Tag: nudismo italia

  • Socialità  naturista

    Socialità  naturista

    di Pino Fiorella

    Socialità naturista
    Beryl Cook, Té in giardino

    Con questo articolo concludiamo un trittico di articoli dedicati all’impatto del Covid-19 sullo stile di vita naturista, iniziato ad aprile con Nutrirsi con amore durante la quarantena e proseguito la scorsa settimana con Naturismo di prossimità.

    C’è una bella canzone di Levante, dal titolo “Lo stretto necessario” (forse premonitrice di quello che di lì a poco sarebbe accaduto all’umanità intera), che la cantautrice siciliana canta insieme a un’altra siciliana doc, Carmen Consoli. La canzone è un emozionante racconto di speranza per tutto quello che circonda, per qualcosa che prima c’era e adesso non c’è più, anche quelle piccole cose che davamo per scontato.
    Tralasciando il lontano passato, dal secondo dopoguerra in avanti l’umanità ha avuto molti problemi, con centinaia di migliaia di morti. Uno di questi problemi è l’inquinamento, prodotto da una dissennata attività antropica, con i conseguenti cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo il pianeta.

    Ora è arrivato questo virus, un microrganismo molto, ma molto più piccolo di un batterio, tanto è vero che per vedere i batteri basta un microscopio ottico, per vedere i virus occorre un microscopio elettronico. Un virus per riprodursi ha bisogno di un organismo vivente, come un animale, in questo caso un pipistrello. Secondo la scienza, il Covid-19 ha fatto il salto di specie, e dal pipistrello è passato all’uomo.
    Ora, dire che questo virus è colpa dell’uomo (dell’inquinamento, di manipolazioni genetiche, dell’introduzione degli Ogm, dell’uso degli antiparassitari, ecc.), forse è troppo azzardato, dato che epidemie terribili ci sono state anche in passato. Un esempio per tutte, la Spagnola, che durò un paio di anni e causò la morte di 100 milioni di persone, 50 milioni solo in Europa.

    E a quei tempi i problemi d’inquinamento, di manipolazioni genetiche, ecc. erano di là da venire, anche se non sappiamo quali strascichi di ogni tipo (mancanza d’igiene, bombardamenti, l’uso di gas tossici, migliaia e migliaia di aerei e di navi affondate in tutti i mari, ecc.) la prima guerra mondiale si sia trascinata dietro per anni.

    Fatto sta che oggi un nuovo virus, invisibile, sconosciuto e terribile ha spazzato via come uno tsunami le nostre incrollabili certezze, ha cambiato tutto, ha cambiato il nostro modo di vivere, è cambiata la nostra vita. Tutto quello che davamo per scontato è svanito nel nulla, tutte le nostre certezze sono crollate, e quella società liquida, descritta da Baumann nel suo celebre libro “Vita liquida” del 2005, è evaporata come i disinfettanti che abbiamo visto spruzzare per sanificare strade e ambienti. Tutto è stato inghiottito da un buco nero di cui l’umanità non vede il fondo, almeno fino a quando non ci sarà un vaccino, per il quale si parla di un anno o due, e quand’anche arrivasse presto, ci vorrà molto tempo per vaccinare più di sette miliardi di persone. Insomma, questo virus ci ha fatto capire che l’uomo non può nulla contro le forze della natura. E non solo, ma spingendoci più in là, pur sapendo che quanto stiamo per dire va contro il razionalismo scientifico della medicina moderna, sembra che la natura, troppo sfruttata, non rispettata, violentata, attraverso il Covid-19, dopo averci lanciato precisi segnali sulla insostenibilità della nostra attività antropica, abbia voluto dirci: “Non volete fermarvi, allora vi fermo io”.

    Tornando ad un ragionamento decisamente più razionale, un effetto sull’umanità, fra gli altri, il virus l’ha prodotto: la paura, una paura generalizzata in certi casi trasformatasi in terrore. Ce l’aveva anticipato Zygmunt Bauman in una delle preveggenti riflessioni: “La guerra moderna alle paure umane, sia essa rivolta contro i disastri di origine naturale o artificiale, sembra avere come esito la redistribuzione sociale delle paure, anziché la loro riduzione quantitativa”.

    Ebbene, fra tutto quello che ci è venuto a mancare, come dicevamo sopra, ci sono mancate anche le piccole cose, le piacevoli abitudini, la libertà di sedersi ai tavoli di un bar, il vedere brulicare le persone per strada, l’incontro con amici e conoscenti, tutte cose che si rimpiangono quando non si hanno più. Per noi naturisti, poi, la situazione venutasi a creare nei rapporti umani è ancora più grave. Immaginare un futuro condizionato dalle mascherine e dalla distanza significa dire addio a quella socialità naturista, fatta di prossimità, promiscuità, di vedersi, di salutarsi e parlare di persona. Questo tipo di socialità nasce soltanto dal rapporto stretto fra persone nude, perché si tratta di frequentare altri individui che la pensano come noi. Si tratta di quella socialità che scaturisce dal vivere insieme nudi, rispettosi degli altri. Si tratta di una socialità che è tipica della nostra concezione di vita. Noi naturisti accettiamo la natura, e dalla sua osservazione facciamo derivare il nostro comportamento. Siamo contro lo spreco e cerchiamo di vivere con “lo stretto necessario” (tutto il resto, come la sociologia insegna, deve essere considerato “l’utilità dell’inutile”). Ma la società dei consumi ha trasformato i produttori in consumatori, come dice Bauman. E questo il naturismo lo aveva detto fin dalle sue origini.
    Purtroppo il naturismo non è stato ascoltato, o forse, noi, non siamo stati capaci di trasmettere un messaggio, che se fosse stato recepito, avrebbe senz’altro migliorato le nostre condizioni di vita. Perché Il naturismo, che consiste in una relazione attiva fra l’uomo e la natura, ha come componente essenziale il rispetto, quel rispetto di se stessi, degli altri e della natura, come mille volte abbiamo scritto su queste pagine, riprendendo la formulazione del concetto di naturismo espressa dall’INF/FNI nel 1974.

    In conclusione, quello che ci è accaduto con il Covid-19 dovrebbe far riflettere quanti dileggiano il naturismo, considerandola tutt’al più come una pratica di libertà, e basta.

  • Naturismo di prossimità 

    Naturismo di prossimità 

    di Valerio Rupo

    Da qualche settimana, in un’atmosfera di grande apprensione per ciò che ci riserverà la prossima estate, i titoli dei giornali si rimbalzano il termine “turismo di prossimità”, nella speranza che la pandemia di Covid19 non ci costringa entro le mura di casa perfino con i 40 gradi di luglio. Una modalità di turismo che potrebbe rilanciare le località nostrane anche presso gli Italiani, perlomeno quelli che non sempre si dimostrano consapevoli dell’attrattiva turistica e culturale del nostro Paese.

    Se il termine “prossimità”, da solo, in momenti in cui domina l’imperativo sacrosanto del distanziamento ci fa sorridere amaramente, affibbiarlo al concetto di “turismo” dovrebbe come minimo affermarne le implicazioni sociali. Implicazioni che al Naturismo sono (o dovrebbero) essere ben note. In altri termini, Naturismo non soltanto come turismo ma anche e soprattutto come modalità di vivere in natura e in condivisione con altre persone.

    Un Naturismo di prossimità è possibile in Italia? Se le oltre 100 strutture naturiste e circa 80 spiagge ufficiali francesi, legalmente riconosciute come naturiste, e le centinaia di spiagge spagnole dove praticare il Naturismo lo consentirebbero (per non parlare della trentina di spiagge naturiste della piccola Croazia, o degli spazi naturisti nei parchi cittadini svizzeri e tedeschi di Zurigo, Monaco di Baviera e Berlino), da noi non è altrettanto facile per la minore disponibilità di spazi dedicati.
    Ma il concetto di prossimità si può intendere non solo geograficamente ma anche socialmente.

    Chi scrive è un Naturista ufficiale soltanto dal 2013, una delle certezze che l’aver sperimentato più volte la «pratica della nudità in comune» ha portato all’evidenza, è che un certo grado di prossimità di tipo sociale è più che necessario per vivere il Naturismo. Vivere nudi con gli altri significa non avere veli né maschere, oppure, per usare un’altra analogia efficace, comportarsi in totale naturalezza. E la nudità condivisa, che si manifesta nel non uso degli indumenti, potrebbe avere molto a che fare con la riscoperta di quella comunità condominiale che le iniziative solidali degli ultimi periodi hanno generato.

    E se la pratica del Naturismo è intrinsecamente legata alla socializzazione, oltre che all’“associazionismo”, si potrebbe pensare il turismo del futuro come meno improntato al singolo individuo-viaggiatore, anzi decisamente rivolto alla condivisione collettiva di esperienze. Come il Naturista condivide lo spazio nel «rispetto degli altri e dell’ambiente», l’esperienza di un Turista di prossimità non dovrebbe limitarsi alla consumistica sequenza prenotazione-villeggiatura-rientro, ma calarsi in profondità, in «armonia con la natura» – sempre per citare lo statuto INF.

    Con ciò non si vuole esprimere l’improbabile eventualità che il turismo dell’immediato futuro si trasformi in Naturismo; semmai, potrebbe essere l’occasione per alzare la mano ed elevare la pratica del Naturismo a modello di turismo culturale, socializzante e sostenibile.
    Certo, non mancano altri esempi di simili pratiche collettive, che come già proposto su queste pagine potrebbero essere suggestioni interessanti anche per i Naturisti stessi: nel contribuire a una definizione futuribile di “turismo di prossimità” l’esperienza Naturista potrebbe avere una voce di rilievo.

  • Distinzione tra naturismo e nudismo

    Distinzione tra naturismo e nudismo

    di Pino Fiorella
    Grant Drumheller, Spiaggia Nudista
    Grant Drumheller, Spiaggia Nudista

    Sono stati scritti fiumi di parole sulla distinzione tra nudismo e naturismo, ma aggiungere ancora qualcosa sull’argomento è necessario, anche perché sovente, anzi molto spesso, c’è chi è tentato di scindere in due parti questa filosofia di vita caratterizzata dalla pratica, da un lato, della semplice nudità, e dall’altro dalla pratica di un nudismo etico, cioè naturismo.
    In relazione al semplice nudismo, si può dire dire che vi è una scuola di pensiero che afferma che il nudismo sarebbe solo uno degli obiettivi del naturismo. E ciò è anche vero, dato che il naturismo persegue anche altri obbiettivi oltre all’eliminazione del tabù del nudo, come l’igiene psicofisica, il rispetto della natura, l’autoaffermazione, l’autoidentificazione, ecc., ma tale affermazione dimentica di chiarire che la pratica della nudità è il principio cardine del naturismo, e non come invece si sostiene che il naturista, una volta approdato al nudismo, “deve lasciarselo alle spalle o mantenerlo soltanto come fatto piacevole e distensivo per periodi di tempo limitati, essendo poco importante rispetto al cambiamento di visione che il naturismo dà all’esistenza”.
    E come se ciò non bastasse, c’è anche chi pretende di liberamente interpretare le delibere della Federazione Naturista Internazionale (INF-FNI) citando l’anno 1953, perché a partire da tale data è stata introdotta la netta distinzione fra il “naturismo nudista” della INF/FNI e un “naturismo non nudista” di altre organizzazioni, interpretando questo fatto come espressione tangibile del “principio di tolleranza”. Ma qui la tolleranza c’entra poco o nulla, perché se si tratta di organizzazioni che non fanno parte dell’INF-FNI è ovvio che possano fare ciò che vogliono, e quindi è evidente che non debbano essere considerate organizzazioni naturiste, come si vedrà più avanti nello spiegare il significato della parola naturismo.

    Un lungo dibattito

    Distinzione tra naturismo e nudismo

    Tralasciando la lunga sequela di inesattezze, errori storici, interpretazioni sbagliate, considerazioni strampalate, che dimostrano l’estrema ignoranza di chi pretende di sapere senza avere prima letto la storia del naturismo, ci concentriamo sul concetto di nudità che è il cuore dell’idea naturista. E lo facciamo perché regolarmente viene sollevata l’annosa questione che naturismo e nudismo non sarebbero la stessa cosa, per cui questi due termini non sarebbero sinonimi. Inoltre, si afferma che fare del solo nudismo sarebbe banale e che il naturismo dovrebbe essere improntato alla massima tolleranza (preso atto del fatto che stiamo diventando una società multietnica); e ancora, si aggiunge, che le riviste naturiste dovrebbero parlare soltanto di naturismo e invece sono piene di foto di villaggi, centri vacanze, spiagge nudiste, ecc.
    Ebbene, se si rispondesse a tutte queste critiche dicendo che si tratta di sciocchezze, di vere e proprie stupidaggini che si fondano sull’ignoranza di cui si diceva sopra, ci verrebbe senz’altro ribadito che non abbiamo argomenti per replicare. Invece gli argomenti ci sono, eccome!
    Innanzitutto va precisato subito che fare del solo nudismo non è un fatto banale, e ciò per il semplice motivo che la nudità integrale lascia scoperti gli organi genitali, il che implica l’abbattimento, conscio o inconscio, di un tabù ancestrale, cosa questa che non è affatto banale e che anzi presenta difficoltà estreme di carattere psicologico da parte di un individuo condizionato dal tabù del nudo.
    Per quanto riguarda invece il concetto di tolleranza, è necessario chiarire che la tolleranza naturista non può spingersi oltre un certo limite, perché l’accettazione di persone vestite nei centri naturisti, fatti salvi i casi di necessità, igiene e quant’altro rende il vestito necessario, metterebbe in crisi l’idea naturista e la scardinerebbe alla base.
    Circa le riviste naturiste c’è poco da dire: che cosa si vorrebbe che queste facessero, oltre a pubblicare notizie e articoli di cultura naturista, se non la pubblicità ai centri naturisti, pardon “nudisti”, come dicono questi contestatori che accusano i centri di favorire soltanto la pratica del “semplice nudismo”, fra l’altro cosa non vera, trattandosi di nudismo comunitario e promiscuo.
    Per rispondere a tutti questi quesiti non si deve far altro che prendere in esame la prima contestazione (dato che le risposte alle altre sono implicite nel discorso che segue), e cioè che naturismo e nudismo non sarebbero la stessa cosa. Ebbene, per spiegare che invece i due termini indicano la medesima cosa, e quindi di fatto sono sinonimi, è necessario fare un passo indietro nel tempo per tornare alle origini del naturismo.

    Cenni storici

    Distinzione tra naturismo e nudismo

    La “gimnosofia” (gymnos=nudo – sofia=saggezza) è nata nel 1926, anno della fondazione della rivista francese “Vivre d’Abord”, mentre il termine “naturismo” esisteva già prima della gimnosofia. Detto ciò, occorre dire che pochi allora avevano il coraggio (per esempio in Italia, dove eravamo in pieno regime fascista) di parlare apertamente della connotazione nudista implicita ed essenziale del naturismo. E per spiegare questo fenomeno è necessario rifarsi alla storia del naturismo in Europa.
    Ricordiamo che all’epoca della nascita del movimento naturista il sentimento di assoluta e preconcetta ripulsa nei confronti della nudità era il frutto di una sorda e ottusa mentalità borghese di vittoriana memoria. Per questo motivo, cioè per non urtare quella mentalità, Marcel Kienné de Mongeot, fondatore del movimento naturista francese, preferì adoperare il termine “gimnosofia”, che ovviamente nessuno conosceva, dietro il quale però si celava la parola “nudismo”. E per chiarire ulteriormente il concetto, Kienné de Mongeot citava il dottor Fougerat de Lastours, assertore convinto della pratica ginnica, che sosteneva come il termine “nudismo” avesse un significato peggiorativo, se non equivoco, e in certi casi addirittura licenzioso.
    Pertanto la “gimnosofia” altro non è che “nudismo” a cui, però, è stata contemporaneamente associata una filosofia di vita e un etica nuove. A questo duplice aspetto della “nuova idea”, cioè nudismo e vita naturale (e quindi nudo-naturismo”), è stato dato il nome di “naturismo”. Di conseguenza affermare che naturismo e nudismo non sarebbero la stessa cosa significa dire nient’altro che una sciocchezza, una stupidaggine dettata dalla non conoscenza della storia delle origini del naturismo e della sua evoluzione nel tempo.
    Comunque, rispetto a queste posizioni non mancarono i dissidenti, come, per esempio, Jean Deste, che nel suo libro “Le Nudisme” (1981), non volle di proposito abbandonare la dizione “nudismo”, pur conoscendo la definizione ormai affermata di “naturismo” adoperata al posto di “nudismo”: una diatriba che avrebbe poi portato al termine forse più corretto di “nudo-naturismo”, cioè di quell’insieme di regole che orientano l’individuo verso una vita più naturale e più sana, dalla quale la nudità non può essere bandita per il suo potere taumaturgico in relazione a conflitti psichici irrisolti. Inoltre, va ricordato ch’erano i lontani anni Sessanta quando in Francia il termine “nudisme” veniva cancellato e sostituito con quello di “naturisme”, anche perché ci si era resi conto che le parole “nudismo” e “nudista” erano spesso, come detto, male interpretate. Il Deste era consapevole di questo fatto quando nel 1981 pubblicò il suo libro, ma lo fece per non farci dimenticare che il naturismo è nudismo. Se poi qualcuno continua a sostenere che naturismo e nudismo sono due cose diverse, si prenda la briga di andare a leggersi il volume “L’idea naturista in Francia” di Daniele Agnoli dove scoprirebbe che il naturismo, inteso nella sua completa implicazione nudistica, era già chiaro all’atto della fondazione della Féderation Français de Naturisme nel 1948 e dell’INF/FNI avvenuta nel 1953.
    E anche i tedeschi successivamente si sarebbero uniformati a questa dizione sostituendo il termine “Nacktkltur” (cultura della nudità), coniato da Henrich Pudor (1865-1943), con “Freikorperkultur” (libertà e cultura/civiltà del corpo libero) da cui ne è derivata la sigla internazionale FKK, che oggi purtroppo viene anche usata per finalità non naturiste.
    Un altro principio controverso è quello della nudità “obbligatoria”, una polemica che ha radici lontane e che i detrattori del naturismo definiscono come una posizione fondamentalista. Già nel 1989 Erik Holm lanciava la sua filippica contro il nudo facoltativo con il suo opuscolo “Quo vadis Fkk?”: “Mi limito a dire che la nudità del corpo umano è la peculiare caratteristica che contraddistingue il nostro movimento, unico a propugnare questa condizione – naturale e culturale insieme – dell’uomo. Senza di essa il nostro movimento perderebbe, oltre alla sua credibilità, la sua stessa ragione d’essere”.
    Anche Jorg Damm, figlio del noto pioniere Karwilli Damm, fondatore della Biblioteca Naturista Internazionale, si è pronunciato sulla pericolosa tendenza al permissivismo tessile che sta insinuandosi nei centri naturisti. Jorg Damm esprime il suo disappunto constatando come tanti ritengano che si possa fare dello sport vestiti o parzialmente vestiti, e che i giovani possano essere autorizzati a portare un costume quando si trovano nell’età della pubertà. Accettare questi comportamenti, dice il Damm, significherebbe imboccare una strada molto pericolosa, in
    quanto questi comportamenti finirebbero con l’incrinare nella sua essenza l’idea naturista che,
    in questo modo, s’incamminerebbe sulla strada di un’errata interpretazione del concetto di tolleranza. Questa interpretazione pretenderebbe di ridurre la pratica nudista a pochi momenti, quali prendere di sole, fare una nuotata in piscina, fare la doccia, ecc.
    Questo problema della nudità integrale non vincolata, o condizionata, è stato sollevato anche dalla Federazione Naturista Tedesca nel 1993, che attraverso una mirata inchiesta ha voluto conoscere l’opinione dei naturisti su questa delicata questione. Ebbene, la maggioranza dei naturisti si è espressa in senso favorevole alla nudità integrale nello sport e nelle cosiddette strutture di servizio (negozi, bar, ristoranti, supermercati, posta, ecc.). Insomma, il mondo naturista, o perlomeno la maggioranza, ritiene che la nudità debba essere una esperienza globale il cui motto dovrebbe essere nudità sempre in qualunque luogo, ovviamente sempre con decoro, ordine, pulizia e con le dovute precauzioni igieniche.

    E in Italia?

    Anche in Italia, nel 1981, infuriò la polemica su chi voleva differenziare il nudismo dal naturismo. Il problema era stato sollevato dal dottor Luciano Pecchiai con uno scritto indirizzato al “Corriere Medico”. La risposta della rivista “Naturismo”, era stata però ineccepibile:

    “Il Pecchiai fa un duplice errore escludendo il nudismo come parte essenziale del naturismo: un errore storico ed un errore ideologico. L’errore storico consiste nell’identificare la figura di Lamberto Paoletti (1881-1954) con la nascita del naturismo italiano nel 1930. In realtà il Paoletti non è stato il primo a parlare di naturismo in Italia, perché già l’avevano fatto i triestini Tullio Cordon (1923), Eugenio Paulin ed Ernesto Gorischegg (1927). L’errore ideologico, invece, consiste nell’estrapolazione del naturismo italiano dal suo contesto internazionale. Infatti, chi ha avuto il merito di avere concepito autonomamente la prassi fondamentale del naturismo nudista, ha potuto dare consistenza scientifica alla propria intuizione soltanto dopo aver letto le pubblicazioni alcuni dei più validi e autorevoli esponenti del naturismo internazionale (Ungewitter, Seitz, Kock, Zimmermann e il de Mongeot)”. Come giustamente ha scritto Daniele Agnoli, “spesso e volentieri ci si dimentica che l’idea naturista è l’unica fra tutte le visioni antropologiche del mondo che oggigiorno ponga come sua premessa e suo momento essenziale lo stato di nudità del corpo umano”.

  • La spiaggia del Lido Punta Le Morge

    La spiaggia del Lido Punta Le Morge

    Spiaggia Naturista Punta Le Morge

    Naturistitalia ha intervistato Gabriella Carrera, Presidente dell’A.n.ab, Associazione Naturista Abruzzese, sulla spiaggia naturista ufficiale di Punta Le Morge.

    1) Da quando la spiaggia è autorizzata legalmente?

    La spiaggia naturista Lido Punta Le Morge è stata autorizzata con delibera di Giunta del Comune di Torino di Sangro N.57, del 13 giugno2014. Successivamente è stata definitivamente individuata con delibera del consiglio comunale N. 26 del 30 giugno 2016.
    Con grande soddisfazione arrivammo al riconoscimento della prima spiaggia ufficialmente dedicata alla pratica naturista. Ad oggi la spiaggia di Lido Punta le Morge di Torino di Sangro (CH) rappresenta l’unica spiaggia naturista ufficialmente riconosciuta da un ente pubblico lungo tutta la costa Adriatica italiana, sebbene in Italia ce ne siano in totale 12, segno questo di una scarsa attenzione di questi territori al crescente fenomeno.

    2) Quali sono state le azioni, i passi, che avete dovuto fare per arrivare alla legalizzazione della pratica naturista sulla spiaggia?

    Il percorso è stato impegnativo ma abbiamo raggiunto con successo l’obiettivo sperato in una Regione che non si distingue per la prontezza ai cambiamenti o novità che vanno oltre la tradizione.
    Nel 2013, in seguito ad una positiva rete di contatti istituzionali, culminati in un convegno regionale tenutosi a Vasto e a cui hanno partecipato autorità regionali, provinciali e locali, in soli tre mesi si giunse all’approvazione di una legge regionale sul naturismo (LR 26/2013). Questo traguardo fu possibile grazie ad alcuni esponenti della Giunta e del Consiglio Regionale, che avevano sostenuto e auspicata l’approvazione della legge che si è palesata essere la più avanzata fra quelle approvate fino a ora. La legge è stata impostata, elaborata e definita dalla stessa associazione in collaborazione con gli allora promotori politici.
    Nel mese successivo dal 1 al 15 settembre 2013 presso il Camping Sangro, si tenne il “Grande Raduno Naturista nazionale” di fine estate che accolse ospiti da ogni dove.
    Dopo quell’evento, il consiglio direttivo Anab allora in carica, nell’autunno 2013, presentò 5 richieste di istituzione di una spiaggia naturista indirizzate ai comuni di Ortona, Vasto, Torino di Sangro, Roseto e Pineto. In seguito a tali istanze, il comune di Torino di Sangro, dopo una serie di consultazioni intervenuti con l’associazione Anab, deliberò l’istituzione dell’area destinata alla pratica naturista.

    3) Era a frequentazione naturista anche prima?

    Sì, ma prima dell’ufficiale riconoscimento era caratterizzata da una frequentazione storica sporadica e non organizzata.

    4) È stata utile l’esperienza fatta in precedenza con altre spiagge?

    Si, infatti abbiamo utilizzato come bozza di autorizzazione quella della spiaggia toscana di San Vincenzo, in quanto era sembrata la più semplice.

    5) Come sono le relazioni con la popolazione e le istituzioni locali? Quali sono state le loro
    reazioni?

    Al tempo dell’autorizzazione, le interazioni con le istituzioni politiche sono state positive, di ascolto e conoscenza della nuova realtà. È stata compresa l’importanza della pratica naturista sia a livello di benessere psico-fisico che come fonte di risorsa economica per tutto il territorio limitrofo. Con il cambio di amministrazione dal giugno 2018 la comunicazione si è resa più complessa, nonostante ciò noi siamo sempre a disposizione per una proficua collaborazione.

    6) Ci puoi raccontare la spiaggia dal punto di vista naturalistico e paesaggistico? Le sue
    caratteristiche?

    La spiaggia è costituita di sassi di media grandezza; il tratto si estende 200 metri di lunghezza e per circa 15 di profondità. L’accesso al mare è graduale e declina dolcemente.
    La frequentazione è libera e gratuita, il tratto interessato è caratterizzato da acque trasparenti e mare poco mosso.
    La spiaggia non dispone di servizi di ombreggio. Nelle immediate vicinanze sono nate due attività commerciali che forniscono servizi di ristorazione, parcheggio, servizi igienici e docce.
    A ridosso della spiaggia, si trova il Trabocco Comunale Punta Le Morge, presenza distintiva di questo tratto di litorale. Come gli altri trabocchi ancora visibili lungo il litorale abruzzese, molisano e garganico, si tratta di una scenografica costruzione in legno, assimilabile ad una palafitta, impiegata in passato per la pesca.
    Da segnalare anche la Riserva naturale Lecceta di Torino di Sangro, una delle aree naturali protette regionali, nella quale sono presenti numerose specie vegetali e animali.

    7) Come promuovete la conoscenza della spiaggia? Fate delle iniziative in loco?

    Durante tutto l’anno, attraverso i canali comunicativi a disposizione dell’associazione, viene effettuata un’intensa attività promozionale che riguarda l’offerta naturista della spiaggia.
    Sono stati presi accordi con testate giornalistiche locali per la realizzazione di una serie di articoli di presentazione e promozione. Cerchiamo inoltre di diffondere notizie riguardanti l’esistenza della spiaggia anche attraverso portali e spazi telematici all’estero per favorire la conoscenza e la frequentazione da tali luoghi.
    Durante la stagione estiva sia in spiaggia che in occasioni di eventi locali, effettuiamo un’attività di volantinaggio teso a far conoscere il naturismo e le possibilità che il territorio offre.
    Sono state inoltre sottoscritte diverse convenzioni con strutture ricettive e enogastronomiche presenti nelle immediate vicinanze allo scopo di poter ospitare i frequentatori.

    8) Che tipo di naturisti avete, che tipo di frequentazione?

    La presenza in spiaggia è molto ben distribuita anche sotto il profilo demografico.
    Ospitiamo naturisti di ogni età e provenienza, con una prevalenza di bagnanti locali e nazionali. La presenza dall’estero è minoritaria ma significativa. La frequentazione è sostanzialmente rilassata e gradevole durante tutta la stagione estiva.

    9) Malintenzionati e incidenti causati da chi fraintende o non sa cosa è un naturismo sano,
    educativo, famigliare? Cosa si può fare?

    Fra le 300 persone circa che arrivano nel fine settima nella stagione estiva, c’è sempre qualche persona che strumentalizza il contesto per ottenere altri obiettivi. Noi tendiamo ad agire con la massima discrezione ed autorevolezza consegnando il volantino che riporta il regolamento della spiaggia. Nella maggioranza dei casi, le persone comprendono l’errore commesso e tendono a lasciare la spiaggia.

    10) Ci sono altre possibilità in futuro per la diffusione del Naturismo in Abruzzo?

    La conformazione del litorale abruzzese è caratterizzata da ampie spiagge di sabbia, da una forte vocazione turistica e da un’antropizzazione costiera notevolmente sviluppata. Tale insieme di condizioni rende assai complesso riuscire ad individuare ampi spazi da concedere al Naturismo.
    Attualmente possiamo dire che la gestione di una spiaggia è già molto impegnativa, e cercheremo di proporre nuove opportunità ai naturisti abruzzesi quando la nostra associazione raggiungerà numeri e forze più consistenti.
    Concludo precisando che tanti nostri frequentatori ci chiedono notizie riguardanti l’esistenza o la nuova apertura di strutture ricettive naturiste. Tali opportunità, tuttora carenti, rappresenteranno nel prossimo futuro il nostro primario obiettivo di sviluppo.

  • Perché associarsi

    Perché associarsi

    Di Elo Seminara 

    Perché associarsi

    Tempo fa discorrevo con un amico – non naturista – persona di buona cultura, disponibile al dialogo, tollerante e attento alle tematiche ambientali. Tra una chiacchiera e l’altra, destreggiandoci fra una battuta ad un argomento più ponderoso, arrivando chissà come a parlare di Naturismo mi chiese: “Perché molti naturisti si associano? Che senso ha, per un naturista, iscriversi a un’associazione?”

    La domanda mi sembrò arguta ed interessante.
    Già, che senso ha associarsi per esercitare quello che in fondo è uno stato naturale come la nudità?
    Riflettiamo. Non è che per mangiare, ad esempio una pizza, occorra o senta la necessità di associarmi ad una qualche ipotetica ed improbabile associazione?

    Tralasciamo il fatto che anche in ambito alimentare vi sono sia associazioni serie, sia conventicole le più strane e diverse; tanto che per ridere potrebbero esistere, o potremmo anche fondarle noi stessi, La società del minestrone, gli Amici della pasta e fagioli, o l’Associazione Piemontese Mangiatori di Bagna Caoda, oltre magari all’Unione ‘Nduia Calabrese… tuttavia, scherzi e piaceri culinari e gastronomici a parte, la domanda del mio amico che, in sostanza riprende domande e questioni in diversi ambiti poste da taluni naturisti, pone un quesito vero al quale proverò a dare una mia risposta.

    Al fine di sgomberare il campo da pregiudizi e possibili future obiezioni, per onestà intellettuale premetto che sono sostenitore dell’associazionismo in senso lato, anche se poi ritengo che ognuno possa, autonomamente e liberamente, praticare la propria attività in modo individuale.

    Certo posso iscrivermi ad un’associazione di camminatori ma poi posso camminare da solo; allo stesso modo, posso iscrivermi ad un’associazione ciclistica ma poi scegliere di pedalare da solo o, ancora, partecipare ad un gruppo di lettura ma intimamente godere della lettura individuale.

    Lo stesso dicasi nell’eventualità volessi praticare un’attività sportiva di squadra o di gruppo, nel qual caso, dovrei quasi obbligatoriamente tesserarmi presso qualche società. A mio giudizio il paragone regge anche nel caso del Naturismo; infatti non si tratta esclusivamente di stare nudi in solitudine, di nascosto, bensì di un’attività sociale, stare con altre persone, condividere. Ecco quindi che tutto torna.

    A questo punto proverò allora a spiegare perché sono un sostenitore dell’associazionismo anche in ambito naturista. Chiariamo subito quello che potrebbe essere un malinteso di fondo: dobbiamo partire dal presupposto, fondamentale a mio parere, che il Naturismo non può e non deve considerarsi soltanto come un’attività ricreativa, sportiva o un hobby al pari che so dell’escursionismo o del modellismo navale anche se, purtroppo, per alcuni significa solo crogiolarsi al sole in riva al mare. Per me, ma fortunatamente anche per molti altri, è una cosa molto diversa, più importante e profonda.

    Il Naturismo deve essere considerato ed è un modo di essere, uno stile di vita, e può essere interpretato anche come un’opzione culturale.

    Meglio ancora sarebbe se riuscissimo a considerare il Naturismo e la nudità come lo stato normale dell’essere umano a cui, solo condizioni particolari, soprattutto climatiche, o di opportunità – sulle quali potremo disquisire in altro momento- dovrebbero costringerci a modificare.
    Questo significa che la mia nudità, che auspico reciproca, non dovrebbe disturbare nel modo più assoluto il mio vicino di casa, né il postino che mi porta una raccomandata, né gli amici che vengono a trovarmi.
    Ciò detto, se la nudità fosse uno stato normale di tutte le persone – uomini, donne, giovani, vecchi, belli, brutti, grassi, magri – non investita e caricata di significati tipici di un sistema culturale, per certi aspetti chiuso e repressivo e quindi non presa in considerazione solo per attività di natura sessuale, effettivamente non avrebbe senso associarsi ad alcunché. Purtroppo però non è così.

    Quando si è minoranza o magari addirittura da soli, ecco che, a mio parere, sorge quasi un bisogno naturale di associarsi. Il raggrupparsi è un modo per ritrovarsi, unirsi, difendersi, nel senso di poter incontrarsi e stare serenamente insieme con altre persone con le quali condividiamo qualcosa.
    Non voglio qui ripercorrere la storia del Naturismo, ma vorrei ricordare che le associazioni naturiste hanno diversi decenni di vita e che proprio grazie a loro, in tempi forse ancora più ostili, il Naturismo si è potuto diffondere. Oggi i luoghi naturisti, se pur non in modo esponenziale, si sono moltiplicati: ancora qualche anno fa, in Italia erano veramente pochi. Per moltissimi naturisti occorreva sobbarcarsi lunghi viaggi per trovare un luogo, gestito da qualche associazione, dove poter stare tranquilli e sicuri.

    Le associazioni avevano iscritti che spesso, anche per sfuggire alla riprovazione sociale, non manifestavano ai profani il loro essere naturisti. Allo stesso comportamento dei singoli, e non poteva essere diversamente, non sfuggivano le associazioni, che parevano quasi organismi clandestini, tanto era scarsa, al di là della rilevanza numerica il loro apparire, la loro volontà di palesarsi, di dare voce al movimento; erano insomma un luogo molto appartato.

    Forse mi sto dilungando troppo, meglio fare un passo indietro, per riprendere il filo del discorso e rilevare come ognuno di noi può essere un naturista isolato, individuale ed individualista; ma è solo, e da solo “pesa” proprio poco, oserei dire nulla. Invece associandosi-associandomi, faccio e facciamo gruppo, faccio e facciamo numero e, ben lo sappiamo, i numeri contano e come contano!
    Questo è il vero problema: i numeri contano, o meglio dovrebbero e dovremmo farli contare.

    Quando nel 1981, per la prima volta aderii ad un’associazione naturista lo feci, oltre che per intimo convincimento, soprattutto perché, grazie al bollino apposto alla tessera, potevo frequentare i campeggi naturisti.
    Al tempo non ricordo, e forse ricordo male, che si parlasse di altro: no raduni, no attività diverse, nessuna proiezione esterna. Insomma la tessera mi dava la possibilità di accedere alla “riserva indiana” rappresentata dal campo naturista. Ricordo che già allora ritenevo che un’associazione non dovesse servire solo a questo. Purtroppo però era così.

    Da alcuni anni, questa triste realtà pare stia cambiando, vi sono segnali incoraggianti.
    Saranno mutati i tempi, saranno modificati alcuni parametri sociali e culturali ma, fortunatamente, talune associazioni stanno cercando di squarciare il velo che separa il Naturismo dalla società, cercano di “sporcarsi le mani”, apparire, manifestarsi per quello che sono e che siamo, riuscendo anche ad intessere rapporti proficui e forse forieri di insospettabili e belle novità, con enti ed associazioni diverse.
    Certo forse non tutte le associazioni si comportano in questo modo e non si muovono secondo queste linee. Il dibattito è aperto. Ma ribadisco, sono e resto un forte sostenitore dell’associazionismo naturista, che reputo essere l’unico strumento che, se ben utilizzato, potrà darci visibilità e farci assurge a pari dignità con qualunque altro movimento.

    A questo punto sorge un ulteriore problema: a quale associazione naturista aderire? Ognuno scelga quella che preferisce, informandosi e documentandosi in via preliminare, per aver poi modo e strumenti per valutare e giudicare le opzioni culturali, le attività proposte, le scelte, la vicinanza, la coerenza e i risultati conseguiti.

  • Nutrirsi con amore durante la quarantena

    Nutrirsi con amore durante la quarantena

    di Paola Borgini
    Benessere Naturista

    Mentre mi accingo a scrivere questo articolo, la maggior parte di noi è costretta in casa, per tentare di arginare con l’isolamento sociale, quella che pare essere l’inarrestabile diffusione del virus COVID-19.

    Come umanità ce ne ricorderemo a lungo di questo periodo, e anche se non sappiamo che cambiamento porterà, su una cosa siamo tutti sicuri e cioè che un cambiamento ci sarà.

    Mi chiamo Paola Borgini, sono prima di tutto una donna e una mamma, e nella vita professionale sono una scrittrice, che pubblica libri di crescita personale e progresso spirituale. In questo mio lavoro ho portato anche la passione per l’alimentazione, un’alimentazione che vuol essere buona e sana, per il piacere del palato e il benessere del corpo.

    Per quanto riguarda la mia esperienza con il naturismo, è accaduto solo una volta, sull’isola di Krk in Croazia, ed è stata sicuramente un’esperienza che ha lasciato un segno positivo in me. Il mio corpo libero di stare in natura, immergersi nel mare, accanto ad altri corpi in assoluta naturalezza,
    ringraziava grato.

    Da qui voglio partire e cioè dall’importante contatto con l’ambiente naturale, per ispirare uno stile di vita il più possibile favorevole al benessere, durante la quarantena dovuta al coronavirus.

    Parto da qui e parto dalla luce e dal calore del sole, fonte importante di vitamina D per l’organismo, e che in questo periodo primaverile, quando tutto torna alla vita dopo i rigori dell’inverno, è più che mai necessaria.

    Andando oltre la questione della giustificazione di certe restrizioni – che ci impediscono ad esempio di camminare in un parco – perché non mi competono, una delle cose che io faccio, appena posso, è espormi al sole (balcone, giardino condominiale…), magari sorseggiando una bevanda.
    Questi brevi momenti sono solo dei surrogati, rispetto a una benefica passeggiata nei boschi, ma in questo tempo di abitudini stravolte, occorre tirare fuori la nostra intelligente capacità di adattamento, cercando di nutrire corpo e anima in modo che tutto questo passi, non solo recando il minor danno possibile, ma facendoci crescere come uomini.

    Ricollegandomi alla mia passione per il cibo, un’alimentazione bilanciata è quella che seguo, senza però sentirmi in colpa, se mi viene desiderio di qualche indulgenza.
    Con bilanciata, intendo ricca prima di tutto di frutta e verdura, che io prediligo di origine biologica e biodinamica.

    È preferibile scegliere – come regola base – delle cotture brevi e a bassa temperatura. Soprattutto la verdura, per mantenere integre le sue proprietà, non deve stracuocere o arrostire troppo. E dal momento che è la base di un’alimentazione sana, occorre fare in modo che la maggior parte della
    verdura consumata quotidianamente, sia cucinata nel modo corretto.
    Quindi si a insalate miste e gustose con verdura a foglia e di stagione e si a verdure cucinate al vapore e poi condite con un po’ buon olio o una sfiziosa salsina.

    Insalata mista

    Poi io amo consumare pesce, fonte degli importanti grassi Omega 3, due o tre volte a settimana, alternato con legumi e un pochino di carne bianca. Naturalmente non mancano i cereali, preferibilmente integrali o semi integrali, alternandone il consumo tra chicchi e preparazioni a base di farina.
    Ma, da come la vedo io, le qualità del cibo non si fermano alla proprietà organolettiche e ai valori nutrizionali. C’è tutta una componente più sottile, oserei dire energetica, che influenza le nostre scelte, e sicuramente il colore è una di queste.

    Nella medicina cinese, una pratica che fin dall’antichità studia l’uomo e il suo benessere, agli organi sono anche associati dei colori, ad esempio il bianco è associato al polmone. Sappiamo tutti molto bene, ormai, quanto questo virus intacchi proprio questa parte vitale del nostro organismo, quindi via libera se viene voglia di mangiare cibo bianco, come cavolfiori o pere cotte o latte di mandorle etc etc… È molto importante dare voce all’intuito, che sa molto bene cosa va bene per noi.

    Il segreto per vivere bene sta proprio nel sapersi ascoltare, e più che mai quando si parla di alimentazione. Magari la nostra mente ci spinge verso cibi raffinati e zuccherini, ma sicuramente il nostro corpo, attraverso pesantezza, cattiva digestione, gonfiore e altri fastidiosi malesseri, ci comunica invece che le scelte da fare sono altre.
    Senza mai comunque cadere nell’estremismo, che forse è ancora più dannoso e cioè che se, ad esempio, mangiamo una pizza, lo sconteremo a vita.

    Siamo qui per celebrare la vita, lo dimostriamo attraverso l’amore che abbiamo per noi stessi, il cibo è un buon inizio dal quale partire. Buon cibo che favorisce la digestione e il sonno, che è importantissimo sempre e in particolar modo adesso, perché può essere disturbato dall’ansia
    e lo stress causati dalla situazione. Sempre per la medicina cinese tra l’altro, le ore tra le tre e le cinque della notte sono proprio quelle in cui l’energia del polmone è più forte.

    Il buon cibo è un inizio ma non è tutto, occorre anche sostenere il nostro spirito, che si nutre non di proteine e di vitamine, ma di qualità positive come il coraggio, l’amicizia, la generosità, la solidarietà, il perdono, l’umiltà e naturalmente ha bisogno di amore.
    Il corpo lo nutriamo con il cibo, l’anima la nutriamo attraverso la pratica di una vita vissuta nella verità del nostro cuore, sviluppando appunto tutte quelle qualità di cui ho fatto un breve elenco. Quindi lasciamo fuori dalla porta della nostra vita tutto ciò che si porta dietro una scia di paura, di ansia e di menzogna!

    Voglio concludere regalandovi una ricetta, guarda caso di colore bianco! L’ho scoperta pochi mesi fa e da allora la tengo come la mia coccola, per quelle sere in cui ho bisogno di rilassarmi e mettere a tacere il chiacchierio della mente, e direi che questo è proprio il tempo giusto per rimedi come questo.
    Si chiama Moon Milk, è una bevanda della medicina ayurvedica, a base di latte vaccino, burro chiarificato, spezie e con l’aggiunta di un’erba chiamata ashwagandha (il ginseng indiano).

    MOON MILK

    MOON MILK

    Scaldate una tazza di latte o latte vegetale (mandorle, avena, riso…) a fuoco basso.
    Nel frattempo in ogni tazza mescolate mezzo cucchiaino di cannella, mezzo di curcuma, un pizzico di noce moscata, un pizzico di pepe nero macinato, un cucchiaino di olio di cocco o ghee e un pizzico di ashwagandha (o altra erba a vostro piacimento). Quando il latte ha raggiunto la temperatura desiderata, versatelo nella tazza e mescolate lentamente per amalgamare bene tra loro tutti gli ingredienti.
    Lasciate in infusione per cinque minuti, dolcificate con miele se vi piace e sorseggiatelo lentamente.
    Con l’augurio di una vita felice.

  • Thoreau, ovvero un’alternativa a questo mondo

    Thoreau, ovvero un’alternativa a questo mondo

    Concerto campestre
    Sylvia Sleigh, Concerto campestre

    Il libro Walden, ovvero la vita nei boschi di Henry David Thoreau è il resoconto dell’avventura dell’autore statunitense, che dedicò due anni, due mesi e due giorni della propria vita, tra il 1845 e il 1847, alla ricerca di un rapporto intimo con la natura e insieme ritrovare se stesso in una società che non rappresentava ai suoi occhi i veri valori da seguire, ma solo l’utile mercantile.

    “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto.”
    (Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi)

    Dopo varie stesure, il libro venne pubblicato nel 1854 ed è ritenuto uno dei primi romanzi che parlano di ecologia, che ancora oggi ispira il pensiero ecologico contemporaneo.
    Il mondo sta andando alla deriva ambientale perché ci siamo affidati al progresso mercantile: questo sosteneva nel suo libro già 166 anni fa Henry David Thoreau come insegnamento della sua esperienza, esperienza che fece per allontanarsi da un tipo di sviluppo della società umana che non condivideva. Un insegnamento molto attuale ancora oggi; soprattutto oggi.
    Walden ebbe subito un grande successo, e fu riportato in auge dalla controcultura statunitense, in particolare dalla Beat Generation, che vide nell’esperienza di Thoreau e nella sua forte volontà di un ritorno alla natura un contrasto con la crescente modernizzazione delle metropoli americane.

    Per Thoreau la natura è fonte di benessere e soluzione esistenziale. La civilizzazione proveniente dall’Europa, quindi dall’Est, è meccanica, industriale, è quella del motore e dei progressi tecnologici: l’elettricità e la vasca da bagno, l’ascensore e le ferrovie, le costruzioni e la città… Tutti quanti aspirano a queste novità, eccetto Thoreau, che sa che rappresentano altrettante occasioni di allontanarsi dalla natura, di voltarle le spalle, di dimenticarla e di snaturarsi a vantaggio di un uomo che sarà presto definito monodimensionale. Per il pensatore statunitense bisogna invece volgere lo sguardo a Ovest, verso la saggezza empirica e ancestrale degli Indiani nativi che, inseguiti, perseguitati e sterminati dai bianchi venuti dall’Europa, si rifugiano sempre più verso l’Occidente prima dello sterminio definitivo.

    Venendo al mondo di oggi, o meglio, adattando la filosofia di vita del Walden di Thoreau alla realtà odierna, possiamo dire che anche nelle megalopoli, nelle città sovrappopolate, ricoperte di cemento e di asfalto, siamo creature della natura in relazione con il pianeta. E niente ci impedisce l’inverso dell’esodo rurale verso le città che ha avuto luogo negli ultimi 150 anni in tutto il mondo, non solo in quello occidentale: la vera rivoluzione sarebbe un esodo urbano in direzione della ruralità.

    Entro qualche decennio il 70% della popolazione mondiale vivrà in tremende Megalopoli, dice la Banca Mondiale. L’alternativa proposta da Thoreau è la capacità dell’umano di vivere in equilibrio con il mondo vegetale, minerale, animale. L’attualità del pensatore americano dell’800 è tutta qui: se i governi non fanno niente, sta a noi capire i confini, le leggi, i comportamenti, le libertà del quotidiano. Idee libere che portarono lo stesso Thoreau a invocare la «disobbedienza civile» verso le norme ingiuste: a ben vedere, è il principio che anima Greta Thunberg e i movimenti ambientalisti di tutto il mondo. Magari persino “discutendo” con i filosofi del passato o leggendo la Bhagavadgītā, come capitò a Thoreau nei 2 anni, 2 mesi e 2 giorni trascorsi a Walden Pond. Così non saremo mai soli, neppure nella buia silenziosa, foresta cosmica dell’Universo.

    Conficcate nella terra ci sono energie umane concentrate, continua a dirci Thoreau, che possono spronare l’uomo del presente a riprendere in mano la propria esistenza per re-imparare a vivere in maggiore sintonia con la natura cosmica che ci circonda.

  • Bio-agricoltura sui tetti di Parigi

    Bio-agricoltura sui tetti di Parigi

    Sui tetti di Parigi

    Il tetto del complesso espositivo Paris Expo Porte de Versailles diventerà un grande campo coltivabile di 14.000 metri quadrati, sul quale verranno fatte crescere 30 specie diverse di vegetali.

    Entro l’imminente estate Parigi avrà il più grande campo coltivato esistente sui tetti di una città: frutta, verdura e cereali saranno coltivati su un tetto di grande superficie, nell’ambito del più esteso progetto di coltivazione urbana mai concepito finora.
    La società Agripolis, fondata dall’imprenditore Pascal Hardy, ha infatti proposto di trasformare il tetto del complesso espositivo Paris Expo Porte de Versailles, nel sud-ovest della città, in un grande campo coltivabile di 14.000 metri quadrati sul quale verranno fatte crescere 30 specie diverse di vegetali, rispettando il ciclo delle stagioni. Questa produzione sarà cibo da distribuire a negozi e ristoranti della zona per ridurre al minimo la distanza percorsa e l’impronta di Co2 degli alimenti. E gli abitanti della zona avranno l’opportunità di avere dei piccoli appezzamenti da coltivare per proprio conto.

    «L’obiettivo è rendere l’azienda agricola un modello riconosciuto a livello globale per la produzione sostenibile – ha spiegato Hardy – Utilizzeremo prodotti di qualità, cresciuti con il ritmo dei cicli della natura, il tutto nel cuore di Parigi. Non useremo fertilizzanti né prodotti chimici e la fattoria diventerà un paradiso di biodiversità».
    Per farla funzionare basteranno 20 giardinieri, specializzati nelle coltivazioni verticali e addestrati ad utilizzare circuiti d’irrigazione chiusi, poiché molti prodotti saranno coltivati con sistemi aeroponici che non richiedono l’utilizzo di terra, ma fanno crescere le piante solo con acqua, luce e aria, riducendo il rischio di contaminazione dall’inquinamento urbano. Si stima di produrre, nella buona stagione, fino ad una tonnellata di frutta e verdura al giorno.

    L’azienda agricola avrà anche un ristorante bio e un bar capaci di accogliere 300 persone, e offrirà una serie di attività ed eventi collegate alla diffusione della conoscenza della agricoltura urbana.

    L’obiettivo è di convincere altre città a seguire l’esempio di Parigi, che si sta rivelando una delle città più dinamiche in questo campo. Pascal Hardy vede l’opportunità per altri Comuni di sfruttare tetti di strutture abbandonate: «Progettiamo sistemi modulari da adattarsi a molte situazioni diverse».
    E difatti l’azienda Agripolis conduce già altre più piccole coltivazioni sui tetti di Parigi e di altre città. La capitale francese è molto attiva nei progetti di recupero di spazi per orti e agricoltura urbana. Entro il 2020 progetta di rinverdire 100 ettari di territorio, trasformando edifici e strutture dismesse in campi coltivabili.
    A Barbès, sotto la linea di superficie del metrò, sarà realizzata una passeggiata agricola; la vecchia ferrovia a Porte de Clignancourt sarà trasformata in una eco-fattoria; in quello che era un garage condominiale abbandonato in Rue Raymond Queneau è stata aperta La Caverne, una fattoria sotterranea che produce funghi e vegetali da vendere nel quartiere.

    Esempi di riqualificazione urbana che si spera altre città possano seguire.
    Le piante, prima o poi, riconquistano sempre gli spazi che l’uomo abbandona: in fondo, si tratta solo di organizzare il ritorno del mondo vegetale in un modo più ordinato e più utile.

  • La difesa della prassi naturista di una spiaggia

    La difesa della prassi naturista di una spiaggia

    difesa della prassi naturista

    Progetto Racò del Conill Nudista è il nome di un gruppo di attivisti che cerca di organizzare la reazione naturista all’attuale declino dell’uso nudista in questa e molte altre spiagge spagnole, per gli effetti dell’invasione tessile e di altri fenomeni dannosi per il Naturismo. Si tratta di un’iniziativa che opera su vari fronti: quello istituzionale con le autorità locali, quello sui media e su Internet, sull’interscambio informativo con altri gruppi naturisti di altre zone, e azioni sulla spiaggia, come ad esempio la distribuzione di volantini informativi a naturisti e tessili.

    Quello che alla fine è diventato il PROGETTO NUDISTA di RACÓ DEL CONILL è iniziato nell’estate del 2016. La mobilitazione da allora è riuscita a raggiungere obiettivi parziali verso quell’obiettivo totale, che è il mantenimento della tradizione nudista del Racó. E’ un progetto volto alla difesa, attraverso la partecipazione pubblica, dei diritti e degli spazi di libertà raggiunti dallo stile di vita naturista e attualmente minacciati. L’ obiettivo è la continuità della tradizione nudista del Racò del Conill e la comunicazione sociale dei valori dell’idea naturista.

    Qui di seguito pubblichiamo alcune conclusioni, tradotte dallo spagnolo, a cui gli attivisti di questo gruppo sono arrivati dopo questi anni di attività e mobilitazione. Queste conclusioni si ricollegano anche alle domande che ci eravamo posti in un nostro precedente articolo, a proposito dell’oscuramento del nudo sui Social.

    Funziona tutto questo? Sicuramente sì, la chiave sarà verificare il suo grado di impatto, attraverso la capacità di modificare i comportamenti nocivi a un naturismo sano, rispettoso e rispettato. Abbiamo un messaggio che è una rivendicazione per tutti i naturisti, e nel nostro caso nel Racò abbiamo trovato e attuato forme e modi per esprimere questo. Perché funzioni, non si può agire solo personalmente.
    Vogliamo anche risvegliare le associazioni naturiste, cercando di argomentare perché a nostro giudizio foto e video senza consenso sono un potente fattore nemico del naturismo, che si aggiunge ad altri che ci hanno portato alla situazione attuale di regresso di presenze naturiste in spiagge storicamente tali.
    Situazione che possiamo e dobbiamo cambiare: al Racò stiamo facendo cose in questo senso, e stiamo avendo risultati. Idee brillanti, entusiasmo per metterle in moto: abbiamo bisogno di questo, su molte spiagge spagnole, nel modo meglio coordinato possibile, per porre fine a un problema che solo a noi naturisti interessa e colpisce, non i tessili, e che quindi solo noi naturisti possiamo affrontare e sistemare.
    I seguenti sei punti vogliono illustrare un fenomeno diffuso, che ha effetti devastanti per il nudismo in molte calette e spiagge. Sono il risultato dell’esperienza come attivisti naturisti su una particolare
    spiaggia, ma sono valide anche per molte altre spiagge, spagnole e non. L’azione intrapresa da questo Gruppo ha fatto in modo che, a partire da una mozione presentata al Comune di La Vila Joiosa nel 2017, venisse promulgata una normativa comunale attualmente più pro-nudista, presa poi come esempio da seguire anche da altre municipalità spagnole. Lo sviluppo di questa normativa ha portato all’installazione di un cartello nella spiaggia naturista del Racò, che si aggiunge a quella campagna educativa sopra menzionata, che aiuta a sradicare comportamenti incivili e garantire comfort e sicurezza, non solo per i naturisti di oggi, ma anche per naturisti del futuro, che avranno bisogno di spazi ottimali per rimanere legalmente spogliati in spiaggia, o poter fare in tutta tranquillità una prima esperienza naturista.

    Racó del Conill_La Villajoyosa,

    1) Le foto e i video senza consenso sono un fenomeno abbastanza recente: 20 anni fa non c’erano. Il fenomeno è in aumento, ed è collegato, ovviamente, all’invasione tessile, che porta più persone sulle spiagge di tradizione naturista, e quindi più smartphone e usi impropri. Il problema delle foto e dei video “piratati” senza consenso sulle spiagge di tradizione nudista, richiede, per risolverlo,
    approcci e trattamenti nuovi.

    2) Le foto e i video senza consenso sono illegali e minano la convivenza tra tessili e naturisti. Contravvengono anche a regole di base di cortesia, educazione o rispetto, a quel imprescindibile rispetto verso gli altri con cui si condivide uno spazio pubblico. Tuttavia, non possiamo parlare di malafede generalizzata: quasi tutti oggi portano uno smartphone o una macchina fotografica in tasca, è una caratteristica della nostra epoca, e certamente non si tornerà indietro.
    Ma quando un gruppo di ragazzi scende la scala che porta alla spiaggia del Racò filmando, o quando qualcuno si ferma sul promontorio tra le due calette per fare un video o una foto a 360 gradi dobbiamo valutare fino a che punto sono consapevoli di quello che stanno facendo. La nostra esperienza, dopo aver distribuito migliaia di volantini a favore del naturismo che si occupano anche di questo problema delle foto, è che quasi sempre, dopo aver spiegato loro il problema, chiedono scusa, non rendendosi conto in buona fede della faccenda, e rinunciano a fotografare e riprendere senza chiedere il consenso alle persone vicine. In pochissime occasioni oppongono “ragionamenti” contro. Il che ci indica una soluzione: un tono dialogante che argomenti le nostre lamentele, realizzato in modo diffuso per essere efficace.

    3) Le foto e i video senza consenso sono anti-naturisti, anche quelli fatti da naturisti per diffonderne lo stile di vita. In questi anni di attività sulla spiaggia, abbiamo scoperto molto presto quelli che chiamiamo “falsi tessili”: indossano il costume da bagno ma non sono tessili. Se non si denudano è per la pressione ambientale, per la nuova maggioranza tessile su una spiaggia che anni fa era chiaramente naturista (e ricordiamo a ogni naturista che la prima forma di resistenza è di spogliarsi, rimanere nudi per rivendicare il proprio diritto). Per questi “falsi tessili” la questione delle foto e poi un motivo in più per rimanere vestiti, poiché temono di essere filmati e fotografati nudi. In breve, le foto e i video senza consenso sono dissuasivi per togliersi il costume a chi è un nudista occasionale, e questo disagio, questa insicurezza fa aumentare senza dubbio il nefasto uso tessile, che sta minacciando la tradizione naturista di tante calette e spiagge. Far sì che le persone siano sicure per spogliarsi liberamente deve essere un compito di qualsiasi iniziativa attivista che intenda difendere il naturismo.

    4) Ma vietare le foto sarebbe un regresso delle libertà generali, e il naturismo è libertà. Non possiamo pretendere di ottenere diritti e spazi compromettendo i diritti di altri: l’attuazione dei valori naturisti deve rendere più libera l’intera comunità sociale entro la quale si vive. Si potrebbe pensare, quale meccanismo di difesa, di sopravvivenza, di far vietare le foto e video sulle spiagge di tradizione naturista: il nostro progetto però lo ha escluso fin da subito. Se sulle spiagge c’è gente che filma e fotografa nel modo giusto e rispettoso, senza contravvenire a basilari regole di convivenza civile, d’altra parte c’è gente che realizza quelle stesse cose in modo sconsiderato, aggressivo e fastidioso per gli altri: bisogna eliminare l’atto o bisogna eliminare i comportamenti incivili? L’atto di fotografare un posto bellissimo, di portarsi un ricordo di una giornata di spiaggia può facilmente essere fatto nel modo giusto (fotografie proprie ben inquadrate, consenso espresso, non realizzare panoramiche generali…), e non possiamo perdere questo diritto per colpa di chi non ne fa un uso corretto. Sarà quindi necessario informare ed educare chi ne ha bisogno su come farsi una foto senza disturbare né aggredire.

    5) La soluzione passa senza dubbio nell’organizzarsi tra naturisti, in gruppo, e tramite l’utilizzo di strumenti di comunicazione che veicolino in maniera appropriata i nostri reclami. Come nel caso delle nostre rivendicazioni per quanto riguarda l’unico uso giusto, in nudità, di una spiaggia di tradizione naturista. Le tensioni più grandi, occasione di litigi e conflitti, di solito si verificano sul tema delle foto. La forma è il contenuto del messaggio che vogliamo dare, il modo in cui viene trasmesso il messaggio condiziona in un grado altissimo il successo o il fallimento verso il nostro ricevente. Tra il gridare a squarciagola verso l’inappropriato fotografo e l’avvicinarsi con un volantino che spiega la problematica e suggerisce regole di comportamento fondamentali, la cosa più intelligente e più vantaggiosa per i nostri interessi è chiara. Abbiamo da reclamare, e comunicarlo correttamente è ciò che gli dà senso.
    Inoltre, la comunicazione deve essere massiccia. Dalla spiaggia del Racò del Conill migliaia di costumi da bagno e fotografi improvvisati passano ogni estate, quindi il messaggio deve essere rivolto a tutti, e continuo, ogni giorno. Ecco perché abbiamo bisogno di forme e strumenti organizzati, non improvvisati personalmente.

    6) La soluzione è informare, educare civicamente su contenuti e valori del naturismo, e sui suoi modi di comportamento. Significa intervenire ogni volta, personalmente o in gruppo, per informare che si sta facendo qualcosa di improprio e illegale. Non fare nulla significherebbe continuare a soffrire i disagi continui di quei comportamenti incivili che attentano contro diritti irrinunciabili, quali privacy e intimità personali. Vorrebbe dire che non stiamo assicurando le condizioni che consentano l’espansione del naturismo. In una cala come il Racò del Conill, la massiccia presenza di tessili provoca un fenomeno ovvio e in aumento ogni anno: la diminuzione di presenze naturiste, soprattutto da parte dei più timidi “falsi tessili” e potenziali futuri naturisti. E’ compito di ogni naturista difendere l’atmosfera di reciproco rispetto, volta a garantire la sicurezza di spogliarsi in tranquillità per godersi la bellezza del luogo.

  • Naturismo: utopia o realtà ?

    Naturismo: utopia o realtà ?

    Utopia naturista

    L’aspetto principale del Naturismo è il recupero della nudità naturale umana.
    “Naturale” perché oggi sono dilaganti forme e modi di nudità dalle quali il Naturismo si discosta nettamente e che decisamente riprova: si pensi alla pornografia e allo sfruttamento commerciale del corpo, soprattutto quello femminile.
    I tedeschi all’inizio del ‘900 chiamavano il Naturismo “Nacktkultur”, che significa allo stesso tempo civiltà e cultura della nudità. In seguito lo hanno ribattezzato con il termine “Freikorperkultur” (FKK), cultura del corpo libero, o meglio, liberato.

    Il Naturismo non è trasgressione, anzi, è un recupero dell’idea umanistica dell’essere umano al centro dell’Universo, in dialogo e comunione con esso nel suo intimo. Un’utopia?
    Il termine “utopia” è stato creato nel 1516 dal politico, filosofo e religioso inglese Tommaso Moro (Thomas More): nel suo libro con tale titolo, descriveva l’isola di Utopia, dove si viveva secondo leggi, usi e costumi in contrasto con quelle allora in uso nel mondo. E’ quindi utopia anche il Naturismo?
    Se osserviamo l’attuale modo di vivere, con città sovraffollate e invivibili, la natura violentata e in fase di avanzata distruzione, l’inquinamento di aria, acqua e terreni, un turismo di massa consumista e devastante per l’ambiente, la psicosi del vestire in modo esagerato e improprio, tutto sembra opporsi alla realizzazione degli ideali del Naturismo. Eppure…

    Eppure tutti questi elementi contrastanti che sembrano soffocare l’ideale naturista, si dissolvono di fronte all’esperienza che milioni di naturisti fanno. Chiunque abbia avuto intense esperienze naturiste sa che – anche senza rendersene conto in maniera razionale – vivere allo stato di nudità naturale significa porsi fuori dal tempo presente. Ogni buon naturista sa che anche la più piccola barriera tessile separa il nostro essere più profondo dalla sua totalità universale e naturale, impedisce l’immersione della nostra limitata realtà individuale in una cosmogonia universale e senza tempo.

    La caduta dell’ultimo lembo di stoffa ci libera da una separazione con l’universale atemporale che ci circonda e giace dentro di noi. E questa è una sensazione reale che, ripetiamo, milioni di naturisti sperimentano ogni giorno. Così come sono realtà le associazioni, i movimenti, le organizzazioni, gli strumenti di comunicazione (come Naturistitalia) che promuovono e diffondono l’idea naturista. Così come sono realtà tutti i luoghi, conquistati in lunghi anni di lavoro, dove si può praticare il Naturismo legalmente o liberamente. In Europa sono diversi milioni i naturisti praticanti.
    Nella stagione estiva, ogni giorno decine e decine di migliaia di presenze giornaliere si possono contare nei tanti Centri e luoghi naturisti dell’Europa mediterranea, quali Francia (compresa la Corsica, uno dei luoghi storici del Naturismo), Croazia, Spagna, a anche Grecia, per citare i principali. In Italia abbiamo meno opportunità rispetto a questi Paesi, ma ci sono, e più che in passato.

    Numeri che costituiscono una realtà concreta, ampia e consolidata, tanto da essere anche economicamente significativa, non solo per le strutture naturiste, ma per il turismo in genere, dato che i naturisti frequentano anche musei, ristoranti, utilizzano mezzi di trasporto, ecc.

    Un’altra realtà naturista è la sua etica, un’etica che viene vissuta nella pratica: fare naturismo, essere naturisti non vuol dire soltanto spogliarsi. Conta il perché, il come, il quando, il dove: si tratta di un modo di vivere che comporta conseguenze che vanno oltre una semplice abitudine di vita. E molti naturisti spesso si difendono da queste conseguenze nascondendosi, o non hanno la forza e la voglia di fronteggiarle.
    Questo spiega perché molti naturisti non dicono di esserlo a parenti, amici, colleghi; o perché spesso si incontrano più naturisti italiani all’estero che in patria. O addirittura coppie di naturisti che lo nascondono ai figli (ma in casa come fanno? Stanno vestiti? E in vacanza?), quando una delle basi del Naturismo è proprio il suo carattere familiare, di testimonianza e trasmissione di valori ai figli, che fin da bambini beneficiano immediatamente della naturale percezione di benessere che il Naturismo porta con sé.

    Il Naturismo fa emergere la sua etica morale dallo stesso fatto di vivere nudi insieme, a partire dal primo nucleo sociale in cui viviamo: la famiglia.
    Dalla pratica della nudità naturale sorge spontaneamente un comportamento etico, in primis verso la donna e il sesso. Il Naturismo eleva il corpo umano da mero oggetto di desiderio sessuale a qualcosa di più profondamente vissuto, interpretato in maniera più completa, in una comprensione più universale, certo senza negarne anche il valore sessuale.
    La divina bellezza del corpo umano nelle sua naturali fattezze, di qualsiasi sesso ed età, non cessa di affascinare anche se visto all’infinito e nelle sue infinite molteplicità, così come non ci stanchiamo mai di ammirare il volto delle persone a noi care.
    Nelle comunità naturiste interiormente vissute, cessano di esistere le età, e le differenze di sesso cessano di essere barriere: l’essere umano e la natura si fondono in una comunione universale senza tempo.
    E forse questo è l’aspetto più bello, appagante, rivelatore, della realtà naturista.