Dopo la storica sentenza della Corte di Cassazione num. 3557 del 2000, che sanciva la liceità del naturismo nei luoghi appositamente adibiti ad esso dalle amministrazioni locali, lo sviluppo delle spiagge legali naturiste in Italia è andato e sta andando avanti.
Nello stesso anno 2000 a Capocotta, località tra Ostia e Torvajanica (Roma), veniva riconosciuta legalmente la prima spiaggia naturista in Italia. Da allora altre se ne sono aggiunte, e oggi ci sono 24 spiagge naturiste legalmente autorizzate. A queste ci sentiamo di aggiungere in Calabria quella di Pizzo Greco, antistante all’omonimo villaggio naturista: non c’è una specifica delibera pubblica, ma da cinquant’anni il naturismo è praticato senza problemi, tanto da avere anche ospitato nel 2010 il Congresso Mondiale della Federazione Naturista Internazionale, con il sostegno e la presenza di autorità regionali e locali. Qui sotto elenchiamo queste 25 spiagge per regione, comune, sigla provincia, nome della spiaggia, in modo da dare un aiuto per la geo-localizzazione da nord a sud.
PIEMONTE
Varallo Sesia (VC), Frazione Balangera – Fiume Sesia
EMILIA-ROMAGNA
Corte Brugnatella (PC), Spiaggia del Secchiello – Fiume Trebbia
Comacchio (FE), Lido di Volano
Lido di Dante (RA), Spiaggia della Bassona
TOSCANA
Viareggio (LU), Parco di Migliarino – Spiaggia della Lecciona
Livorno, Località Calignaia – Spiaggia di Punta Combara
San Vincenzo (LI), Spiaggia Nido dell’Aquila
Sassoscritto (LI), Spiaggia Punta del Miglio
Isola d’Elba, Campo Nell’Elba (LI), Spiaggia delle Tombe
Isola d’Elba, Capoliveri (LI), Spiaggia di Acquarilli
LAZIO
Santa Marinella (ROMA), Spiaggia delle Sabbie Nere
Fiumicino (ROMA), Spiaggia di Focene
Lido di Ostia (ROMA), Spiaggia di Capocotta
ABRUZZO
Torino di Sangro (CH), Spiaggia Punta Le Morge
CAMPANIA
Marina di Camerota (SA), Spiaggia del Troncone
PUGLIA
Castellaneta Marina (TA), Spiaggia della Termitosa
detta anche Spiaggia Bosco della Marina
CALABRIA
Stignano (RC), Località Femmina Morta – Spiaggia di Stignano
Isola Capo Rizzuto (KR), Spiaggia di Pizzo Greco
SARDEGNA
Porto Ferro (SS), Spiaggia di Porto Ferro
Alghero (SS), Baia delle Ninfe
San Vero Milis (OR), Spiaggia di Is Benas
Arbus (SU), Spiaggia di Piscinas
Muravera (CA), Spiaggia di Fenaxi
SICILIA
Messina, Frazione Piano Torre – Spiaggia di San Saba (Capo Rasocolmo)
Gela (CL), Spiaggia di Bulala
Come si potrà notare, le spiagge legalmente riconosciute come naturiste sono presenti in 10 regioni su 20. Fanno rumore l’assenza della Liguria, del Veneto e della Lombardia con i suoi laghi.
Alcune delle spiagge sopra elencate hanno una lunga tradizione naturista di decenni, antecedente alla sentenza del 2000 della Corte di Cassazione, quali ad esempio la Spiaggia della Bassona a Lido di Dante in Emilia-Romagna, la Spiaggia Nido dell’Aquila a San Vincenzo in Toscana, la Spiaggia di Capocotta nel Lazio e, come detto, quella di Pizzo Greco in Calabria.
Altra faccenda poi sono le spiagge italiane non (ancora) riconosciute ufficialmente, ma di frequentazione naturista da lunghi anni: a queste dedicheremo un articolo a parte.
Sottolineiamo che, secondo la definizione della Federazione Mondiale INF-FNI redatta nel 1974, “il Naturismo è un modo di vivere in armonia con la natura caratterizzato dalla pratica della nudità in comune che ha lo scopo di favorire il rispetto di se stessi, degli altri e dell’ambiente circostante”. Non c’è spazio quindi per comportamenti e atteggiamenti che nulla hanno da spartire con il rispetto di sé stessi, degli altri e quello dell’ambiente circostante, e che nuociono alla comprensione e allo sviluppo di un naturismo sano, salutare, da praticare a qualsiasi età, da uno a novantanove anni.
Cinquant’anni fa, nel 1971, usciva il libro “Il cerchio da chiudere: la natura, l’uomo e la tecnologia” di Barry Commoner (1917-2012), biologo ed ecologo statunitense, professore universitario di fisiologia vegetale, uno dei primi studiosi ad applicare un approccio scientifico ai problemi ambientali. In questo libro, testo fondamentale della moderna ecologia, Commoner formulò quelle che da allora vengono chiamate “le quattro leggi fondamentali dell’ecologia”.
Prima legge: Ogni cosa è connessa con le altre
L’ambiente costituisce una macchina vivente, immensa ed estremamente complessa, che forma un sottile strato dinamico sulla superficie terrestre. Ogni specie vivente è collegata con molte altre. Questi legami stupiscono per la loro varietà e per le loro sottili interrelazioni.
Tutte le specie, animali e vegetali, sono in un rapporto di interdipendenza tra loro. Ciò che influenza un organismo vivente ha effetto a cascata su tutti gli altri esseri viventi. Ad esempio, senza la fotosintesi delle piante non disporremmo di ossigeno. E senza l’azione sinergica delle piante, degli animali e dei microorganismi che vivono nel laghi e nei fiumi non potremmo avere acqua pulita. L’uomo col suo inquinamento altera ogni giorno questo ciclo naturale degli eventi, sottoponendolo prima o poi a un carico eccessivo che lo fa collassare. È quanto sta accadendo ai nostri giorni.
Seconda legge: Ogni cosa deve finire da qualche parte
In ogni sistema naturale, ciò che viene eliminato da un organismo, come rifiuto, viene utilizzato da un altro.
Nei sistemi naturali nulla scompare, ogni sostanza si trasferisce da un luogo all’altro. In natura tutto si trasforma, non ci sono rifiuti. Ciò che viene scartato da alcuni diviene risorsa per altri: è il ciclo della vita. Si ha semplicemente un trasferimento della sostanza da un luogo all’altro, una variazione di forma molecolare che agisce sui processi vitali dell’organismo del quale viene a fare parte per un certo periodo di tempo. Questi cicli vitali permettono il recupero degli elementi chimici che circolano tra l’ambiente e gli organismi viventi. Ma da circa due secoli, con la rivoluzione industriale, si sono moltiplicate sostanze e prodotti. Di alcune sostanze al principio non conoscevamo tutti gli effetti, solo in seguito abbiamo scoperto che avevano gravi e incontrollate conseguenze per gli habitat e gli esseri viventi. Inoltre, l’enorme incremento dei rifiuti dell’attività industriale e commerciale umana, la corsa al consumo e allo scarto, rende sempre più difficile reinserire questi scarti nel ciclo della materia, nonostante tutti i progressi ottenuti negli ultimi anni dalla filiera del riciclaggio.
Terza legge: La natura sa meglio di chiunque come fare
Sono quasi sicuro che questo principio incontrerà notevole resistenza, poiché sembra contraddire la fede universale nella competenza assoluta del genere umano
Commoner introduceva la terza legge dell’ecologia, che invita esplicitamente l’uomo a non essere così pieno di sé, e a non usare la natura come se potesse renderla a suo indiscriminato servizio. Tutti i grandi cambiamenti apportati dall’uomo in un ambiente naturale rischiano di essere dannosi per il sistema stesso. E se la natura si ribella, l’uomo crolla.
L’aumento della popolazione mondiale a ritmi insostenibili – 80/100 milioni l’anno – e la crescita dei bisogni e, quindi, dei consumi dimostrano ampiamente l’equazione che venne presentata allora, che si può sintetizzare con la frase “l’impatto ambientale è la conseguenza del numero della popolazione, moltiplicato per la quantità di merci e servizi usati, e la tecnologia in uso.”
I= P x A x T
Dove I rappresenta la quantità di impatto ambientale (espresso in qualsiasi misura, ad esempio co2, piombo, particolato), P è il numero di persone, A è la quantità annua di merci e servizi per persona (ad esempio, numero di pasti, autovetture o cellulari) e T è la quantità di tecnologia inquinante per unità di merce (di qualsiasi genere).
I = P × A x T è la notazione matematica di una formula proposta per descrivere l’inquinamento umano sull’ambiente in funzione di tre fattori : popolazione (P), quantità di merci (A) e tecnologia (T).
Immaginiamo di semplificare una misura del degrado ambientale sotto forma della quantità I di agenti inquinanti, misurati come quantità fisica, per esempio tonnellate, milioni di tonnellate, immessi ogni anno nell’ambiente dalla popolazione del pianeta. Indichiamo con P la popolazione mondiale complessiva e con A la quantità di beni materiali usati da ciascun individuo, espressa, per semplicità, in tonnellate per individuo all’anno. Indichiamo, infine, con T una misura della qualità tecnica delle merci, espressa come kg di agenti inquinanti associati alla produzione e al consumo di un kg di beni materiali o merci. L’inquinamento totale risulta dal prodotto della popolazione per la quantità di merci usata da ciascun individuo, per la potenza inquinante di ciascun prodotto.
Nonostante l’apparente semplicità dell’impostazione, Commoner va a toccare alcuni problemi delicati dell’ecologia e dell’economia. La qualità delle merci e dei servizi non dipende dal valore monetario, ma da un indicatore T che comprende la quantità di risorse estratte dalla natura e la quantità di energia necessaria per produrre una unità di merce, indicatore che potremmo quindi chiamare “costo naturale” e “costo energetico” delle merci, e la quantità degli agenti inquinanti o una qualche misura dell’erosione ambientale associate alla produzione e al consumo di una unità di merce, una grandezza che potremmo chiamare “costo ambientale” di ciascuna merce.
Varrà così, indipendentemente dal suo valore monetario, di più una merce o un servizio quanto più basso è il suo costo naturale, energetico, ambientale, ovvero quanto più basso è il valore T, che dipende da scelte tecniche di progettazione, dai materiali più o meno riutilizzabili, più o meno inquinanti, dalla durata del manufatto.
Per abbassare il valore T, al fine di diminuire l’inquinamento globale I, occorre riesaminare ciascuna merce, o macchina, o oggetto, per vedere come è fatta, con quali materie, e dove va a finire, come si trasforma, come ritorna nell’ambiente. Non è un caso che sia stato un biologo, una persona abituata a trattare la circolazione della materia e dell’energia dalla natura, agli esseri viventi, e di nuovo alla natura, ad estenderne i principi alla circolazione della materia e dell’energia dalla natura alle merci, agli oggetti trasformati dalla tecnica, e poi di nuovo alla natura. Commoner spiega bene che una trasformazione della tecnica nella direzione di una diminuzione del costo naturale, energetico o ambientale delle merci è tutt’altro che indolore.
Quarta legge: Nulla è a costo zero
In ecologia, come in economia, non c’è guadagno che possa essere ottenuto senza un certo costo. Non si può evitare il pagamento di questo prezzo, lo si può solo rimandare nel tempo. Ogni cosa che l’uomo sottrae a questo sistema deve essere restituita. L’attuale crisi ambientale ci ammonisce che abbiamo rimandato troppo a lungo.
E il prezzo da pagare per la nostra insipienza sarà elevato, come dimostrano le crisi epocali che siamo chiamati ad affrontare oggi: migrazioni, impoverimento, riduzione delle terre coltivabili, cambiamenti climatici. A lungo i sistemi produttivi hanno pensato a produrre e basta, senza preoccuparsi delle conseguenze. Ora siamo costretti a fare i conti: il prezzo del nostro benessere è stato spesso costruito a scapito delle risorse naturali del Pianeta.
Con “Il cerchio da chiudere” Commoner ci ha chiaramente spiegato come la causa della crisi dei rapporti tra uomo e natura sia da ricercare nello sfruttamento di risorse naturali scarse, per produrre, con processi inquinanti, merci inquinanti. Mentre in natura i cicli biologici e la geochimica sono sempre in equilibrio e sempre si chiudono, a seguito di errate scelte tecnologiche umane i cicli naturali restano aperti, con l’impoverimento delle risorse, a partire dall’acqua, e la conseguente crisi ecologica ed economica del nostro pianeta.
Il Comune di Corte Brugnatella, in provincia di Piacenza, con una delibera ha riconosciuto legalmente la pratica naturista della spiaggia detta “Secchiello selvaggio” sul fiume Trebbia, da vent’anni già a frequentazione naturista. Essa diventa così la seconda spiaggia fluviale italiana, dopo quella piemontese di Varallo Sesia, nella quale è autorizzato ufficialmente il Naturismo. Il sindaco Marco Guarnieri ha detto che tale delibera ha riconosciuto lo stato di fatto, poiché l’area nei fatti era già naturista da lustri, grazie al presidio e al lavoro dell’associazione TrebbiaNat.
“I naturisti prendono casa qui in affitto ogni estate da anni, molti vivono stabilmente in paese, fanno la spesa nelle nostre botteghe. E la spiaggia naturista porta turismo ecologico”, ha aggiunto il sindaco di Corte Brugnatella. Da circa vent’anni, all’altezza del borgo di Brugnello c’è questa spiaggia naturista, solo che esisteva per tacito assenso e ora, invece, viene pienamente riconosciuta.
Non si tratta certo di un’area attrezzata, ma di una tipica spiaggia di fiume con ciottoli, ghiaia e rocce, in un tratto di torrente dall’acqua limpida, in cui viene meno qualsiasi barriera tra il naturista e la natura che lo circonda.
Il tutto avviene in serenità e nel rispetto dell’etica naturista, per trascorrere momenti di relax e di svago in cui il naturismo si integra perfettamente con l’ambiente circostante, nel massimo rispetto dell’ambiente, nel rispetto per il prossimo e per la natura che circonda il luogo. Chi la frequenta si impegna a non lasciare le proprie tracce, non gettando rifiuti o lasciando oggetti e cibo in giro, riportando a casa la propria spazzatura. Ognuno deve essere autonomo per acqua, cibo, bibite o altre bevande, volendo da condividere, e deve avere il proprio piatto, bicchiere, posate evitando il più possibile l’utilizzo della plastica monouso. La spiaggia va lasciata più pulita e in ordine di come la si è trovata. Sono a disposizione griglie o piastre per chi ha qualcosa da grigliare.
Vi si trovano anche un campo da pallavolo e uno da bocce, semplici ma efficienti. Essendo posta in uno dei meandri più suggestivi e selvaggi del Trebbia, si può anche passeggiare nei boschi di faggio e rovere che costeggiano il torrente e camminare per qualche chilometro in completa nudità. Si può anche discendere in canoa, noleggiandola in un vicino club canoista. Nei dintorni vi sono alberghi e campeggi per potervi soggiornare. Il luogo è un sito naturale che si cerca di proteggere dagli attacchi speculativi di privati volti alla costruzione di invasi per la produzione di energia idroelettrica.
In ultimo, ricordiamo il rispetto delle regole di distanziamento, per evitare il contagio a noi stessi e agli altri.
Per chi volesse conoscere la storia del Naturismo nella ex-Jugoslavia degli ultimi 50 anni, è disponibile in inglese su Amazon-Kindle un libro di Jerko Sladoljev, per decenni uno dei massimi responsabili di Koversada, uno dei primi e più grandi centri naturisti della ex-Jugoslavia, oggi Croazia. Ecco, qui di seguito, alcuni brani di questo libro.
“Le origini del naturismo jugoslavo possono essere fatte risalire al periodo tra le due guerre, quando la costa adriatica attirava piccoli gruppi di naturisti tedeschi e austriaci alla ricerca di una natura incontaminata e di luoghi di vacanza appartati.
Poi, negli anni ’50 il naturista originario di Monaco Rudolf Halbig visitò Koversada, una piccola isola a sud del villaggio di Orsera, all’epoca un sonnolento villaggio di 800 abitanti con un’economia basata sul vino, l’olio d’oliva e le nocciole. La cooperativa agricola locale aveva da parte sua deciso di diversificare la propria offerta turistica costruendo alcune modeste pensioncine. Rudolf Halbig creò un’agenzia di viaggi chiamata Miramare per portarvi i turisti. Già nell’aprile 1961 si era posto l’obiettivo di attirare 400 naturisti tedeschi all’anno per periodi di due settimane. All’inizio, Koversada era conosciuta solo come un’isola con luoghi ameni per nuotare, negli anni successivi venne costruito un piccolo campeggio. I progetto si sviluppò poi prepotentemente: in un ampio terreno di fronte all’isolotto sorsero bungalow, ristoranti e impianti sportivi. Altri insediamenti lungo la costa istriana seguirono rapidamente la strada di successo di Koversada.
Ho cominciato a lavorare a Koversada nel 1968, e negli anni ’70 la Jugoslavia conobbe il boom del naturismo: il complesso di Koversada, sulla costa istriana, attirava in quei tempi migliaia di turisti. Nell’agosto 1972, la Federazione naturista internazionale INF-FNI tenne il proprio 13mo congresso a Koversada, un complesso turistico della grandezza di una cittadina nei pressi di Parenzo, lungo la costa occidentale dell’Istria. Vi presero parte più di 250 giornalisti, per raccontare il primo incontro del genere in un paese comunista. Circa 400 persone presero parte alla plenaria di apertura, dove venne issata la bandiera dell’ INF- FNI al ritmo dell’inno nazionale jugoslavo Hej Sloveni. Nei sette giorni successivi, i delegati discussero dei più diversi argomenti come i legami tra i gruppi nudisti in altri paesi comunisti o il pericolo che le riviste pornografiche rappresentavano per il movimento.
Il turismo nudista è stato uno dei tanti aspetti che hanno differenziato il comunismo jugoslavo dal modello proposto dal blocco sovietico. Durante gli anni ’70 e ’80, la Jugoslavia è stata una delle più importanti destinazioni per nudisti al mondo. Koversada, che all’epoca di maggior afflusso ospitava fino a 10.000 persone a stagione, era solo una parte di un arcipelago di località jugoslave che attirava circa un milione di naturisti ogni anno.Visitatori che portavano enormi benefici: il valore di eventi come il Congresso INF-FNI per il turismo jugoslavo e l’immagine del paese era incalcolabile: raggiungere un pubblico così vasto ci sarebbe altrimenti costato una fortuna.
Ma il naturismo è stato anche – durante la guerra fredda – un esempio di soft power. La Jugoslavia, che faceva parte del Movimento dei Non Allineati, trasmetteva infatti all’Europa occidentale l’immagine di un paese libero e tollerante, privo del puritanesimo dei suoi vicini del blocco sovietico. Era anche un modo per mostrare ai propri cittadini che vivevano in un sistema senza restrizioni e in un paese in cui gli stranieri erano i benvenuti. I giornalisti stranieri parlavano della Jugoslavia come di un paradiso naturista. “Non appena si scende dalla barca, si è circondati da una natura meravigliosa in ogni angolo”, scrisse Armin Ganser del settimanale tedesco Die Zeit nel marzo 1972.
Nel 1978, l’allora Jugoslavia ospitava allora 25 spiagge per nudisti nei resort ufficiali, 34 spiagge autorizzate per nudisti fuori dai villaggi e 60 spiagge “selvagge” per nudisti che, sebbene non regolamentate, erano ben tollerate dalle autorità. A causa del divieto di praticare nudismo in Italia, Koversada divenne una delle principali mete anche di italiani. Uno dei paradossi più inaspettati della Guerra Fredda fu che i dissidenti naturisti italiani vennero a godere della libertà nella Jugoslavia comunista. Uno di loro mi disse: “Ciò che conta non è quello che indossi, ma come sei. La mia esperienza mi ha insegnato che il 90% dei naturisti segue di più la morale dei non naturisti”.
Secondo il rapporto del 1978, l’85% dei turisti FKK era costituito da famiglie con bambini. Tuttavia, i campeggi naturisti differivano dai siti tessili per una regola: gli uomini potevano entrare in un campo naturista solo con una donna, mentre le donne potevano entrare da sole o in gruppo.
Il naturismo suscitò ben poche polemiche in Jugoslavia, dove era percepito come una logica estensione dell’industria turistica.All’inizio la gente non voleva mandare i propri figli a lavorare in un resort naturista. Ma quando emerse che si trattava di un lavoro di tutto rispetto, è stato accettato come normale e la gente del posto è stata coinvolta sempre più, anche perché il resort garantiva buone opportunità per vendere i loro prodotti o l’artigianato.
Negli anni ’80, i club naturisti jugoslavi contavano circa 50.000 membri, di cui almeno 30.000 erano sloveni. Gli sloveni sono sempre stati i più progressisti tra gli ex-jugoslavi. Sono geograficamente i più vicini all’Occidente. Gli sloveni costituivano un quinto dei visitatori estivi a Koversada durante il periodo comunista. Oggi costituiscono il 15-18% della clientela.
Tre decenni dopo la scomparsa del comunismo jugoslavo, il naturismo rimane un segno distintivo del turismo adriatico. Tuttavia, la domanda di campeggi specializzati non è più la stessa. Fare il bagno e prendere il sole nudi è pratica molto più comune tra i turisti attuali e, a condizione che si sia discreti, il nudismo può essere praticato anche al di fuori delle aree designate. Vi sono ancora spiagge per nudisti in Croazia, con le lettere FKK dipinte sugli scogli lungo la costa. Ma ai nostri giorni i campeggi naturisti, pietra miliare del turismo nazionale da quasi 60 anni, vengono gradualmente trasformati in “glamping” o parchi avventura per famiglie in cui i nudisti sono confinati in un’area isolata. Koversada esiste ancora oggi, ma i suoi giorni sono contati: l’attuale proprietario, il gigante del turismo locale Maistra, ha annunciato la trasformazione del sito in un più generale resort per famiglie.
Il numero di naturisti non sta diminuendo, è solo che i campeggiatori naturisti non spendono tanti soldi quanto i campeggiatori tessili. La stagione del campeggio è breve, anche in un paese mediterraneo come la Croazia. L’unico modo per i proprietari di aumentare i profitti è attrarre i turisti che spendono di più ed i novizi. Oggi la tendenza globale è quella di inserire quante più novità possibili: case sugli alberi, appartamenti sott’acqua o che ruotano a seconda del sole.
I campeggiatori naturisti sono più fedeli dei glampers. I naturisti hanno spesso un campeggio preferito in cui ritornano regolarmente. Per molte persone, naturisti compresi, campeggiare significa avere sempre qualcosa da fare: lavare i piatti, controllare i tiranti, pulire la canoa… Oggi, con il glamping, abbiamo appartamenti modernissimi, perfettamente attrezzati, non serve alcuna attrezzatura da campeggio. Si può arrivare in Croazia in aereo con nient’altro che una valigia.
Ma nel contesto post-Covid19, molti credono che saranno i fedeli campeggiatori dell’Europa centrale a guidare la rinascita dei campeggi naturisti in Istria, piuttosto che il jet-set in cerca di esotismo proveniente da paesi più lontani. L’idea del campeggio come stile di vita nella natura e all’aria aperta non scomparirà presto.”
Si parla molto di Transizione e Rivoluzione Green, ma c’è ancora molta distanza tra parole, proclami e consapevolezza, misure, azioni concrete. Recentemente il “Centro Futuro Sostenibile” di Roma ha redatto un documento per tracciare il quadro della situazione attuale e delle azioni necessarie. Ne pubblichiamo una sintesi, con ampi stralci diretti.
Gli impegni di cambiamento a fronte dei mutamenti climatici comportano indispensabili e radicali trasformazioni. Anche in Italia. Accanto al dovere dei decisori pubblici e dei governanti, è interesse della società e di ciascun cittadino, delle imprese e dei titolari di competenze professionali e tecnico-scientifiche concorrere ad orientare e sostenere le enormi e complesse scelte che derivano da questi nuovi impegni. Dopo decenni di attendismo e misure parziali, si sta assistendo a un’accelerazione per una decarbonizzazione delle attività umane. I criteri ESG (Environment, Social, Governance) guideranno le imprese in modo rilevante, sia per l’accesso ai mercati e alla finanza che per la partecipazione alle strategie e ai finanziamenti pubblici: processi che non potranno avvenire con dichiarazioni generiche, e tanto meno ricorrendo a comunicazioni ingannatorie, di cosiddetto “greenwashing”. A livello politico, pubblico, come si governerà questa inevitabile transizione? Poiché non sarà a saldo zero, chi ne pagherà i conti? Quanti posti di lavoro si perderanno e quanti si creeranno? Quale crescita formativa si darà ai giovani, e a chi dovrà affrontare nuovi mestieri?
La situazione attuale Quindici anni fa, con il documentario An Inconvenient Truth (Una scomoda verità), l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore divulgò a livello mondiale il problema dei cambiamenti climatici, ottenendo per questo il Premio Nobel per la Pace. Da allora, si è passati dal riconoscimento retorico del problema, alla sottoscrizione del nuovo Accordo di Parigi nel 2015 e a una recente, più decisa condivisione della necessità di agire con misure efficaci e stringenti entro due date, il 2030 e il 2050. Obiettivo: contenere sotto i 2 gradi la crescita della temperatura globale alla fine di questo secolo -il traguardo assunto dai membri del G7 e di tenerlo a un grado e mezzo – in modo da scongiurare effetti dirompenti, con le loro irreversibili conseguenze, ormai identificati e condivisi dalla comunità scientifica internazionale, tra i quali scioglimento dei ghiacci, innalzamento dei livelli dei mari, crescita della desertificazione, perdita della biodiversità, fenomeni meteorologici estremi. Questo ha portato a nuove più forti prese di posizione da parte dei governi.
L’Amministrazione Biden ha lanciato la Global Climate Ambition Initiative, stabilendo di finanziare la Net-Zero Transition e l’adattamento ai cambiamenti climatici con investimenti massicci. Il 20 maggio scorso ha firmato un Executive Order sui rischi finanziari Climate-Related rivolto a tutte le Agenzie Federali. L’UE ha posto l’European Green Deal al centro della strategia per la trasformazione economica e sociale dell’Unione, per gli investimenti e il recupero e rilancio nel post-pandemia. E il Presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato, nel mezzo della pandemia COVID-19, che “l’umanità dovrebbe lanciare una rivoluzione verde”.
Anche in Italia, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha dichiarato che occorre “una rivoluzione Verde”, in occasione del dibattito parlamentare al termine del quale ha ottenuto la fiducia dal Parlamento italiano. Questo porterà a inedite azioni di investimenti pubblici sostenibili e per l’innovazione energetica. La prossima riunione della COP26, la Conferenza ONU 2021 sui Cambiamenti Climatici, si terrà a novembre in Glasgow, per cercare di registrare i recenti, nuovi impegni assunti da diverse Nazioni e dall’Unione Europea per verificare e rafforzare le Nationally Determined Contributions (NDCs), ovvero gli impegni presi a seguito dell’Accordo di Parigi. Oggi, la ‘scomoda verità’ sui cambiamenti climatici è ormai accettata da tutti gli organismi internazionali. Ma vi sono 7 punti conseguenti che vanno conosciuti e affrontati: sono questioni strategiche economiche, ecologiche, produttive, sociali.
1. DIVERSI IMPATTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI SONO IRREVERSIBILI.clicca per approfondire
Le emissioni di CO2 accumulate in atmosfera impiegheranno decenni, o secoli, per essere assorbite, anche nel caso di un impossibile blocco immediato e generalizzato delle emissioni attuali. E’ noto che le attuali responsabilità nelle emissioni globali sono molto diverse. E, infatti, i target dichiarati di riduzione delle emissioni sono diversificati per ciascuna Nazione. L’Amministrazione Biden parla di una riduzione del 52% rispetto ai livelli 2005 entro il 2030. L’Unione Europea, del 55% al 2030, ma rispetto ai livelli del 1990. La Cina, di fermare al 2030 la crescita delle proprie emissioni, con neutralità climatica al 2060.
Analisi recenti indicano che l’attuazione degli impegni oggi sottoscritti porterebbe a una crescita di oltre 3° della temperatura media della Terra a fine secolo. Il Rapporto Annuale dell’Organizzazione Metereologica Mondiale (WMO) prevede che il raggiungimento della crescita della temperatura media globale di 1,5° rispetto all’età pre-industriale è probabile in almeno uno dei prossimi 5 anni. Gli studi del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) indicano scenari che, nelle ipotesi più pessimistiche, potrebbero portare fino a 5° l’incremento medio delle temperature in Italia a fine secolo.
Le analisi dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, ONU) e dei maggiori centri di ricerca internazionali descrivono da anni l’irreversibilità di alcuni processi, pur in caso di graduali ridimensionamenti delle emissioni nei prossimi decenni: dalla riduzione dei ghiacci artici allo scongelamento del permafrost in vasti territori, specialmente nelle regioni siberiane; dalla sommersione di aree costiere, alla scomparsa di foreste primarie, alla perdita di aree coltivabili. Ciò impone comunque di investire risorse e realizzare specifici ed imponenti programmi per contrastare questi fenomeni già in corso.
2. GLI IMPEGNI DA REALIZZARE SONO URGENTI E COLOSSALI.clicca per approfondire
La dimensione della sfida che ha davanti l’umanità può essere letta efficacemente nel Rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), che descrive le decisioni e le implicazioni necessarie per raggiungere la neutralità climatica nel 2050. Questo Rapporto affronta in modo esplicito e sistematico cosa comporterà, concretamente, realizzare gli obiettivi dichiarati dalla comunità internazionale. Per il settore energetico, essendo responsabile dei 3/4 delle emissioni di “gas-serra”, portare le emissioni a zero nel 2050 “richiede nulla di meno che una completa trasformazione di come produciamo, trasportiamo e consumiamo energia”. Tra le necessità indicate: un accrescimento globale dell’efficienza energetica, con miglioramenti medi annuali dell’intensità energetica del 4% fino al 2030, ovvero il triplo della media degli ultimi due decenni. Oltre alla riduzione della CO2, bisognerà ridurre anche le emissioni di metano da combustibili fossili del 75% nei prossimi dieci anni. E ancora, si dovrà aggiungere ogni anno, in questo decennio già iniziato, 630 gigawatt (GW) di solare fotovoltaico e 390 GW di eolico, ovvero il quadruplo dei livelli record conseguiti nel 2020. E. nel quadro dell’elettrificazione sistematica e green, la vendita di veicoli elettrici dovrà passare dall’attuale 5% circa a più del 60% nel 2030.
Il Rapporto IEA esplicita il gigantesco impatto delle trasformazioni necessarie sulle politiche energetiche, prospettando al 2050 una domanda globale di energia dell’8% circa inferiore ad oggi, ma al servizio di un’economia più che raddoppiata, con due miliardi di persone in più sulla Terra, e basata sulle energie rinnovabili: 2/3 da vento, solare, bioenergia, energia geotermica e idro; il fotovoltaico dovrà crescere di 20 volte da oggi, l’eolico di 11 volte. Il declino dei combustibili fossili dovrà portare a un loro crollo, dai 4/5 dell’energia globale attuale, a 1/5. Nel 2050 l’elettricità dovrà assicurare quasi il 50% dei consumi energetici, con una crescita rispetto ad oggi di due volte e mezzo, per circa il 90% da fonti rinnovabili: il resto dal nucleare, previsto in espansione.
Il taglio delle emissioni per l’industria, i trasporti e le costruzioni sarà ancora più complesso, e richiederà trasformazioni sistematiche degli impianti industriali: ad esempio, nei trasporti dovranno terminare nel 2035 le vendite di automobili a combustione; biocarburanti e carburanti sintetici saranno necessari per l’aviazione; ammoniaca per le navi. Saranno regolate costruzioni chiavi in mano a emissioni zero, e drastiche trasformazioni per riscaldamento e climatizzazione domestici. Secondo il Rapporto IEA, la domanda di carbone dovrà ridursi del 90% dell’uso totale di energia al 2050; quella di gas del 55%; quella di petrolio del 75%. I punti di ricarica pubblica per veicoli elettrici dovranno passare, dal 2020 al 2030, da un milione a 40 milioni, con un investimento annuo di quasi 90 miliardi di dollari da qui al 2030.
La produzione di batterie per veicoli elettrici (EV) balzare dai 160 gigawatt-ora di oggi, a 6.600 nel 2030, ovvero aggiungere quasi 20 gigafactories all’anno per i prossimi dieci anni. E per puntare a un utilizzo diffuso dell’idrogeno dal 2030, sarà necessario – sempre a livello globale – accrescere i soli investimenti infrastrutturali annui dall’attuale miliardo di dollari a circa 40 miliardi nel 2030.
3. C’È CONSAPEVOLEZZA SCIENTIFICA, MA NON POLITICA ED ECONOMICA.clicca per approfondire
I dati sopra riassunti non provengono da fanatici ambientalisti ultrà, ma dalla più autorevole Agenzia internazionale in cui sono rappresentate anche Nazioni con radicati interessi nelle attuali politiche energetiche fossili. La politica ne è consapevole, a partire dall’Italia? No, se guardiamo i temi dominanti nel dibattito politico, e alla programmazione delle misure attuative necessarie. Secondo alcune reazioni, la Roadmap della IEA sarebbe irrealistica ed impraticabile e accrescerebbe la povertà nei Paesi meno sviluppati, quali ad esempio la Nigeria e l’Iraq.
Hanno espresso scetticismo alcuni Paesi in cui si estraggono combustibili fossili (Australia, Norvegia) o si consumano senza alternative prossime (Giappone), mentre altri sono rimasti in silenzio. Ma il confronto sulle dettagliate proposte IEA è aperto. Esse hanno avuto il grande merito di portare il confronto politico su dati e opzioni concrete su scenari presentati finora solo a parole, con i grandi obiettivi globali del dimezzamento delle emissioni al 2030, e di “emissioni zero” al 2050.
Ma anche il mondo economico è indietro nella consapevolezza dell’urgenza e programmazione delle azioni da intraprendere. Alla vigilia della pandemia COVID-19, nel settembre 2019, due autorevoli economisti quali Nicholas Stern (London School of Economics) e Andrew Oswald (Warwick University) hanno effettuato un’analisi sulle principali 9 riviste accademico-scientifiche in campo economico a livello internazionale, per verificare quanti articoli avessero dedicato alle gigantesche sfide – per la scienza economica, oltre che per l’economia reale – imposte dalla necessità di contrastare i cambiamenti climatici. Il risultato: su 77mila articoli censiti, solo 57 affrontano questo argomento essenziale per la sopravvivenza del genere umano, e assolutamente determinante per qualsiasi analisi economica di prospettiva. Una percentuale pari allo 0,00074%.
Esiste dunque un problema fondamentale di informazione, e di vera e propria alfabetizzazione. Occorrono un confronto incessante, uno scambio di informazioni profondo e dialettico a fronte di materie che richiedono competenze, capacità di analisi di trasformazioni sistemiche, disponibilità pragmatica all’ascolto, contributo alle politiche e alla regolazione, interazione e partnership tra pubblico e privati. Ma il cambiamento trasformativo diffuso, è comunque iniziato, e continuerà. Si tratterà di disporre, da oggi in poi, in ogni settore della vita associata, di nuove capacità di valutazione e interazione che permettano, a partire da governi, legislatori e organismi regolatori, di contribuire alle scelte largamente inedite e innovative che sono davanti a cittadini ed imprese.
4. LE DIVERGENZE POLITICHE GLOBALI RENDONO PIÙ DIFFICILI OBIETTIVI CONDIVISI.clicca per approfondire
Dopo il Protocollo di Kyoto, nell’evidente impasse per l’effettiva adozione di misure vincolanti per gli Stati in materia ambientale e climatica, c’è stato il passaggio per la comunità internazionale, con l’Accordo di Parigi 2015, a un meccanismo su base volontaria e condivisa di impegni per la riduzione delle emissioni, con maggiore flessibilità e misurazione della effettiva volontà e capacità attuativa da parte di ciascuna Nazione o gruppo di Nazioni.
Questo esige coordinamento e convergenza strategica da parte di tutti gli attori internazionali. La pandemia è sicuramente un efficace riferimento per far comprendere che soluzioni isolate non possono avere successo, a fronte di un maggiore problema globale. Si tratta di agire prima che sia troppo tardi, pur in assenza di una minaccia percepita da molti come immediata, e con la complessità strutturale di impatti pervasivi sull’economia reale, su gli squilibri e le diseguaglianze già esistenti, sull’organizzazione pubblica, gli stili di vita, il lavoro.
Se le politiche per il Clima sono molto difficili da mettere in campo in modo globale, ciò sta diventando ancora più difficile nella nuova situazione geostrategica e geopolitica. Dopo un quarto di secolo caratterizzato da aperture inedite, sotto l’insegna di una Globalizzazione che ha accomunato economie occidentali e grandi Paesi emergenti, gli scenari internazionali stanno cambiando rapidamente e profondamente. Si parla esplicitamente di una nuova Guerra Fredda, in particolare per la competizione strategica tra USA e Cina: in ogni caso, l’acquisita crescita di Pechino come protagonista globale sta portando a rapide correzioni di rotta da parte dei governi occidentali. La scelta è tra la collaborazione competitiva e una competizione conflittuale. Impossibile, peraltro, che decisioni vitali come la rivoluzione energetica avvengano al di fuori di tensioni politiche, a causa della naturale concorrenza tra diversi e divergenti interessi nazionali e geopolitici, pur nella prospettiva di comuni responsabilità.
Ci si misurerà dunque con aspetti politici ed etici dalle indubbie conseguenze: non solo per la considerazione dell’accumulo “storico” delle emissioni ma, ad esempio, a proposito delle diseguaglianze, che riguardano i rapporti esistenti tra le Nazioni, e tra ricchi e indigenti all’interno delle stesse. Poiché l’1% di super-ricchi è responsabile di una quota di almeno il 15% delle emissioni globali, a fronte del 50% della parte più povera della popolazione globale. Il rapporto ONU 2020 sull’Emission Gap osserva che l’obiettivo della temperatura terrestre verso +1,5° richiederà all’1% più ricco del Pianeta di tagliare la sua “impronta di carbonio” di almeno 30 volte.
Le asimmetrie tra le Nazioni saranno molto difficili da regolare, se pensiamo agli interessi di Paesi produttori di combustibili fossili, o a Paesi che hanno in corso nuove dinamiche di industrializzazione. O alla situazione africana, dove il 17% della popolazione mondiale produce il 3,5% delle emissioni di CO2 e dove, solo nella fascia subsahariana, si contano milioni di sfollati interni e profughi a causa di crisi ambientali, con le connesse, drammatiche implicazioni per la perdurante insicurezza alimentare. Qui la diffusa fragilità delle infrastrutture, e la necessità di investimenti enormi per la transizione energetica formano un mix difficilissimo. Le problematiche finanziarie con la crescita dei già ingenti debiti, esigeranno concertazioni e decisioni critiche.
In questo nuovo contesto internazionale, l’Unione Europea ha deciso di puntare su obiettivi ambiziosi, con l’obiettivo di zero emissioni nel 2050, attraverso un cammino fatto di impegnativi strumenti di regolazione e di investimenti importanti per accoppiare l’uscita dalla pandemia con politiche espansive legate alle transizioni Green e digitale, perché anche la digitalizzazione deve seguire parametri stringenti per le sue implicazioni climatiche, essendo altamente energivora (su tutti il mining per le criptovalute).
Queste scelte hanno anche considerevoli impatti burocratico-amministrativi. Si guardi al complicato provvedimento che ricade sotto il nome di Tassonomia UE (Taxonomy for sustainable activities), sistema di classificazione che definisce una lista di attività economiche sostenibili dal punto di vista ambientale. Esse dovrebbero avere anche un carattere competitivo, per lo sviluppo di nuovi comparti produttivi che certamente impatteranno in modo decisivo anche sull’Italia. In parte, per contribuire al calo globale delle emissioni (quelle UE sono l’8%, rispetto al totale mondiale; quelle italiane, circa l’1%). Oppure, si pensi alle implicazioni geopolitiche, e non solo industriali ed ambientali-climatiche, della proposta di ampliare il sistema degli ETS (Emission Trading Scheme) all’interno di una politica per tassare le importazioni da aree extra-UE che non rispondano a requisiti di carbon pricing, o a target delle emissioni (la Carbon adjustment border Tax).
Tutte queste politiche si misureranno con la competizione per rame, cobalto, manganese o le diverse terre rare necessarie per il funzionamento dei nuovi processi, in particolare per la realizzazione delle batterie e dei semiconduttori; ma anche per il controllo delle linee strategiche di collegamento e la logistica; per l’autosufficienza, o la cooperazione produttiva per la realizzazione di nuove industrie ed impianti. In un contesto in cui dove le emissioni saranno molto diversificate nel corso dei prossimi 30 anni, e saranno maggiori nei Paesi emergenti, come ha confermato una recente analisi dell’Fondo Monetario Internazionale.
5. METTERE D’ACCORDO RIVOLUZIONE E TRANSIZIONE.clicca per approfondire
L’età del petrolio ha accompagnato la crescita senza precedenti dell’umanità, dal reddito medio all’accesso a prestazioni sconosciute per le grandi masse popolari, alla durata media della vita. E’ stata una lunga rivoluzione, ma non è stata incruenta. Oggi abbiamo capito che questa dinamica va radicalmente invertita, se vogliamo che i complessi equilibri ecosistemici che regolano la vita sulla Terra non vengano spazzati via.
Dobbiamo governare la più difficile transizione di sempre. Il mese di maggio 2021, accanto alla presentazione del Rapporto IEA, ha registrato dei mutamenti accelerati, sorprendenti per molti. I due grandi gruppi petroliferi USA Exxon e Chevron – abituati a gestire cambiamenti nel corso di anni, o decenni – hanno subito incursioni molto rilevanti da parte dei loro azionisti: per Chevron, una risoluzione richiede di tagliare le emissioni di gas-serra nelle attività dell’azienda, appoggiata col 61% dei voti. Per Exxon, un fondo attivista detentore appena dello 0,02% delle azioni, ha fatto eleggere almeno due membri nel Consiglio di Sorveglianza. Negli stessi giorni, un Tribunale dell’Aja, a seguito di un’iniziativa legale intrapresa a difesa dell’ambiente e del Clima, ha ordinato al gruppo anglo-olandese Shell di abbattere le proprie emissioni del 45% entro il 2030, su base delle emissioni 2019. Si tratta di un precedente che sposta sul fronte del contenzioso legale e giudiziario la Transizione Verde e Climatica. Non è in effetti una novità. Già in un caso precedente la Corte Suprema dell’Aja aveva stabilito che le politiche del governo olandese erano insufficienti, minando i Diritti umani.
Anche il Consiglio di Stato in Francia e la Corte Costituzionale Federale in Germania si sono pronunciati su queste materie. In generale, sono stati censiti dal 1990 oltre 1.800 conflitti giuridici in 40 Paesi su casi legati al Clima, secondo un’analisi della London School of Economics. In Perù, ad esempio, un agricoltore ha portato davanti alla giustizia un grande gruppo energetico tedesco per gli effetti del riscaldamento globale su un ghiacciaio del suo Paese, e una ventina di Stati e città USA hanno aperto cause contro i giganti delle energie fossili per i danni alla salute locale. I Governi – anche il nostro in Italia – devono trasformare la modalità accessoria con cui ci si è occupati finora di Ambiente e Clima in una modalità centrale. Quelle che prima erano le condizioni dell’economia che hanno dominato la politica, in quanto orientavano il consenso, ora sono divenute trasversalmente le ragioni dell’Ambiente e del Clima. Chi non voglia accorgersene, potrà trovare un Tribunale, magari di livello sovranazionale, alla luce delle nuove obbligazioni assunte dagli Stati, a dettare un cambiamento cui si troverà impreparato.
Ecco perché è incoraggiante l’inserimento di tante misure per il Cambiamento Green nel PNRR post-COVID. Tuttavia, emerge che ci troviamo ancora nella fase della sottovalutazione. Per dare un’idea della differenza tra Rivoluzione e Transizione: entriamo nella stagione in cui si dovranno prendere centinaia di decisioni drastiche e iniziare complesse sperimentazioni, molte in cui soppesare il “male minore”, moltissime in cui si dovrà considerare l’impatto sociale ed umano delle decisioni, assieme a quello ambientale e climatico, e dunque adottare misure integrative e compensative.
Se il vertice UE di fine maggio si è bloccato, rispetto alla definizione degli impegni nazionali per centrare gli obiettivi climatici cui l’Unione Europea si è obbligata, è appunto perché si è entrati nel merito di decisioni che accompagneranno l’agire pubblico nei prossimi anni, e decenni: debbono pagare di più i Paesi con il PIL più alto, anche se hanno già iniziato a ridurre le emissioni, oppure quelli che inquinano di più – anche se hanno minori risorse? Un compromesso si troverà, certo; anche se non potrà essere basato su rinvii e finte soluzioni. E, al confine tra Polonia e Repubblica Ceca, si porrà lo stesso problema che sta affrontando Biden in queste settimane, in cui non si è opposto a tutte le decisioni dell’Amministrazione Trump relative a impianti in Dakota e Wyoming: che fare dell’espansione da un miliardo di dollari dell’impianto che utilizza lignite, scavata nella miniera di Turow, la cui attività carbonifera è stata estesa dal governo polacco al 2044? E ancora: cosa fare dei cospicui finanziamenti, e anche dei recovery funds, stanziati dai Paesi G7 per attività di produzione di energia e consumi legati ai combustibili fossili?
È un conflitto ambientale, politico, e anche economico-occupazionale. E ci indica sfide molto più grandi: come inserire nel sistema ETS (il mercato dei diritti di emissione), accanto ai settori dell’energia e a quelli industriali coinvolti, anche trasporti, rifiuti, agricoltura, costruzioni; e come far funzionare il sistema UE di scambio delle quote di emissione. Che impatterà certamente su importanti filiere produttive. E sul bilancio delle famiglie. Uno studio di Cambridge Econometrics stima che l’estensione del sistema di scambio di quote ad auto e abitazioni, porterebbe a raddoppiare il prezzo del gas domestico per le famiglie francesi al 2030, con una crescita del 188% per le abitazioni polacche riscaldate con il carbone. Ecco cosa vorrà dire governare la Transizione ecologica, energetica, climatica.
6.LE RISORSE ATTUALI PER LA RICERCA SCIENTIFICA SONO INSUFFICIENTI.clicca per approfondire
Siamo dunque molto indietro, come cultura e consapevolezza diffuse, strumenti decisionali, formazione di dirigenti pubblici, manager, quadri e figure operative, e nella disponibilità generale delle produzioni necessarie alla Rivoluzione Verde che costituisce un elemento qualificante anche della fiducia richiesta e ottenuta in Parlamento dal Premier Draghi.
Siamo indietro, ad esempio, nelle produzioni di pale eoliche offshore o batterie per auto elettriche, nella progettazione e sperimentazione, prima ancora che installazione, delle infrastrutture indispensabili. E’ legittimo attendersi che decisioni politiche e una nuova disponibilità di risorse per investimenti possano guidare un processo di straordinaria accelerazione, che coinvolga le filiere produttive interessate. In Italia, siamo consapevoli delle potenzialità e delle specifiche esigenze di comparti cruciali come quello agricolo e alimentare, o della moda? Oltre agli interventi strategici che riguarderanno i comparti energetici, la nostra manifattura, il settore farmaceutico, la chimica, l’edilizia e i lavori pubblici, e così via.
Recentemente il Presidente Biden ha affermato il 50% delle riduzioni delle emissioni verrà da innovazioni tecnologiche che ancora non conosciamo. E’ un concetto ardito, che ritroviamo peraltro nell’analisi Net Zero 2050 della IEA: “Gran parte delle riduzioni globali nelle emissioni di CO2 nel nostro cammino verso il 2030 risultano da tecnologie già disponibili oggi. Ma nel 2050, quasi metà delle riduzioni verranno da tecnologie che attualmente sono in fasi dimostrative o di prototipo”. Per ottenere simili risultati, possiamo e dobbiamo avere fiducia nella Scienza, come dimostra l’eccezionale rapidità – meno di un anno, rispetto a medie precedenti attorno a 5 anni – con cui sono stati resi disponibili vaccini efficaci contro il COVID-19, potenzialmente accessibili per l’intera umanità. Si tratta dunque di provocare e sostenere una svolta di carattere scientifico, di ricerca, sperimentazione e sviluppo di nuove soluzioni a fronte delle nuove, dirompenti esigenze globali.
Ma le risorse rese finora disponibili in ricerca&sviluppo sono insufficienti. Il fatto che una parte della ricerca avanzata nei maggiori Paesi avvenga in strutture militari, o legate alla sicurezza nazionale, non è incoraggiante. Tuttavia, esistono ampie capacità nei settori privati, oltre che nelle istituzioni di ricerca, per affrontare questa accelerazione. I decenni di attesa per la fusione nucleare, o alcune ipotesi di “geo-ingegneria climatica” somiglianti a riedizioni del “Dottor Stranamore” non debbono ingannarci. Lungo tutti i processi delle filiere che abbiamo incontrato, possono dispiegarsi anche in tempi rapidi delle svolte straordinarie, alcune delle quali vengono sperimentate già oggi. Ma occorrono molte più risorse pubbliche, anche su base multilaterale: e qui l’Unione Europea può fare senz’altro di più. Se gli USA hanno appena previsto un investimento di 180 miliardi di dollari in basic research per la crisi climatica, non dobbiamo dimenticare i dati riportati un anno fa dall’Economist: finora, il totale degli investimenti annui combinati in innovazione e tecnologie legate al Clima da parte di governi, venture capital e aziende energetiche europee è stato appena circa il doppio di quello di una sola grande azienda come Amazon.
7. CONSENSO, AGENDE POLITICHE, POSTI DI LAVORO.clicca per approfondire
È necessaria un’azione politica e culturale per affrontare le condizioni che consentano di impostare, governare e portare avanti la Rivoluzione Verde per il Clima non come impossibile imposizione dall’alto, ma con una convinta e diffusa condivisione e partecipazione delle cittadinanze di ciascun Paese. Non bisogna dimenticare, infatti, le esperienze negative nell’accoglienza popolare di misure pur parziali e limitate: dai pochi centesimi di euro in più imposti da Macron sui carburanti in Francia, che ha fatto da detonatore per la ribellione dei “Gilet Gialli”; alle controversie sull’introduzione di Carbon Tax in alcuni Stati canadesi, e a livello federale; oppure, al successo elettorale di Trump nel 2016 in diversi Stati a precedente maggioranza democratica, in virtù della polarizzazione pro o contro la chiusura di miniere e impianti a carbone.
Per stare in questo contesto, non è un caso se – dopo i risultati non sempre convincenti delle misure pro-green dell’Amministrazione Obama – lo stesso Biden abbia accompagnato la presentazione, lo scorso aprile al Congresso, del programma di rilancio post-pandemia con le parole “Troppo a lungo non abbiamo saputo usare la parola più importante, nell’affrontare la crisi climatica: lavoro, lavoro, lavoro”.
Se ascoltiamo qualunque dibattito su temi sociali, industriali, produttivi, anche se specificamente dedicato alle priorità per il lavoro, e alla difesa del lavoro, siamo molto lontani, salvo egregie eccezioni, dal cogliere le implicazioni legate alla ormai iniziata Transizione Verde. I rischi sono evidenti, e di impatto rapido, anche nel contesto delle criticità economiche provocate dalla pandemia: la chiusura o il ridimensionamento di filiere produttive ed energetiche carbon-intensive con conseguenti, significativi tassi disoccupazionali. E con l’incremento vertiginoso di automazione e ricorso all’Intelligenza Artificiale, a spese di lavori che non torneranno, nell’industria, negli uffici, nel commercio, nella logistica.
E le opportunità? Dipendono dalla serietà, rapidità, efficacia dei nostri interventi. Un’analisi IEA indica i benefici economici della crescita annua degli investimenti nel settore energetico in 5 trilions di dollari (cinquemila miliardi) all’anno in questo decennio, che porteranno una crescita aggiuntiva annua di 0,4 punti al PIL mondiale. Il saldo occupazionale sarà attivo nelle energie pulite, l’efficienza energetica, come pure per manifattura, ingegnerizzazione, costruzioni. Ovviamente, gli impatti saranno molto differenziati per Paese, a partire dai produttori di combustibili fossili. Ma, come abbiamo visto, nuove e rilevanti industrie nasceranno. Come pensare altrimenti, solo guardando all’obiettivo di produzione elettrica da rinnovabili nell’Unione Europea (oltre il 70% nel 2030) o, in Italia, di installare circa 70 Gigawatt da rinnovabili per la stessa scadenza?
Ci sono intere filiere da costruire, per scongiurare nuove dipendenze dall’estero.. E processi del tutto nuovi nelle filiere esistenti. Con attenzione assoluta al bilancio occupazionale, al sostegno ai lavoratori che escono, alla formazione permanente verso nuove attività lavorative e professioni necessarie. E’ evidente, ad esempio, l’arretratezza italiana nella filiera dell’idrogeno; e rilevante la serie di impegni, per oltre 3 miliardi di euro, contenuti nel PNRR approvato dal Parlamento e trasmesso dal Governo italiano a Bruxelles: produzione di idrogeno in aree industriali dismesse; utilizzo per decarbonizzare acciaierie e impianti ad alta intensità energetica; stazioni di ricarica per il trasporto stradale a lungo raggio, e per il trasporto ferroviario; attività di ricerca e sviluppo. Inoltre, si prevedono norme tecniche, norme di semplificazione e di incentivo fiscale, ed altre misure destinate a diffondere il consumo di idrogeno verde.
Si può apprezzare, in particolare, la necessità di produrre elettrolizzatori, indispensabili per questi processi, oltre che dell’adattamento di un vasto novero di impianti ed infrastrutture. Quali industrie nasceranno, quanti posti di lavoro verranno creati? Ci sono molti dubbi, e legittimi interrogativi, sulla fattibilità e l’efficienza di questi processi. E’ evidente che l’Italia non sarà pronta per il 2026, né sarà all’avanguardia nel 2030, ma avrà per quella data comunque sviluppato competenze, industrie, e posti di lavoro oggi inesistenti. Una delle maggiori difficoltà nel far transitare la preoccupazione generica sui Cambiamenti Climatici sul terreno di agenda pratica, ovvero ciò che le persone possano effettivamente fare, sta nella distanza tra la dimensione, la grandezza dei problemi, e l’impatto delle esperienze di singole situazioni rispetto a questa scala di problemi. Un riflesso di distanza, se non di impotenza, anima molti. Gesti di testimonianza e impegno significativo legati agli stili di vita sono ovviamente importanti. Ancora più importante, ai fini di una più larga condivisione, potrebbe essere definire e organizzare campagne di valore strategico, legate ad obiettivi rilevanti, e conseguibili con un impegno collettivo e corale. Non va ignorato che la complessità delle azioni e interazioni legate alla produzione di gas climalteranti non può portarci a ripercorrere lo straordinario, seppur limitato, successo nell’azione globale per limitare i gas (specialmente i CFC, Clorofluorocarburi) responsabili del depauperamento della fascia di Ozono stratosferico, dalla seconda metà degli anni ’80 in poi. Ma simili concertazioni dovrebbero riguardare, ad esempio, la crescita delle emissioni di metano, il secondo gas responsabile dell’effetto-serra. Le emissioni di tale gas, provenienti soprattutto da energie fossili, allevamenti e rifiuti, sono aumentate del 9% nel periodo tra il 2006 e il 2017. Si tratta di un gas che perdura meno della CO2, ma ha un assai più elevato potenziale di riscaldamento. L’UE ha ridotto le emissioni di metano, ma le informazioni disponibili – anche utilizzando l’osservazione satellitare – indicano che occorre agire a livello mondiale, per mettere in sicurezza molte decine di migliaia di pozzi estrattivi abbandonati in varie parti del mondo, per introdurre processi razionali virtuosi negli allevamenti di bestiame; oltre che per monitorare i “giganti addormentati del ciclo del Carbonio”, i depositi congelati di Metano nell’Oceano Artico, che si stanno risvegliando a causa dello scioglimento dei ghiacci e del permafrost. Un rapporto dell’ONU ha messo in rilievo che un taglio del 40% entro il 2030 delle emissioni di metano porterebbe un rapido beneficio, con riduzione già di 0,3° della temperatura media globale al 2040.
Quindi è importante definire e qualificare obiettivi raggiungibili, non solo con il traguardo delle generazioni future. Molte e sempre più persone apprezzano l’impegno per promuovere il “capitale naturale” e preservare la biodiversità come parte della transizione ecologica. E sono pronte a mobilitarsi per traguardi e obiettivi visibili e raggiungibili a difesa della vivibilità del nostro ambiente. Magari, proprio per questa attenzione alla dimensione ‘possibile’ dell’impegno comune, si arrestano intimiditi di fronte alla dimensione, che appare soverchiante, delle sfide globali. Un settore cruciale è certamente quello agricolo, insieme alla filiera agroalimentare, per il conteggio dell’assorbimento delle emissioni e una gestione innovativa ed efficiente delle attività e dei suoli, con una gestione avanzata e protettiva del ciclo degli alberi e delle foreste, e un maggiore e migliore utilizzo del legno per le costruzioni, o di fibre vegetali per il tessile. Cruciale sarà lo sviluppo di Distretti a zero emissioni, dai reflui sino all’utilizzo di biometano per la produzione di idrogeno, e alla produzione di grafene. La filiera agricola e agroalimentare sono importantissime per la nutrizione e la salute, per la tutela del territorio e del paesaggio, e per l’occupazione.
In conclusione, Il governo italiano ha cambiato denominazione al Ministero dell’Ambiente: nella nuova definizione di “Transizione Ecologica” si incontra il problema trattato in queste pagine. Nella lingua italiana, transizione è una parola scientifica che significa “passaggio tra due condizioni, due epoche, due modi di vita, due situazioni”. E’ l’atto di passare, con significati precisi nella fisica, la biochimica, la termodinamica, e nella musica. Si tratta di compiere un passaggio, molto complesso, ancora incerto per vari aspetti, dalle implicazioni gigantesche. Si tratta di capire se siamo ancora nel punto da cui si parte, o se davvero abbiamo iniziato il passaggio. Se saremo capaci di compiere in modo consapevole, responsabile, creativo, bene organizzato, il percorso verso la nuova condizione. Un percorso enormemente impegnativo, difficile, affascinante, necessario, che aprirà una nuova epoca, e comporterà un nuovo modo di vita.
È tempo di indicare tutte le decisioni. Di definire tutte le implicazioni per i settori produttivi. Di analizzare e presentare gli obiettivi di creazione dei posti di lavoro per gli anni a venire.
Finalmente dopo mesi si avvicina la possibilità di stare all’aperto senza particolari restrizioni. Il Naturismo potrebbe essere, per chi non l’ha provato ancora, un’ottima idea per vivere in modo nuovo, più completo e più profondo, la libertà riconquistata.
Secondo un sondaggio dell’aprile 2019 del portale Volare.com, quindi prima della pandemia Covid, cinque italiani su dieci ammettono di aver considerato almeno una volta l’esperienza naturista, magari poi non avendola concretizzata. Un’idea più diffusa tra gli uomini (60%) che tra le donne, che invece continuano a preferire il topless (73%) alla totale assenza di costume da bagno (37%).
E senza nascondersi: soltanto uno su quattro eviterebbe di parlarne, tenendo la scelta completamente segreta a familiari (57%) e colleghi (54%).
Che sia per ottenere un’abbronzatura completa e perfetta a fine estate (55%), per riconnettersi con la natura dopo un anno di lavoro (40%) o fare un’esperienza che permetta di uscire dalla propria zona di comfort (17%), la voglia di nudo-naturismo si sta diffondendo sempre di più.
Un altro sondaggio, questa volta dell’inizio estate 2020, ovvero alla fine della prima ondata della pandemia, aveva rilevato che circa il 36% degli intervistati aveva l’idea di provare questa esperienza nei prossimi anni. Lo stesso sondaggio ha confermato come in Italia sarebbero circa 500.000 le persone interessate al naturismo, come da anni si attesta da più fonti.
Ma dove vanno gli italiani per prendere il sole senza costume da bagno?
Secondo questo sondaggio, la Spagna risulta in testa alla classifica come meta prediletta per un’esperienza naturista per quasi la metà dei viaggiatori interpellati (46%), soprattutto Maiorca, Ibiza, Formentera e le Canarie. La Francia, che solo tre anni fa raccoglieva un quarto delle preferenze, nel 2019 scende al 18%, ulteriore conferma del fatto che altre destinazioni si stanno consolidando nelle preferenze dei naturisti italiani sulla scena europea. Tra queste c’è la Croazia, che conquista un italiano su tre e cresce di 10 punti percentuali rispetto a tre anni fa (dal 23% al 33%). L’Italia, anche se in leggero calo rispetto al 2016 (26%), riconferma invece la terza posizione con il 23% delle preferenze.
Purtroppo da noi non esiste ancora una legge nazionale che regolamenti e garantisca la pratica del Naturismo nei luoghi pubblici, benché siano oramai passati oltre 20 anni dalla presentazione del primo progetto di legge sull’argomento.
Ancora una volta ci piace ricordare che “Il Naturismo è un modo di vivere in armonia con la natura caratterizzato dalla pratica della nudità in comune che ha lo scopo di favorire il rispetto di se stessi, il rispetto degli altri e quello dell’ambiente.” A questa definizione, spesso si aggiunge che il Naturismo è un movimento familiare, sano, educativo, naturale.
Qui di seguito chi è interessato a fare una esperienza naturista può trovare informazioni utili per liberarsi dei propri vestiti in tutta tranquillità e sicurezza durante le vacanze, e vivere la natura circostante al 100%:
Il 24 novembre 2020 la Fenait, le sue federate e altre realtà che rappresentano il Naturismo italiano, ha inviato a tutti i parlamentari italiani una lettera-petizione per il riconoscimento legale del Naturismo in Italia, con la quale si possa prendere atto che il Naturismo non è un vezzo o una bizzarra tendenza di pochi ma un movimento sano, consistente e praticato da molti più individui di quanto si pensi, appena costoro hanno a disposizione un luogo sicuro e accogliente dove poterlo praticare in pieno riconoscimento e sicurezza.
Con questa lettera si chiede al Parlamento di avviare l’iter legislativo per la discussione e l’approvazione di una legge per la tutela del naturismo e per la valorizzazione del turismo naturista. Una legge che spazzi via ogni pregiudizio su una pratica salutare, benefica e dai molti aspetti positivi. Lo chiediamo per poterci finalmente porre allo stesso livello di tanti Stati del Mondo in cui è pienamente riconosciuta e praticata e dove incentiva una non trascurabile fetta di turismo.
La necessità di una legislazione in materia è stata recentemente fatta emergere in occasione della risposta fornita dal Ministro di Grazia e Giustizia Alfonso Bonafede all’interrogazione a risposta scritta n. 4-07245 (già n. 3-01162) sul Naturismo, presentata alla Camera dei Deputati da parte dell’On. Stefania Ascari (M5S). Nella stessa, il Ministro ribadendo la liceità del Naturismo non ha potuto far altro che prendere atto che allo stato attuale non risulta una proposta di legge giacente in Parlamento e pertanto, implicitamente, ha manifestato la necessità che si provveda in tal senso.
L’iniziativa porta come prima firma quella della presidenza dell’International Naturist Federation. Riportiamo qui di seguito il testo della lettera inviata a tutti i parlamentari della Repubblica:
Oggetto: richiesta avvio iter parlamentare per Legge sul Naturismo.
Il Movimento Naturista italiano, rappresentato oggi da molteplici associazioni presenti sia a nazionale che regionale o locale, lamenta da anni l’assenza di chiarezza normativa in materia di Naturismo. In particolare, l’entrata in vigore del D.Lgs n.8/2016, ha depenalizzato, tra le altre cose, gli atti contrari alla pubblica decenza (art. 726 c.p.).
Per diversi anni l’art. 726 è stato utilizzato per sanzionare la pratica del Naturismo, ma la sentenza della Corte di Cassazione n.3557 del 2000 afferma che il naturismo non sia assolutamente da considerare indecente, se praticato in luoghi adatti. Così il testo: “È evidente che non può considerarsi indecente, ad esempio, la nudità integrale di un modello o di un artista in un’opera teatrale o cinematografica, ovvero in un contesto scientifico o didattico, o anche di un naturista in una spiaggia riservata ai nudisti o da essi solitamente frequentata, mentre invece suscita certamente disagio, fastidio, riprovazione chi fa mostra di sé, ivi compresi gli organi genitali, in un tram, in strada, in un locale pubblico, o anche in una spiaggia frequentata da persone normalmente abbigliate.”
Dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 8/2016, ci risulta siano state elevate oltre 50 sanzioni a ignari turisti che si trovavano a prendere il sole nudi in luoghi solitamente frequentati da naturisti. Alcuni di questi sanzionati sono cittadini di altri paesi dell’Unione Europea, in particolare Germania, nazione dove la pratica Naturista è particolarmente diffusa, anche all’interno di parchi urbani.
Alcuni dei naturisti sanzionati hanno opposto ricorso dapprima dinanzi alle Prefetture e successivamente dinanzi ai Giudici di Pace. Ad oggi ci risulta che il solo Giudice di Pace di Cecina abbia accolto il ricorso annullando la sanzione a carico dei due sanzionati a Marina di Bibbona, non riconoscendo però le spese di assistenza legale, spese che nella fattispecie sono state sostenute dall’Associazione Naturista Italiana.
La depenalizzazione degli atti contrari alla pubblica decenza con trasformazione in illecito amministrativo, apparentemente un passo avanti per il naturismo, si è di fatto trasformato in un boomerang con maggiori pregiudizi in capo ai naturisti. Prima infatti gli atti contrari alla pubblica decenza erano un reato contravvenzionale, punito con l’ammenda. Questo significa che, ricevuta la notizia di reato, il Pubblico Ministero spesso, se il fatto avveniva in una zona pacificamente dedita a naturismo, pur non regolamentato, richiedeva al Giudice l’archiviazione. Ora, con la trasformazione in illecito amministrativo, che scatta automaticamente, oltre ad aver considerevolmente alzato la pena pecuniaria, ha reso più difficile, per chi colpito dalla sanzione, opporvisi, se non con costi quasi simili alla sanzione stessa per vie delle spese legali da sostenere, tramutando in questo modo la depenalizzazione in una beffa.
Lo stesso Ministro di Grazia e Giustizia, nella sua risposta del 26 ottobre 2020 all’interrogazione della Deputata Ascari, ha, tra le altre cose, lamentato l’assenza di una legge italiana in materia di Naturismo.
Il naturismo è un movimento nato in opposizione al degrado della vita urbana, che persegue pratiche di vita all’aria aperta e, nel rispetto della persona, della natura e dell’ambiente circostante, utilizza il nudismo come forma di sviluppo della salute fisica e mentale, in armonia con la natura. Nell’allegato dossier si possono leggere i numeri che muovono il Naturismo in Italia, in Europa e nel Mondo. Si riporta inoltre la lettura aggiornata della situazione normativa realizzata da alcune regioni e qualche comune che ha intravisto nel Naturismo un importante segmento di sviluppo turistico.
Con la presente, le sotto elencate associazioni e federazioni, in rappresentanza dell’intero Movimento Naturista chiedono ai Parlamentari Italiani di farsi promotori, in tempi celeri, di una proposta di legge che riconosca il Diritto per i Cittadini a praticare in Italia il Naturismo, che affermi che l’art.726 del C.P. non si applica al Naturismo, che metta in moto una serie di iniziative regionali e locali affinché il Naturismo diventi un volano di rilancio post pandemia del sistema turistico italiano. I firmatari si rendono disponibili sin da ora a partecipare ad eventuali tavoli di confronto e di lavoro al fine di confezionare in tempi celeri una legge italiana sul Naturismo.
Firmato Sieglinde Ivo – Presidente – International Naturist Federation Maria Adelaide Fornaca – Presidente Federazione Naturista Italiana Giampietro Tentori – Presidente Associazione Naturista Italiana Giovanni Pasquale Marcacci – Presidente Associazione Naturista Emiliano Romagnola Daniele Bertapelle – Presidente 3VeNat Gabriella Carrera – Presidente Associazione Naturista Abruzzese Ermini Giuseppe – Presidente Associazione Naturista Alto Adige Andrea Turco – Presidente Associazione Naturista Umanista Liburnia Francesco De Gennaro – Presidente Associazione Naturisti Italiani Michele Angelo Todisco – Presidente Associazione Naturista Pugliese Fabio Commini – Unione Naturisti Ambiente Italia Giuseppe Ligios – Presidente Sardegna Naturista Renato Ardigò – Presidente Associazione Naturista Ecologista Italiana
Paola Ghislieri è figlia di un proprietario di un’azienda agricola in Puglia. Assistendo alla disperazione del padre per la Xylella che ha colpito i suoi ulivi, ha deciso di realizzare questo reportage, per documentare com’era la Puglia e come sta diventando ora con questo flagello che distrugge ulivi centenari. Con piccoli segni di speranza da parte degli addetti ai lavori, per un nuovo tipo di olivicoltura. Ma il paesaggio della Puglia, in particolare del Salento, non avrà più il fascino dei suoi olivi centenari.
È il suo primo documentario, ma Paola ha una grande esperienza nel video-making, maturata a Londra in una casa di produzione e alla Walt Disney. “Xylella Fastidiosa, l’apocalisse del Salento” ha vinto il primo premio per il “Best Ecological Film” del Silk Road Festival di Cannes ed è stato selezionato per il Golden Short Film Festival di Roma.
Sul problema della sostenibilità dell’attività antropica, tempo fa la giornalista Patrice Poinsette rivolgeva alcune domande al professore Adriano Fabris, docente di Filosofia Morale all’Università di Pisa.
Nella prima domanda posta al professore si chiedeva se fosse d’accordo sul fatto che avendo l’umanità alterato e manipolato a piacimento le leggi della natura, credendosi al di sopra di essa, adesso quella stessa natura sembra presentarci il conto. Ne è un esempio la diffusione planetaria del Coronavirus che ha dimostrato, invece, che noi siamo parte della natura, e che la natura è più potente di noi.
Risponde il Fabris:
Si è diffusa un’idea sbagliata. Si ritiene, grazie alle tecnologie, di poter manipolare i processi naturali a nostro uso e consumo e di controllarne gli effetti. Ma non è vero. La manipolazione produce effetti collaterali devastanti, come mostrano le emergenze ecologiche. Un controllo pieno della natura non ci potrà mai essere: vi sono eventi inaspettati, come quello relativi alla pandemia, appunto.
La domanda successiva riguardava il nostro rapporto con la natura, che andrebbe ripensato per una “pacifica convivenza”, anche facendoci aiutare dalla lezione dei filosofi.
Possiamo farlo abbandonando l’idea di avere potere su ogni cosa. Possiamo farlo rendendoci conto che siamo essere finiti, limitati. E che quindi dobbiamo interagire con i processi naturali, non semplicemente agire su di essi. E’ ciò che la filosofia ci insegna fin dal mondo antico: il fatto che siamo parte della natura, non creatori di essa.
Un’altra domanda interessante si incentrava su che cosa fosse cambiato tra l’uomo-natura per gli antichi e l’uomo-natura per i moderni.
È cambiato moltissimo. Nell’antichità l’essere umano era considerato una componente del cosmo e in esso doveva inserirsi al meglio. Nel mondo moderno il cosmo diventa un oggetto da conoscere e trasformare. L’essere umano se ne sente espulso e perde il suo equilibrio.
Un altro problema è la salute: che cosa s’intendeva per “salute” in passato e che cosa intendiamo noi oggi per “salute”?
Nel passato la salute era appunto questo equilibro tra le varie parti dell’essere umano: fisiche e psichiche. Oggi rischiamo di considerare la salute solo con il ripristino della piena funzionalità di un singolo organo, senza considerare la totalità dell’organismo, come recita la teoria olistica.
In relazione ai due grandi spettri del nostro tempo, epidemia e cambiamento climatico, che sembra unire uomini e società, va individuata una differenza?
La prima paura riguarda qualcosa che colpisce direttamente la nostra salute. La seconda paura concerne i processi che hanno effetti meno immediati, e che per questo spesso ce ne scordiamo. Ma la portata delle trasformazioni climatiche è profonda e duratura. Per questo è necessario che le nostre abitudini cambino davvero, e presto. Siamo capaci di farlo, e l’esperienza della pandemia ce lo dimostra.
Fin qui il professor Adriano Fabris, mentre il Wwf, per mezzo della sua Presidente Donatella Bianchi, si pone la domanda di come immaginiamo il mondo che verrà. Per questo motivo il Wwf ha lanciato la campagna “Il mondo che verrà”, invitando tutti ad esprimere la propria opinione, la propria visione, le proprie speranze con un messaggio, con una proposta da postare sul sito del Wwf:
Di fronte alla crisi è venuto il momento di scelte innovative per razionalizzare l’uso delle risorse naturali migliorando i meccanismi di produzione, che devono diventare sostenibili, e migliorando anche i modelli di consumo, che devono assolutamente essere responsabili. E’ venuto il momento di ridurre il debito naturale che continuiamo ad accumulare sulle spalle dei nostrifigli.
Da ciò se ne deduce, quindi, che occorrono delle linee guida che possano permettere una ricostruzione a partire dalla salute del pianeta e delle persone.
Così, come tutti insieme abbiamo affrontato la crisi sanitaria”, dice Donatella Bianchi, “che ha provocato e continua a provocare tanti lutti e tante difficoltà all’Italia e al mondo intero, ora tutti insieme abbiamo la necessità di costruire il mondo che verrà, ossia il mondo dopo il Covid-19.
E nel chiedere a tutti i cittadini di far sentire la propria voce, Donatella Bianchi prosegue:
Abbiamo dimostrato grande coraggio e altruismo in questa prova che ci ha impegnato in una lunga serie di sacrifici per tutelare la nostra salute. Ora è il momento di dimostrare altrettanto coraggio e determinazione nel costruire il nostro futuro e quello dei nostri figli. Sia per quanto riguarda l’economia che per i nostri modelli di produzione e consumo dobbiamo ascoltare la scienza. Quella stessa scienza a cui ci affidiamo per superare il Coronavirus, e che ci dice, da tempo,che scelte concrete e sostenibili per mettere al sicuro il nostro capitale naturale non sono rimandabili. Il mondo che verrà dipende da noi, perché noi siamo le scelte che facciamo.
In questi ultimi anni si sono diffusi due termini: Body Shaming e Body Positivity. Per body shaming, o derisione del corpo, si intende l’atto di deridere una persona per il suo aspetto fisico, perché considerato non aderente ai presunti canoni estetici della cultura e della società in cui la vittima vive. Questo canone estetico, spesso lontano dalle caratteristiche di un corpo umano comune, è posto come normale e necessario per considerare una persona degna di rispetto: il corpo della vittima è al contrario considerato anormale, nonostante sia in genere più simile a quello della maggioranza della popolazione rispetto al modello estetico, e la vittima colpevolizzata e indotta alla vergogna: tale vergogna riduce l’autostima e può portare a malattie quali disturbi alimentari, ansia e depressione. Alcuni tipi di body shaming hanno origine antiche nella superstizione popolare, altri derivano da mode diffuse in tempi molto recenti. I canoni estetici cambiano da un luogo all’altro e con essi le forme di discriminazione. La derisione del corpo può colpire entrambi i sessi. Può essere aggravato dalla diffusione di non corretti modelli estetici nei mass media e nei social media e può sfociare in forme di bullismo e cyberbullismo .
Alla Body Shaming si contrappone la Body Positivity, ovvero un movimento di pensiero creato per rafforzare e mettere in luce come i corpi di uomini e donne possano avere più forme, più canoni estetici, tutti egualmente accettabili, da sé stessi in primis, e poi anche dagli altri. Tale movimento difende e sostiene l’accettazione di ogni tipo di corpo, al di là dell’età, del sesso, del peso, del colore della pelle, ecc. L’obiettivo è quello di evitare un radicamento di standard di bellezza irrealistici, dovuti anche a immagini alterate con strumenti elettronici quali Photoshop, e costruire una consapevolezza sociale dei nostri corpi reali, in modo da rafforzare una maggiore fiducia in sé stessi e negli altri, e dare dignità a ogni persona, di qualsiasi foggia possa essere.
Noi naturisti pratichiamo da sempre la Body Positivity, anzi, essa è da sempre uno dei fondamenti del Naturismo, per il rispetto di sé stessi e degli altri, di qualsiasi età e genere siano. Due recenti esempi spiegano il concetto di Body Positivity meglio di mille parole: il progetto fotografico “Spiaggia Viva” dell’A.n.ab (Associazione Naturista Abruzzese), progetto del quale ne avevamo già parlato qui su Naturistitalia; e il recente progetto fotografico di Tito Borsa “Nessuna Vergogna”, realizzato ritraendo corpi di modelle non aderenti ai canoni imposti dalla società, dalla moda o dalla pubblicità, e abolendo categoricamente l’uso di Photoshop.
Come dice l’autore, “hanno posato dalla ragazza che vuole fare la modella e viene scartata continuamente perché non ha il fisico ritenuto adatto, alle ragazze che hanno avuto problemi sociali per il proprio aspetto, a chi porta con fierezza vistose cicatrici, o anche chi semplicemente voleva posare nuda giusto per farlo, senza doversi preoccupare del giudizio degli altri. Hanno risposto all’appello persone bisessuali, tatuate, nere, bianche, etero, una grande varietà ma quasi tutte donne. Solo un ragazzo, che ha lavorato duramente perché non stava bene col corpo che aveva prima. Anche questa mi è sembrata body positivity. La cosa che mi piace trasmettere è che nel progetto non c’è alcun giudizio verso nessun tipo di corpo e che tutti possono sentirsi liberi di mostrarsi nudi, anche perché spesso è un atto terapeutico e liberatorio.”
A ogni foto è affiancato un testo di Andrea Chiara Daniso che riassume le motivazioni che hanno spinto la persona ritratta a partecipare al progetto.
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