Autore: Andrea Contini

  • Qual è la situazione dei circoli naturisti a Berlino?

    Qual è la situazione dei circoli naturisti a Berlino?

    di Margherita Seppi, Vice News (news.vice.com)
    Tiergarten
    Il Tiergarten di Berlino

    La FKK nasce in Germania e in Svizzera all’inizio del 1900 come parte della Lebensreform. Proponeva un ritorno alla natura e ad uno stile di vita etico e sano, venivano incoraggiati il vegetarianismo, lo yoga, la meditazione, lo sport, la medicina alternativa, si rinunciava ad alcool e tabacco. Fra le pratiche emergeva anche il nudismo, considerato come un mezzo per ristabilire quel contatto perso con l’universo. Veniva celebrato, ad esempio, il rapporto con il sole, attraverso rituali e danze effettuati in completa nudità, in modo da poter assorbire l’energia e il calore della luce.
    È così che il corpo assume una dimensione centrale nella Lebensreform, ed è così che nasce la Freikörperkultur: come celebrazione del corpo e della sua naturalità.

    Faccio notare subito due cose. La prima è come la FKK non nasca in relazione con il sesso. Al contrario, i naturisti credevano che la continua esposizione al corpo nudo distruggesse ogni carica sessuale, volevano normalizzare la sessualità depurandola dai tabù cui è associata. Se avete qualche familiarità con il termine FKK, però, probabilmente lo avete già automaticamente collegato alla scena dei sex club tedeschi, ad esempio l’Artemis di Berlino, uno dei più grandi bordelli della Germania.
    Si tratta di fatto di un’appropriazione indebita del termine, avvenuta in questi ultimi anni. Il marchio – non registrato – nel corso del tempo è stato via via sempre più di frequente sfruttato per la promozione di offerte a sfondo erotico, fino a venir legato indissolubilmente alla sfera dell’intrattenimento sessuale. Ma in realtà le origini e la storia della FKK sono completamente diverse: il corpo era il focus di una filosofia politica e di vita che perseguiva l’armonia con la natura e gli altri esseri umani, e pertanto doveva essere curato e accettato nella sua normalità.

    Durante la Repubblica di Weimar, la Freikörperkultur irrompe: le associazioni si uniscono in leghe, iniziano ad organizzare eventi, manifestazioni e a collaborare anche a livello sovranazionale. Alla fine della Repubblica i membri delle associazioni naturiste in Germania sono circa 100 mila.
    Poi i tempi iniziano a cambiare, e irrompe il nazismo. Il rapporto del nazismo con la FKK rimane ambivalente: da un lato l’ideale del corpo perfetto, sano, plasmato sull’ideale ariano, è un elemento centrale della filosofia nazionalsocialista; dall’altra l’esposizione del corpo nudo ha in sé chiari elementi sovversivi e liberali, di cui il regime fisiologicamente diffida (nota Naturistitalia: infatti il regime nazista chiuse i
    circoli e le associazioni naturiste, vietandone l’attività)
    .

    Gli anni post bellici, attraverso una serie di regolamenti, creano lentamente le basi legali oltre che culturali per quella che sarà l’epoca d’oro della Freikörperkultur. Si avrà una rinascita massiccia di associazioni e strutture naturiste. Nel 1989 cade il Muro, due mondi si incontrano e si urtano, dalla collisione nascono nuovi modi di vivere insieme, nuove norme, nuove vite. In tutto il trambusto, anche la Freikörperkultur è oggetto di disputa.
    In fondo i cugini dell’Ovest non sono poi così familiari con il nudo come i cugini dell’Est. Il risultato è un aumento degli spazi di balneazione per nudisti non ufficiali ma tollerate su laghi, spiagge e fiumi, e alcune anche nei parchi all’interno delle città. In sostanza la nuova regola è questa: chi vuole spogliarsi, si spogli, gli altrisfoggino pure il segno del costume.

    Durante il mio processo di ricerca ho avuto modo di visitare tre circoli FKK a Berlino e di intervistare il responsabile dei rapporti con la stampa del Landesverbandes Freikörperkultur Berlin–Brandenburg, ovvero la confederazione a cui le singole associazioni FKK fanno riferimento. Ne è emerso un contesto multiforme, dove varie correnti di cambiamento si intrecciano e lasciano intravedere uno sviluppo futuro non facilmente leggibile.

    Naturisti a Berlino

    Il primo circolo che ho visitato è l’Adolf Koch Verein.
    Parlo con un ragazzo, gli chiedo da quanto tempo faccia parte del circolo e cosa pensi della FKK a Berlino. Lui è felice di parlarmi. “Abbiamo preso in gestione l’Adolf Koch un paio di anni fa. Praticamente lo abbiamo salvato, non aveva più iscritti e i membri più anziani – la maggior parte – stavano letteralmente morendo uno ad uno. I sei circoli più famosi di Berlino hanno perso un quarto dei propri membri negli ultimi dieci anni. Noi ora siamo in 70, quasi tutti maschi. Abbiamo iniziato il progetto in seno alla comunità gay ma non vogliamo assolutamente limitarlo a questo, stiamo cercando di coinvolgere altre persone, giovani soprattutto, ma non è facile. Ad esempio, le ragazze non si sentono a proprio agio quando vedono che tutti sono uomini”.
    Così come l’Adolf Koch, anche il Fin For Fun, altra associazione del centro, si è trasformata in un club gay friendly.

    La situazione è completamente diversa se dal centro ci si sposta più in periferia, in quei circoli FKK che possiedono un appezzamento di terra, il Land, sfruttato per attività sportive all’aperto.
    Il Verein Berlin Südwest , ad esempio. Il Südwest, fondato nel 1922, è attualmente il più grande circolo del Brandeburgo con 1400 membri e possiede 40.000 metri quadrati di terreno. I membri si dividono in aventi diritto di usufruire del Land, e membri non aventi il diritto, i quali vogliono solamente praticare uno sport e usano il club a tal fine.
    In linea generale, tutti i club FKK con del terreno a disposizione funzionano in questo modo. Esistono poi delle regole di condotta interne riguardo, ad esempio, quanto si debba essere rigorosi nei confronti della nudità, che variano da circolo a circolo e vengono decise dal direttivo o in assemblea. Queste regole possono spingersi fino alla definizione dei tempi di attività e quelli di riposo. Insomma, i ritmi possono diventare parecchio austeri.

    Dopo tre mail mandate a vuoto e un paio di telefonate che non ricevono risposta, decido di andare al Verein Südwest di persona.
    Scendo dalla S-Bahn da qualche parte a Steglitz, cammino per una decina di minuti, mi trovo davanti a un cancello. Suono. Nessun segno di vita. Suono di nuovo. Qualcuno apre. La strada costeggia un edificio enorme che per il momento decido di ignorare, nel patio due uomini nudi piuttosto anziani se la chiacchierano bevendo vino, mi guardano dubbiosi ma io sorrido in modo rassicurante e passo avanti. Arrivo al vero e proprio Land: è enorme. Ci sono tavoli da Tischtennis, una piscina grandissima, delle altalene, altri giochi per bambini, delle casette, c’è tanto tanto spazio.
    Sono un po’ in estasi. Penso alle persone che hanno vissuto qui gli ultimi cent’anni, a quante decisioni insieme abbiano preso, a quanto forte possa essere il legame che hanno avuto l’uno con l’altro, penso al loro amore per lo sport e per la natura, alle tradizioni che hanno tramandato e alla stravaganza di questa usanza della nudità. Penso che quelli ancora vivi sono vecchi e non sono soli. In fondo non mi sorprende che vogliano rimanere chiusi in loro stessi; esiste un pezzo di mondo che val la pena di lasciar entrare, a rischio di rovinare questa pace?

    Quando ne ho abbastanza di verde mi incammino verso l’edificio. L’interno è
    labirintico. Prima di incontrare qualcuno passo per la sauna, la mensa, il bar, di nuovo la sauna, incappo negli spogliatoi, faccio su e giù quattro o cinque rampe di scale, infine un signore con il cappello mi accompagna agli uffici. Bitte, dice. Danke, rispondo, poco convinta. C’è un uomo dietro la scrivania che più che un essere umano sembra un manico di scopa, mi guarda come fossi un chewing gum che si è trovato sotto la scarpa.
    Io schiaccio bene in fondo ogni insicurezza e mi presento. Lui non lo fa. I successivi cinque minuti – perché di più non resisto – sono una conversazione a senso unico in cui io faccio delle domande e lui risponde a monosillabi in un tedesco che spesso non riesco ad afferrare. Non riporto il contenuto perché, beh, non esiste nessun contenuto. Lascio il circolo con sentimenti contraddittori. Da un lato mi affascina l’idea di questi luoghi bloccati nel tempo, con una forte identità, che vanno avanti senza compromessi.
    Dall’altra colgo il forte carattere elitario e conservatore della FKK, e un’indisponibilità al dialogo che mi lascia scettica.

    Un esempio, però, non è abbastanza per trarre delle conclusioni, quindi un paio di settimane più tardi visito un altro circolo, l’ Helios , fondato nel 1954, con 19.000 metri quadrati di terra a disposizione. Adorerò l’Helios sotto ogni punto di vista.
    Arrivo aspettandomi di essere liquidata nuovamente alla bell’e meglio, e infatti le cose non cominciano benissimo. Mi accoglie una donna sui sessanta che mi squadra da testa a piedi tre volte prima di giudicarmi degna di un’intervista. “Aspetti di fuori, dobbiamo discutere di qualcosa di importante – leggasi tra le righe, più importante di me – e poi possiamo parlare”. Mentre aspetto mi faccio un giro nel Land, più piccolo di quello del Südwest, ma nella compattezza anche meglio organizzato. Vedo una piscina, un campo da pallavolo, dei tavoli da ping pong, poi una distesa piatta di prato. Vari individui più o meno nudi passeggiano beati in un clima da pacche sulle spalle.

    La donna, Barbara Hinz, amministratrice del circolo, arriva dopo una quindicina di minuti con lo sguardo severo. Prima che io emetta qualsiasi suono, Barbara precisa subito che loro non hanno nulla a che vedere con un sex club. Apparentemente sono tanti quelli che approdano qui sviati dall’uso impreciso del termine FKK. Ma io sull’argomento sono informata, mettendomi in modalità esame universitario sfoggio qualche nozione e lei apprezza la preparazione.
    Stabilito un territorio di rispetto reciproco la conversazione procede fluida, lei mi racconta un po’di storia del naturismo, che noi sappiamo già, poi si sofferma sulla condizione attuale della Freikörperkultur e sulle dinamiche interne ai circoli.
    “E’ vero che negli ultimi anni c’è stata una crisi, ma ultimamente stiamo ricevendo più richieste di iscrizione. Uno dei problemi più grandi che ci ritroviamo ad affrontare riguarda l’atteggiamento dei ragazzini in pubertà. Vengono qui con le famiglie ma non vogliono spogliarsi. Da un lato si vergognano, dall’altro è una questione di moda, da un altro ancora vogliono mostrarsi indipendenti. Ma è interessante come ad un certo punto il trend si rovesci: quegli stessi ragazzini che da principio rifiutavano le nostre regole,
    tornano quando hanno messo su famiglia. Ciò dipende anche molto da come il singolo club è organizzato: noi siamo piuttosto rilassati, non abbiamo un modello rigido di comportamento, la nudità non è un obbligo quanto una possibilità. Se mette a disagio, non viene imposta. Esistono però altri circoli dove i membri, specialmente i più anziani, sono inflessibili: chi rimane vestito viene cacciato”.

    Barbara va avanti parlandomi dell’offerta sportiva, poi racconta come sia importante lo spirito di comunità che tiene legata l’associazione. Ora sorride molto. Quando ci congediamo io ho già deciso: dopo i sessanta, se ancora sarò viva e a Berlino, diventerò membro dell’Helios. Già mi vedo, su quella sdraio là in fondo, a sfoggiare le mie grinze al sole con un boccale di birra fredda in mano.
    La Hinz mi mette in contatto con Christian Utecht, il responsabile dei rapporti con la stampa della Confederazione Freikörperkultur Berlin–Brandenburg. Ora la questione chepiù mi preme approfondire è questa: al centro della filosofia della FKK, oggi, ci sono due elementi essenziali: lo sport e la famiglia. Ora, il concetto di famiglia negli ultimi decenni ha subito profonde trasformazioni, ma io ho l’impressione che in seno alla FKK sia rimasto quello classico: uomo, donna e bambini.
    Chiedo a Utecht: “Dato il momento di difficoltà in cui la FKK si trova, non sarebbe forse una sfida per il futuro allargare il concetto di famiglia supportato ed espandere il bacino dei possibili aderenti, dando così un’immagine più moderna e di apertura verso l’esterno, invece che di chiusura verso se stessi?”

    Secondo Utecht “L’idea di famiglia alla base della FKK non è di per sé esclusiva:
    famiglia sono due adulti, o un adulto, con dei bambini. Vale la pena ricordare come l’educazione dei bambini sia sempre stata fondamentale nella Freikörperkultur, pensiamo al metodo Adolf Koch, quindi non li possiamo tagliare fuori dal concetto di famiglia. Quello che accade nei circoli FKK non è altro che uno specchio della società: non esistono ancora molte famiglie gay, quindi la loro rappresentanza nei circoli è minoritaria”.
    Chiedo poi di dare un’interpretazione a questo momento di crisi. “Si tratta
    semplicemente di un trend. Oggi esiste più pudore nei confronti della nudità, viene automaticamente associata al sesso, inoltre politicamente essa ha perso di significato. Molti bambini cresciuti nella DDR hanno addirittura un rigetto: avevano l’obbligo di stare nudi e lo hanno vissuto come un’ingiusta imposizione. Nell’ultimo paio d’anni, però, pare che il trend si sia nuovamente rovesciato. Ci sono più iscritti, c’è un nuovo entusiasmo. Vediamo dove porterà”.

    Da quanto emerso dalla ricerca, notiamo come nella Freikörperkultur, oggi e per lo meno a Berlino, esistano due principali correnti quasi opposte: da un lato alcuni club sono stati salvati dall’estinzione dalla comunità gay, a prezzo forse di snaturare le loro fondamenta. Dall’altro i circoli classici, nonostante qualche segno di apertura, rimangono isolati e bloccati nel passato, stentando a sfruttare i moderni mezzi di comunicazione che oggi la tecnologia mette a disposizione per guadagnare charme.
    Quanti di voi sapevano della loro esistenza? Questa esclusività, però, è anche un metodo di preservazione delle caratteristiche originali della FKK.

    Ciò che fa pensare che la Freikörperkultur abbia buone possibilità di ripresa è la nuova spinta comunitaria che ha investito la società. Più i fallimenti di capitalismo e individualismo vengono alla luce, più gli esseri umani si ridirigono verso forme di associazionismo, cercano nuova solidarietà e creano nuovo significato condiviso. La FKK dovrebbe trovare il modo di sfruttare questo trend. In fondo, una crisi – dal greco krino: separare, cernere e, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare – lungi dall’essere un concetto negativo, ha già in sé la possibilità del proprio superamento.

  • Spunti di riflessione sul Naturismo e sull’essere naturisti

    Spunti di riflessione sul Naturismo e sull’essere naturisti

    di Andrea Contini, responsabile editoriale naturistitalia.it
    sul Naturismo

    Quelli che seguono sono 16 brevi spunti personali di riflessione sul Naturismo e sull’essere naturisti.
    Vogliono essere un base di discussione e affermazione di alcuni principi. Sarebbe bello avere altri spunti di riflessione da chi ci legge: scrivete le vostre considerazioni a redazione@naturistitalia.it

    1) Il Naturismo abolisce il distinguere le persone secondo le classi sociali, e le innalza solo in base ai propri valori, principi, comportamenti. Ovvero, il Naturismo considera le persone in base ai propri valori positivi, senza distinzione di professione e reddito: sta a noi, a ogni naturista, non ricalcare nei rapporti interpersonali modelli di comportamento sociale che non possono e non devono appartenere al Naturismo.

    2) Il Naturismo è l’unico modo di vita che pone in effettiva parità la donna, senza imposizioni psicologiche, e non la relega a un ruolo socio-sessuale inferiore. Nel Naturismo non è costretta ad agghindarsi, truccarsi, comportarsi per il solo compiacimento dell’uomo, o meglio, a comportarsi secondo modelli imposti dal mondo maschile (maschilista talvolta inconsapevolmente), cosa che avviene spesso nel mondo tessile con i comportamenti imposti socialmente, con la moda, la pubblicità, con certi spettacoli televisivi, ecc.

    3) Attenzione alla sciatteria, sporcizia, rozzezza di comportamenti. Un essere umano è sciatto, sporco, rozzo, vestito o nudo che sia. Perché un naturista nel mondo tessile dovrebbe essere sciatto e rozzo? Anzi, essendo sempre e comunque un testimonial del nostro stile di vita, una certa cura (senza arrivare ad affettazioni esagerate) può essere un buon segno per i non-naturisti.

    4) Il Naturismo è un movimento etico con uno scopo sociale: esso ha fondamento solo se è collettivo, praticato in comunanza di valori, principi e comportamenti (so di essere tra persone come me).
    Ecco allora una differenza importante con il nudismo: il nudismo è un’azione individuale, che ha soltanto fini egoistici ed edonistici e non etico-sociali. Quindi il Naturismo è un movimento che fa della nudità e della sua condivisione il proprio elemento fondamentale, ma non l’unico: attraverso la propria nudità, esso si rapporta con la natura e il mondo circostante con comportamenti individuali e collettivi volti a proteggere l’ambiente.

    5) In Italia il Naturismo è un movimento ancora fragile, dall’identità non consolidata. Il suo sviluppo, la sua accettazione e i suoi orientamenti futuri sono legati ai comportamenti odierni di ogni naturista. Noi siamo e dobbiamo sempre più essere esempio e sprone per il mondo non naturista.

    6) L’esibizionismo va contro il Naturismo perché ne contraddice i principi, tra i quali il comportamento responsabile, la sua non aggressività, la funzione educativa – soprattutto per i bambini e i più giovani, la nudità in comune non legata all’attività sessuale, la parità e dignità della donna. Il Naturismo è libertà, non licenziosità. Il concetto di libertà va di pari passo con quello di responsabilità, con la quale la libertà va esercitata per esistere. Ogni naturista deve combattere fenomeni di licenziosità ed esibizionismo, perché se avessero luogo limiterebbero, restringerebbero la libertà di stare nudi, soprattutto ai nuclei famigliari con bambini, e romperebbero la pace dei luoghi e delle persone.

    7) Il Naturismo non ricerca la bellezza esteriore, ma quella interiore: l’armonia. Con sé stessi, con gli altri, con l’ambiente circostante. Come recita la definizione della Federazione Naturista Internazionale: “Il Naturismo è un modo di vivere in armonia con la natura caratterizzato dalla pratica della nudità in comune che ha lo scopo di favorire il rispetto di se stessi, il rispetto degli altri e quello dell’ambiente.”

    8) Talvolta capita di sentire o leggere che il Naturismo “tollera” il nudo. Il Naturismo non tollera il nudo, è nudo. Lo pratica, e deve far sì che sia sempre più praticato e accettato, in funzione delle possibilità offerte dalla realtà circostante. Quindi non deve fare solo nuovi adepti, ma deve acquisire nuovi spazi fisici, territoriali, e difenderli sia dai tessili sia da chi pratica comportamenti pubblici non compatibili con il Naturismo: l’esibizionismo che citavamo sopra, ma anche lo scambismo. Se si conquistano nuove persone, non necessariamente si conquista nuovo territorio; ma se si conquista nuovo territorio, si acquista più visibilità, ed è poi più facile conquistare nuovi adepti.

    9) Non aspettiamo soltanto che i non naturisti vengano a noi, andiamo noi verso di loro. Ecco un nostro compito: conquistare nuovi spazi (quali, come, dove, è un altro argomento da approfondire) per avere più possibilità di vivere il Naturismo, e più accettazione sociale, per farlo crescere. Non vogliamo essere né fantasmi, né carbonari. La nostra attività deve essere alla luce del Sole, in tutti i sensi. Per questo è importante iscriversi a una associazione naturista: da soli possiamo fare poco e in maniera disorganizzata; insieme ad altri possiamo avere più forza, riconoscibilità e partecipare a molte attività naturiste.

    10) Il Naturismo può essere visto in molti modi, soprattutto dai tessili ovvero da chi non lo conosce, o lo disconosce a causa di mistificazioni diffuse da chi il Naturismo non lo pratica. E può essere vissuto per molti motivi, perché è primariamente un fatto soggettivo. Ma dobbiamo trovare un solo modo in cui possa essere promosso, comunicato all’esterno. L’immagine e la coerenza interna del movimento naturista devono essere univoci per essere compresi con esattezza all’esterno. Se non ci facciamo conoscere e identificare in modo univoco, sarà sempre più difficile per noi naturisti farci capire e fare nuovi proseliti stabili.

    11) Il Naturismo non può rifiutare il progresso tecnologico. Sarebbe ipocrita, falso: tutti noi usiamo computer, smartphone, beni e servizi, viaggiamo su mezzi di trasporto. Ma il naturista cerca di utilizzarli il più possibile in modo eco-compatibile: deve rifiutare comportamenti consumistici che danneggino l’ambiente, e quindi sé stesso e gli altri.

    12) Dobbiamo essere tolleranti e pazienti con i tessili, i non-naturisti, e le loro difficoltà a comprenderci. Loro sono la stragrande maggioranza, noi una minoranza. Se li attacchiamo frontalmente, soccombiamo. Dobbiamo conquistare l’allargamento dei nostri spazi con tatto e diplomazia, senza estremismi.

    13) Dobbiamo sempre difendere il principio fondamentale del Naturismo: la pratica della nudità in comune per tutte le età. Senza questo, nessuna persona, nessuna organizzazione, nessun movimento può definirsi naturista. E quindi vegetarianesimo, atabagismo, analcolismo, possono e devono trovare spazio, ma non possono e non devono prendere il sopravvento sulla pratica della nudità in comune a tutte le età.

    14) Chi allora può definirsi naturista? Conviene non allargare troppo i confini, per non rischiare l’indeterminatezza: è naturista chi, nel vivere in armonia con la natura e nel rispetto dell’ambiente, di se stesso, degli altri, pratica la nudità in comune con gli altri senza implicazioni di attività sessuali.
    Attività sessuale che riguarda sempre e soltanto un fatto esclusivo della propria intimità privata, esclusiva. E’ naturista chi persegue un Naturismo non solo del corpo, ma anche dell’anima.

    15) Non nascondiamoci, per quanto possibile. Ognuno di noi professi con serenità, convinzione, tolleranza per le idee altrui, il proprio essere naturisti ad amici, parenti, colleghi non naturisti. Con lo scopo non tanto di fare proseliti, ma quello di esistere con pari dignità alla loro. Il miglior modo di fare proseliti è l’esempio, il nostro esempio, l’esempio individuale di ognuno di noi, in ambito naturista ma soprattutto in ambito non naturista. Il comportamento sconsiderato di uno solo, rovina lo sviluppo del Naturismo, la reputazione naturista di tutti gli altri.

    16) Il Naturismo è la migliore forma di educazione e convivenza delle persone che la nostra vita, liberamente, ci può offrire.

  • Falsa energia rinnovabile, distruzione delle foreste ed estinzione delle piante

    Falsa energia rinnovabile, distruzione delle foreste ed estinzione delle piante

    (contiene un articolo del Dr. Bruno Carli, Accademia dei Lincei)

    Falsa energia rinnovabile

    Tutti pensano all’estinzione degli animali, giustamente, ma in realtà chi è più a rischio sono i vegetali. Infatti, le piante si stanno estinguendo a un ritmo doppio degli animali.
    Uno studio pubblicato sulla rivista “Nature, Ecology and Evolution”, realizzata dai Giardini botanici reali di Kew (Londra) e dall’Università di Stoccolma, ha evidenziato che negli ultimi due secoli e mezzo si sono estinte 571 specie di piante, oltre il doppio delle 271 specie di mammiferi, uccelli e anfibi che sono sparite dalla faccia della Terra.

    Inoltre, lo scorso maggio 2019 un rapporto dell’Ipbes (agenzia Onu sulla biodiversità) stimava in circa 1 milione, una su otto, le specie animali e vegetali che rischiano seriamente l’estinzione in tempi brevi. Le piante più minacciate sono quelle che vivono esclusivamente nelle isole o nelle zone tropicali.
    Già quattro anni fa uno studio della stessa Agenzia affermava che la metà degli alberi dell’Amazzonia rischia l’estinzione. Come sappiamo, purtroppo questa situazione ha subìto una drammatica accelerazione con i recenti, devastanti incendi in Brasile, Bolivia e Paraguay.
    Ma non è solo la bio-diversità amazzonica che è in pericolo, ma molte altre foreste asiatiche e africane. O, come evidenziato da altri enormi incendi, altre zone fino a ieri quasi incontaminate, come la Siberia.

    Grandi responsabilità vengono dalla politica, anche da insospettabili istituzioni che, con buone intenzioni mal interpretate e mal concretizzate, ne diventano concausa: stiamo parlando della classificazione come energia rinnovabile dei materiali espiantati dalle foreste.
    A questo proposito, ospitiamo uno scritto del Dr. Bruno Carli, accademico dei Lincei, pubblicato sull’edizione italiana dell’Huffington Post.

    Estensione delle foreste nel mondo

    Bruno Carli, Accademia dei Lincei

    Sulla rivista internazionale “Global Change Biology, Bioenergy” è stato pubblicato recentemente un articolo che sottolinea un grave errore che si sta commettendo nella gestione ambientale. Gli autori sono i 15 esperti del Panel Ambiente di E.A.S.A.C (European Academies Science Advisory Council), l’associazione delle accademie europee che fornisce alla politica informazioni su temi scientifici di rilevanza sociale, associazione alla quale partecipa per l’Italia l’Accademia Nazionale dei Lincei.

    Secondo la direttiva dell’Unione Europea sull’energia rinnovabile, adottata nel 2009, la biomassa ricavata dalle foreste è incondizionatamente considerata una sorgente di “energia rinnovabile”.
    Questa classificazione è dovuta alla considerazione che il carbonio liberato in atmosfera dalla combustione della biomassa vegetale proviene dall’atmosfera e può essere nuovamente assorbito dalla vegetazione attraverso la ricrescita delle piante.

    Questa visione dei processi in atto era corretta nel 2009 quando la biomassa ricavata dalle foreste era essenzialmente fatta da residui di lavorazione del legno, eventualmente integrati con gli scarti dell’agricoltura e della gestione delle aree verdi. L’energia ottenuta con questo materiale di scarto a rigore non è un’energia rinnovabile, in quanto il suo uso non prevede necessariamente la sostituzione con nuovi alberi, ma può essere considerata un’energia ad emissioni zero in quanto questi materiali se abbandonati nelle discariche sono in ogni caso destinati a emettere in atmosfera il carbonio in essi contenuto.

    Negli anni, i sussidi virtuosamente stanziati in alcuni stati per promuovere l’uso di energia rinnovabile hanno provocato un inaspettato sviluppo dell’uso della biomassa con la diffusione di cippato e pellets non solo per il riscaldamento domestico, ma anche nelle grandi centrali elettriche al posto del carbone. Il risultato è che, per soddisfare questa crescente domanda, la biomassa non è solo ricavata da materiali di scarto, ma si ottiene oramai principalmente con l’espianto di intere foreste per un volume di molti milioni di tonnellate l’anno.

    Il mondo scientifico ha reiteratamente segnalato che la biomassa ottenuta dall’espianto delle foreste non è una sorgente di energia ad emissioni zero come la biomassa di scarto e la rinnovabilità del deposito di carbonio contenuto in una foresta è un processo che spesso non avviene nei tempi voluti. Affinché un oggetto sia rinnovabile non solo deve essere possibile rigenerarlo, ma occorre anche che la rigenerazione avvenga in un tempo utile.

    Pertanto anche la variabile “tempo di rigenerazione” deve essere presa in considerazione. Per assurdo anche i combustibili fossili sono rigenerabili (e quindi rinnovabili), peccato che bisogna aspettare molti milioni di anni. Nel caso del legno il tempo di rigenerazione può essere di pochi anni se si utilizzano foreste gestite in modo sostenibile col taglio selettivo di alcuni alberi, ma diventa molto più lungo quando l’intera foresta è tagliata: alcuni decenni e persino più di un secolo per certi tipi di foresta.

    In un mondo dove gli approfondimenti sembrano essere diventati una perdita di tempo, diventa difficile spiegare che energia con zero emissioni e energia rinnovabile non sono la stessa cosa e che le rinnovabili possono essere utilmente sfruttate solo quando hanno un tempo di rigenerazione sufficientemente breve.

    Pertanto, nonostante le numerose pubblicazioni scientifiche che hanno quantificato i termini del problema, la biomassa continua ad essere incondizionatamente classificata come energia rinnovabile nell’aggiornamento della direttiva dell’Unione Europea pubblicata nel 2018 e come tale la biomassa importata per essere destinata alla combustione non viene conteggiata nel bilancio delle emissioni del paese importatore.
    Questa definizione di energia rinnovabile è ora un grave errore perché praticamente autorizza alcune nazioni europee a importare dall’estero grandi quantità biomassa e a bruciarla al posto del carbone nelle centrali elettriche azzerando le corrispondenti emissioni nel conteggio che deve essere fatto all’interno degli accordi internazionali. La riduzione delle emissioni è però solo sulla carta perché in realtà le emissioni rimangono le stesse fin quando non si verifica la rigenerazione della biomassa, anzi si calcola che nell’immediato siano leggermente aumentate a causa delle maggiori emissioni, a parità di energia prodotta, della combustione del legno rispetto a quella del carbone ed a causa delle aggiuntive emissioni dovute al trasposto da grandi distanze.

    Inoltre, l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro i 2°C e possibilmente entro gli 1.5°C, come previsto dagli accordi di Parigi, richiede drastiche riduzioni delle emissioni entro il 2050 ed energie rinnovabili con tempi di rigenerazione troppo lunghi, come la biomassa estratta dalle foreste, sono incompatibili con questi obiettivi.

    Gli accordi internazionali prevedono che la nazione che importa biomassa non debba conteggiarla nel bilancio delle proprie emissioni in quanto deve essere la nazione esportatrice a conteggiare la perdita di carbone nei “depositi” delle proprie foreste. Questo scarica la responsabilità sui paesi esportatori e molti paesi asiatici, meno vincolati a ridurre le emissioni, hanno trovato in questa situazione internazionale un’opportunità di commercio.

    Negli ultimi anni EASAC ha reiteratamente affrontato i diversi aspetti di questo problema in più di un rapporto (“Multi-functionality and Sustainability in the European Union’s Forests” nel 2017, “ Forest Bioenergy and Carbon Neutrality ” nel 2018 e “ Forest bioenergy, carbon capture and storage, and carbon dioxide removal: an update ” nel 2019) senza però ottenere l’attenzione dell’Unione Europea e per questo i membri del Panel Ambiente hanno deciso di divulgare il problema ad una più ampia comunità con la pubblicazione su una rivista scientifica.
    Nonostante l’urgenza di una drastica riduzione delle emissioni, le iniziative di contenimento delle emissioni di gas serra continuano a essere insufficienti e non ci possiamo permettere che anche degli interventi virtuosi negli intenti abbiano effetti controproducenti.

    Il lavoro pubblicato su “Global Change Biology, Bioenergy” spiega perché la sostituzione su larga scala del carbone con biomassa importata da paesi asiatici non soddisfa i criteri di rinnovabilità e avanza alcune proposte sulle modifiche che sarebbe opportuno introdurre nelle direttive europee e negli accordi internazionali.

  • 48esimo Galà di nuoto naturista – Parigi (Francia)

    48esimo Galà di nuoto naturista – Parigi (Francia)

    Di Francesco Doronzo – Responsabile Sport Fenait
    Delegazione Naturista Italiana

    Dal 18 al 20 ottobre, a Parigi, si è svolto l’annuale appuntamento internazionale del Galà di nuoto naturista, la manifestazione sportiva INF/FNI, che ha visto la partecipazione di delegazioni di tutta Europa.
    Dall’Italia, in gruppi separati, chi partendo qualche giorno prima, chi in aereo e chi in treno, siamo arrivati in Francia, a Parigi. Il luogo del pernottamento era un grande ostello composto da diverse camerate e stanze, da 2 fino a 10 letti.
    La delegazione italiana, quest’anno, era formata da 47 persone di cui 31 Atleti (7 donne e 22 uomini) e 16 accompagnatori, appartenenti alle associazioni ANITA, UNI Lazio, ANEI, 3VNAT e ANAB.

    Purtroppo alcuni giorni prima abbiamo dovuto rinunciare alla partecipazione alle gare da parte di 3 atleti, che hanno comunque dato il loro supporto come tifosi.
    Tutta la delegazione italiana composta da atleti e accompagnatori, alle 18 del venerdì era presente in hotel e dopo le formalità di assegnazione delle camere e la consegna da parte dei responsabili della federazione francese del sacchetto contenente gli omaggi di benvenuto, verso le 19 si è riunita per andare a cenare, tutti uniti ed euforici aspettando le gare che si sarebbero svolte il giorno successivo sabato 19 Ottobre.

    In serata, una parte degli Atleti italiani, insieme ad altri partecipanti, si è recata alla piscina comunale dove l’associazione francese aveva organizzato un incontro, e ovviamente senza costume abbiamo preso conoscenza della struttura.
    Sabato mattina sveglia alle 6:30 per prepararci alla giornata di gare. Insieme alle delegazioni di naturisti delle altre nazionalità, che alloggiavano insieme a noi, ci siamo diretti, in metro, verso la piscina comunale teatro della gare.

    Dopo un breve discorso degli organizzatori francesi e presentazione dei tecnici e giudici tedeschi, alle ore 9:30 sono iniziate le gare nel più alto spirito decoubertiniano.
    Neanche a dirlo, anche quest’anno l’hanno fatta da padroni i nuotatori Tedeschi, ma i nostri più forti atleti gli hanno dato filo da torcere. Siamo riusciti a fare lo staffettone nazionale, la staffetta dei giovani under 18 (unica federazione a riuscirci) e due staffette di famiglia.
    Alla fine della giornata la squadra italiana della Fenait ha portato a casa un ottimo medagliere, con 7 ori, 9 argenti e 11 bronzi, per un totale di 27 medaglie. Un bellissimo risultato grazie alla voglia di partecipazione di tutti gli Atleti, grandi e piccoli.

    I risultati finali per nazione sono stati i seguenti: 1° Germania, 2° Gran Bretagna, 3° Francia e 4° Italia; a seguire Spagna, Austria, Svizzera, Lussemburgo e Svezia.

    Medagliere del 48° Galà di Nuoto Naturista

    In totale gli atleti partecipanti alle gare, quest’anno, sono stati circa 170 e con gli accompagnatori al seguito eravamo circa 250 persone.
    Finite le gare, tutti i partecipanti si sono diretti verso il luogo adibito per la cena di gala e, dopo più di mezz’ora ad aspettare in piedi, siamo entrati nell’area dove avremmo dovuto mangiare: con totale disappunto di tutti quanti abbiamo scoperto che, come per l’anno precedente, la cena era a buffet in piedi. Abbiamo quindi aspettato il discorso fatto dagli organizzatori francesi, dopo di che tutti noi italiani, insieme anche ad altre federazioni, in massa, siamo andati a fare cena altrove. Abbiamo mangiato ottimamente e fatto festa in una atmosfera di unione e allegria.

    Per il prossimo anno l’Italia si è candidata per organizzare la manifestazione 2020, ora dobbiamo solo aspettare le decisioni che verranno prese in sede EUNAT.
    Domenica mattina, dopo i saluti di rito, chi ancora rimaneva, insieme agli organizzatori francesi e sotto una pioggia battente, ha visitato Parigi.
    Per il prossimo anno speriamo nella partecipazione ancora più massiccia di atlete donne, di avere più giovani, e magari anche di famiglie che quest’anno si son ben presentate.

    Un saluto e un ringraziamento da parte mia a tutti i partecipanti.

  • Il Ponte della Becca e i Nudisti del Po

    Il Ponte della Becca e i Nudisti del Po

    In un precedente articolo, abbiamo parlato ed elencato le spiagge naturiste in Italia.
    Ma, oltre a quelle descritte in quel articolo, vi sono altri luoghi storici del naturismo italiano, pur non ufficiali: di uno di questi, nato più di 50 anni fa, abbiamo chiesto notizie a Pino Fiorella, segretario dell’A.n.e.i. (Associazione Naturista Ecologista Italiana) e consigliere della Federazione Naturista Italiana. Fiorella, storico e filosofo del Naturismo italiano, per parlarci dei “Nudisti del Po” ha consultato varie fonti scritte, oltre ad attingere alla propria memoria personale, e ci ha mandato quanto segue.

    Per parlare del Ponte della Becca, uno dei siti storici del naturismo libero ma organizzato (come soleva ribadire Giuseppe Ghirardelli detto “il Ghira”), bisogna partire dal lontano 1965, anno in cui l’avv. Giovanni Pellegrino, l’ing. Giuseppe Ghirardelli e il dott. ing. Claudio Foà di Milano fondavano l’ANITA (acronimo di Associazione Naturista Italiana, scritto, per la precisione come A.N.ITA). La costituzione dell’associazione avvenne grazie anche a un’intuizione dell’avv. Pellegrino, che, conoscendo le leggi italiane, trovò un varco legislativo, arrivando alla conclusione che “ciò che non è proibito è lecito”.

    E non è un errore dire che così è nato il naturismo italiano, perché se è vero che l’anno prima (1964) nasceva l’UNI (Unione Naturisti Italiani), questa assumeva il nome di “Associazione Svizzera tra Naturisti Italiani e Svizzeri Amici dell’Italia” con sede in Svizzera. E fu soltanto con l’Assemblea di Lugano del 20 aprile 1969 che l’UNI lasciò l’ospitale e protettiva Svizzera per trasferirsi a Torino.
    Il “Club Nudisti del Po”, nasceva invece nel 1960, in un primo tempo in modo riservato a pochi soci, per poi, dal 1966, aprirsi a tutti. Di conseguenza è stata questa la prima iniziativa in Italia, e anche tra le prime in Europa, di nudismo libero organizzato.

    Al Ponte della Becca, in provincia di Pavia, in origine si praticava il nudismo navigando su una casetta di legno galleggiante, di proprietà dell’ing. Giuseppe Ghirardelli, che percorreva le anse del Po per sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine che ancora allora davano la caccia ai nudisti.
    Questa idea della casetta di legno, cioè di quella che è passata alla storia naturista semplicemente come la “Casetta Galleggiante” (che poi doveva fungere anche da Segreteria estiva dell’ANITA), era venuta al Ghira per permettere ai soci di praticare il nudismo che fino ad allora era soltanto scritto sulla carta. Il gruppo, che allora aveva incominciato a frequentare assiduamente la casetta, venne denominato “Club Nudisti del Po”.

    In seguito, aumentando considerevolmente il numero di soci, ad un certo punto incominciò ad apparire chiaro che tutti i Nudisti del Po non potevano più starci sulla Casetta Galleggiante.Fortunatamente i tempi stavano rapidamente cambiando, grazie al ’68 che, con la rivoluzione culturale che ne era seguita, aveva portato con sé una nuova concezione del comune senso del pudore.
    In conseguenza di ciò si decise ch’erano maturi i tempi per poter praticare il nudismo sull’isola creata dalla confluenza del Ticino con il Po. Ormai il numero dei Nudisti del Po era arrivato a sfiorare le duecento unità. E così si provvide allora, prima con una barca, e poi con due, a creare un servizio di trasbordo dall’imbarcadero all’isola.

    In quel periodo, la sensazione di “possedere” un’isola tutta dedicata al nudismo, era per il movimento naturista qualcosa di straordinario. Inoltre, sulla Casetta Galleggiante troneggiava un bel cartello rettangolare con la scritta “ANITA – NUDISTI DEL PO”, un cartello che l’ing. Ghirardelli aveva potuto applicare con il beneplacito del Sindaco di Linarolo (Comune sotto la cui giurisdizione cade la zona del Ponte della Becca) e dei carabinieri di Pavia, autorità locali con cui il Ghira, proprietario di terreni e cascine nell’Oltrepò pavese, era in buoni rapporti.
    Per questi motivi, e altri meriti, quali il suo convinto ambientalismo e l’aver portato e diffuso in Istria quel nudismo che in Italia non si poteva praticare, Giuseppe Ghirardelli è considerato uno dei grandi pionieri del naturismo italiano. A tal proposito vogliamo ricordare uno dei motti famosi che soleva ripetere spesso: “Gli uomini passano, gli ideali restano”.

    Ma poi, si sa, con il tempo ci fu una specie di riflusso, non del naturismo ma nel numero di persone che frequentavano il sito naturista, vuoi per nuove offerte naturiste, con la creazione di strutture e centri naturisti che, nel frattempo, erano sorte anche in Italia, vuoi perché in certe domeniche era difficile raggiungere l’isola a causa, o di piogge abbondanti o di tremende siccità che colpivano e tuttora colpiscono il grande fiume. Fatto sta che i frequentatori dell’isola diminuirono finché si decise di impiegare per il trasbordo una sola barca condotta da Antonio Bongiorni, che dopo la morte di Ghirardelli si assunse il compito di proseguire la sua opera e le sue iniziative, e che in seguito acquistò la gloriosa Casetta Galleggiante.

    Successivamente le cose dovevano ancora cambiare perché l’uso della barca, e ancora il considerevole numero di nudisti, era diventato un problema dal punto di vista organizzativo, perché la barca, fra coloro che arrivavano in ritardo e coloro che ritornavano anzitempo, rimaneva impegnata praticamente tutto il giorno.
    Di conseguenza, alla fine, il gruppo dei Nudisti del Po decise di abbandonare l’isola e incominciare a frequentare uno spiaggione (da qui il cambiamento del nome in “Amici del Sabbione”) posto sulla riva destra del Po, raggiungibile percorrendo la prima strada sterrata a sinistra subito dopo aver oltrepassato lo storico ponte in ferro detto, appunto, Ponte della Becca, che collega Pavia all’Oltrepò pavese.

    D’allora la pratica naturista è proseguita sul “Sabbione”, in quegli anni raggiungibile con l’auto. Adesso, però, da quando il sito è diventato Parco Adda Sud, non è più raggiungibile con i mezzi motorizzati. Oggi è possibile raggiungere il “Sabbione” o partendo dall’imbarcadero con una barca, o a piedi, o in bicicletta.
    Comunque, al di là di tutte queste vicissitudini, e anche se in questi ultimi anni l’afflusso di persone è notevolmente diminuito, il naturismo al Ponte della Becca, ovvero al “Sabbione”, è ancora vivo e prosegue la sua lunga storia.

  • Le serre subacquee del Nemo’s Garden a Noli

    Le serre subacquee del Nemo’s Garden a Noli

    Coltivazione subacquea

    In Liguria, a Noli, da qualche anno è in corso un’affascinante sperimentazione: il tentativo di coltivare sotto il mare, in speciali biosfere, ortaggi e frutta. Naturistitalia ne ha parlato con Gianni Fontanesi, Project Coordinator del Nemo’s Garden.

    1) Dr. Fontanesi, come è nato, e con quali finalità, il progetto Nemo’s Garden?

    Nell’estate del 2012 l’Ing. Sergio Gamberini, Presidente della Ocean Reef, azienda che produce attrezzature subacquee, ebbe quest’idea a seguito di un anno di particolare maltempo che mise in crisi l’agricoltura, in particolare la coltivazione del basilico. Chissà che non si possa coltivare sott’acqua, si chiese. Mettendo insieme la sua passione per la subacquea e per la coltivazione, ha dato via a questa sperimentazione.
    Nel 2013 partì il primo, piccolo habitat sottomarino a 40 metri dalla costa di Noli, in provincia di Savona, partendo con la pianta simbolo della Liguria: il basilico. Ci si rese subito conto che le piantine crescevano molto velocemente; dopo 36/48 ore dalla semina c’erano già i primi germogli.
    Da allora si è quindi allargata la dimensione dell’esperimento. Oggi la coltivazione si estende in 6 Biosfere sottomarine, dove le piante crescono in condizioni climatiche ovviamente diverse da quelle esterne in terra: nella nostra struttura godono di temperatura costante, umidità elevata, e di una luce differente, minore del 20%.

    L’habitat si trova tra i 5 e i 10 metri di profondità, con una pressione maggiore di 1,5/2 bar rispetto a quella dell’atmosfera esterna. I risultati ci dicono che questa maggiore pressione influisce positivamente sulla crescita delle piante. Abbiamo anche scoperto la possibilità di produrre acqua dolce in maniera naturale, poiché all’interno della cupola c’è aria che si scalda velocemente appena arriva un po’ di luce: quest’aria, scaldandosi, arriva a una temperatura maggiore dell’acqua che la circonda all’esterno, provocando un fenomeno di evaporazione, che nella fase di condensazione perde la salinità marina. Quest’acqua dolce, poi, la convogliamo tramite condensatori in bacinelle che servono a irrigare le piante.

    2) Oltre il basilico, cosa si può coltivare?

    Abbiamo coltivato anche altre erbe aromatiche, tra le quali timo, maggiorana, origano, menta, salvia, e molte altre. Abbiamo provato pomodori, piselli, fagioli, fragole. Nel 2016 un’azienda francese, che lavora nel campo della cosmesi medicale, ha voluto affittare una nostra Biosfera per effettuare una serie di studi sulle loro piante (calendula, melissa, issopo, aloe, ecc.), e fare delle analisi di paragone con quelle coltivate nel loro laboratorio, sfruttando il fatto che, come avviene con il basilico, dovendosi adattare a diverse condizioni climatiche rispetto a quelle su terra esterna, le piante cambiano un poco certe caratteristiche chimiche, soprattutto la composizione degli olii essenziali.

    3) Attualmente, Nemo’s Garden è a Noli. Sono previsti altri siti?

    La base di Noli è l’unica operativa al 100% da maggio a fine ottobre. In inverno va in una specie di letargo, anche per le condizioni meteo-marine, condizioni difficili per i nostri operatori subacquei.
    Abbiamo installato una Biosfera in Florida per un cliente esterno, un’altra in Belgio in una grande piscina con oltre 2.000 pesci tropicali. Un’altra è prevista a breve nel Lago di Como, per studiare le microalghe.
    L’idea è quella di perfezionare ed esportare una nuova modalità di coltivazione alternativa, in zone del mondo dove la coltura classica non si può mettere in pratica.

    4) Nemo’s Garden può essere quindi adatto anche ad altri mari oltre il Mediterraneo, o a laghi d’acqua dolce?

    Sì. Può essere molto utile in varie parti del mondo. Basti pensare, ad esempio, ad atolli come le Maldive, che importano qualunque tipo di ortaggio perché non hanno terreno fertile da coltivare. O, ancora, a paesi come l’Arabia Saudita, all’interno desertica, ma con coste marine sterminate e non utilizzate.
    Non ci proponiamo di salvare il mondo, ma di costruire possibili alternative in quei luoghi, ripeto, dove la coltivazione su terreno non si può fare. Il nostro team collabora costantemente con istituzioni e collaboratori esterni, con Università, laboratori di ricerca, studiosi, in una grande condivisione di dati open- source che consentono di sviluppare continuamente il progetto. Fino a sei anni fa, quando abbiamo iniziato, non era nemmeno pensabile la coltivazione sott’acqua. Oggi sappiamo che si può fare.
    Inoltre, le Biosfere possono essere anche un’ambiente ideale per osservare in tutta tranquillità l’ambiente e la fauna sottomarina: al loro interno, infatti, c’è uno spazio d’aria nel quale ci si può sedere per guardare comodamente la vita sottomarina in completo silenzio.

    5) Una coltivazione così tecnologica è costosa?

    È difficile quantificare il costo di una coltivazione, dipende dalle esigenze di ricerca e di utilizzo. Noi, facendo parte del gruppo Ocean Reef, utilizziamo i nostri stessi prodotti che produciamo per l’attività subacquea, utilizzandoli in maniera diversa: Nemo’s Garden è per noi anche un’area test di questi prodotti.
    Ma il Nemo’s Garden è diventato anche un’attrazione turistica a Noli, con positive ricadute sull’economia locale. La coltivazione è a soli 40 metri dalla riva e pochi metri di profondità, visitabile, quindi, anche in superficie, con un’imbarcazione o a nuoto, facendo snorkeling. Non chiediamo nemmeno un soldo per le visite, anzi, ci fanno molto piacere.

    6) Inquina?

    Utilizziamo solo energia pulita e rinnovabile. La nostra coltivazione idroponica avviene dentro vasi di fibra di cocco e perlite naturale. Sono state fatte delle analisi, che hanno dimostrato che l’impatto ambientale sull’habitat dell’area coinvolta non inquina e non produce effetti negativi sull’ecosistema: si comporta come un reef artificiale, offrendo riparo e ospitalità a specie animali che vanno via via ad aumentare di numero e varietà. Succede come nei relitti, che con il tempo divengono parte dell’ecosistema. Solo che il nostro non inquina. Non c’è gas, e non produce sostanze tossiche, nocive.
    Nell’area del Nemo’s Garden c’è una quantità di pesci e crostacei maggiore di 50 volte rispetto a quella che c’è intorno: le alghe crescono vicino alle Biosfere, queste alghe attraggono i pesci piccoli che le mangiano, i pesci più grandi vengono attratti da quelli più piccoli; poi ci sono polpi, calamari, cavallucci marini.
    Nel nostro progetto, il mare viene visto come un grande contenitore di energia rinnovabile. Ma, oltre l’energia generata da onde, correnti, maree, il mare ha un’altra grande caratteristica: la termo-stabilità. Immagazzina calore e non lo disperde immediatamente. E, ancora, il mare svolge una funzione di scudo contro le intemperie atmosferiche, come le grandinate, e contro i parassiti. Inoltre, quando magari fuori c’è
    una gelata invernale, sott’acqua intorno alle nostre Biosfere non si va mai sotto i 12/13 gradi centigradi. E appena esce il Sole, senza sistemi di riscaldamento e senza consumare energia e inquinanti, in maniera del tutto naturale si arriva in fretta a 17/18 gradi. La nostra sperimentazione è volta a raggiungere una standardizzazione del sistema in qualunque parte del mondo.

  • La parola Naturismo

    La parola Naturismo

    Naturista

    In un precedente articolo relativo alla Federazione Naturista Internazionale, si accennava al fatto che negli Stati Uniti, per loro radici culturali ed etimologiche risalenti all’Ottocento, la parola “naturism” è equivalente di “naturalism”, ovvero studio della natura, e quindi il Naturismo come viene inteso in tutto il mondo viene da loro chiamato “nudism”.
    Ma sono più di cento anni che le due parole, in tutte le lingue e in tutte le nazioni del Globo, si attraggono o si differenziano, diventando per alcuni sinonimo, per altri due cose differenti. Anche in Italia, e nella lingua italiana.

    Partiamo dalla più diffusa e conosciuta definizione di Naturismo, quella della Federazione Naturista Internazionale INF-FNI: “Il Naturismo è un modo di vivere in armonia con la natura caratterizzato dalla pratica della nudità in comune che ha lo scopo di favorire il rispetto di se stessi, il rispetto degli altri e quello dell’ambiente.”
    A questa definizione, spesso si aggiunge che il Naturismo è un movimento familiare, sano, educativo, naturale.

    Il Dizionario Devoto-Oli dà tre definizioni di Naturismo: ai nostri fini interessa la prima, “movimento che proclama la necessità del ritorno a un tipo di vita elementare, primitivo, spontaneo, a contatto con la natura e la semplificazione della dieta (alimentazione vegetariana) e del vestiario sino alla sua totale soppressione (nudismo)”. Ne dà poi anche una definizione etno- storica e medica.
    Definisce poi il Naturista come “seguace del naturismo (sostantivo e aggettivo sia maschile che femminile) derivato dal francese naturiste, derivazione di nature”.
    Del nudismo scrive che è “atteggiamento in favore della soppressione del vestiario e di una vita all’aria aperta in diretto contatto con la natura; anche la relativa pratica”.
    Fermiamoci un attimo, perché già ci sono alcune cose da dire. Innanzi tutto, per il Devoto-Oli, Naturismo è un movimento e nudismo un atteggiamento. Ma, con un po’ di attenzione, possiamo notare che la definizione di Naturismo contiene quella di nudismo, mentre quella di nudismo non contiene quella di Naturismo. Parla poi di “soppressione del vestiario”; oddio, un po’ troppo estremo: d’inverno che facciamo, moriamo tutti di ipotermia?

    In realtà, il Naturismo propugna il non uso dei vestiti quando inutili, ad esempio in spiaggia, in un prato, a casa, durante una nuotata, una passeggiata nel verde, e in molte altre occasioni e attività, dove un pezzo di stoffa diventa non solo inutile, ma addirittura dannoso, come ad esempio nella sauna.


    Andiamo avanti, e prendiamo il Dizionario Gabrielli, che definisce il Naturismo probabilmente in maniera più precisa: “movimento che si propone di porre l’uomo a più intenso e diretto contatto con la natura, attraverso particolari pratiche di vita, quali il nudismo e un’alimentazione semplice”.
    Come seconda definizione dice che è una “dottrina che affida alla natura ogni virtù curativa”; come terza e ultima definizione scrive che “nella storia delle religioni, dottrina che considera particolari religioni primitive come forme di divinizzazione degli elementi e delle forze naturali, personificati spesso in figure di dei”.
    Definisce il nudismo come “movimento naturista che propugna l’abolizione degli abiti, considerati una costrizione imposta dalle convenzioni sociali, e il ritorno a una vita a più stretto contatto con la natura”.
    Anche il Gabrielli, quindi, mette il nudismo come parte del Naturismo.


    L’enciclopedia Treccani specifica che Naturismo è un sostantivo maschile derivante dalla parola natura, sull’esempio del francese naturisme. In pratica, la definizione di Naturista del Devoto-Oli.
    La Treccani dà ben sei significati di Naturismo:

    1. Forma meno comune di naturalismo, nelle sue varie accezioni.
    2a. Movimento – formatosi tra la fine del sec. 19° e il principio del 20° come reazione agli eccessi della civiltà industriale e dell’urbanesimo – che tende a un ritorno dell’uomo a forme naturali di vita semplice e schietta, attraverso un tipo di alimentazione prevalentemente vegetale, l’immediato contatto con la natura, la semplificazione del vestiario fino alla sua totale soppressione (vedi anche nudismo, di cui non è talvolta sinonimo).
    2b. Pratica ginnica tendente all’esaltazione della forza muscolare e, in genere, delle possibilità fisiche (vedi anche culturismo).
    3. Indirizzo negli studi etnologici, oggi senza seguito, che considerava i popoli primitivi come viventi secondo leggi naturali intese in senso deterministico.
    4. In medicina, corrente di antichissime origini, nata e convalidata dalla dottrina ippocratica, che riconosce alla natura la capacità di sanare le malattie (vis medicatrix naturae) e tende a circoscrivere la terapia nei limiti di una funzione ausiliaria delle difese naturali.
    5. Particolare indirizzo negli studî di storia delle religioni, che spiega le divinità dei primitivi come personificazione fantastica delle realtà e dei processi naturali.

    Soffermiamoci sulla seconda definizione, la 2a (tra l’altro, relativamente alla 2b: che cavolo c’entra il culturismo con il Naturismo???), perché contiene due cose molto importanti.

    Innanzi tutto, colloca correttamente il Naturismo come oggi inteso tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, ovvero ai tempi della Lebensreform, che in tedesco vuol dire “riforma della vita”. Fu una corrente di rinnovamento culturale sorta verso la fine del XIX secolo in Germania e Svizzera, per poi propagarsi in tutta Europa, nella quale conversero molteplici idee nel campo dell’arte, dell’artigianato, dell’architettura, della scienza biologica, dell’alimentazione e della moda.

    Nell’arte la Lebensreform generò l’Art Noveau, in Italia denominata anche Liberty. Ma fu anche molto importante per i prodromi del Naturismo come lo intendiamo oggi, dando vita al movimento del Frei Koper Kultur (FKK), la cultura del corpo libero, sigla che ancora oggi nei Paesi di lingua tedesca è sinonimo di Naturismo.

    La Lebensreform contestava molte convenzioni borghesi, propugnando uno stile di vita più vicino alla Natura, opponendosi alla vita cittadina, agli eccessi della società moderna e della industrializzazione, proponendo un’alimentazione più naturale, l’igiene, la medicina naturale secondo i principi ippocratici, l’esposizione all’aria, all’acqua, alla luce e promuovendo il nudismo (i primi club naturisti si chiamavano Lichtbund, cioè Associazioni della Luce; il primo aprì nel 1903 in Germania, ma il più celebre di questi fu a Locarno, sul Monte Verità nella Svizzera ticinese). Tutti temi ancora oggi fondamentali e caratterizzanti del Naturismo.

    Le Sourire

    Molti di questi temi verranno ripresi in gran parte, al di là o al di fuori del movimento naturista vero e proprio, cinquant’anni dopo dal movimento hippie, questa volta con genesi negli Stati Uniti.

    Ma ritorniamo alla Treccani. Essa definisce il nudismo come una “pratica naturalistica (sviluppatasi dopo il 1930, soprattutto a partire dalla Germania e dall’Inghilterra) i cui seguaci, sia per reazione a quelle che ritengono ipocrisie e convenzioni ereditate dal passato o imposte da un malinteso moralismo, sia per amore di una vita libera all’aria aperta e desiderio di un più diretto contatto con la natura, sia come regola di salute fisica e morale, adottano l’abolizione di ogni tipo di vestiario sulle spiagge o in zone appositamente loro destinate (campi per nudisti)”.

    E qui, francamente, non si capisce come gli stessi redattori siano incappati in inesattezze: prima, alla voce Naturismo, come abbiamo visto parlano correttamente di fine Ottocento/inizio Novecento, di Germania e Svizzera, Lebensreform, ecc. E qui, invece, a proposito di nudismo, post- datano la faccenda addirittura a dopo gli anni ’30 e citano a sproposito l’Inghilterra (forse perché fuorviati dai soggiorni marini in Croazia e Grecia di Wallis Simpson e l’ex-re inglese Edoardo VIII), mentre è negli Stati Uniti che negli anni ’30 cominciano a svilupparsi i primi gruppi naturisti, colà nudisti.
    Inoltre, i redattori della Treccani non citano l’Ile du Levant.

    A proposito di anni ’30: magari qualcuno, a questo punto, invocherà il nome e gli scritti dell’italiano Lamberto Paoletti. Calma, ci arriveremo.
    E arriveremo anche a Wikipedia: possiamo non citarla? Certo che no.

    La parola Naturismo – Seconda parte

    La parola Naturismo

    Riprendiamo il discorso sulla parola “Naturismo”. Partendo dalla definizione dell’INF-FNI e dopo aver visto le definizioni del dizionario Devoto-Oli, di quello Gabrielli e dell’enciclopedia Treccani, non possiamo tralasciare Wikipedia. Per la non sempre attendibile enciclopedia on-line “Il naturismo è un movimento che promuove un contatto più diretto e meno artificioso dell’essere umano con l’ambiente naturale, facendo propri il rispetto verso le persone, gli esseri viventi e l’ambiente. Tali caratteristiche essenziali possono essere vissute in determinati contesti anche in nudità. Una persona naturista cerca di avere una vita sana, ad esempio alimentandosi con cibi genuini poco trasformati e di produzione sostenibile, praticando attività sportiva all’aria aperta e il suo stare nuda avviene spesso in socialità, sia in spazi privati che pubblici”.

    “I naturisti pensano che la nudità in sé non sia indecente, né degradante, e ritengono che questa consapevolezza aiuti ad una migliore accettazione del proprio corpo, e di quello altrui. Ritengono che la nudità, in determinati contesti, può essere vissuta in socialità, nel pieno rispetto della moralità pubblica della società. Per il naturista infatti la nudità non costituisce in alcun modo veicolo né pretesto per alterare la moralità dei comportamenti pubblici: trasgressione ed esibizionismo sono del tutto estranei alla pratica naturista.
    Pertanto la nudità, che nel naturista abbiamo definito come non accidentale, ma voluta, costituisce un’espressione culturale, un’espressione integrale di corporeità, di vitalità, e di equilibrio psicofisico. Ma quest’ultimo è solo un aspetto (il più clamoroso secondo la visione comune) del naturismo, uno stile di vita e un modo di pensare che implica una visione più ampia dell’esistenza e dell’uomo.”

    Più avanti sottolinea la funzione sociale del Naturismo, il suo essere un movimento familiare, sano, educativo, naturale, quando lo definisce “un movimento aperto alla partecipazione di persone di tutte le età: dalle famiglie con figli piccoli alle persone più anziane. Ognuno può trovare ristoro nel benessere offerto dal naturismo.”

    È importante questa definizione e descrizione del Naturismo e dei naturisti da parte di Wikipedia, poiché sul web si assiste, da troppo tempo, a una corruzione della parola e del concetto, il tutto per meri fini commerciali, o meglio, porno-commerciali, che ingenerano confusione e mistificazione a chi non conosce il Naturismo (e numerose arrabbiature da parte dei naturisti praticanti) e che veicolano attività, atteggiamenti e comportamenti che nulla hanno a che vedere con il Naturismo vero e proprio.

    Wikipedia Intende il nudismo, invece, come “la semplice pratica della nudità, anche se spesso viene confuso con il naturismo. Viene praticato prevalentemente in zone balneari o turistiche, senza particolari convinzioni legate al rispetto della natura o a una vita sana. La persona nudista solitamente non crea associazioni come invece avviene per la naturista. In questo senso quindi si può dire che il naturismo ha in sé anche una componente nudista mentre il contrario non è necessariamente vero.”

    Poi, Wikipedia prova ad accomunare Naturismo e nudismo, asserendo che “presupposti comuni ad entrambi, nudismo e naturismo, sono: consapevolezza del benessere che la nudità può donare; considerazione della nudità come una condizione non degradante né offensiva, per sé stessi e per gli altri; totale estraneità ad atti trasgressivi o esibizionistici durante la pratica della nudità sociale.”

    Dopo aver visto anche le definizioni di Wikipedia, è ora di cominciare a trarre delle conclusioni.
    Innanzi tutto, possiamo dire che è impossibile essere naturisti senza essere nudisti, mentre è
    possibile essere nudisti senza essere naturisti. Ecco perché noi preferiamo essere naturisti: perché il naturista ha anche una responsabilità comportamentale sociale, culturale e ambientale.

    Naturista

    Spesso, ai meri nudisti non interessano temi centrali e caratterizzanti del Naturismo:
    alimentazione naturale, medicine naturali, ecologia ecc. E mentre per il naturista, trasgressione ed esibizionismo sono fuori della propria mentalità e comportamento, ciò non sempre vale per il nudista. Ovvero, il nudo “trasgressivo” ed esibizionista, non è mai naturista.
    E non basta spogliarsi in una spiaggia per sentirsi, essere Naturisti: mentre siamo nudi in un spiaggia noi non siamo naturisti, ma solo nudisti. Per essere naturisti ci vuole anche altro, non meno importante, anche se meno evidente dello stare nudi: stile di vita, rispetto e protezione dell’ambiente, alimentazione, prevenzione naturale della salute, e non ultimo, il non nascondere di essere naturisti, promuovendone benefici, scopi, attività. Non possiamo fermarci a un naturismo solo vacanziero.
    Semplificando con una battuta, potremmo dire che Il naturista si abbronza perché sta nudo, il nudista si spoglia per abbronzarsi.
    Oggi molte strutture nel mondo si definiscono “naturiste” mentre in realtà sono solo nudiste, volte solo a offrire momenti di vacanza. E magari la maggioranza dei loro frequentatori non conosce storia, valori e fondamenti del Naturismo. Così si rischia di perdere il patrimonio storico e culturale del Naturismo, che, come detto, scaturisce dalla Frei Korper Kultur (FKK) del primo ‘900, che sosteneva la salutare combinazione tra movimento, luce solare, bagni d’aria e acqua in stato di nudità per l’equilibrio fisico e psichico, una nudità etica e morale per il benessere umano. O forse è già perso, poiché, ahinoi, la sigla FKK viene anche usata ormai al di fuori del Naturismo vero e
    proprio per attività che nulla hanno a che vedere con esso, anzi, per attività e pratiche che il Naturismo combatte.
    È un peccato, poi, che nessuno dei testi citati riporti la definizione di Gimnosofia come speculare a quella di Naturismo: proprio ai primordi del movimento naturista, la parola gimnosofia veniva molto utilizzata, tant’è che negli anni ’50 del secolo da poco trascorso, Kienné de Mongeot, uno dei fondatori del movimento naturista francese e mondiale, preferiva usare questo termine al posto di “naturismo”.
    La nudità è una condizione essenziale per la pratica del Naturismo, senza di essa il Naturismo non sarebbe completo. La nudità in comune è il fondamento del Naturismo, ciò che lo caratterizza maggiormente, ma esso non si esaurisce con tale pratica sociale.

    E quindi, veniamo ora a Lamberto Paoletti e al suo “Naturismo. Arte del vivere”, scritto nel 1934. In questo libro, citato da molti ma letto da pochi, non si parla di nudismo integrale, anzi, l’autore lo stigmatizza, ammonendo nel primo capitolo di non confondere naturismo con il nudismo. Ma poi, nella bibliografia finale, e accentuandoli con un asterisco, cita pubblicazioni naturiste straniere che includono il nudismo, e fin dalla prefazione del libro cita i fratelli Durville, fondatori della colonia nudo-naturista dell’Ile du Levant. Come mai questa ambiguità? Non dobbiamo dimenticare che il libro uscì in piena epoca fascista: Mussolini lo lodò pure. Paoletti morirà nel 1944, e non potrà assistere alla nascita, o rinascita, del Naturismo e alla sua diffusione a livello mondiale nel dopoguerra.

    Troppo lungo sarebbe fare qui una recensione del libro, ma ci pare interessante annotare velocemente alcune cose. Ad esempio, nella citata prefazione, Paoletti definisce il Naturismo (“un nome vecchio e nuovo” scrive) come un movimento di idee, richiamandosi alla Lebensreform e ai rinnovati principi medico-salutisti dell’inizio ‘900. All’inizio del primo capitolo vuole fare una distinzione tra, parole sue, “vita più o meno naturale” e “movimento naturista”. Molti spunti interessanti vi sono anche nel terzo capitolo, dove parla della mentalità naturista, e nel capitolo ottavo, che riporta tutta una serie di citazioni di medici italiani e stranieri, compresi nuovamente i Durville, dove il nudismo è implicito.
    Anche a Lamberto Paoletti e al suo libro si ispireranno alcuni pionieri del Naturismo italiano. Ma gli iniziatori di un vero Naturismo, che prevede la naturale pratica della nudità totale, in Italia sono altri: ad esempio, Tullio Cordon, Eugenio Paulin, Ernesto Gorischegg, Bruno Zuculin e altri.

    Per questo vorremmo concludere questo breve excursus citando due tra i fondatori, più di cinquant’anni fa, dell’attuale movimento naturista italiano, Giuseppe Ghirardelli e Tom Operti.
    Ghirardelli scrisse che “il Naturismo è una filosofia di vita, un modo di pensare e di vivere che caratterizza il singolo naturista quotidianamente in tutti i suoi atteggiamenti e bisogni della vita reale, anche quale cittadino vestito, e non solo d’estate, al mare o dove preferisce praticare il nudismo.”
    Operti ammoniva i naturisti del fatto che “siamo tutti continuamente aspiranti naturisti”, intendendo che il naturista perfetto non esiste e che è una continua ricerca, un bilanciamento continuo con i compromessi della vita di tutti i giorni.

  • La Federazione Naturista Internazionale

    La Federazione Naturista Internazionale

    INF-FNI

    Con questo articolo vogliamo cominciare una sintetica panoramica della realtà naturista nel mondo, cominciando dalla Federazione Internazionale.
    Seguiranno, nelle prossime settimane, delle interviste ai responsabili delle principali federazioni nazionali.

    www.inf-fni.org

    La Federazione Naturista Internazionale, INF in inglese (International Naturist Federation) o FNI in francese (Federation Naturiste Internationale), raggruppa 40 federazioni nazionali di tutto il mondo, compresa quella italiana, più 11 corrispondenti in nazioni dove il movimento naturista è ancora troppo piccolo, o addirittura fuorilegge. Esiste dal 1953 ed è responsabile del rilascio del bollino di riconoscimento alle varie federazioni nazionali.
    Questo bollino dà validità alla tessera naturista, vero e proprio passaporto naturista valido, e richiesto, in più di 1.000 strutture naturiste sparse per il globo. L’INF-FNI rappresenta e sostiene gli interessi di oltre 500.000 tesserati in tutto il mondo. Tra i suoi scopi vi sono quelli di coordinare le attività delle varie Federazioni nazionali e le relazioni tra loro, di accrescere e migliorare l’esperienza e lo stile di vita naturista, il clima sociale e culturale attorno al Naturismo, promuovendone la conoscenza e i benefici presso l’opinione pubblica. Stabilisce le regole e le modalità per le quali possano essere riconosciute le Federazioni nazionali e le loro associazioni e strutture, e quindi il rilascio da parte loro della tessera naturista.
    La tessera è personale, corredata dai dati anagrafici del possessore, da una sua fotografia e dal bollino INF-FNI che ogni anno deve essere applicato.

    La tessera naturista internazionale offre garanzie al possessore che le strutture alle quali accede rispettano i regolamenti naturisti internazionali mantenendo all’interno condizioni e comportamenti etico/morali certificate dall’INF-FNI; ma offre garanzie anche alle stesse strutture naturiste perché dimostra che il possessore conosce e pratica i principi naturisti secondo le norme INF-FNI.

    La Federazione Naturista Internazionale programma e organizza una serie di servizi ed eventi in tutto il mondo: incontri tra le Nazioni, gare sportive, riunioni. Ogni due anni si tiene il Congresso Mondiale, che nel 2010 si tenne in Italia, mentre quello europeo è a cadenza annuale. Proprio durante il Congresso Mondiale del 1974 fu coniato quella che è ormai diventata la più classica e diffusa definizione di Naturismo:

    “Il Naturismo è un modo di vivere in armonia con la natura caratterizzato dalla pratica della nudità in comune che ha lo scopo di favorire il rispetto di se stessi,
    il rispetto degli altri e quello dell’ambiente.”

    A questa definizione, spesso si aggiunge che il Naturismo è un movimento familiare, sano, educativo, naturale.

    Anche la Fe.Na.It, Federazione Naturista Italiana, fin dalla sua origine all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, aderisce all’INF-FNI. Anzi, proprio l’esistenza della INF-FNI e il loro aiuto contribuì in maniera determinante alla nascita delle prime Associazioni naturiste italiane intorno alla metà degli anni ’60.

    Da qualche anno si è staccata dall’INF-FNI, per fare Federazione a sé, l’Associazione
    statunitense AANR (American Association for Nude Recreation), che rappresenta oltre 200.000 tesserati e quasi 200 strutture e spiagge. Questo è avvenuto per due motivi. Il primo è una per loro troppo forte presenza dell’Europa rispetto al resto del mondo: su 40 Federazioni presenti nell’INF-FNI, 26 sono europee, con un ruolo molto forte, per numero di associati, di Germania, Francia e Olanda.
    Il secondo motivo è una diversa interpretazione di alcuni aspetti del Naturismo, che in America viene chiamata “nudism” e non “naturism”, poiché da loro questo secondo nome viene usato per gli studiosi e appassionati della natura, tradizione etimologica che deriva fin dall’Ottocento da Henry David Thoreau. Gli statunitensi danno del Naturismo/Nudismo un’interpretazione, se vogliamo definirla così, più prettamente vacanziera, senza molti aspetti ideologici e di stile di vita meno consumistico che invece ha chi aderisce all’INF-FNI.
    Ma, comunque, è rimasta stretta la collaborazione tra AANR e INF-FNI, poiché entrambi condividono il principale compito di favorire una sempre più diffusa accettazione del Naturismo presso l’opinione pubblica e lo sviluppo di strutture e spazi per i propri tesserati, il loro rispetto e il rispetto della pratica naturista. Pratica che nulla ha a che vedere con il compiere atti osceni in luogo pubblico.

  • Le leggi regionali sul Naturismo

    Le leggi regionali sul Naturismo

    Plage Naturiste

    Da anni, dentro la Federazione Naturista Italiana e al di fuori di essa, tra Naturisti si dibatte sull’utilità o meno di una legge nazionale che riconosca, tuteli e promuova il turismo e lo stile di vita naturista. Infatti nel nostro Paese, a differenza di molti altri della UE, non c’è una normativa specifica. E questo nonostante alcuni tentativi fatti nel passato in Parlamento, il più importante dei quali nel 2000, quando, dopo una raccolta di firme a sostegno di un disegno di legge sostenuto da parlamentari di ogni schieramento, una delegazione Fenait (Federazione Naturista Italiana) venne accolta in audizione presso la Commissione Affari Sociali del Parlamento.

    Si è preferito demandare alle Regioni e ai Comuni. Ma a oggi, settembre 2019, solo 4 Regioni hanno una legge per la promozione del Naturismo. In ordine cronologico: Emilia-Romagna, Abruzzo, Veneto, Piemonte.
    Tutte e quattro hanno caratteristiche molto simili, e definiscono l’autorizzazione di spazi naturisti sia pubblici che privati, ma hanno anche alcuni punti specifici.
    Ad esempio, quella dell’Emilia-Romagna del 2006, al punto 1 dell’art. 5 dice che le aree destinate alla pratica naturista “…dovranno essere recintate con piante autoctone.” È l’unica che si preoccupa in modo specifico della flora locale:

    Legge Regione Emilia-Romagna num. 16, luglio 2006

    Quella della Regione Abruzzo, del 2013, all’art. 1 riporta alla lettera la definizione internazionale di Naturismo dell’International Naturist Federation (che riunisce circa una quarantina di Federazioni nazionali di tutto il mondo, e alla quale anche la Fenait aderisce): “si definisce Naturismo un modo di vivere in armonia con la natura, caratterizzato dalla pratica della nudità in comune, allo scopo di favorire il rispetto
    di se stessi, degli altri e dell’ambiente.”
    Il punto 1 dell’art. 3 dice che “la Regione Abruzzo, entro i limiti posti dallo Statuto e nel rispetto dei principi generali della Costituzione della Repubblica, riconosce e promuove nel proprio territorio le condizioni necessarie per garantire la possibilità di praticare il naturismo, riconoscendolo come stile di vita sano, naturale ed educativo, nonché avente grandi potenzialità di sviluppo economico.”
    All’art. 4 si richiama alla sentenza della Corte di Cassazione num. 3557 del 2000, quando al punto 1 stabilisce che “i Comuni ed i competenti enti, anche in accordo tra loro, entro centottanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, individuano e destinano spiagge marine, lacustri o fluviali, boschi ed altri ambienti naturali di proprietà del demanio o di enti pubblici alla libera pratica del naturismo, a cominciare
    da quelli in cui tale pratica è già consuetudine. Ogni Comune ha la facoltà di ampliare nel tempo le zone già indicate e di trovare nuovi siti da destinare alla pratica naturista.”

    Legge Regione Abruzzo num. 26, agosto 2013

    La legge del 2014 della Regione Veneto, al punto 3 dell’art. 7, è l’unica a stabilire che le aree pubbliche destinate al turismo naturista “siano concesse con preferenza, a parità di condizioni, alle associazioni o organizzazioni affiliate ad una delle federazioni o confederazioni naturiste nazionali o internazionali.”

    Legge Regione Veneto num. 7, febbraio 2014

    Ultima, fino a ora, la legge del 2015 della Regione Piemonte, che riprende molti contenuti delle altre tre precedenti:

    Legge Regione Piemonte num. 21, settembre 2015

    Ci sono poi i Comuni, e le loro autorizzazioni. Il primo a deliberare fu il Comune di Roma, che a seguito della delibera num. 104 del 1999, l’anno dopo autorizzò a Ostia-Capocotta (storica spiaggia naturista) la prima spiaggia naturista italiana legale.
    Ultimo in ordine di tempo il Comune piemontese di Varallo, che sul fiume Sesia ad agosto ha autorizzato ufficialmente una spiaggia naturista inaugurata pochi giorni fa alla presenza del Vice-Sindaco.
    Tirando le somme, in 20 anni si sono ottenute 13 spiagge ufficiali e 4 leggi regionali. Si può fare di più e meglio, soprattutto considerando quanto avviene in Nazioni confinanti la nostra, o simili per storia e cultura. Ad esempio, in Francia, dove oltre alle più di 100 strutture turistiche naturiste (la Francia è il primo Paese al mondo per ricettività e presenze turistiche naturiste), ci sono 80 spiagge riconosciute per legge.
    O la Croazia, ben più piccola dell’Italia e con solo 4 milioni di abitanti, che conta una trentina di spiagge ufficiali. Per non parlare della Spagna, che ha circa 500 spiagge o totalmente naturiste o con spazi riservati al naturismo. Sì, avete letto bene, non è un errore di battitura: 500 spiagge.

  • Il Suncave Gardens di Cerveteri

    Il Suncave Gardens di Cerveteri

    Suncave Gardens - Grotte etrusche

    Dal 2018 a Cerveteri, nella provincia di Roma, c’è una nuova struttura Naturista: il Suncave Gardens True Nature.
    Situato tra il lago di Bracciano e la spiaggia naturista di Santa Severa, a soli 20 minuti di treno dal centro di Roma, il Suncave Gardens si sviluppa su 3 ettari di terreno verdissimo nei pressi della necropoli etrusca Patrimonio Mondiale dell’Unesco.

    Gli attuali proprietari naturisti hanno fatto un grande lavoro di riassestamento delle parti esterne, che giacevano abbandonate da anni, piantando alberi, piante ornamentali e fiori di ogni tipo, in modo da avere fioriture e colori in ogni stagione. Tre sono le peculiarità caratteristiche del resort: un orto biologico, che con i suoi prodotti permette ogni giorno a Leslie, raffinata cuoca di alto livello, di esercitare la propria abilità in cucina; un bio-lago, meta di aironi, rondini e falchi; e, non ultimo, anzi, la serie di grotte etrusche.
    Ecco il perché del nome Suncave Gardens.

    La struttura è aperta da maggio a ottobre, e può ospitare fino a 12/14 persone, in due grandi stanze con bagno che danno sul giardino, e in un cottage di 75 mq.
    Vengono organizzate gite e tour nei dintorni, compresa ovviamente la Città Eterna, lezioni di cucina e orto biologico, e attività per bambini, come dare da mangiare agli animali della fattoria.

    Gli ospiti arrivano soprattutto dall’Italia, ma anche dall’Europa del Nord: naturisti, certo, ma anche neo-naturisti, come capitato con una famiglia ticinese, che, arrivati tessili, sono ripartiti convinti naturisti.
    Ma, d’altronde, sappiamo bene che, una volta provati il benessere fisico e la pace interiore del Naturismo vero e sincero, rispettoso di sé e degli altri, indietro non si può più tornare.
    Maggiori informazioni potete trovarle sul sito web del Suncave Gardens True Nature.