Di Vian Aziz

La D.ssa Vian Aziz è nata e cresciuta in Iraq. Dopo alcuni anni a Dubai, dal 2010 si è definitivamente stabilita con la sua famiglia a Cardiff, nel Galles, dove esercita la sua professione medica.
Essendo cresciuta in una cultura conservatrice, il mio corpo è sempre stato una questione che riguardava gli altri. Doveva essere coperto, protetto e controllato per pudore, per sicurezza, per onore. Fin da bambina mi è stato insegnato che la virtù si attaccava alla mia pelle come un tessuto, e senza di essa avrei potuto sprofondare nella vergogna.
Ma cosa succede quando i rivestimenti iniziano a sembrare delle gabbie?
E il silenzio intorno al corpo comincia a riecheggiare come una ferita?
Mi sono imbattuta nel naturismo quasi per caso, una parola che all’inizio mi sembrava estranea e persino tabù. Nudità? Volontaria? E terapeutica?
L’idea sembrava impossibile. Ma qualcosa in essa parlava a un dolore profondo che non riuscivo a definire. Una fame di libertà, non solo dai vestiti, ma dallo sguardo, dalle aspettative, dalla coreografia della vergogna che mi ha accompagnato per tutta la vita.
In molti contesti mediorientali, il corpo di una donna raramente appartiene solo a lei. È un luogo di orgoglio culturale, dovere religioso, dibattito politico e ansia sociale. Mi è stato insegnato a vedere il mio corpo come un segreto e un rischio, qualcosa che andava coperto e regolamentato.
Eppure, al di là di tutte le regole e i rituali, c’era qualcosa di cui nessuno parlava: cosa significa semplicemente esistere nella propria pelle. Non per seduzione. Non per ribellione. Solo per esistere. Per respirare. Per essere.
La prima volta che mi sono trovata completamente nuda in mezzo alla natura, non ero circondata da persone. Ero sola, avvolta solo dal vento e dal sole. Non c’era pubblico. Nessuno specchio. Nessun giudizio. Solo io e la silenziosa rivelazione che non ero sbagliata. Pensavo che mi sarei sentita vulnerabile.
Invece, mi sono sentita completa. Non avrei mai immaginato che spogliarmi mi avrebbe aiutato a ricomporre me stessa.
Per me, il naturismo non significa esibire il mio corpo. Significa incontrarlo. Significa liberarmi da secoli di vergogna ereditata, e lasciare che la mia pelle ricordasse com’era prima di essere politicizzata, sessualizzata o messa a tacere.
Inizialmente, il mio percorso di guarigione è stato silenzioso e privato. Ma alla fine, mi sono avvicinata al naturismo sociale ed è stato allora che è successo qualcosa di veramente inaspettato. Ho trovato la connessione.
C’è qualcosa di profondamente bello nello stare in mezzo agli altri, liberi dalle maschere che indossiamo – abiti, status, giudizi – semplicemente essendo umani insieme. Nessuno ti sta misurando. Nessuno sta recitando una parte. Sei accettato non nonostante il tuo corpo, ma con esso, esattamente così com’è.
In un mondo che spesso mette le donne l’una contro l’altra, attraverso il confronto, la competizione o il controllo, il naturismo sociale mi ha offerto uno spazio in cui la comunità ha sostituito la competizione. Ho incontrato persone di tutte le forme, di tutte le età, con storie diverse. Non eravamo nude per attirare l’attenzione; eravamo nude per essere autentiche.
E in quello spazio ho trovato qualcosa che mi mancava da tanto tempo: gioia senza pressioni, presenza senza vergogna e un senso di appartenenza senza pretese.
Per la prima volta, la felicità mi sembrò semplice. Solo io, gli altri e la verità della nostra comune umanità.

Per molte donne, soprattutto quelle provenienti da ambienti conservatori o religiosi, il naturismo può sembrare un’eresia. Ma per me, era una forma di preghiera. Un atto radicale di riappropriazione.
Mi ha insegnato che la guarigione non sempre si manifesta in stanze di terapia o con farmaci. A volte, si manifesta con i piedi nudi nella terra calda. La luce del sole sulla schiena. Un silenzio che non giudica.
A volte, guarire significa dire a se stessi: questo corpo è mio. Questo corpo non è un peccato. Questo corpo è casa.
Porto ancora dentro di me la mia cultura. Parlo le sue lingue, cucino i suoi piatti, canto le sue canzoni. Ne vado fiera. Ma non ne porto più il peso della vergogna.
Alcuni pensano che naturismo e modestia nell’abbigliamento siano concetti opposti. Io sono giunta a credere che entrambi possano essere sacri, se nascono da una scelta e dall’amore, non dal controllo o dalla paura. Il naturismo non mi ha fatto rinnegare le mie origini. Mi ha aiutato a reinterpretarle attraverso la compassione. Non ho lasciato nulla alle spalle. Ho semplicemente smesso di nascondermi da me stessa.
E ora non parlo solo a nome mio, ma anche a nome dei molti che non possono farlo. Per le donne, dal Cairo a Casablanca, da Beirut a Baghdad, che si sentono prigioniere nella propria pelle. Per coloro che desiderano ardentemente sentirsi libere, ma portano il peso della paura o dell’esilio.
Ho iniziato a guidare e a creare uno spazio di accoglienza per altre persone provenienti dalle regioni medio-orientali che si interrogano e guariscono in silenzio. Attraverso gruppi di dialogo, supporto online, ritiri privati e condivisione pubblica di storie, sto costruendo un percorso in cui libertà e cultura non debbano essere nemiche.
Non lo faccio per offendere la tradizione, ma per offrire un nuovo modo di viverla. Un modo che dice: puoi essere figlia di questa regione e al tempo stesso scegliere il tuo ritmo, il tuo rapporto con il tuo corpo, la tua definizione di pace. Non dobbiamo aspettare il permesso. Possiamo essere la prima generazione a rompere il silenzio, non per rabbia, ma per amore.
Se sei una donna cresciuta credendo che il suo corpo fosse pericoloso o impuro, voglio che tu sappia questo: hai il diritto di trovare la pace nella tua pelle. Hai il diritto di guarire, anche se la guarigione non assomiglia per niente a ciò che ti è stato insegnato.
Che tu scelga di coprirti o di scoprirti, la cosa più giusta che puoi fare è riappropriarti del tuo corpo. Non è loro. È tuo.
























Devi effettuare l'accesso per postare un commento.