Categoria: Cultura Naturista

  • Nuda e integra: riappropriarmi del mio corpo di donna attraverso il naturismo

    Nuda e integra: riappropriarmi del mio corpo di donna attraverso il naturismo

    Di Vian Aziz

    Dal blog dell’INF-FNI

    Nuda e integra

    La D.ssa Vian Aziz è nata e cresciuta in Iraq. Dopo alcuni anni a Dubai, dal 2010 si è definitivamente stabilita con la sua famiglia a Cardiff, nel Galles, dove esercita la sua professione medica.

    Essendo cresciuta in una cultura conservatrice, il mio corpo è sempre stato una questione che riguardava gli altri. Doveva essere coperto, protetto e controllato per pudore, per sicurezza, per onore. Fin da bambina mi è stato insegnato che la virtù si attaccava alla mia pelle come un tessuto, e senza di essa avrei potuto sprofondare nella vergogna.
    Ma cosa succede quando i rivestimenti iniziano a sembrare delle gabbie?
    E il silenzio intorno al corpo comincia a riecheggiare come una ferita?

    Mi sono imbattuta nel naturismo quasi per caso, una parola che all’inizio mi sembrava estranea e persino tabù. Nudità? Volontaria? E terapeutica?
    L’idea sembrava impossibile. Ma qualcosa in essa parlava a un dolore profondo che non riuscivo a definire. Una fame di libertà, non solo dai vestiti, ma dallo sguardo, dalle aspettative, dalla coreografia della vergogna che mi ha accompagnato per tutta la vita.

    In molti contesti mediorientali, il corpo di una donna raramente appartiene solo a lei. È un luogo di orgoglio culturale, dovere religioso, dibattito politico e ansia sociale. Mi è stato insegnato a vedere il mio corpo come un segreto e un rischio, qualcosa che andava coperto e regolamentato.
    Eppure, al di là di tutte le regole e i rituali, c’era qualcosa di cui nessuno parlava: cosa significa semplicemente esistere nella propria pelle. Non per seduzione. Non per ribellione. Solo per esistere. Per respirare. Per essere.

    La prima volta che mi sono trovata completamente nuda in mezzo alla natura, non ero circondata da persone. Ero sola, avvolta solo dal vento e dal sole. Non c’era pubblico. Nessuno specchio. Nessun giudizio. Solo io e la silenziosa rivelazione che non ero sbagliata. Pensavo che mi sarei sentita vulnerabile.

    Invece, mi sono sentita completa. Non avrei mai immaginato che spogliarmi mi avrebbe aiutato a ricomporre me stessa.

    Per me, il naturismo non significa esibire il mio corpo. Significa incontrarlo. Significa liberarmi da secoli di vergogna ereditata, e lasciare che la mia pelle ricordasse com’era prima di essere politicizzata, sessualizzata o messa a tacere.
    Inizialmente, il mio percorso di guarigione è stato silenzioso e privato. Ma alla fine, mi sono avvicinata al naturismo sociale ed è stato allora che è successo qualcosa di veramente inaspettato. Ho trovato la connessione.

    C’è qualcosa di profondamente bello nello stare in mezzo agli altri, liberi dalle maschere che indossiamo – abiti, status, giudizi – semplicemente essendo umani insieme. Nessuno ti sta misurando. Nessuno sta recitando una parte. Sei accettato non nonostante il tuo corpo, ma con esso, esattamente così com’è.
    In un mondo che spesso mette le donne l’una contro l’altra, attraverso il confronto, la competizione o il controllo, il naturismo sociale mi ha offerto uno spazio in cui la comunità ha sostituito la competizione. Ho incontrato persone di tutte le forme, di tutte le età, con storie diverse. Non eravamo nude per attirare l’attenzione; eravamo nude per essere autentiche.
    E in quello spazio ho trovato qualcosa che mi mancava da tanto tempo: gioia senza pressioni, presenza senza vergogna e un senso di appartenenza senza pretese.
    Per la prima volta, la felicità mi sembrò semplice. Solo io, gli altri e la verità della nostra comune umanità.

    Per molte donne, soprattutto quelle provenienti da ambienti conservatori o religiosi, il naturismo può sembrare un’eresia. Ma per me, era una forma di preghiera. Un atto radicale di riappropriazione.
    Mi ha insegnato che la guarigione non sempre si manifesta in stanze di terapia o con farmaci. A volte, si manifesta con i piedi nudi nella terra calda. La luce del sole sulla schiena. Un silenzio che non giudica.
    A volte, guarire significa dire a se stessi: questo corpo è mio. Questo corpo non è un peccato. Questo corpo è casa.

    Porto ancora dentro di me la mia cultura. Parlo le sue lingue, cucino i suoi piatti, canto le sue canzoni. Ne vado fiera. Ma non ne porto più il peso della vergogna.

    Alcuni pensano che naturismo e modestia nell’abbigliamento siano concetti opposti. Io sono giunta a credere che entrambi possano essere sacri, se nascono da una scelta e dall’amore, non dal controllo o dalla paura. Il naturismo non mi ha fatto rinnegare le mie origini. Mi ha aiutato a reinterpretarle attraverso la compassione. Non ho lasciato nulla alle spalle. Ho semplicemente smesso di nascondermi da me stessa.

    E ora non parlo solo a nome mio, ma anche a nome dei molti che non possono farlo. Per le donne, dal Cairo a Casablanca, da Beirut a Baghdad, che si sentono prigioniere nella propria pelle. Per coloro che desiderano ardentemente sentirsi libere, ma portano il peso della paura o dell’esilio.
    Ho iniziato a guidare e a creare uno spazio di accoglienza per altre persone provenienti dalle regioni medio-orientali che si interrogano e guariscono in silenzio. Attraverso gruppi di dialogo, supporto online, ritiri privati e condivisione pubblica di storie, sto costruendo un percorso in cui libertà e cultura non debbano essere nemiche.

    Non lo faccio per offendere la tradizione, ma per offrire un nuovo modo di viverla. Un modo che dice: puoi essere figlia di questa regione e al tempo stesso scegliere il tuo ritmo, il tuo rapporto con il tuo corpo, la tua definizione di pace. Non dobbiamo aspettare il permesso. Possiamo essere la prima generazione a rompere il silenzio, non per rabbia, ma per amore.

    Se sei una donna cresciuta credendo che il suo corpo fosse pericoloso o impuro, voglio che tu sappia questo: hai il diritto di trovare la pace nella tua pelle. Hai il diritto di guarire, anche se la guarigione non assomiglia per niente a ciò che ti è stato insegnato.
    Che tu scelga di coprirti o di scoprirti, la cosa più giusta che puoi fare è riappropriarti del tuo corpo. Non è loro. È tuo.

  • Margaux Cassan: “Il naturismo come scelta contro una società  ossessionata dal corpo”

    Margaux Cassan: “Il naturismo come scelta contro una società  ossessionata dal corpo”

    da un’intervista di Francesca Ferri su Huffington Post

    «L’erba ingiallita che graffia le caviglie. Il sole cocente che ti batte sull’ombelico a mezzogiorno. L’acqua che scorre sui seni e segue le linee dell’inguine, dove le zanzare vengono a mordere di notte. La brezza della sera che asciuga i capelli ancora umidi e accarezza la schiena». Filosofa e scrittrice parigina, Margaux Cassan queste sensazioni le ha provate fin da piccola, quando ogni estate raggiungeva i suoi zii a Bélézy, villaggio naturista ai piedi del monte Ventoux, nel Sud della Francia. Crescendo ha scelto, come altri 2,5 milioni di francesi, un altro modo di vestire il mondo, scelta che racconta in Vivre nu (edizioni Grasset, 216 pagine, 19 euro), a metà tra la testimonianza e il diario intimo, di fatto un invito al viaggio nel mondo del naturismo. Dalle prime comunità libere formate all’inizio del XX secolo, alle utopie degli anni hippy; dal villaggio familiare nel Vaucluse dove ha trascorso la sua infanzia, all’Île du Levant, l’autrice traccia una mappa filosofica e storica di questo movimento, portandoci a riflettere sulla nostra società ossessionata dal corpo.

    «La nudità occidentale non è trasparenza e spontaneità, ma piuttosto umiliazione e trasgressione. Umiliazione perché quasi ognuno di noi ha avuto l’incubo di trovarsi nudo davanti a tutti, a scuola o al lavoro. Trasgressione quando la nudità nello spazio pubblico è un reato, come la pubblicazione di un seno su Instagram o una manifestazione di Femen. Quindi se Marianne (la protagonista del celebre dipinto “La libertà che guida il popolo” di Delacroix) ha un seno nudo, non è perché è libera, è un’allegoria di una Francia sognata. Una Francia che non esiste, se non in alcun interstizi». La scrittrice denuncia ipocrisie e contraddizioni di una società falsamente perbenista. «La possibilità di stare nudi collettivamente in spazi naturali, già molto limitata in Europa, sta diminuendo. Abbiamo quindi bisogno di raccontare il naturismo». Perciò Cassan ha deciso di scrivere questo libro, che ha iniziato quando il villaggio naturista dove è cresciuta è stato acquistato da un grande gruppo.

    Margaux tiene a ricordare che naturismo non è solo questione di nudità né di nudismo. «Si tratta di vivere nudi, il che è diverso, in uno spazio naturale e in presenza di una comunità che condivide questo stile di vita. In inverno, i naturisti si vestono, certo, ma restano fedeli ai loro valori: accettazione del corpo, senso della comunità, frugalità, ma anche libertà e rivendicazione di una cultura, che si potrebbe riassumere in un’utopia di uguaglianza, tolleranza e sobrietà». Una filosofia che suo zio incarna nella versione originale, infatti rifiuta l’alcol, il tabacco, la carne, i grassi e la moda.
    Prima che una scelta di vita, quindi, per Cassan è stata un’abitudine familiare scoperta molto presto. «La prima volta che sono andata in un villaggio naturista avevo due anni, ma i miei primi ricordi vengono dopo, quando all’incirca ne avevo sette. A quell’età potevo scegliere se tenere gli slip, ma non l’ho fatto. Tutti erano nudi, quindi mi sembrava naturale adeguarmi». La libertà iniziava sbarazzandosi rapidamente dei vestiti appena metteva piede nel parcheggio di Bélézy. «La mia nudità ha abbattuto la corazza fisica che mi separava dagli elementi naturali, dagli alti cipressi e dagli animali con i quali vivevo in armonia. Nell’adolescenza, invece, non si guarda più il mondo esterno, ma solo a se stessi e alle proprie imperfezioni. Ed è allora che la nudità diventa un problema. Anche perché si diventa un oggetto del desiderio».

    Margaux Cassan "Il naturismo come scelta contro una società ossessionata dal corpo"

    È a quell’età che Margaux smette per un periodo di andare a Bélézy, finché a 18 anni non riscopre la naturalezza del corpo nudo. Impara che il problema non è il corpo nudo, ma lo sguardo malizioso sul corpo.
    «“Walden ovvero Vita nei boschi” di Henry David Thoreau (Rizzoli) ci ricorda che il ruolo dei vestiti è innanzitutto quello di tenerci fisicamente al caldo e, in secondo luogo, di fornire una copertura sociale. In una mite estate europea, l’unico scopo dei vestiti è quello di nascondere la nostra nudità. E dietro la nudità, cosa nascondiamo? O, al contrario, cosa otteniamo vestendoci? Un personaggio sociale, soprattutto, che ci rassicura, che ci distingue. E ancora, si chiedeva Thoreau: fino a che punto gli uomini manterrebbero i loro rispettivi ranghi se fossero spogliati dei loro vestiti? » Cassan è convinta della risposta: gli abiti costituiscono un marcatore sociale, geografico, di genere ed età.

    «Già nel cortile della scuola il modo in cui ti vesti ti permette di entrare in certi gruppi o, al contrario, ti esclude da altri. La nudità invece funziona come un’uniforme: evita la distinzione sociale attraverso l’abbigliamento. Ci permette di ricostruire la società, di parlare con le persone nella loro vera pelle, ignorando i divari sociali e generazionali che ci allontanano». Per le donne poi, i vestiti diventano uno strumento di seduzione nei confronti degli uomini. «Ma questi rapporti di dominazione che spesso determinano il legame sociale, evaporano come per magia quando tutti sono nudi. Andrebbe ricordato più spesso che l’uomo nel suo stato di natura non è un pericolo per nessuno». E infatti Margaux si sente molto più protetta quando è nuda sotto il sole della Provenza che vestita nelle metro di Parigi. «Oggi viviamo un’ipersessualizzazione del corpo e allo stesso tempo la rinascita del puritanesimo: addossando il peso della colpa, del peccato e del sesso licenzioso al solo corpo, si finisce per giustificare la necessità di nasconderlo. Nasconderlo significa accentuare il desiderio associato a ciò che è proibito». In questo circolo vizioso accettiamo il naked dress alle sfilate di moda ma il topless in spiaggia non lo sceglie quasi più nessuno. Perciò «il naturismo recluta sempre meno giovani, la stragrande maggioranza è composta da testimoni attivi del ’68: in pratica oggi il naturismo rimette in scena un’utopia vissuta e passata. Ma per me è anche altro: la gioia di dire ai miei zii che la loro giovinezza esiste ancora attraverso di me».

  • Body Shaming e Body Positivity

    Body Shaming e Body Positivity

    In questi ultimi anni si sono diffusi due termini: Body Shaming e Body Positivity.
    Per body shaming, o derisione del corpo, si intende l’atto di deridere una persona per il suo aspetto fisico, perché considerato non aderente ai presunti canoni estetici della cultura e della società in cui la vittima vive. Questo canone estetico, spesso lontano dalle caratteristiche di un corpo umano comune, è posto come normale e necessario per considerare una persona degna di rispetto: il corpo della vittima è al contrario considerato anormale, nonostante sia in genere più simile a quello della maggioranza della popolazione rispetto al modello estetico, e la vittima colpevolizzata e indotta alla vergogna: tale vergogna riduce l’autostima e può portare a malattie quali disturbi alimentari, ansia e depressione.
    Alcuni tipi di body shaming hanno origine antiche nella superstizione popolare, altri derivano da mode diffuse in tempi molto recenti. I canoni estetici cambiano da un luogo all’altro e con essi le forme di discriminazione.
    La derisione del corpo può colpire entrambi i sessi. Può essere aggravato dalla diffusione di non corretti modelli estetici nei mass media e nei social media e può sfociare in forme di bullismo e  cyberbullismo .

    Alla Body Shaming si contrappone la Body Positivity, ovvero un movimento di pensiero creato per rafforzare e mettere in luce come i corpi di uomini e donne possano avere più forme, più canoni estetici, tutti egualmente accettabili, da sé stessi in primis, e poi anche dagli altri. Tale movimento difende e sostiene l’accettazione di ogni tipo di corpo, al di là dell’età, del sesso, del peso, del colore della pelle, ecc.
    L’obiettivo è quello di evitare un radicamento di standard di bellezza irrealistici, dovuti anche a immagini alterate con strumenti elettronici quali Photoshop, e costruire una consapevolezza sociale dei nostri corpi reali, in modo da rafforzare una maggiore fiducia in sé stessi e negli altri, e dare dignità a ogni persona, di qualsiasi foggia possa essere.

    Noi naturisti pratichiamo da sempre la Body Positivity, anzi, essa è da sempre uno dei fondamenti del Naturismo, per il rispetto di sé stessi e degli altri, di qualsiasi età e genere siano.
    Due recenti esempi spiegano il concetto di Body Positivity meglio di mille parole: il progetto fotografico “Spiaggia Viva” dell’A.n.ab (Associazione Naturista Abruzzese), progetto del quale ne avevamo già parlato qui su Naturistitalia; e il recente progetto fotografico di Tito Borsa “Nessuna Vergogna”, realizzato ritraendo corpi di modelle non aderenti ai canoni imposti dalla società, dalla moda o dalla pubblicità, e abolendo categoricamente l’uso di Photoshop.

    Come dice l’autore, “hanno posato dalla ragazza che vuole fare la modella e viene scartata continuamente perché non ha il fisico ritenuto adatto, alle ragazze che hanno avuto problemi sociali per il proprio aspetto, a chi porta con fierezza vistose cicatrici, o anche chi semplicemente voleva posare nuda giusto per farlo, senza doversi preoccupare del giudizio degli altri. Hanno risposto all’appello persone bisessuali, tatuate, nere, bianche, etero, una grande varietà ma quasi tutte donne. Solo un ragazzo, che ha lavorato duramente perché non stava bene col corpo che aveva prima. Anche questa mi è sembrata body positivity. La cosa che mi piace trasmettere è che nel progetto non c’è alcun giudizio verso nessun tipo di corpo e che tutti possono sentirsi liberi di mostrarsi nudi, anche perché spesso è un atto terapeutico e liberatorio.”

    A ogni foto è affiancato un testo di Andrea Chiara Daniso che riassume le motivazioni che hanno spinto la persona ritratta a partecipare al progetto.

  • La nudità nella storia antica

    La nudità nella storia antica

    La nudità

    Il sostantivo «nudità» è quello che meglio designa la fisicità della figura umana, la sua realtà corporea, ma anche quella interiore (“mettere l’anima a nudo”, “mettersi a nudo”).
    Infatti la nudità è da sempre a vario titolo oggetto di interesse, osservazione, studio e raffigurazione, iconica o figurativa come si direbbe in campo artistico, ma anche in ambito sociale e medico.

    L’evoluzione e rappresentazione del concetto di nudità si sviluppano continuamente nella storia, nelle arti e nelle scienze, assumendo talvolta un ruolo importante nei riti magico-religiosi, per scopi decorativi o come indice di appartenenza ad un certo rango.
    Nella storia umana la totale nudità accompagna la nascita dei primi esseri viventi, che per molto tempo si sono così reciprocamente osservati, realizzando in tal modo una primordiale visione di sé e dell’altro. Tale modalità di osservazione consentiva la valutazione di eventuali alterazioni del manto cutaneo, di anomalie del sembiante: da ciò nasce la diffusa convinzione che la Dermatologia sia stata la prima forma di Medicina
    praticata dall’uomo.
    In effetti la condizione di nudità era di per sé abituale nell’uomo primitivo, non ancora condizionato da credenze e consuetudini e ancor meno sottoposto a norme sociali e religiose, come invece è poi avvenuto nel corso dei secoli successivi.

    Si delinea così la storia della nudità, certamente sempre modulata in tutte le Ere in base a esigenze biologiche, variazioni ambientali, abitudini sociali e atteggiamenti culturali.
    Nel paradiso terrestre Adamo ed Eva vivono nudi fino a quando, con il compimento del peccato originale, prendono coscienza della differenza fra bene e male. La nudità quindi, dapprima simbolo di purezza e di candore, si tramuta nel suo contrario come fattore di tentazione e concupiscenza.

    Tuttavia nelle religioni ebraiche e cristiane delle origini la nudità continua ad essere condizione di innocenza e purezza, quale nudità in senso spirituale. Gesù Cristo e i primi Cristiani sono sempre nudi nel rito del Battesimo, come pure nella Crocifissione.
    Ma l’originario concetto della colpa commessa dai nostri progenitori e quindi della nudità, proibita perché contraria al pudore, è sempre presente nell’Antico Testamento. In particolare la malattia è considerata castigo divino perché conseguenza di un peccato e quindi impone che il malato, colpevole, venga visitato nudo dai sacerdoti e non dai medici profani.

    Infatti nel Talmud (II e I secolo a.C.), si afferma che «gli esami delle malattie della pelle, le eruzioni e la lebbra non spettano al medico, bensì al sacerdote». La diagnosi viene riconnessa alla colpa e valutata in base alla sua entità. La terapia, esclusivo dono di Dio, prevede che il malato venga abbandonato al suo destino e cacciato nudo dalla comunità tribale. In sintesi Dio è sanità, malattia è punizione e il sacerdote è medico.
    Questo primitivo comportamento durerà per molti secoli, creando un’enorme confusione dottrinale, e continui conflitti tra religione e scienza medica, fino all’Era Moderna.
    Ma in molte altre culture antiche (ad esempio in quelle mesopotamica, assiro-babilonese, persiana, fenicia) resta presente l’ambivalenza della nudità costantemente sospesa fra natura-salute-bellezza da un lato, e malattia-colpa-impudicizia-umiliazione dall’altro.

    Le più antiche testimonianze della condizione di nudità risalgono all’epoca preistorica, dalla quale ci giungono molti graffiti e incisioni rupestri presenti in diversi Paesi del mondo.
    Particolarmente significativa è la vivace scena di caccia delle Grotte di Lascaux (Francia, 15.000 a.C.). Ma anche nelle primitive sculture di Venere, databili intorno al 10.000 a.C., sono ben visibili seni, ombelichi, genitali e fianchi larghi, quali elementi beneauguranti per la caccia, la guerra e soprattutto per la fecondità.

    Ancora oggi alcune tribù africane e amazzoniche vivono nude o con un semplice laccio legato alla cintola; quelle della Nuova Guinea hanno come unico indumento baccelli di zucca quali foderi del pene come rituale o abbigliamento per la caccia, la guerra o altre attività quotidiane.

    Non è ancora certa la data della prima vestizione del genere umano: secondo alcune ricerche antropologiche risalirebbe a circa 70.000 anni orsono.
    Sappiamo che la specie umana nel corso della sua evoluzione ha gradualmente perso i peli e quindi ragionevolmente ha sempre più incrementato l’uso di vestiti per proteggere il corpo e la pelle dai fattori esterni. L’antropologia parla di pelli di animali, rami e foglie intrecciati per proteggersi da freddo, caldo, pioggia etc.

    Ötzi, la famosa mummia di Simulaun miracolosamente conservata intatta dalle nevi perenni delle Alpi della Val Venosta per circa 7000 anni, portava con sé un ampio corredo costituito da calzari, mantello e zaino in fibre vegetali, arco, faretra, frecce, pugnale di selce e ascia di rame, una riserva di semi e frutti, un contenitore di betulla con carbonella per il freddo e persino una scorta di Piptoporus betulinus, fungo che si sviluppa sulla corteccia della betulla, dalle scarsissime proprietà nutritive ma dotato di principi attivi antibiotici ed emostatici. Segno di un grande interesse per la protezione e la cura del corpo e della pelle fin dalle epoche più remote.

    Nell’antico Egitto i personaggi più importanti sono raffigurati nudi, o al massimo con un gonnellino sui fianchi e nelle rappresentazioni mediche o chirurgiche i pazienti appaiono completamente nudi (ad esempio nella Tomba di Anthmahor, 2400-2300 a.C.).
    Anche Geb il Dio della Terra e Nut la Dea del Cielo sono raffigurati nudi. La Regina Cleopatra, simbolo del ruolo e dell’indipendenza della donna, completamente nuda si immerge nelle acque e nei fanghi del Mar Morto per la cura della sua salute e bellezza. Ma sempre nell’Antico Egitto, contradditoriamente, la nudità viene imposta anche ai nemici sconfitti e agli schiavi, che vengono esposti nudi per sottolineare il loro stato di inferiorità politica e sociale. E questo comportamento ha purtroppo poi lungo corso nella storia umana, fino ai campi di concentramento nazisti.

    Nella cultura fenicio-punica sono diffuse statuette fittili di uomini e donne nudi con genitali ben evidenti per uno specifico riferimento alla fertilità e alla buona sorte. Ed anche i soldati e i nuotatori sono abitualmente riprodotti nudi a sottolineare la loro prestanza e buona salute.

    Nella mitologia greca molti Dei (Apollo, Afrodite/Venere, Diana) sono effigiati nudi per sottolineare il loro ruolo e l’importanza del loro corpo. Nella cultura greca la nudità è considerata simbolo di purezza e di distinzione sociale e perciò esercitata ufficialmente a scopo rituale, atletico, militare e medico-estetico. Come racconta Omero nell’Iliade, gli esseri umani devono presentarsi completamente spogliati di fronte ai giudici, anch’essi nudi, perché entrambi devono essere liberi da ogni riferimento di casta sociale per un miglior confronto fra anima e anima.

    Nell’antica Grecia delle origini, ovvero prima della Grecia classica o “di Pericle”, sorgeva la civiltà Minoica nelle isole di Creta e di Thera, i cui abitanti sono di regola raffigurati nudi: eloquenti testimonianze di queste abitudini L’acrobata di Cnosso a Creta e I pugilatori a Thera. Anche a Sparta la nudità era abituale, specie durante gli esercizi fisici e in particolare nei bagni pubblici, che erano anche luoghi dove praticare attività fisica (ginnastica dal greco gymnos= nudo, gymnasium=luogo per essere nudi) e in particolare per meglio esporre la cute al sole, ai venti ma ancor più al contatto benefico con le acque termali. Nella Grecia classica la nudità sottolinea l’importanza del corpo e dello spirito, dell’energia fisica e spirituale. Non a caso rappresenta una condizione di magnificazione dell’atleta, rappresentato per lo più nudo o raramente con il perizoma. E ciò specie in occasione dei Giochi Olimpici, importantissimo evento ginnico, sociale e politico che addirittura impone una tregua in ogni conflitto bellico.

    Persino le comuni e assai diffuse statuette votive devozionali raffigurano ragazzi completamente nudi. Questo perché la nudità è il tratto distintivo della scultura greca, volta a celebrare la bellezza ed intesa come proporzione delle parti rispetto all’intero.
    Capolavoro di tale «euritmia anatomica» sono i Bronzi di Riace. Quindi si può affermare che in Grecia si intendeva la nudità come simbolo di bellezza, libertà e salute.

    Il principio ispiratore di tutto l’operato del padre della Medicina, Ippocrate (460-377 a.C.), «observatio et ratio», prevede un’attenta visita al malato completamente nudo per meglio rilevare, indagare e curare le preziose “spie cutanee”, spesso espressioni esterne di oscure patologie interne. Dalla sua grande esperienza e riflessione scaturiscono numerose denominazioni di varie malattie, molte ancora oggi attuali.
    Ippocrate separa la sua medicina razionale da quella sacra, ovvero religiosa o teurgica.
    Come molti altri grandi scienziati, si circonda di estimatori ed allievi con i quali fonda la sua Scuola Medica di Kos, in linea con le precedenti Scuole Mediche di Alcmeone di Crotone (V sec. a.C.) che nel suo trattato De natura accenna anche a malattie della cute, di Empedocle di Agrigento (490-430 a.C.) e di Filistione di Locri che parla già di «respirazione cutanea». Areteo di Cappadocia (81-131 d.C.) per primo individua il Diabete e osserva che sulla pelle di tutti i malati compare frequentemente una desquamazione, indice di dermatite seborroica, psoriasi etc.

    L’annessione della Grecia da parte di Roma (146 a.C.) provocò una massiccia penetrazione di usi, costumi e arti nel mondo romano, anche nelle rappresentazioni teatrali: soprattutto con Plauto (Tito Maccio Plauto (250 circa-184 a.C.) e la sua nudatio mimarum, ovvero un vero e proprio spogliarello finale dei mimi che accompagnavano la recita.
    Lo storico greco Polibio (206-118 a.C.), studioso della nascita della Repubblica romana,
    scrive che i Celti combattevano nudi e parla di «uno spettacolo terribile…tutti uomini dal
    fisico splendido e nel fiore degli anni
    » (Storie II-28). Da qui anche la nudità più o meno
    completa dei lottatori romani delle origini.

    Anche fra i proto-Cristiani è presente l’ambivalenza della nudità fra innocenza e vergogna.
    Secondo la religione cristiana la nudità è però intesa come fragilità esistenziale e quindi anche come condizione assistenziale: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito…» (Matteo 25, 35-36).
    Poi nell’Alto Medioevo si diffonde e si rafforza un rifiuto del corpo in quanto nemico dello spirito e di conseguenza si instaura una condanna della nudità, ma nel Basso Medioevo con l’avvento Federico II di Svevia (1194-1250) la prospettiva si capovolge nuovamente e la cura del corpo e della pelle vengono rivalutate.

    E lungo una storia di “corsi e ricorsi” altalenanti fra esaltazione e condanna, riprese e abbandoni, la nudità nell’Illuminismo torna ad essere considerata un tabù e nell’epoca vittoriana addirittura oscena e indecente. Fino a quando un rinnovato interesse per la cultura greca, e la sua “mitizzazione” della nudità, propongono il nudismo collegato con il Naturismo. E’ la rivoluzionaria Freikörperkultur (cultura del corpo libero) degli inizi del ‘900, che si incrementa e si sviluppa in tutto il mondo, soprattutto occidentale, dopo la seconda guerra mondiale.
    In conclusione, la complessa e lunga storia evolutiva della nudità è sempre stata ciclica, e il suo futuro rimane aperto: sta anche, anzi soprattutto a noi naturisti fare in modo che sia favorevole.

  • Corpo nudo e disuguaglianza sociale uomo-donna

    Corpo nudo e disuguaglianza sociale uomo-donna

    di Monia D’Ambrosio

    Tratto dal libro dell’autrice “Il corpo nudo, sociologia della nudità”, edito da Sylvia edizioni nel 2008.

    Corpo nudo
Iconoteque du Dr. Lartigue
    Iconoteque du Dr. Lartigue 

    Parlando del corpo, la prima evidente distinzione è quella tra uomo e donna.
    Al momento della nascita l’unica differenza di genere è data dal sesso del neonato e nient’altro, ma già da quel preciso istante, a seconda del sesso del nascituro, chiunque gli venga a contatto assumerà un atteggiamento rivolto, anche inconsciamente, a marcare la distinzione maschio- femmina, indirizzando così la formazione della sua personalità in base a una rappresentazione di genere in quel momento data esclusivamente da una diversità fisica.
    Basandosi sulla differenziazione biologica tra uomo e donna, si perviene a una distinzione culturale di genere fondata sull’uomo soldato e sulla donna madre. Le donne, in quanto sessualmente diverse dagli uomini, per essere riconosciute come soggetti portatrici di diritti e avere pari opportunità rispetto a essi, devono essere come gli uomini, pena la negazione del diritto di autonomia.

    La costruzione culturale del corpo ha creato differenze tra i sessi nella formazione della personalità: mentre la donna viene concepita come mero oggetto sessuale, oppure considerata esclusivamente come riproduttrice per la perpetuazione della specie, l’uomo, con la sua fisicità, viene eletto a soggetto forte, colui che ha potere: è chiaro che ciò influisce sui diversi percorsi di crescita e sui diversi modi di esprimersi attraverso il corpo. Nelle società che operano una marcata distinzione maschio/femmina su base eminentemente fisica, accade che differenze anche minime nella concezione del corpo finiscano per influenzare pesantemente il significato di maschio e femmina, portando inevitabilmente alla discriminazione sessuale.
    Le differenze di genere sono dunque un fortissimo prodotto della cultura sociale, che traduce la sessualità biologica in presunte differenze nella capacità di svolgere le attività umane con conseguente divisione del lavoro tra uomini e donne, creando quindi ad hoc differenze di genere tutt’altro che stabilite dalla natura.

    Tuttavia, vi è molto di più di una semplice divisione di compiti tra i due sessi: le differenze fisiche tra maschio e femmina, insite nei caratteri sessuali primari e secondari, sono oggetto di tabù ancestrali; gli attributi sessuali, oggi mercificati, sono quasi sempre totalmente nascosti, oppure (malamente, n.d.r.) ostentati in un gioco di vedo-nonvedo socialmente accettato.
    L’accettazione del nudo-naturismo implica il superamento dei tabù che fanno vergognare gli individui della loro identità sessuale, e demolisce la costruzione culturale di genere nei termini di superiorità/inferiorità, tornando piuttosto al concetto di persona, ricollocando la diversità sessuale nella sfera biologica.
    La società attuale, ancora in larga parte maschilista e patriarcale, non può accettare il nudo- naturismo (il nudo naturale, n.d.r.) perché l’uomo, che ancora oggi si sente superiore alla donna, vede quest’ultima come un bene di suo possesso in ambito famigliare: viceversa, la degrada a oggetto quando liberamente essa si espone nella pratica del nudismo, classificandola magari come prostituta, non potendo ammettere che la donna viva il proprio corpo e la propria identità sessuale liberamente e non in funzione del maschio.

    Ma la donna non può avere il tabù del corpo, in quanto la repressione della visibilità del corpo nudo è tutta maschile. E’ la donna, infatti, che da sempre pensa alle necessità del corpo dei membri della famiglia, dei bambini, dei vecchi e dei malati: nutre, pulisce, veste, accudisce, si occupa del loro corpo.
    E così, specialmente la donna, che tanta dimestichezza ha con il corpo, si trova a vivere la propria corporeità come se fosse altro rispetto alla sua stessa personalità, in una innaturale disunione corpo-mente, dato che il corpo della donna, nella cultura patriarcale, altro non è che un mezzo per il piacere dell’uomo e per la procreazione.
    L’uomo maschilista crede che la nudità della donna sia a suo uso e consumo; la nudità femminile (malamente veicolata nel vedo-non vedo sopra citata, n.d.r.) attrae nelle pubblicità e nelle copertine delle riviste, che con questo espediente inducono più uomini ad acquistare, perché ne sono inevitabilmente attratti.

    Essendo preclusa dalla società la convivenza naturale con la donna senza le vesti, il maschilista viene attratto in maniera deviata dal nudo femminile, restandone affascinato e temendolo al tempo stesso. Nei riguardi della propria compagna non può che essere geloso della sua eventuale nudità naturale, e non ne ammette la nudità agli occhi degli altri; la pretende addomesticata, mentre lui si compiace di vedere altre donne nude, spesso magari in situazioni e atteggiamenti volgari. I caratteri sessuali femminili sembrano dunque relegati a due ambiti dicotomici: il letto e la prostituzione.
    L’uomo maschilista non si spoglia neppure lui, benché ciò possa apparire in contrasto con quanto finora affermato: l’atteggiamento di svalutazione che molti uomini hanno verso le donne è un tentativo inconscio di controllare una situazione in cui si sentono in posizione di svantaggio, oppure cercano di attenuare il minaccioso potere della donna incutendo paura, fisica e/o psicologica, in maniera conscia o inconscia, o con l’ostilità, entrambe volte a un atteggiamento di dominio che ha lo scopo di sottometterla.
    Si tratta dunque di un’eccessiva sessualizzazione del corpo, che evidenziano innaturalezza e affidano alla mera fisicità le zone erogene, esaltandole o mortificandole in maniera esagerata.

  • Naturismo, la scienza del limite

    Naturismo, la scienza del limite

    di Pino Fiorella

    Scienza del limite

    Naturismo scienza del limite è un concetto formulato da Daniele Agnoli (1927-2013), grande scrittore naturista, in tempi ormai lontani e non sospetti, visto quanto sta accadendo al nostro pianeta in termini di inquinamento e depauperamento delle sue non inesauribili risorse. Questa espressione colpisce per la sua profondità e originalità, in quanto rappresenta una di quelle intuizioni che sinteticamente danno del Naturismo una definizione perfetta.

    Ma prima di addentrarci a spiegare il motivo per cui il Naturismo è stato definito “la scienza del limite” è necessario fare un passo indietro nel tempo.

    Correva l’anno 1933 quando Lamberto Paoletti (1881-1954) pubblicava il suo bel libro “Naturismo – Arte del Vivere”. Seguirono poi altre due edizioni del suddetto volume, la seconda nel 1942 e la terza nel 1945. Poiché, data l’epoca e il regime che da un ventennio governava l’Italia, e nonostante Mussolini si fosse professato “naturista”, il Paoletti mise un po’ in secondo piano l’istanza nudista, che invece è un connotato essenziale del pensiero naturista. La definizione però da lui coniata di “naturismo come arte del vivere” doveva rivelarsi oltremodo azzeccata e soprattutto pertinente. Il
    Paoletti, oltre che avvocato e professore, era uomo di una cultura non comune che seppe mettere al servizio del movimento naturista. L’avvocato/professore, dopo aver vissuto a lungo in Germania, aderì fin dal 1901 al Naturismo, e in seguito costituì l’Unione Naturista Italiana fondando il relativo organo ufficiale che chiamò “L’idea naturista”.

    Daniele Agnoli, nella sua “Storia del Naturismo in Italia“, ci dice che il Naturismo del Paoletti, che definisce umanista, economista e filosofo, è da ricollegarsi al movimento riformista della vita denominato “Lebensreform” e al “Naturisme” originario dei naturisti francesi, più che alla “Nacktkultur”, cioè al naturismo nudista tedesco successivamente ribattezzato “Freikorperkultur”. Il suo libro, “Naturismo – Arte del Vivere”, ricevette allora critiche lusinghiere dai più importanti quotidiani dell’epoca, da giornali, riviste e da pubblicazioni specializzate di medicina, sia in Italia che all’estero.

    Nel primo capitolo, dopo aver sgombrato il campo dai soliti equivoci che pretendono di vedere nel Naturismo un ingenuo e utopistico ritorno ad mondo primitivo (ormai definitivamente scomparso ad eccezione di alcune ancora esistenti popolazioni dell’Amazzonia, della Papuasia e dello Yucatan), il Paoletti spiega che cos’è il naturismo. E lo fa dicendo che

    Una volta gli uomini, tanto erano sprofondati nella ricerca dell’assoluta perfezione spirituale e dell’assoluta beatitudine che finirono per dimenticarsi nientemeno che di se stessi. E allora si decisero a cambiar rotta, percorrendo una nuova strada che si chiamò Umanesimo e Rinascimento.

    Prima però dell’affermarsi di questi due movimenti culturali, fondamentali per il progresso dell’umanità, che culminarono dopo l’Illuminismo con la Rivoluzione Francese, gli uomini, continua il Paoletti, si erano per così dire “dimenticati” di appartenere anch’essi alla categoria degli esseri viventi, “dimenticandosi” del fatto che tutti gli esseri viventi devono obbedire ad un complesso di leggi naturali aventi lo scopo di assicurare ad un organismo non solo la sopravvivenza, ma anche un minimo di salute e di benessere (essendo persona colta si era rifatto a Schopenhauer che diceva: “L’uomo è un burattino nella mani della natura”).

    La scienza aveva quindi dimenticato l’uomo, erano stati dimenticati i sentimenti e per di più, quello stesso uomo, sarebbe stato in seguito travolto dal determinismo tecnologico e da quello economico. Il Naturismo ha ovviato, per così dire, a questo “inconveniente” recuperando l’uomo e la centralità della sua posizione nella società.

    Il Naturismo, che ripetiamo non è contro la scienza e la tecnologia, ritiene che sia stato giusto utilizzare le macchine per liberare l’uomo dalla fatica di lavori massacranti e in genere dalla schiavitù del lavoro, ma il naturismo ritiene anche che sia stato un errore varcare i limiti dello sviluppo, cioè quei limiti imposti dalle leggi della natura che prevedono la trasformazione e il continuo riciclo, non la distruzione di tutto ciò che esiste su questa nostra “piccola” Terra.
    Per il Naturismo, infatti, non c’è posto per l’egoismo che in una parte del mondo sperpera risorse in modo dissennato, mentre nell’altra parte si lotta soltanto per la sopravvivenza; non c’è posto per la presunzione, tipicamente umana, di poter modellare la natura a piacimento o, peggio ancora, di
    sottometterla; non c’è posto per il “peccato” di orgoglio, perché la nudità è un atto di umiltà che ci mette di fronte alla nostra fragilità.

    Il Naturismo è quindi per il Paoletti quell’ “‘arte del vivere” che in Daniele Agnoli diventa “scienza del limite”. Sono entrambe definizioni che bene spiegano il senso profondo dell’espressione “vivere in armonia con la natura” coniata nel 1974 dalla Federazione Naturista Internazionale, e che molti ripetono banalmente senza comprenderne il significato. Socrate ha scritto: “Non il vivere è da tenere in pregio, ma il vivere degnamente”.

    “L’arte del vivere” del Paoletti, cioè naturismo, fa pertanto riferimento a quel “vivere degnamente” espresso così sinteticamente ma compiutamente da Socrate. Ma per vivere degnamente occorre vivere rispettando la “legge del limite” codificata dalla natura per perpetuare la vita sulla Terra. E’ proprio alla “legge del limite” che i principi del naturismo si ispirano e in virtù dei quali è stata coniata l’espressione “vivere in armonia con la natura”. Da ciò si evince che “naturismo arte del vivere” e “naturismo scienza del limite” sono il “concentrato culturale” dell’idea naturista.

    Ma vediamo in dettaglio di analizzare i due concetti. Scorrendo le pagine del libro del Paoletti scopriamo infatti che l’arte del vivere è la scienza che si occupa dell’applicazione dei principi dell’idea naturista nella vita quotidiana, dei vantaggi che ne derivano in campo medico sfruttando, nei limiti del possibile e dell’efficacia terapeutica, le cosiddette “cure naturali”, aria, luce, acqua, sole, ecc.

    L’arte del vivere naturista significa per il Paoletti condurre una vita semplice, avere desideri moderati, osservare una scrupolosa igiene corporale, bandire fumo e alcool, vivere il più possibile all’aria aperta, dare un taglio netto all’ipernutrizione, prima responsabile dell’obesità. Ciò non vuol dire però che il Naturismo sia una filosofia di vita fatta di rinunce: il Naturismo non è rinuncia, ma rinsavimento, rispetto per le esigenze del corpo, drastico ridimensionamento del ruolo del vestito, diversa progettualità urbanistica e architettonica, rinnovamento etico, rivalutazione della funzione sessuale.

    La “scienza del limite” di Agnoli va oltre le enunciazioni del Paoletti, perché al contrario di questi, a causa della repressione fascista, in Agnoli non vi è alcuna reticenza in relazione al nudismo. La scienza del limite, cioè la “scienza naturista”, è quella “scienza” che tiene conto dei limiti imposti all’uomo dalla natura interna e dalla natura esterna. Infatti il Naturismo altro non è che sintesi di ecologia umana ed ecologia dell’ambiente.

    Oggi si parla tanto di inquinamento ambientale, oggi più di ieri nonostante il problema abbia radici lontane e risalirebbe addirittura al tempo dei Romani (sono state trovate zone inquinate dalla lavorazione del piombo). Noi di una certa età ricordiamo come l’uso del carbone come combustibile per l’industria e per le abitazioni private, usato in Italia fino al 1960, creasse una terrificante cappa di smog sulle città iperindustrializzate del Nord. Oggi è l’uso del petrolio, come fonte energetica primaria, a creare i maggiori problemi d’inquinamento atmosferico. Anche il mare non è esente da questo pericolo a causa delle gigantesche dimensioni dalle superpetroliere che solcano incessantemente gli oceani e che sovente sono responsabili di catastrofi ambientali. Ai giorni nostri si è poi aggiunto il problema della plastica, altro terribile inquinante: oltre alle microplastiche, sono state scoperte negli oceani gigantesche isole di plastica.

    Naturismo come “scienza del limite” significa autolimitazione, sia in relazione alla distruzione non pianificata delle risorse, sia nei confronti del numero spropositato di bisogni, creati ad arte dalla società edonistico-consumistica.
    Il Naturismo non è una fuga dalla società e neanche dalla tecnologia, essendo questa utile e necessaria. L’autolimitazione, che deriva dal buon senso, è il principio in base al quale l’uomo dovrà necessariamente impostare la sua vita futura al fine di vivere in equilibrio con la natura, condizione necessaria per non distruggere questo nostro pianeta che racchiude il miracolo della vita e che ci appare così piccolo e così indifeso nell’immensità dell’universo.

  • Naturismo e buddhismo

    Naturismo e buddhismo

    di Maria Curti

    Naturismo e buddhismo

    Leggendo l’interessante libro di Alan Watts (1915-1973), Buddhismo – La religione della non-religione, abbiamo scoperto molti punti di contatto del buddhismo con il naturismo.
    Lo studioso inglese, ma americano di adozione, prematuramente scomparso all’età di cinquantotto anni, è stato uno dei maggiori studiosi e divulgatori in Occidente delle religioni orientali.

    Premettendo che il naturismo non è una religione, dobbiamo dire che nel libro i punti di contatto del buddhismo con il naturismo ci sono sembrati impressionanti.
    Il buddhismo pare abbia avuto origine poco dopo il 600 a.C. nell’India settentrionale, oggi Nepal. Colui che noi conosciamo come il Buddha era in realtà un giovane principe il cui vero nome era Gautama Siddharta. E’ stato grazie a lui che il buddhismo si è sviluppato e diffuso nel mondo orientale. Questo principe indiano, dopo aver praticato per anni l’induismo, trovò le varie discipline che lo componevano assolutamente insoddisfacenti, e ciò per il fatto che enfatizzavano troppo l’ascetismo il quale, per la generalità delle persone, risulta essere impraticabile a causa dell’impossibilità di sopportare le indicibili sofferenze che una scelta di vita del genere comporta. Buddha finì col rendersi conto che la vita dell’ascetismo non poteva funzionare e così nemmeno quella dell’edonismo, che dell’ascetismo è esattamente l’opposto. A questo punto il Buddha trovò la cosiddetta “via di mezzo” tra ascetismo ed edonismo.

    Noi naturisti questa “via di mezzo” l’abbiamo trovata nel naturismo. E qui troviamo un primo punto di contatto del naturismo con il buddhismo. Infatti il naturismo, come il buddhismo, non è superficiale visione del mondo, non è ascetismo e nemmeno edonismo, ma equilibrio.

    Innanzitutto per capire questa religione non-religione occorre ricordare le diverse visioni che l’uomo ha dell’universo. Il Watts ce lo spiega così:

    L’uomo ha tre grandi visioni dell’universo. La prima è quella occidentale che vede il mondo come una costruzione, un manufatto, alla pari di un oggetto fabbricato con l’argilla o con il legno… La seconda è la concezione induista del mondo: ciò che esiste è una recita, un’opera teatrale… La terza è il sistema filosofico cinese che considera il mondo come un organismo, un corpo…

    Le religioni orientali si fondano sul dominio della mente sul corpo. Non è una cosa semplice da farsi, e soltanto pochi ci riescono. Indipendentemente comunque dal totale dominio della mente sul corpo, resta il fatto che una persona normale con una buona disciplina mentale è felice anche soltanto quando si abbandona all’abbraccio degli elementi naturali. Insomma, non sembra questa concezione essere in linea con quanto propugnato dall’idea naturista? A noi pare proprio di sì.

    Il buddhismo dice che l’uomo desidera sfuggire la realtà per fuggire dalla sofferenza. E un processo mentale, solitamente inconscio, che si concretizza con “il rifiuto della realtà”. Ebbene, come è noto, chi rifiuta la realtà da questa ne sarà sempre terrorizzato. E’ un po’ quello che avviene con la nudità del corpo: chi non ha il “coraggio” di mettersi nudo è perché ha terrore del proprio corpo, e di conseguenza rifiuta la realtà della quale la propria entità fisica fa parte. Il naturismo non è rifiuto della realtà, ma consapevole accettazione della imperfettibilità del corpo. Così come nel
    buddhismo, che trasforma la coscienza e la percezione che l’uomo ha dell’io, così il naturismo, mediante la pratica della nudità, ci fa percepire e prendere coscienza della globalità di tutto il nostro essere, inteso come corpo, mente e spirito (o corpo e anima se vogliamo).

    Un altro punto di contatto con l’idea naturista lo possiamo rintracciare quando il buddhismo tratta la questione dell’impermanenza. Il buddhismo dice che “i nostri tentativi di rendere le cose permanenti, di voler fissare tutto, ci pongono di fronte a un problema di impossibile soluzione; allora sperimentiamo il duhkha, cioè il senso di sofferenza primaria, di frustrazione, che risulta dal fatto che cerchiamo di trasformare le cose da impermanenti in permanenti“. Ebbene, chi pratica assiduamente la nudità sperimenta sul proprio corpo (e poi in modo estensivo su tutto il resto) l’impermanenza.
    Un buon naturista non farà mai nulla per rendere permanente ciò che la natura ha previsto come impermanente. Avere un corpo, infatti, vuol dire essere soggetti all’assalto delle malattie, essere soggetti alle trasformazioni operate dal tempo che trascorre inesorabile, essere soggetti alla morte.

    Ovviamente noi non siamo in grado di dire se i primi pionieri del movimento naturista avessero dimestichezza con le religioni orientali, quello che è certo che le loro intuizioni risultano sbalorditive. Per esempio, così come il buddhismo si basa genericamente su ciò che è opportuno e idoneo, così l’idea naturista, entrando più specificamente nel merito, si basa su ciò che è opportuno e idoneo per l’essere umano, su ciò che è opportuno e idoneo per il rispetto dell’eco-sistema natura, su ciò che è opportuno e idoneo per lo sviluppo di una corretta sessualità dell’individuo, su ciò che è opportuno e idoneo per la salvaguardia della vita, ecc.

    Naturismo e buddhismo

    Per il buddhismo, o meglio per le religioni orientali in genere, scrive il Watts, “noi non siamo stranieri sulla Terra, entrati in questo mondo per un caso fortuito, oppure come spiriti provenienti da qualche parte al di fuori della natura. L’essenza della nostra vita è la totalità dell’energia dell’universo che gioca a essere noi. La realtà immensa, l’energia unitaria che è l’universo si manifesta in tutti i particolari che vediamo attorno a noi.

    Questa è l’intuizione principale dell’induismo, del buddhismo e del taoismo“. Di conseguenza, quando noi naturisti diciamo che il corpo umano, oltre che una macchina meravigliosa, è lo specchio dell’universo, ci viene spontaneo far notare un altro punto di contatto del buddhismo col naturismo.

    Un altro interessante collegamento l’abbiamo trovato a proposito della consapevolezza, un concetto che a noi naturisti sta molto a cuore, prova ne è che sono state scritte pagine e pagine sul problema della coscienza di Sé. Accettare la propria nudità e quella altrui è infatti avere la piena consapevolezza di se stessi.
    Veniamo ad un’altra interessante analogia. Quante volte abbiamo detto che la nudità promiscua in comune di sesso e ti età, oltre a renderci consapevoli di ciò che siamo, sviluppa in noi il cosiddetto senso di solidarietà, cioè quella solidarietà naturista che chi frequenta gli ambienti del naturismo ha potuto con piacere sperimentare. Ebbene, il buddhismo dice che entrare nel “nirvana”, che in Occidente è conosciuto come il paradiso degli orientali, ma che in verità significa “espirare”, vuol dire avvertire la sensazione che non siamo separati dagli altri. E quando noi naturisti siamo nudi in
    mezzo agli altri, non ci rendiamo forse conto di non essere separati dagli altri? E questo perché la nudità di accomuna.

    Quando il Watts tratta del problema delle imposizioni che l’individuo subisce in tutte le società, a noi è venuto spontaneo pensare all’imposizione dei vestiti nella società tessile. Come la psicanalisi insegna, chi vive sotto il dominio di un’imposizione vive in uno stato di frustrazione cronica, anche quando fin da bambini si viene plasmati dalla società e si è indotti a pensare che sia normale lo stato di perenne vestizione. Questo provoca due tipi di sofferenza: una sofferenza fisica (il corpo soffre stretto in abiti inadeguati e a volte inutili) e una sofferenza psicologica (un malessere interiore che la psicanalisi ben conosce). Il Watts dice “che ciò che si vince reprimendo la propria
    umanità e le proprie emozioni non vale il prezzo che si paga. E’ come tagliarsi la testa per curare l’emicrania. Con linguaggio junghiano si può dire che quando si lavora sull’inconscio, quando lo si nutre e se ne ha cura, l’inconscio integra i due aspetti o poteri del Sé e noi prenderemo atto che sia il conscio che l’inconscio fanno parte di noi (i poteri del Sé intesi come il potere dell’io unito con il potere dell’organismo naturale o psiche)
    “.

    Da ciò ne deriva che, siccome noi abbiamo un corpo fisico, che è quello con il quale ci presentiamo davanti ad un osservatore obiettivo, ed un corpo psichico, che invece rimane celato, il naturismo rappresenta una vera e propria “esplorazione” della nostra coscienza. E il risultato di tale esplorazione risulta evidente soltanto recandosi in un centro naturista ove si assiste al riequilibro di tutta una serie di problemi che affliggono l’uomo tessile (ansia sessuale, aggressività, sovreccitazione erotica, malizia, gelosia sessuale, guardonismo, ecc.). Per cui appare evidente che il modo con cui percepiamo il nostro essere, globalmente inteso, dipende dalla percezione che abbiamo del nostro corpo. E migliore percezione non si può avere se non nello stato di nudità. E questo perché il naturismo, per la sua connotazione nudistica, ha come obiettivo il centro della
    nostra consapevolezza.
    Insomma, abbiamo trovato il libro di Alan Watts molto interessante perché ci ha permesso di mettere a confronto due filosofie, confermando implicitamente, se ancora ce ne fosse bisogno, che il naturismo è l’unica idea che ha avuto l’intuizione di porre
    come presupposto il principio della nudità. Nessun’altra idea l’ha mai fatto e
    probabilmente lo farà mai.

  • Il naturismo e la teoria antropocentrica

    Il naturismo e la teoria antropocentrica

    di Beppe Miracapillo

    Teoria antropocentrica

    La teoria antropocentrica è una concezione filosofica secondo cui tutto nell’universo sarebbe stato creato in funzione dell’uomo e di conseguenza l’uomo ne sarebbe il centro (dal greco ànthropos=uomo e kéntron=centro). Ebbene, come appare evidente problema dell’antropocentrismo non è soltanto una questione religiosa, ma anche scientifica, poiché, oltre ai teologi, se ne sono occupati paleontologi, umanisti, biologi, chimici, fisici, astronomi, per
    cercare di spiegare il mistero che è collegato alla comparsa dell’uomo sulla Terra.
    Ma come si è arrivati alla formulazione del cosiddetto “principio antropico”? La scienza vi è arrivata formulando l’ipotesi che l’universo sarebbe “isotropico”, si presenterebbe cioè identico qualunque sia il punto di osservazione. Sempre dal greco, infatti, “ìso” significa uguale e “tòpos” luogo.

    Pertanto, sulla base di questa ipotesi, non è stato difficile arrivare a porre l’uomo al centro dell’universo. Ovviamente, però, come accade per tutte le teorie, vi sono gli entusiasti e gli scettici. Del resto sul mistero dell’origine dell’universo sono stati spesi fiumi di parole senza che si sia potuto venire a capo di nulla. Si parla di un Big Bang iniziale, senza spiegare cosa ci fosse prima, da cui ne deriverebbe che l’universo si espande e si contrae in una sorta di “respiro” cosmico in cui i cicli di espansione e di collasso si ripeterebbero all’infinito.
    L’argomento è senza dubbio molto interessante ma anche molto impegnativo e inoltre, per spiegare l’universo, le più diverse ipotesi sono state formulate sui vari tipi di universo possibili: l’universo infinito, l’universo finito, quello parallelo, quello a bolle, quello a spirale.

    Al di là dell’ipotesi dell’universo “isotropico”, la scienza moderna è invece propensa a credere, per il calcolo delle probabilità, che noi non siamo la sola forma di vita presente nell’universo, rendendo così sterile l’ipotesi del principio antropico. Pertanto, quel “noi non siamo soli”, ipotizzato dagli scienziati in base a calcoli statistici, che recitano che su miliardi e miliardi di corpi celesti, galassie e sistemi solari ci potrebbe essere un’altra forma di vita intelligente, diventa più che plausibile. E di conseguenza l’idea dei molti scienziati che sostengono l’impossibilità che anche altri astri possano avere le stesse condizioni ambientali della Terra risulta essere una tesi forse errata. Ciò va detto anche se appare evidente che nessuno sa se in qualche angolo sperduto dell’universo ci possa essere un altro, o dieci, o cento astri come il nostro, oppure che noi siamo unici, come recita la teoria antropocentrica.

    Comunque, se è vero che noi possiamo osservare soltanto la luce di una stella esplosa (una supernova) miliardi di anni luce fa, la cui luce quindi ha impiegato miliardi di anni luce per giungere fino a noi, è vero che noi potremmo osservare un corpo celeste non più esistente. Per cui se questa regola è vera, e non abbiamo motivo di dubitarne, è assiomatico affermare che probabilmente una parte dell’universo che noi vediamo in realtà non esiste. In sostanza, è come se noi vedessimo null’altro che una fotografia, una gigantesca fotografia cosmica.
    A questo punto non è difficile comprendere che questo discorso vale anche per il nostro sistema solare la cui vita dipende dal Sole il quale fra quattro miliardi di anni diventerà una supernova. Ovviamente se ci fosse un altro pianeta Terra in un’altra galassia raggiungibile dalla luce per un tempo superiore alla durata della vita del Sole, l’ipotetico osservatore di quella ipotetica Terra di noi vedrebbe soltanto la luce di un mondo ormai scomparso. Pertanto, gli studi le teorie del Wesler, nel momento in cui afferma che “il sistema fisico diventa reale in quanto osservato a posteriori dall’uomo stesso”, ossia che l’uomo rende reale l’universo in quanto lo osserva, sono senza dubbio corrette perché supportate, oltre che dal ragionamento, da osservazioni rigorosamente scientifiche.

    Per quanto riguarda i dubbi sollevati sul controverso argomento del Big Bang e l’enigma dei buchi neri i dubbi non mancano: non basta infatti affermare che tutto avrebbe avuto origine da quella primordiale esplosione iniziale senza chiedersi cosa ci fosse prima (dato che dal nulla non nasce nulla), e nemmeno ci sembra corretto aggiungere poi che la Terra sarebbe frutto del caso. Infatti, la teoria dell’esplosione iniziale, che avrebbe dato origine all’espansione dell’universo, ancora in atto, a cui alla fine seguirebbe il collasso e dal quale inizierebbe un nuovo ciclo con la creazione di una nuova Terra (cioè al verificarsi di quelle condizioni che hanno dato origine sulla Terra ad una forma di vita intelligente), poggia le sue basi sulla casualità dell’evento. Insomma, dal postulare la casualità dell’evento al dare per certo che l’evento si verifichi di nuovo, e con ossessiva ripetitività, ce ne corre.

    Lo scrittore francese Michel Houellebecq, nel suo libro “Le particelle elementari” scrive in proposito:

    “Quando riflettiamo sugli eventi attuali della nostra vita, noi oscilliamo senza posa tra la fede nel caso e l’evidenza del determinismo. Quando invece si tratta del passato, non abbiamo più alcun dubbio: abbiamo la certezza che tutto sia svolto esattamente come, in effetti, doveva svolgersi“

    Pertanto, alla luce di questo ragionamento, dire che l’universo sarebbe un prodotto del caso, che la vita sarebbe nata per caso, che l’intelligenza e la coscienza si sarebbero sviluppate per caso, significa fare affermazioni perlomeno azzardate.

    Teoria antropocentrica

    Insomma, il mistero della vita, quello dell’intelligenza, della coscienza, ecc., ci conducono direttamente alla formulazione del concetto di Dio. In Occidente, l’antropologia cristiana, che è stata per lungo tempo prevalente, e che ancora oggi, nonostante un diffuso nichilismo, esercita la sua influenza, accordava un’importanza centrale alla vita umana per il semplice fatto che i cristiani credevano all’esistenza, all’interno del corpo umano, di un’anima. Sotto l’impulso del progresso di tutte le scienze, avvenuto nei secoli IXX e XX, abbiamo però assistito allo svilupparsi di un’antropologia materialista che, come risulta evidente dal significato letterale del termine, ha il suo punto debole nel suo basso profilo etico.

    E quando si parla di etica ecco che entra in campo il Naturismo. Il Naturismo è una filosofia di vita che, ponendosi a metà strada tra la morale repressiva di un tempo e quella permissiva di oggi (entro certi limiti per quanto riguarda il nudo), esprime una morale diversa, un’etica naturale di fatto al di sopra delle mode del momento, tanto è vero che si dice che il Naturismo vero, ideale, è extrastorico. E questo perché la sua legge non è mai quella vigente in un determinato momento storico, essendo la sua legge valida in ogni momento. Pertanto il Naturismo non è mai condizionato da una legge esterna, ma è tarato sulla lunghezza d’onda della legge naturale.

    Daniele Agnoli, uno dei pionieri del naturismo italiano, ha dato una bella e molto azzeccata definizione del Naturismo definendolo come “la scienza del limite”, quel limite che l’uomo non deve mai superare nel suo rapporto con la natura esterna, pena la distruzione del suo stesso habitat nell’illusione di raggiungere condizioni di vita ideali. “Analogamente, l’arte di vivere naturisticamente”, ci dice sempre l’Agnoli, “consiste nel rispettare la propria natura umana. E’ da questo aspetto che scaturisce la necessità di vivere secondo natura”. E per fare questo è assolutamente necessario avere il senso del limite, che significa moderazione nella fruizione di beni voluttuari per quanto riguarda il nostro corpo, e oculatezza nello sfruttamento delle risorse del pianeta. Per questo motivo risulta molto appropriata la definizione di Naturismo come “scienza del limite”.

    Come si vede, da quanto esposto finora, parlare della teoria antropocentrica significa affrontare problemi notevolmente complessi. Ciononostante è necessario farlo per vedere come si colloca il Naturismo in questo discorso. L’osservazione di quel capolavoro che è il corpo umano, per esempio, la cui complessità è pari a quella dell’universo, non può non farci mettere in dubbio quel concetto di casualità che gli scienziati materialisti ci hanno propinato e ci propinano come legge certa e incontrovertibile. Altri scienziati infatti sostengono, per contro, che occorre una convergenza infinita di fattori e di coincidenze affinché un pianeta diventi sede di vita intelligente.

    Sempre Daniele Agnoli, nel suo articolo “Il principio antropico in una prospettiva naturista” illustra molto bene il significato profondo che assume il Naturismo quando l’uomo viene considerato in una prospettiva di identità cosmica il cui punto di partenza è quell’identità personale perduta a causa della sconnessione tra il nostro corpo e la nostra mente, o se vogliamo tra il corpo e l’anima, per chi crede all’esistenza di questa.

    Corpo e mente, mente e corpo, oppure corpo e anima e viceversa, sono le due facce della stessa medaglia. Dare più importanza all’uno, come fanno i materialisti, o all’altra, come fa la religione, non è per noi naturisti un modo corretto di procedere. L’articolo di Agnoli sopra citato, dando eguale importanza ad entrambi, ci ricorda che il Naturismo, attraverso la pratica della nudità, rappresenta il mezzo indispensabile per migliorarci, per elevarci, per trascendere noi stessi. L’affermazione della nudità come un diritto è il dato che contraddistingue il movimento naturista. Di altre tematiche il Naturismo non si occupa, non perché non siano importanti, ma semplicemente perché tutto il resto è implicito. Noi naturisti dobbiamo essere concreti: utopia e velleitarismo non servono al nostro movimento, ma dobbiamo mantenere intatta quella spinta ideale che ci anima. “Un’idea, senza un ideale muore”, è stato scritto.

    Sempre Daniele Agnoli, sulla rivista “Naturismo”, tempo fa aveva scritto: “L’ecologista, l’amante della natura, cioè un vero naturista, non si comporta nei confronti della natura per interesse o soltanto per una vaga ammirazione di tutto ciò che la natura offre, ma perché vede nel nostro pianeta un luogo privilegiato, forse l’unico in tutto l’universo. La protezione della Terra, lungi dall’essere un fatto scontato, è quindi un dovere per l’uomo, come per noi naturisti è un dovere svincolare il concetto religioso di peccato e il concetto ateo di osceno dalla nudità“.
    In sostanza, la teoria antropocentrica, ponendo l’uomo al centro dell’universo, con tutte le implicazioni filosofiche, scientifiche, etiche, umanistiche, che ciò comporta, solleva problemi molto complessi. Noi non siamo in grado di dire se il principio antropico costituisca la verità assoluta, quello che sappiamo è che il Naturismo, “movimento della luce”, e quindi riscatto dalle tenebre della non consapevolezza, pone l’uomo al centro della vita.

  • Naturismo e “neofuturismo”

    Naturismo e “neofuturismo”

    di Pino Fiorella

    Ho creato questo neologismo perché osservando la velocità con cui corre l’odierna civiltà dei computer mi è venuto in mente il futurismo, cioè quel movimento artistico e letterario sorto all’inizio del XX secolo come reazione al tardo romanticismo che si proponeva, attraverso l’uso di mezzi di espressione assolutamente nuovi, di rendere la dinamica e il movimento come espressione-sintesi della vita nelle sue diverse manifestazioni pratiche e spirituali. Questo movimento, fondato da Marinetti nel 1909, sosteneva un’arte e una cultura non più legate tradizionalmente al passato, ma proiettate verso il futuro in adesione al dinamismo della vita moderna.

    Il nome di Bruno Keller, pilota d’aereo, è praticamente sconosciuto a tutti. A noi naturisti, però, ci riguarda da vicino perché viveva nudo su un albero.
    Fra le novità, infatti, portate dal futurismo vi era appunto quella del nudismo praticato nella convinzione (per noi naturisti giusta) che considerare il nudo come osceno fosse un errore culturale. Del resto, e non a caso, sul problema delle convinzioni, il pensiero di Nietzsche era stato lapidario: “Le convinzioni sono nemiche della libertà, più pericolose delle menzogne”.

    L’idea di scrivere su questo argomento mi è venuta in mente per studiare quali rapporti ci possano essere tra il naturismo e quello che ho arbitrariamente definito come “neofuturismo”, da me individuato nell’attuale era dei computer, della velocità, del dinamismo esasperato, della comunicazione simultanea tramite Internet, ecc., e questo perché taluni identificano il naturismo come una sorta di fuga in avanti rispetto alla morale contemporanea ancora fortemente tabuizzata circa i problemi della nudità e della sessualità.
    Insomma, l’idea naturista si sarebbe spinta troppo velocemente in avanti, sarebbe troppo “neofuturista” per poter essere compresa dalla massa.

    Tempo fa è apparso sul “Corriere della Sera” un articolo dal titolo “Maledetti futuristi” di Lawrence Ferlinghetti, nel quale scrive

    “all’inizio del XX secolo i futuristi pensavano che la rivoluzione industriale avrebbe creato il paradiso in terra. Ma è successo l’opposto.
    Cominciata nel XIX secolo, essa si è rivelata un disastro totale per l’umanità. L’inquinamento industriale sta avvelenando la nostra terra, i nostri mari, l’uomo stesso. Fu Pier Paolo Pasolini a dire che la scomparsa delle lucciole in Italia avrebbe segnato l’inizio di un’era terribile …”.

    Idea Naturista

    La dinamica folle delle società industrializzate era già stata fatta oggetto di critica da diversi e valenti scrittori naturisti e da altri simpatizzanti del nostro movimento. In Italia, per esempio, questa critica era stata portata avanti da Lamberto Paoletti, Daniele Agnoli, Claudio Ranieri, Giuseppe Ghirardelli, Luigi De Marchi, Ada Coppi Ranieri, ecc.
    Ebbene, ciò premesso, risulta evidente come l’atteggiamento del naturismo sia stato, fin dal tempo dei pionieri, di aperta critica nei confronti della dissennata espansione di un consumismo sfrenato. Le scoperte scientifiche, come l’idea naturista ha sempre sostenuto e continua a sostenere, devono servire a migliore le condizioni di vita dell’umanità, miglioramento che non deve andare a discapito dell’avvelenamento dei fiumi, dei mari, della terra e dell’atmosfera, né tanto meno, per riprendere l’articolo di Lawrence Ferlinghetti, andare a discapito di quella fetta di umanità che, già povera, sta diventando sempre più povera, mentre la parte ricca del mondo sta diventando sempre
    più ricca.

    Di conseguenza, il “neofuturismo”, come esasperata dinamicità del sistema produttivo (oggi messo in crisi dal Covid-19) degli otto paesi più industrializzati, non può trovarmi d’accordo perché il naturismo è l’unica proposta valida per traghettarci fuori dal guado dell’autodistruzione, e ciò per i suoi alti valori umanitari (vera fratellanza e vero rispetto), per il suo alto contenuto etico (socialità e parità effettiva tra i sessi), per la peculiarità del suo messaggio (nudità come atto di umiltà).

    L’idea naturista è l’unica idea nuova che può rimettere in carreggiata questo mondo così palesemente ingiusto per quanto riguarda il fronte dei diritti umani, così palesemente squilibrato per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, così palesemente arretrato per quanto riguarda i problemi etici, religiosi e culturali, così palesemente sbilanciato verso un consumismo che danneggia l’ambiente, così palesemente superficiale per quanto riguarda il sistema della comunicazione.

    Quello che invece il naturismo propone, di concreto, di fattibile, di tollerabile per l’umanità e per il pianeta, è soltanto la messa in pratica di quei principi che l’idea naturista ha formulato a partire dalla metà dell’800, cioè negli oltre cento anni della sua storia, e che così si possono sintetizzare:

    • Pratica della nudità, perché, come abbiamo detto sopra, essa rappresenta un atto di umiltà e di rispetto nei confronti della natura;
    • Ritorno alla natura, che non deve essere né originismo, né primitivismo, essendo condizioni ormai facenti parte del passato e quindi non più attuabili nel mondo moderno;
    • Rispetto della natura, cioè conoscenza del suo limite, tanto è vero che il naturismo viene anche definito come “ la scienza del limite”;
    • Rispetto della natura umana nel suo duplice aspetto, fisico e psichico, cioè conoscenza della nostra realtà biologica e della nostra entità psichica;
    • Tutela della salute, cioè vita sana, possibilmente all’aria aperta, assiduo esercizio fisico con esposizione integrale del nostro corpo al benefico influsso degli agenti naturali: aria, acqua, e Sole con cautela;
    • Alimentazione morigerata, che però non deve essere ossessivamente restrittiva, vale a dire senza cadere negli eccessi di diete troppo drastiche;
    • Recupero della nostra identità, cioè il riconoscersi, mediante la nudità, nella nostra interezza corporea (il costume nasconde gli organi genitali);
    • Recupero della nostra libertà gravata, prima dell’avvento del naturismo, da sovrastrutture culturali e restrizioni imposte dalla morale e dalla religione;
    • Riposizionamento del ruolo della donna in una società che è rimasta in qualche misura ancora patriarcale nonostante il miglioramento della condizione femminile;
    • Riconquista di quella socialità perduta a causa della solitudine caotica dovuta alla dissennata urbanizzazione;
    • Rinnovamento etico, come vero cambiamento di principi morali desueti e pertanto non più applicabili nel mondo moderno;
    • Detabuizzazione, ossia eliminazione del tabù sessuale, poiché la nostra società, pur avanzata dal punto di vista del diritto, continua a considerare come osceni gli organi genitali.
  • Socialità  naturista

    Socialità  naturista

    di Pino Fiorella

    Socialità naturista
    Beryl Cook, Té in giardino

    Con questo articolo concludiamo un trittico di articoli dedicati all’impatto del Covid-19 sullo stile di vita naturista, iniziato ad aprile con Nutrirsi con amore durante la quarantena e proseguito la scorsa settimana con Naturismo di prossimità.

    C’è una bella canzone di Levante, dal titolo “Lo stretto necessario” (forse premonitrice di quello che di lì a poco sarebbe accaduto all’umanità intera), che la cantautrice siciliana canta insieme a un’altra siciliana doc, Carmen Consoli. La canzone è un emozionante racconto di speranza per tutto quello che circonda, per qualcosa che prima c’era e adesso non c’è più, anche quelle piccole cose che davamo per scontato.
    Tralasciando il lontano passato, dal secondo dopoguerra in avanti l’umanità ha avuto molti problemi, con centinaia di migliaia di morti. Uno di questi problemi è l’inquinamento, prodotto da una dissennata attività antropica, con i conseguenti cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo il pianeta.

    Ora è arrivato questo virus, un microrganismo molto, ma molto più piccolo di un batterio, tanto è vero che per vedere i batteri basta un microscopio ottico, per vedere i virus occorre un microscopio elettronico. Un virus per riprodursi ha bisogno di un organismo vivente, come un animale, in questo caso un pipistrello. Secondo la scienza, il Covid-19 ha fatto il salto di specie, e dal pipistrello è passato all’uomo.
    Ora, dire che questo virus è colpa dell’uomo (dell’inquinamento, di manipolazioni genetiche, dell’introduzione degli Ogm, dell’uso degli antiparassitari, ecc.), forse è troppo azzardato, dato che epidemie terribili ci sono state anche in passato. Un esempio per tutte, la Spagnola, che durò un paio di anni e causò la morte di 100 milioni di persone, 50 milioni solo in Europa.

    E a quei tempi i problemi d’inquinamento, di manipolazioni genetiche, ecc. erano di là da venire, anche se non sappiamo quali strascichi di ogni tipo (mancanza d’igiene, bombardamenti, l’uso di gas tossici, migliaia e migliaia di aerei e di navi affondate in tutti i mari, ecc.) la prima guerra mondiale si sia trascinata dietro per anni.

    Fatto sta che oggi un nuovo virus, invisibile, sconosciuto e terribile ha spazzato via come uno tsunami le nostre incrollabili certezze, ha cambiato tutto, ha cambiato il nostro modo di vivere, è cambiata la nostra vita. Tutto quello che davamo per scontato è svanito nel nulla, tutte le nostre certezze sono crollate, e quella società liquida, descritta da Baumann nel suo celebre libro “Vita liquida” del 2005, è evaporata come i disinfettanti che abbiamo visto spruzzare per sanificare strade e ambienti. Tutto è stato inghiottito da un buco nero di cui l’umanità non vede il fondo, almeno fino a quando non ci sarà un vaccino, per il quale si parla di un anno o due, e quand’anche arrivasse presto, ci vorrà molto tempo per vaccinare più di sette miliardi di persone. Insomma, questo virus ci ha fatto capire che l’uomo non può nulla contro le forze della natura. E non solo, ma spingendoci più in là, pur sapendo che quanto stiamo per dire va contro il razionalismo scientifico della medicina moderna, sembra che la natura, troppo sfruttata, non rispettata, violentata, attraverso il Covid-19, dopo averci lanciato precisi segnali sulla insostenibilità della nostra attività antropica, abbia voluto dirci: “Non volete fermarvi, allora vi fermo io”.

    Tornando ad un ragionamento decisamente più razionale, un effetto sull’umanità, fra gli altri, il virus l’ha prodotto: la paura, una paura generalizzata in certi casi trasformatasi in terrore. Ce l’aveva anticipato Zygmunt Bauman in una delle preveggenti riflessioni: “La guerra moderna alle paure umane, sia essa rivolta contro i disastri di origine naturale o artificiale, sembra avere come esito la redistribuzione sociale delle paure, anziché la loro riduzione quantitativa”.

    Ebbene, fra tutto quello che ci è venuto a mancare, come dicevamo sopra, ci sono mancate anche le piccole cose, le piacevoli abitudini, la libertà di sedersi ai tavoli di un bar, il vedere brulicare le persone per strada, l’incontro con amici e conoscenti, tutte cose che si rimpiangono quando non si hanno più. Per noi naturisti, poi, la situazione venutasi a creare nei rapporti umani è ancora più grave. Immaginare un futuro condizionato dalle mascherine e dalla distanza significa dire addio a quella socialità naturista, fatta di prossimità, promiscuità, di vedersi, di salutarsi e parlare di persona. Questo tipo di socialità nasce soltanto dal rapporto stretto fra persone nude, perché si tratta di frequentare altri individui che la pensano come noi. Si tratta di quella socialità che scaturisce dal vivere insieme nudi, rispettosi degli altri. Si tratta di una socialità che è tipica della nostra concezione di vita. Noi naturisti accettiamo la natura, e dalla sua osservazione facciamo derivare il nostro comportamento. Siamo contro lo spreco e cerchiamo di vivere con “lo stretto necessario” (tutto il resto, come la sociologia insegna, deve essere considerato “l’utilità dell’inutile”). Ma la società dei consumi ha trasformato i produttori in consumatori, come dice Bauman. E questo il naturismo lo aveva detto fin dalle sue origini.
    Purtroppo il naturismo non è stato ascoltato, o forse, noi, non siamo stati capaci di trasmettere un messaggio, che se fosse stato recepito, avrebbe senz’altro migliorato le nostre condizioni di vita. Perché Il naturismo, che consiste in una relazione attiva fra l’uomo e la natura, ha come componente essenziale il rispetto, quel rispetto di se stessi, degli altri e della natura, come mille volte abbiamo scritto su queste pagine, riprendendo la formulazione del concetto di naturismo espressa dall’INF/FNI nel 1974.

    In conclusione, quello che ci è accaduto con il Covid-19 dovrebbe far riflettere quanti dileggiano il naturismo, considerandola tutt’al più come una pratica di libertà, e basta.