, alcune delle quali vengono sperimentate già oggi. Ma occorrono molte più risorse pubbliche, anche su base multilaterale: e qui l’Unione Europea può fare senz’altro di più. Se gli USA hanno appena previsto un investimento di 180 miliardi di dollari in basic
    research per la crisi climatica, non dobbiamo dimenticare i dati riportati un anno fa dall’Economist: finora, il totale degli investimenti annui combinati in innovazione e tecnologie legate al Clima da parte di governi, venture capital e aziende energetiche europee è stato appena circa il doppio di quello di una sola grande azienda come Amazon.

    7. CONSENSO, AGENDE POLITICHE, POSTI DI LAVORO. clicca per approfondire

    È necessaria un’azione politica e culturale per affrontare le condizioni che consentano di impostare, governare e portare avanti la Rivoluzione Verde per il Clima non come impossibile imposizione dall’alto, ma con una convinta e diffusa condivisione e partecipazione delle cittadinanze di ciascun Paese. Non bisogna dimenticare, infatti, le esperienze negative nell’accoglienza popolare di misure pur parziali e limitate: dai pochi centesimi di euro in più imposti da Macron sui carburanti in Francia, che ha fatto da detonatore per la ribellione dei “Gilet Gialli”; alle controversie sull’introduzione di Carbon Tax in alcuni Stati canadesi, e a livello federale; oppure, al successo elettorale di Trump nel 2016 in diversi Stati a precedente maggioranza democratica, in virtù della polarizzazione pro o contro la chiusura di miniere e impianti a carbone.

    Per stare in questo contesto, non è un caso se – dopo i risultati non sempre convincenti delle misure pro-green dell’Amministrazione Obama – lo stesso Biden abbia accompagnato la presentazione, lo scorso aprile al Congresso, del programma di rilancio post-pandemia con le parole “Troppo a lungo non abbiamo saputo usare la parola più importante, nell’affrontare la crisi climatica: lavoro, lavoro, lavoro”.

    Se ascoltiamo qualunque dibattito su temi sociali, industriali, produttivi, anche se specificamente dedicato alle priorità per il lavoro, e alla difesa del lavoro, siamo molto lontani, salvo egregie eccezioni, dal cogliere le implicazioni legate alla ormai iniziata Transizione Verde.
    I rischi sono evidenti, e di impatto rapido, anche nel contesto delle criticità economiche provocate dalla pandemia: la chiusura o il ridimensionamento di filiere produttive ed energetiche carbon-intensive con conseguenti, significativi tassi disoccupazionali. E con l’incremento vertiginoso di automazione e ricorso all’Intelligenza Artificiale, a spese di lavori che non torneranno, nell’industria, negli uffici, nel commercio, nella logistica.

    E le opportunità? Dipendono dalla serietà, rapidità, efficacia dei nostri interventi.
    Un’analisi IEA indica i benefici economici della crescita annua degli investimenti nel settore energetico in 5 trilions di dollari (cinquemila miliardi) all’anno in questo decennio, che porteranno una crescita aggiuntiva annua di 0,4 punti al PIL mondiale.
    Il saldo occupazionale sarà attivo nelle energie pulite, l’efficienza energetica, come pure per manifattura, ingegnerizzazione, costruzioni. Ovviamente, gli impatti saranno molto differenziati per Paese, a partire dai produttori di combustibili fossili. Ma, come abbiamo visto, nuove e rilevanti industrie nasceranno. Come pensare altrimenti, solo guardando all’obiettivo di produzione elettrica da rinnovabili nell’Unione Europea (oltre il 70% nel 2030) o, in Italia, di installare circa 70 Gigawatt da rinnovabili per la stessa scadenza?

    Ci sono intere filiere da costruire, per scongiurare nuove dipendenze dall’estero.. E processi del tutto nuovi nelle filiere esistenti. Con attenzione assoluta al bilancio occupazionale, al sostegno ai lavoratori che escono, alla formazione permanente verso nuove attività lavorative e professioni necessarie. E’ evidente, ad esempio, l’arretratezza italiana nella filiera dell’idrogeno; e rilevante la serie di impegni, per oltre 3 miliardi di euro, contenuti nel PNRR approvato dal Parlamento e trasmesso dal Governo italiano a Bruxelles: produzione di idrogeno in aree industriali dismesse; utilizzo per decarbonizzare
    acciaierie e impianti ad alta intensità energetica; stazioni di ricarica per il trasporto stradale a lungo raggio, e per il trasporto ferroviario; attività di ricerca e sviluppo. Inoltre, si prevedono norme tecniche, norme di semplificazione e di incentivo fiscale, ed altre misure destinate a diffondere il consumo di idrogeno verde.

    Si può apprezzare, in particolare, la necessità di produrre elettrolizzatori, indispensabili per questi processi, oltre che dell’adattamento di un vasto novero di impianti ed infrastrutture.
    Quali industrie nasceranno, quanti posti di lavoro verranno creati? Ci sono molti dubbi, e legittimi interrogativi, sulla fattibilità e l’efficienza di questi processi. E’ evidente che l’Italia non sarà pronta per il 2026, né sarà all’avanguardia nel 2030, ma avrà per quella data comunque sviluppato competenze, industrie, e posti di lavoro oggi inesistenti.
    Una delle maggiori difficoltà nel far transitare la preoccupazione generica sui Cambiamenti Climatici sul terreno di agenda pratica, ovvero ciò che le persone possano effettivamente fare, sta nella distanza tra la dimensione, la grandezza dei problemi, e l’impatto delle esperienze di singole situazioni rispetto a questa scala di problemi. Un riflesso di distanza, se non di impotenza, anima molti. Gesti di testimonianza e impegno significativo legati agli stili di vita sono ovviamente importanti. Ancora più importante, ai fini di una più larga condivisione, potrebbe essere definire e organizzare campagne di valore strategico, legate ad obiettivi rilevanti, e conseguibili con un impegno collettivo e corale. Non va ignorato che la complessità delle azioni e interazioni legate alla produzione di gas climalteranti non può portarci a ripercorrere lo straordinario, seppur limitato, successo nell’azione globale per limitare i gas (specialmente i CFC, Clorofluorocarburi) responsabili del depauperamento della fascia di Ozono stratosferico, dalla seconda metà degli anni ’80 in poi. Ma simili concertazioni dovrebbero riguardare, ad esempio, la crescita delle emissioni di metano, il
    secondo gas responsabile dell’effetto-serra. Le emissioni di tale gas, provenienti soprattutto da energie fossili, allevamenti e rifiuti, sono aumentate del 9% nel periodo tra il 2006 e il 2017. Si tratta di un gas che perdura meno della CO2, ma ha un assai più elevato potenziale di riscaldamento. L’UE ha ridotto le emissioni di metano, ma le informazioni disponibili – anche utilizzando l’osservazione satellitare – indicano che occorre agire a livello mondiale, per mettere in sicurezza molte decine di migliaia di pozzi estrattivi abbandonati in varie parti del mondo, per introdurre processi razionali virtuosi negli allevamenti di bestiame; oltre che per monitorare i “giganti addormentati del ciclo del
    Carbonio”, i depositi congelati di Metano nell’Oceano Artico, che si stanno risvegliando a causa dello scioglimento dei ghiacci e del permafrost. Un rapporto dell’ONU ha messo in rilievo che un taglio del 40% entro il 2030 delle emissioni di metano porterebbe un rapido beneficio, con riduzione già di 0,3° della temperatura media globale al 2040.

    Quindi è importante definire e qualificare obiettivi raggiungibili, non solo con il traguardo delle generazioni future. Molte e sempre più persone apprezzano l’impegno per promuovere il “capitale naturale” e preservare la biodiversità come parte della transizione ecologica. E sono pronte a mobilitarsi per traguardi e obiettivi visibili e raggiungibili a difesa della vivibilità del nostro ambiente. Magari, proprio per questa attenzione alla dimensione ‘possibile’ dell’impegno comune, si arrestano intimiditi di fronte alla dimensione, che appare soverchiante, delle sfide globali.
    Un settore cruciale è certamente quello agricolo, insieme alla filiera agroalimentare, per il conteggio dell’assorbimento delle emissioni e una gestione innovativa ed efficiente delle attività e dei suoli, con una gestione avanzata e protettiva del ciclo degli alberi e delle foreste, e un maggiore e migliore utilizzo del legno per le costruzioni, o di fibre vegetali per il tessile. Cruciale sarà lo sviluppo di Distretti a zero emissioni, dai reflui sino all’utilizzo di biometano per la produzione di idrogeno, e alla produzione di grafene. La filiera agricola e agroalimentare sono importantissime per la nutrizione e la salute, per la tutela del territorio e del paesaggio, e per l’occupazione.

    In conclusione, Il governo italiano ha cambiato denominazione al Ministero dell’Ambiente: nella nuova definizione di “Transizione Ecologica” si incontra il problema trattato in queste pagine. Nella lingua italiana, transizione è una parola scientifica che significa “passaggio tra due condizioni, due epoche, due modi di vita, due situazioni”. E’ l’atto di passare, con significati precisi nella fisica, la biochimica, la termodinamica, e nella musica.
    Si tratta di compiere un passaggio, molto complesso, ancora incerto per vari aspetti, dalle implicazioni gigantesche. Si tratta di capire se siamo ancora nel punto da cui si parte, o se davvero abbiamo iniziato il passaggio. Se saremo capaci di compiere in modo consapevole, responsabile, creativo, bene organizzato, il percorso verso la nuova condizione. Un percorso enormemente impegnativo, difficile, affascinante, necessario, che aprirà una nuova epoca, e comporterà un nuovo modo di vita.

    È tempo di indicare tutte le decisioni. Di definire tutte le implicazioni per i settori produttivi.
    Di analizzare e presentare gli obiettivi di creazione dei posti di lavoro per gli anni a venire.

  • Naturismo per la post-pandemia

    Naturismo per la post-pandemia

    post-pandemia

    Finalmente dopo mesi si avvicina la possibilità di stare all’aperto senza particolari restrizioni.
    Il Naturismo potrebbe essere, per chi non l’ha provato ancora, un’ottima idea per vivere in modo nuovo, più completo e più profondo, la libertà riconquistata.

    Secondo un sondaggio dell’aprile 2019 del portale Volare.com, quindi prima della pandemia Covid, cinque italiani su dieci ammettono di aver considerato almeno una volta l’esperienza naturista, magari poi non avendola concretizzata. Un’idea più diffusa tra gli uomini (60%) che tra le donne, che invece continuano a preferire il topless (73%) alla totale assenza di costume da bagno (37%).

    E senza nascondersi: soltanto uno su quattro eviterebbe di parlarne, tenendo la scelta completamente segreta a familiari (57%) e colleghi (54%).

    Che sia per ottenere un’abbronzatura completa e perfetta a fine estate (55%), per riconnettersi con la natura dopo un anno di lavoro (40%) o fare un’esperienza che permetta di uscire dalla propria zona di comfort (17%), la voglia di nudo-naturismo si sta diffondendo sempre di più.

    Un altro sondaggio, questa volta dell’inizio estate 2020, ovvero alla fine della prima ondata della pandemia, aveva rilevato che circa il 36% degli intervistati aveva l’idea di provare questa esperienza nei prossimi anni. Lo stesso sondaggio ha confermato come in Italia sarebbero circa 500.000 le persone interessate al naturismo, come da anni si attesta da più fonti.

    Ma dove vanno gli italiani per prendere il sole senza costume da bagno?

    Secondo questo sondaggio, la Spagna risulta in testa alla classifica come meta prediletta per un’esperienza naturista per quasi la metà dei viaggiatori interpellati (46%), soprattutto Maiorca, Ibiza, Formentera e le Canarie. La Francia, che solo tre anni fa raccoglieva un quarto delle preferenze, nel 2019 scende al 18%, ulteriore conferma del fatto che altre destinazioni si stanno consolidando nelle preferenze dei naturisti italiani sulla scena europea. Tra queste c’è la Croazia, che conquista un italiano su tre e cresce di 10 punti percentuali rispetto a tre anni fa (dal 23% al 33%). L’Italia, anche se in leggero calo rispetto al 2016 (26%), riconferma invece la terza posizione con il 23% delle preferenze.

    Purtroppo da noi non esiste ancora una legge nazionale che regolamenti e garantisca la pratica del Naturismo nei luoghi pubblici, benché siano oramai passati oltre 20 anni dalla presentazione del primo progetto di legge sull’argomento.

    In ogni caso, anche da noi esistono spiagge e strutture naturiste, e l’offerta naturista aumenta e si consolida ogni anno di più.

    Ancora una volta ci piace ricordare che “Il Naturismo è un modo di vivere in armonia con la natura caratterizzato dalla pratica della nudità in comune che ha lo scopo di favorire il rispetto di se stessi, il rispetto degli altri e quello dell’ambiente.” A questa definizione, spesso si aggiunge che il Naturismo è un movimento familiare, sano, educativo, naturale.

    Qui di seguito chi è interessato a fare una esperienza naturista può trovare informazioni utili per liberarsi dei propri vestiti in tutta tranquillità e sicurezza durante le vacanze, e vivere la natura circostante al 100%: