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  • Spiagge Naturiste a Naxos

    Spiagge Naturiste a Naxos

    di Loredana De Michelis
    Naxos

    Naxos è l’isola più grande delle Cicladi ed è anche la più interessante dal punto di vista storico e naturalistico. Ricca d’acqua, di valli e di montagne che raggiungono anche i mille metri, è molto fertile ed è nota fin dall’antichità per il suo vino e la sua frutta eccellenti. Non a caso vi si trova un tempio dedicato a Dioniso.

    Le spiagge sono numerose e tra le più belle della Grecia: molte di queste negli anni ’70 furono popolate dagli hippy, che vi costruivano capanne e ci passavano intere estati, totalmente immersi nella natura. In particolare si erano distribuiti lungo la spiaggia di dune e sabbia chiara di Plaka, lunga oltre 3 chilometri.
    Furono loro a promuovere la cultura naturista con la quale gli abitanti dell’isola si sono abituati a convivere nel corso degli anni.

    Oggi Naxos, dopo essere stata a lungo un’isola poco frequentata, è diventata una meta turistica popolare grazie anche alla bellezza della sua città principale, in classico stile cicladico e sormontata da una cittadella veneziana ben conservata.
    Se in bassa stagione è possibile fare nudismo su quasi ogni spiaggia che non sia prossima a un villaggio, nei mesi di luglio e agosto gli spazi si restringono e occorre allontanarsi un po’ di più, ma la grandezza dell’isola e la quantità di spiagge consentono di trovare sempre un posto dove stare a proprio agio e godersi l’acqua trasparente.

    Le spiagge sabbiose si trovano principalmente a ovest, lungo la costa antistante l’isola di Paros, mentre la zona più a nord della città principale è prevalentemente rocciosa e vi si trovano piccole baie sassose, difficili da raggiungere e dove il mare è spesso mosso. Nella zona nord ed est molte spiagge sono sassose e solitamente in prossimità di un villaggio, fatta eccezione per la parte sud est, poco popolata.

    Spiagge dove si può fare naturismo a Naxos

    • La spiaggia di Prokopio è mista e ha solitamente una parte frequentata da naturisti, quella centrale, dove non ci sono lettini.
    • Al villaggio di Agia Anna si può seguire la spiaggia e percorrere il breve il sentiero che porta sul piccolo promontorio dove c’è una chiesetta. Proseguendo si scende costeggiando una grande pineta. Li si incontra una piccola baia, solitamente frequentata da nudisti. Anche le rocce e l’inizio della spiaggia successiva rimangono zona nudista in ogni stagione, sebbene negli ultimi anni siano frequentate prevalentemente da maschi gay e la situazione non sia ben vista dai locali.
    • Dopo Agia Anna la strada asfaltata finisce e inizia una grande strada sterrata che costeggia la lunga spiaggia di Plaka, che in estate si può raggiungere in autobus dalla città principale. Zone dove ci sono ombrelloni e lettini si alternano a zone di spiaggia libera. Superando il campeggio Maragas, la folla si dirada e le dune si fanno più alte: l’inizio della zona dove il nudismo è accettato, ma non esclusivo è segnalato dalla presenza di un gruppo di ombrelloni e lettini a frequentazione mista. Più si va a sud lungo la spiaggia, più si trovano altri naturisti sparsi, spesso non lontani da persone in costume da bagno. Chi arriva per primo decide: gli altri si adegueranno stabilendo la distanza che considerano opportuna, visto lo spazio a disposizione. Questa attitudine di tolleranza reciproca è tipica a Naxos, e contribuisce a dare all’isola un’atmosfera di grande serenità.
    • Proseguendo sempre verso sud e superando la spiaggia ventosa di Mikri Vigla, frequentata prevalentemente da surfisti, si incontra un’altra spiaggia lunga e sabbiosa che si chiama Kastraki e che ha pochissime costruzioni alle spalle. La parte iniziale di questa spiaggia è attrezzata e c’è una taverna sul mare, spesso molto affollata in alta stagione. Camminando un po’ però, ci si ritrova praticamente da soli anche ad agosto, soprattutto fuori dalle ore centrali della giornata. Conviene portarsi qualcosa da bere e un cappello: non c’è ombra e non ci altri bar sulla spiaggia.
    Kastraki
    Kastraki
    • Da Kastraki, proseguendo verso sud, si trovano altre spiagge che non sono mai affollate, alcune case private e qualche taverna chic. Ad Aliko c’è di nuovo un promontorio con una pineta, come a Plaka, con dune di sabbia chiara e piccole baie sabbiose nascoste, dove si trova ancora qualcuno che fa campeggio libero. Lì vanno a fare naturismo in tranquillità gli expat che abitano a Naxos tutto l’anno e sono intolleranti alla folla dell’alta stagione.
    • Purtroppo la strada non prosegue e per raggiungere Panormos, sul lato sud est dell’isola: occorre percorrere quindi la strada interna, andare a nord e poi ridiscendere. Ma il percorso, che sale in quota dove ci sono le aquile, è mozzafiato. A Panormos la vita è lenta e semplice, la spiaggia è grande, piatta e ricca di canneti dove fanno il nido molti uccelli acquatici. Qualche villa privatissima abbarbicata sulle rocce in alto a dominare l’Egeo, un molo nuovo per le barche a vela e una sola taverna.
      Qui si è in capo al mondo, la luce è forte e al largo si vedono i profili scuri di alcune piccole isole, un tempo rifugio sicuro di pirati saraceni, genovesi e italiani.

  • Naturismo: utopia o realtà ?

    Naturismo: utopia o realtà ?

    Utopia naturista

    L’aspetto principale del Naturismo è il recupero della nudità naturale umana.
    “Naturale” perché oggi sono dilaganti forme e modi di nudità dalle quali il Naturismo si discosta nettamente e che decisamente riprova: si pensi alla pornografia e allo sfruttamento commerciale del corpo, soprattutto quello femminile.
    I tedeschi all’inizio del ‘900 chiamavano il Naturismo “Nacktkultur”, che significa allo stesso tempo civiltà e cultura della nudità. In seguito lo hanno ribattezzato con il termine “Freikorperkultur” (FKK), cultura del corpo libero, o meglio, liberato.

    Il Naturismo non è trasgressione, anzi, è un recupero dell’idea umanistica dell’essere umano al centro dell’Universo, in dialogo e comunione con esso nel suo intimo. Un’utopia?
    Il termine “utopia” è stato creato nel 1516 dal politico, filosofo e religioso inglese Tommaso Moro (Thomas More): nel suo libro con tale titolo, descriveva l’isola di Utopia, dove si viveva secondo leggi, usi e costumi in contrasto con quelle allora in uso nel mondo. E’ quindi utopia anche il Naturismo?
    Se osserviamo l’attuale modo di vivere, con città sovraffollate e invivibili, la natura violentata e in fase di avanzata distruzione, l’inquinamento di aria, acqua e terreni, un turismo di massa consumista e devastante per l’ambiente, la psicosi del vestire in modo esagerato e improprio, tutto sembra opporsi alla realizzazione degli ideali del Naturismo. Eppure…

    Eppure tutti questi elementi contrastanti che sembrano soffocare l’ideale naturista, si dissolvono di fronte all’esperienza che milioni di naturisti fanno. Chiunque abbia avuto intense esperienze naturiste sa che – anche senza rendersene conto in maniera razionale – vivere allo stato di nudità naturale significa porsi fuori dal tempo presente. Ogni buon naturista sa che anche la più piccola barriera tessile separa il nostro essere più profondo dalla sua totalità universale e naturale, impedisce l’immersione della nostra limitata realtà individuale in una cosmogonia universale e senza tempo.

    La caduta dell’ultimo lembo di stoffa ci libera da una separazione con l’universale atemporale che ci circonda e giace dentro di noi. E questa è una sensazione reale che, ripetiamo, milioni di naturisti sperimentano ogni giorno. Così come sono realtà le associazioni, i movimenti, le organizzazioni, gli strumenti di comunicazione (come Naturistitalia) che promuovono e diffondono l’idea naturista. Così come sono realtà tutti i luoghi, conquistati in lunghi anni di lavoro, dove si può praticare il Naturismo legalmente o liberamente. In Europa sono diversi milioni i naturisti praticanti.
    Nella stagione estiva, ogni giorno decine e decine di migliaia di presenze giornaliere si possono contare nei tanti Centri e luoghi naturisti dell’Europa mediterranea, quali Francia (compresa la Corsica, uno dei luoghi storici del Naturismo), Croazia, Spagna, a anche Grecia, per citare i principali. In Italia abbiamo meno opportunità rispetto a questi Paesi, ma ci sono, e più che in passato.

    Numeri che costituiscono una realtà concreta, ampia e consolidata, tanto da essere anche economicamente significativa, non solo per le strutture naturiste, ma per il turismo in genere, dato che i naturisti frequentano anche musei, ristoranti, utilizzano mezzi di trasporto, ecc.

    Un’altra realtà naturista è la sua etica, un’etica che viene vissuta nella pratica: fare naturismo, essere naturisti non vuol dire soltanto spogliarsi. Conta il perché, il come, il quando, il dove: si tratta di un modo di vivere che comporta conseguenze che vanno oltre una semplice abitudine di vita. E molti naturisti spesso si difendono da queste conseguenze nascondendosi, o non hanno la forza e la voglia di fronteggiarle.
    Questo spiega perché molti naturisti non dicono di esserlo a parenti, amici, colleghi; o perché spesso si incontrano più naturisti italiani all’estero che in patria. O addirittura coppie di naturisti che lo nascondono ai figli (ma in casa come fanno? Stanno vestiti? E in vacanza?), quando una delle basi del Naturismo è proprio il suo carattere familiare, di testimonianza e trasmissione di valori ai figli, che fin da bambini beneficiano immediatamente della naturale percezione di benessere che il Naturismo porta con sé.

    Il Naturismo fa emergere la sua etica morale dallo stesso fatto di vivere nudi insieme, a partire dal primo nucleo sociale in cui viviamo: la famiglia.
    Dalla pratica della nudità naturale sorge spontaneamente un comportamento etico, in primis verso la donna e il sesso. Il Naturismo eleva il corpo umano da mero oggetto di desiderio sessuale a qualcosa di più profondamente vissuto, interpretato in maniera più completa, in una comprensione più universale, certo senza negarne anche il valore sessuale.
    La divina bellezza del corpo umano nelle sua naturali fattezze, di qualsiasi sesso ed età, non cessa di affascinare anche se visto all’infinito e nelle sue infinite molteplicità, così come non ci stanchiamo mai di ammirare il volto delle persone a noi care.
    Nelle comunità naturiste interiormente vissute, cessano di esistere le età, e le differenze di sesso cessano di essere barriere: l’essere umano e la natura si fondono in una comunione universale senza tempo.
    E forse questo è l’aspetto più bello, appagante, rivelatore, della realtà naturista.

  • Sull’Isola di Naxos

    Sull’Isola di Naxos

    Dal libro Sull’isola di Naxos c’è un tesoro
    di Loredana De Michelis
    Isola di Naxos

    Qualcosa di magico ti succedeva, semplicemente stando lì sotto il sole, a
    guardare l’orizzonte. Se arrivavi dal mondo dei “normali”, i primi dieci giorni
    erano duri: senza scarpe i sassi aguzzi ti facevano saltare di dolore
    all’improvviso, il sole bruciava troppo, non c’era niente da fare e si diventava
    ansiosi. Non si poteva scegliere il cibo e a volte non era così facile dormire, sul
    ferro del traghetto prima, e sulla spiaggia battuta dal vento dopo.
    Arrivava un momento però, se resistevi, in cui le cose cambiavano: la pelle
    diventava il tuo vestito e poco importava se si tagliava, si sarebbe riparata da
    sola. Non eri più nudo, esistevi all’interno del tuo corpo e l’aspetto esteriore era più o meno come quello di tutti gli altri. Non c’erano più differenze tra belli,
    brutti, alti e bassi. Niente più classi sociali. La nudità diventava naturale e priva d’implicazioni, come per i bambini. I vestiti si trasformavano in un prezioso accessorio per le occasioni particolari e assumevano un significato simbolico, quasi guerresco.

    Imparavi a camminare in modo diverso, più morbido, come un gatto; e a
    guardare meglio dove andavi, scoprendo tante piccole cose.
    La giornata prendeva un suo ritmo e non c’era più neppure un attimo vuoto:
    potevi stare ore a scavare buche nella sabbia bagnata della battigia, totalmente concentrato sul vai e vieni dei granelli che contendevi all’acqua chiara.
    Nelle ore più calde una sete strana ti spingeva a tuffarti in acqua più spesso, per mantenere costante la temperatura del corpo. Scoprivi di sapere tantissime
    cose, potevi percepire il tuo territorio fino agli angoli più nascosti. Mentre i sensi si facevano più acuti, altri pensieri diventavano più remoti, come scivolati sotto uno strato di esistenza più vivida e importante. I capelli crescevano come radici nel vento e si trasformavano in una sorta di piumaggio. Non ci si stancava mai di sentirne il peso e la carezza.

    Fantastiche erano le notti: nessuno dei ragazzi nati nelle città del nord aveva
    mai visto niente di simile. Le poche luci di Chora erano lontane, e l’isola di Paros negli anni ’80 si stagliava ancora nera come l’inchiostro. Del mare sentivi solo il rumore e il cielo era una fittissima cascata di stelle che scendeva fino a fondersi con la linea lucida dell’acqua all’orizzonte.
    Con un movimento veloce del piede scavavamo nella sabbia la culla perfetta, ci
    infilavammo ognuno nel suo bozzolo e lasciavamo che gli occhi si riempissero di galassie.

    Ci addormentavamo ascoltando la risacca. Mai come in quei momenti, con il
    cielo a fare da tetto e la terra come giaciglio, ci eravamo sentiti più al sicuro…

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  • Dal Greyness al Greenness per crescere più sani

    Dal Greyness al Greenness per crescere più sani

    Greenness

    Un recente studio condotto dall’Istituto per la promozione della salute globale di Barcellona, pubblicato sull’International Journal of Environment Research and Public Health e intitolato “Low Childhood Nature Exposure is Associated with Worse Mental Health in Adulthood”, ha evidenziato quanto sia importante crescere in spazi verdi e all’aria aperta il più possibile.
    La pratica del “Greenness” va seguita fin dai primi anni di vita, per avere benefici tangibili anche in età adulta.

    Se si cresce accanto ad ampie aree verdi, si diventa adulti più sani: sul piano fisico, ma anche in salute mentale. Che l’esposizione regolare alla natura (giardini, foreste, parchi urbani) fosse un carico di effetti positivi, lo si dice da tempo. Ma che questa, rilevata in età infantile, serva poi a far crescere uomini e donne più sani, è un aspetto emerso di recente.

    La ricerca, condotta su un gruppo di 3.600 adulti di quattro differenti città europee, ha visto come gli adulti che nel corso della loro infanzia avevano trascorso meno tempo all’aria aperta, abbiano raggiunto punteggi più bassi nei test psicologici a cui sono stati sottoposti. I ricercatori hanno tratto le informazioni relative all’esposizione al verde durante l’infanzia dai questionari compilati da uomini e donne coinvolti nello studio. A loro è stato chiesto di indicare la frequenza delle escursioni nei boschi, delle visite nei parchi cittadini e del tempo libero trascorso giocando in giardino. In più, è stata rilevata la sensibilità rispetto a questi spazi: risultata tanto più alta quanto maggiore era l’uso che se n’era fatto durante l’infanzia.
    Poi sono stati sottoposti a dei test psicologici per misurare il loro grado di soddisfazione. Nervosismo, depressione, livelli di energia e stanchezza: questi gli aspetti indagati.

    I punteggi più bassi sono stati rilevati tra coloro che, da bambini, avevano trascorso meno tempo all’aria aperta. Un risultato rilevante secondo i ricercatori, a maggior ragione in un’epoca in cui il 73 per cento della popolazione europea vive in aree urbanizzate. Un tasso che, entro il 2050, dovrebbe crescere fino all’80 per cento.

    “È importante che questi dati vengano considerati anche nella programmazione scolastica – afferma Mark Nieuwenhuijsen, direttore del centro di promozione della salute, dell’ambiente e di pianificazione delle aree urbane dell’Istituto per la promozione della salute globale di Barcellona -. Troppi bambini in Europa trascorrono buona parte della giornata al chiuso”.

    Le conclusioni di questo studio fanno il paio con quelle di una ricerca pubblicata nel dicembre 2018 sulla rivista « Environmental Health » , condotta su un gruppo di bambini in età scolare (244, tra gli 8 e i 10 anni) che vive a pochi chilometri da Palermo e che frequenta due scuole diverse, intitolato “ Associations of greenness, greyness and air pollution exposure with children’s health: a cross-sectional study in Southern Italy”.

    Lo studio è stato condotto in una zona suburbana che si trova lontana dal mare, caratterizzata da numerose abitazioni, insediamenti commerciali e alloggi pubblici, con la discarica cittadina distante appena due chilometri. Ai piccoli è stato chiesto di compilare un questionario per la valutazione dei sintomi respiratori, allergici e generali, per poi incrociarli con gli indicatori individuali di esposizione ambientale sia al «greenness» (livello di esposizione al verde) e al «greyness» (grigiore, indicatore delle aree cementificate) sia al biossido d’azoto.

    Mettendo assieme i vari dati, è emerso che una scarsa frequentazione del verde pubblico era associata a un più alto rischio di sintomi nasali. I bambini che vivevano in aree di tessuto urbano molto cementificate, con pochi o nulli spazi verdi, avevano riportato anche più sintomi oculari e generali, quali cefalea e stanchezza cronica, rispetto a quelli che vivono in aree meno cementificate. La prossimità, meno di 200 metri, a una strada ad alto traffico aveva inoltre determinato un aumento del rischio dei sintomi oculari, quali bruciore, lacrimazione, sensazione di sabbia negli occhi, oltre a quelli nasali.

    Un’altra conferma di quanto noi naturisti ben sappiamo e sperimentiamo da sempre: foreste, giardini e parchi fanno crescere sani, sia fisicamente che mentalmente. E goderne i benefici su tutto il corpo, su tutta la pelle nuda, fa crescere e vivere ancor meglio.

  • Un’esperienza naturista di quasi un secolo fa – Prima parte

    Un’esperienza naturista di quasi un secolo fa – Prima parte

    esperienza naturista

    L’ing. Nino Monge fu nel 1964 tra i fondatori dell’U.N.I., Unione Naturisti Italiani. Frequentatore, insieme alla moglie Delli, dell’Ile du Levant già negli anni ’50 del secolo scorso, aveva avuto il suo “battesimo” naturista addirittura negli anni ’30, gli anni di Lamberto Paoletti e del suo libro “Naturismo, arte del vivere”, quando in Italia di nudismo proprio non si poteva neppure parlare, figuriamoci praticarlo. Eppure già allora c’erano dei coraggiosi pionieri, ai quali prima o poi dedicheremo un articolo.
    Riportiamo alcuni stralci di una sua testimonianza pubblicata nel 2002 in altra sede, relativa a una sua esperienza naturista: siamo nell’estate 1937, quando Nino Monge aveva nove anni e si trovava in vacanza in Liguria, tra Alassio e Laigueglia. Non fu la prima per lui, ma fu quella più rilevante e rivelante.

    Fui attratto dalla nudità del corpo fin dalla più tenera età. Mio padre, pur se poco o punto religioso (come del resto la mamma), era un rigido moralista che rifiutava a priori ogni discorso su argomenti “scabrosi” che riteneva tabù assoluti, senza possibilità di replica. È chiaro che in queste condizioni, anche dopo aver ampiamente raggiunto l’età della ragione, essermi laureato (ingegneria come lui), sposato e resomi indipendente con il lavoro, persisteva sempre difficile, se non impossibile, il discorso sul naturismo.
    Con la mamma tutto era più semplice: “se a loro –diceva- piace così, visto che sono d’accordo e che in definitiva non fanno male a nessuno, rispettiamone le idee.”
    Per un ragazzo che fin verso i nove, dieci anni sia cresciuto in un ambiente assolutamente bloccato per quegli argomenti, senza sostanziali apporti dall’esterno, né termini di riferimento che non fossero divieti e tabù derivanti dall’etica cattolica, la sola possibilità di avvicinarsi al Naturismo non poteva essere che attraverso l’interpretazione personale delle pulsioni che gli provenivano dalla propria sessualità durante tutto il suo ciclo di sviluppo, integrate progressivamente da una precoce attrazione per la natura.
    La natura e l’aria aperta, fin dalla più tenera età, avevano esercitato su di me un fascino particolare: il mare, il lago, con le loro spiagge solatìe; la campagna, con i suoi boschi ombrosi densi di profumi misteriosi, i suoi prati incontaminati con i loro fiori e i suoi frutti variopinti; i suoi torrenti discendenti dalle montagne alpine dalle nevi perenni; gli animali al pascolo, i paesaggi godibili dalle cime più alte, i magnifici tramonti. Alla sera, nel letto, prima di addormentarsi, immaginavo come avrebbe potuto essere bello e libero un mondo dove, in questa splendida natura, tutti gli umani non avessero problemi di vestiti e vivessero sempre, semplicemente, nudi. Fu così che diventai un nudista in potenza, per lo meno fino a quando non potei fare qualche esperienza concreta.
    Nel 1937, i miei, visto che avevo manifestato un insospettato interesse per l’acqua e gli sport acquatici, stabilirono che saremmo andati nei mesi di luglio e agosto al mare, ad Alassio, con lo stabilimento balneare quasi al limite del comune di Laigueglia. Quell’estate mi divertii un mondo! Avevo imparato a nuotare bene con una certa sicurezza, e mi ero fatto parecchi amici con i quali giocavamo tutto il giorno, sia sulla spiaggia che in acqua.

    Tra le amichette ce n’era una di nome Roberta, anch’essa torinese, che mi piaceva particolarmente e che aveva una mamma molto interessante: innanzi tutto era più giovane della mia di almeno sette-otto anni; era un tipo biondo-naturale, ma con la pelle non troppo chiara, che si abbronzava facilmente, assumendo un colore dorato. Aveva un corpo ben modellato, atletico e un temperamento sportivo, moderno: in poche parole, più vicino a noi ragazzi, sia come mentalità che come attività. Quasi tutti i giorni prendeva un
    moscone (un pattìno) e se ne andava al largo con la figlia e una turba di ragazzini vocianti, amici della figlia, tra i quali m’infilavo anch’io non appena possibile. “Al largo” voleva dire qualche centinaio di metri dalla riva, ma dove l’acqua arrivava a una profondità di appena tre-quattro metri.

    Al sabato e alla domenica, quando arrivavano i papà, la famigliola di Roberta partiva da sola con il moscone e andava veramente al largo, fin dove l’occhio nudo non poteva più arrivare. La loro gita era particolarmente lunga e, se le condizioni del mare lo consentivano, ritornavano a pomeriggio inoltrato dopo aver fatto uno spuntino in mezzo al mare a base di sandwich e aranciata. Nel corso della settimana, invece, le uscite in mare riprendevano con tutta la turba dei frenetici vocianti: ci tuffavamo per andare a raccogliere qualche conchiglia o una manciata di sabbia, per dimostrare la riuscita dell’immersione. E lo stesso faceva la mamma di Roberta, che in questo modo ci sorvegliava, giocando con noi. Conosceva ogni tipo di nuoto, ma dove primeggiava era nel crawl, tentando di insegnarlo anche a noi ragazzi. Devo dire che ero tra i suoi migliori allievi, poiché avevo acquistato un’ottima acquaticità e non avevo alcun problema a
    mettere la testa sott’acqua, sincronizzando la respirazione e tenendo sempre gli occhi aperti per non andare a sbattere contro qualche ostacolo improvviso.
    La mamma di Roberta indossava uno straordinario costume da bagno nero di foggia inusuale a quel tempo, detto “olimpionico”, in quanto simile a quelli indossati dalle nuotatrici sportive di professione, che le consentiva la massima libertà di movimento: all’inguine era molto sgambato, come quelli che usano oggi, per intenderci; nella parte superiore terminava sul davanti con una generosa scollatura a V, la schiena era quasi totalmente scoperta. Tutta questa morbida architettura era sostenuta da due spalline filiformi che si incrociavano sul retro, terminando su due bottoni automatici di metallo alle due estremità superiori della V sul davanti. Questo costume scatenava la riprovazione generale delle signore benpensanti che frequentavano la spiaggia.

    Un pomeriggio, sul tardi (a volte si stava in spiaggia fin verso le sette), con un mare di olio, la mamma di Roberta, passando accanto al nostro ombrellone, mi invitò a uscire sul moscone con la figlia: quella volta andammo più al largo del solito, sotto di noi ci saranno stati sette o otto metri di fondo.

    Un’esperienza naturista di quasi un secolo fa – Seconda parte

    esperienza naturista

    Volevo provare a tuffarmi dallo schienale della panchetta passeggeri del moscone, passando tra i due scafi: magnifico! Il tuffo di testa mi fece affondare in profondità, obbligandomi inoltre a risalire lentamente e con gli occhi ben aperti per non rischiare di urtare uno dei due galleggianti. L’impatto con l’acqua era stato più forte del normale e risalendo mi ritrovai il costume da bagno all’altezza della ginocchia: problema risolvibile ancor prima di uscire dall’acqua.

    La mamma di Roberta volle provare anch’essa un tale tuffo. La sua permanenza sott’acqua durò di più della mia, perché oltre allo slancio del tuffo, aggiunse anche una vigorosa nuotata verticale a testa in giù per risalire con la classica manciata di sabbia. Risultato: alla sua fuoriuscita dall’acqua il suo costume era sceso fin sotto la vita, ché i bottoni automatici non avevano retto.

    Per nulla imbarazzata, si issò sul moscone e stette così, ferma alcuni minuti, mostrando un magnifico seno pieno, perfettamente eretto ed uniformemente abbronzato. Rimasi di stucco, ammirato e non poco imbarazzato. Lei disse: “Spero non ti disturbi vedermi parzialmente nuda. Noi, quando siamo in famiglia, abbiamo l’abitudine di prendere il Sole nudi: ecco perché quando c’è il papà ce ne andiamo fuori soli e ben al largo in modo che nessuno ci veda.”

    “Si immagini, signora. La cosa non mi disturba affatto, anzi, avrei sempre desiderato poterlo fare anch’io.”

    “Siamo tutti abbronzati integralmente”, incalzò.

    Roberta, come se fosse la cosa più naturale del mondo, si abbassò le spalline e si tolse il costume, completamente abbronzata dalla testa ai piedi. Poiché io restavo lì come un allocco senza più fiatare, lei comprese il mio imbarazzo e per tranquillizzarmi scivolò in acqua, nuotando vigorosamente.

    “Vedi –continuò la sua mamma- noi siamo naturisti (mi chiesi: cosa significa questa parola?), seguiamo cioè la nuova filosofia salutistica. Mio marito è un convinto salutista, ed è iscritto all’Unione Naturisti Italiana, che speriamo venga in un prossimo futuro incorporata nel Ministero della Cultura Popolare -(il famoso Minculpop di allora). Se questa attività salutistica ti interessa, potrai venire con noi in moscone tutte le volte che vorrai e partecipare ai benefici del nudismo integrale. Ovviamente non dovrai parlarne con nessuno, perché quello che facciamo è illegale: la legge non consente di esporsi nudi in luogo pubblico, infatti una delle regole fondamentali dell’Associazione è quella di praticare i bagni d’acqua, di Sole, di aria e di luce in completa nudità in appositi campi recintati non accessibili agli estranei.”

    Ero frastornato: dunque vi erano altri che si interessavano al nudismo! E perché si chiamavano “naturisti”? E gli stessi componenti della famiglia di Roberta che, a loro dire, giravano nudi per casa in occasione del bagno o della doccia di ciascuno? Mi ripromettevo di focalizzare meglio l’argomento, con calma. Per il momento accettai con entusiasmo l’invito fattomi, promettendo che mai e poi mai avrei parlato con chicchessia di un argomento che mi stava tanto a cuore. Roberta risalì sul moscone, restammo ancora per qualche tempo per asciugarci meglio; le due donne si rimisero in ordine i loro costumi e tornammo a riva.

    Rientrando a casa, non smettevo di pensare alla mia avventura e a quali sviluppi avrebbe potuto portare.
    Ma i giorni scorrevano veloci e l’agosto volgeva inesorabilmente al termine. Le uscite in moscone continuarono normalmente con tutta la turba dei ragazzini. Solo un paio di volte si poté uscire in tre, andando molto al largo: la prima volta fu dura per me, poiché, mentre Roberta e sua mamma si spogliarono con tutta semplicità, io tergiversavo, temendo di fare delle “gaffes”. Provai, mi tolsi il costume alquanto imbarazzato perché ero effettivamente in erezione; mi lasciai scivolare in mare e rapidamente l’acqua fresca e una vigorosa nuotata tutt’intorno al moscone calmarono la mia eccitazione. Fui quindi in grado di risalire sul moscone e distendermi per asciugarmi al Sole. Ora sapevo cosa avrei dovuto fare in altri casi similari, e questo mi tranquillizzò doppiamente. Era magnifico! Sentire la vicinanza di due persone che godevano dello stesso mio benessere esponendo i loro corpi al Sole senza alcun problema che non fosse quello di verificare l’eventuale avvicinamento di estranei, mi dava un senso di libertà come non avevo mai provato prima! Fare poi il bagno senza l’impaccio di un inutile costume, con l’acqua che lambiva le parti più intime, era il massimo! In un colpo solo avevo trovato la risposta a tanti miei interrogativi sulla possibilità della presenza simultanea di persone di sesso opposto in condizione di completa nudità, senza che il sesso venisse sollecitato oltre misura: decisamente avevo trovato la chiave della felicità.

    Quanto al significato di “naturismo” rispetto al “nudismo”, la mamma di Roberta, su mia richiesta, mi confermò quanto avevo già intuito autonomamente: “nudismo” si riferiva al semplice fatto di ritrovarsi nudi in diverse persone per gli scopi più disparati, tra i quali il principale mi pareva essere quello del soddisfare il piacere sessuale (di cui peraltro non sapevo ancora granché); “naturismo” significava invece il ritrovarsi nudi in diverse persone in un ambiente naturale, praticando uno sport, prendendo il Sole, facendo un bagno di acqua o d’aria, o anche conversando su qualsiasi argomento. E ciò per godere al massimo del benessere che solo la natura poteva dare a degli umani che avevano ritrovato il piacere della condizione primitiva derivanteci dalla nascita, la quale (malgrado la cosa irriti fortemente i “tessili”) ci aveva fatto semplicemente nudi.

    Forse la differenza tra le due pratiche era più complessa, o forse meno; comunque, per il momento, questa semplicistica comparazione soddisfava ampiamente la mia curiosità.
    Queste due furono le ultime uscite naturiste che feci con Roberta e la sua mamma: infatti, dopo un incontro a Torino durante l’inverno, quando mia madre ed io fummo invitati a casa loro per un pomeriggio di festa con gli amici e i compagni di scuola di Roberta, non ci vedemmo più poiché suo papà dovette trasferirsi a Napoli per il suo lavoro, e dopo qualche scambio di lettere e cartoline, perdemmo definitivamente i contatti.

  • I crawler guardoni di Facebook

    I crawler guardoni di Facebook

    di Valerio Rupo
    Nudo con pecette

    Affrontare l’argomento della nudità dal punto di vista di un colosso della comunicazione come Facebook, in cerca dei motivi tutt’altro che oscuri per cui un contenuto innocente come la foto di un gruppo Naturista sia immediatamente censurata alla stregua della pornografia, rischia di diventare un esercizio accademico e sterile.

    Spendere due parole a riguardo, dal momento che il Social Network sembra non concedere spazi visibili alla comunità naturista online, risulta tuttavia necessario. Siamo sicuri che né Facebook né alcun grande colosso della comunicazione informatica abbia alcunché da ridire su uno stile di vita che rinuncia, ovunque e quantunque possibile, alla scomoda zavorra dei vestiti; almeno, ci riteniamo certi che a Facebook non interessi con quanti e quali vestiti addosso i suoi utenti si interfacciano con la piattaforma, ma viceversa non possiamo negare che a qualunque istituzione  – digitale o fisica – interessino le finalità espressive della nudità.

    “Postare” una foto naturista su Facebook, senza intervenire sulla stessa per coprire “le vergogne”,  significa incappare nella censura ed essere interdetti a qualunque altra attività sul Social Network per un certo periodo di tempo:

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    Il contenuto è stato «condiviso solo con un gruppo ristretto di persone» o «eliminato»: i copywriters di Facebook, evidentemente, hanno ritenuto necessario che la platea benpensante dei milioni di profili iscritti alla piattaforma non possano dedurre che la detta censura fosse dovuta a meschine intenzioni. E il naturista bistrattato ha doppiamente ragione di ritenersi offeso, non solo per essere stato ingiustamente censurato, ma per la presunta gravità dell’azione (la pubblicazione di una foto nature).

    Indubbiamente, a un algoritmo la differenza tra una natica o un seno mostrati a scopo provocatorio (leggasi: “pornografico”) e gli stessi mostrati in un contesto più ampio, senza intenti alcuni se non la rappresentazione di un normale contesto naturista, appare per lo meno sottile. Così si spiega l’inevitabile confusione tra un modo di intendere la nudità come portatrice di significati carnali, erotici e conturbanti, e un modo di non intenderla affatto, poiché considerata la più naturale delle condizioni umane.

    Se accettiamo la definizione di “pornografia” della Treccani («Trattazione o rappresentazione […] di soggetti o immagini ritenuti osceni, fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore») non possiamo evitare di notare quanto poco, a livello collettivo, sia obiettiva la definizione: se a “ritenere osceno” è un algoritmo, è evidente come i metri di giudizio non possano che essere del tutto arbitrari. Benché sia stato programmato allo scopo, un crawler non può davvero valutare in che misura lo scopo espressivo della nudità sia, con Chimirri, «reinterpretato, ricostruito, cambiato e decodificato, in rapporto alle intenzioni». 

    La questione è ulteriormente intorbidita nel momento in cui tali restrizioni vengono imposte anche ai gruppi chiusi, dove la circolazione di informazioni e contenuti è limitata a un dato gruppo di utenti: sembra che il dispotismo dei crawlers non ammetta intervento umano. Il semplicistico meccanismo che marchia una qualunque foto di nudo come “contenuto per adulti”, perciò inammissibile per una piattaforma destinata a qualunque età, genere e credo, è forse dovuto alla limitatezza del mezzo? Sinceramente, anche senza particolari doti informatiche possiamo farci un’idea per nulla fantascientifica di come aggirare l’ostacolo, per esempio istituendo un sistema di segnalazioni per distinguere il vero contenuto naturista da tutto il resto (e questo sarebbe davvero necessario, sì, grazie).

    Ma si ha la netta impressione che, piuttosto, alla base di questo eccesso di pudore ci sia quella stessa natura egemone di ogni significato provocatorio (carnale, erotico, conturbante eccetera) attribuito alla nudità. E a noi naturisti non rimane che accettare il dato di fatto e “farci furbi”, evitando di ostentare immagini interpretabili con significati che con il Naturismo non hanno nulla a che fare.

    Qualche riga di considerazione soltanto per risolversi in una rassegnata constatazione, quindi? Non soltanto, perché è bene ricordare che confondere il Naturismo con quelle aberrazioni della nudità maggiormente diffuse in tutto il mondo, ahinoi, è un vizio di forma che per adesso dobbiamo accettare da parte dei crawler, degli impersonali giudici che governano i contenuti di Facebook. Ma ogni naturista conosce il rischio che questo modo di intendere la nudità venga mantenuto da parte dei malpensanti, di chi si ostina ad associare nudità a trasgressività. È significativo che sia stato proprio l’avvento dei Social Networks a permettere a chiunque di propagare opinioni dettate dall’ignoranza, consentendo a qualunque imbecille «lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel», come ebbe a dire Umberto Eco: non dimentichiamo che il problema è sociale, non Social.

  • Buona o cattiva notizia?

    Buona o cattiva notizia?

    Stuart Ringholt

    Giunge notizia che il prossimo 18 gennaio alle 20,30 al P.A.C. di Milano (Padiglione d’Arte Contemporanea) sarà possibile visitare nudi la mostra “Storie dagli Antipodi” dell’artista Stuart Ringholt. L’iniziativa ricalca esperienze già fatte a Parigi e in altre città.

    Una nota del museo spiega lo scopo di questa esperienza. “L’opera inverte il tema della nudità nella storia dell’arte e mette in discussione la relazione dello spettatore con l’architettura spazialmente confinata della galleria bianca, esplorando la nudità come ulteriore soluzione a questo approccio e all’interpretazione dell’opera”.
    Sarà quindi curioso capire cosa accade a un gruppo di estranei quandosi ritrova senza vestiti in un ambiente museale. Il tour è riservato ad un pubblico adulto, che dopo la
    visita avrà la possibilità di gustare un aperitivo in compagnia dell’artista. L’unica regola è quella di rimanere nudi.

    “Una rara opportunità per rimuovere letteralmente le barriere materiali tra l’artista e il
    pubblico, ma anche per esplorare gli effetti della nudità e sperimentare cosa accade quando un gruppo di estranei in uno spazio museale si libera dei propri strati protettivi.”

    Il percorso durerà circa due ore. Per partecipare bisogna necessariamente prenotarsi via mail all’indirizzo didattica@pacmilano.it . Il costo sarà di 8 euro e, come scrivono gli organizzatori, sarà “una visita guidata dell’artista Stuart Ringholt alla mostra in corso, nella quale sia l’artista che i partecipanti saranno nudi”.
    Stuart Ringholt è nato a Perth, Australia, nel 1971. Vive e lavora Melbourne. Utilizza media differenti, tra cui performance, video, scultura, installazione, collage e workshop collaborativi, improntati sulla funzione sociale dell’arte. Proponendo ambienti amatoriali basati sul principio del fai da te, tra cui tour per naturisti in musei e gallerie, workshops sulla rabbia e opere di performance partecipativa, Ringholt analizza situazioni limite che esplorano temi personali e sociali come la paura e l’imbarazzo.

    Fin qui la cronaca. A noi di Naturistitalia ci assale un dubbio: è una buona o cattiva notizia per la diffusione del Naturismo? E’ Naturismo, o solo superficiale, “furbesco” nudismo a fini commerciali per richiamare visitatori alla mostra? Non è richiesta nessuna tessera naturista, o appartenenza.

    Nell’opinione pubblica, che in stra-grande maggioranza non conosce valori e comportamenti del Naturismo, questo può amplificare i già molti fraintendimenti che noi naturisti italiani spesso subiamo, o una tale iniziativa può essere utile per farci meglio conoscere, per far meglio conoscere chi siamo, cosa e come
    organizziamo e viviamo il Naturismo?
    Il dubbio ci assale, e si amplia…

  • Le Federazioni naturiste in Europa

    Le Federazioni naturiste in Europa

    Federazioni naturiste in Europa

    Voglia di una vacanza naturista in Europa? In un Paese culla del Naturismo come la Germania o la Francia, oppure al caldo delle ampie possibilità della Spagna, o in Scandinavia? E, perché no, sulle belle Alpi svizzere o austriache?
    Qui di seguito troverete i link alle Federazioni nazionali dove il Naturismo è meglio e più ampiamente organizzato.
    Buon Viaggio!

    Centro-Europa

    Austria:
    http://www.naturismus.at

    Belgio:
    http://www.naturisme.be

    Lussemburgo:
    http://homepage.internet.lu/FELUNAT/HP_FLN/index.html

    Olanda:
    http://www.nfn.nl/

    Germania:
    http://www.dfk.org/

    Svizzera:
    http://www.snu-uns.ch

    Europa dell’est

    Croazia:
    http://www.dnh.hr/

    Repubblica Ceca:
    http://fcn.cz

    Ungheria:
    fenhu@fenhu.hu

    Polonia:
    http://www.fednat.pl

    Serbia:
    http://www.nos.org.rs

    Slovacchia:
    http://www.asn.sk/drupal/

    Slovenia:
    http://www.naturist.si/

    Federazioni scandinave

    Danimarca:
    http://www.dansknaturistunion.dk/

    Finlandia:
    http://www.naturistiliitto.fi

    Norvegia:
    http://www.scandinavianaturist.org/NNF

    Svezia:
    http://www.scandinavianaturist.org/SNF

    Europa dell’ovest

    Francia:
    http://www.ffn-naturisme.com/

    Spagna:
    http://www.naturismo.org/

    Portogallo:
    http://www.fpn.pt/

    Federazioni Britanniche

    Irlanda:
    http://www.irishnaturism.org

    Gran Bretagna:
    http://www.bn.org.uk

  • Il Naturismo rivoluzione o evoluzione?

    Il Naturismo rivoluzione o evoluzione?

    di Pino Fiorella
    nudità naturista

    Pubblichiamo una riflessione del filosofo e teorico Pino Fiorella sul concetto di “nudità naturista”, riprendendo il tema già avviato a proposito del significato della parola Naturismo.

    Se cerchiamo sul dizionario il significato della parola rivoluzione, troviamo che questo termine deriva dal latino “revolutus”, participio passato di revolvere, ossia rivolgere. Da esso ne deriva, pertanto, che il termine rivoluzione significa violento e profondo rivolgimento dell’ordine politico-sociale costituito, tendente a mutare radicalmente governi, istituzioni, rapporti economico-sociali, ecc.
    Una rivoluzione è un momento di rottura, di spaccatura all’interno di una situazione, o di una cultura, o di una religione, o di un Paese che non riesce più a tenere sotto controllo le sue contraddizioni. Di rivoluzioni ce ne sono state tante e tante ce ne saranno ancora.
    Ma oltre il campo politico-sociale-economico, ci sono state rivoluzioni nell’arte, nella musica, nello spettacolo, nello sport, nel costume, e in tanti altri settori, ad esempio in quello mediatico, con il Web.

    Molto spesso, erroneamente, si parla del Naturismo come di questione di costume o, peggio ancora, di una moda. I più, soprattutto nel mondo tessile, lo collegano alla rivoluzione dei costumi, allo spostamento in avanti del limite del senso del pudore, al diverso giudizio collettivo della nudità, ad una rivalutazione in senso edonistico del valore del corpo, a una diversa concezione della sessualità. Se consideriamo tutto ciò, non possiamo fare a meno di convenire con quanti affermano che il Naturismo rappresenta una delle punte avanzate della rivoluzione dei costumi.
    Ma qualcuno si spinge ancora più in là, e leggiamo su taluni articoli di giornali e riviste, scritti da chi nulla sa di Naturismo che l’accettazione più o meno integrale della nudità ha il significato di una vera e propria rivoluzione sessuale. Ebbene, nel tralasciare di commentare alcune banalità contenute in questi articoli, ci chiediamo quale spazio occupi effettivamente la nudità naturista in tutti questi discorsi. Lo possiamo constatare, ad esempio, in certe trasmissioni televisive, dove è possibile presentare la nudità, o meglio semi-nudità, soltanto di bellissime modelle. Trasmissioni dalle quali, peraltro, è rigorosamente bandito il nudo maschile.

    Il termine costume, come è risaputo, oltre al significato di “foggia di vestire” (che oggi identifica quasi esclusivamente il costume da bagno e altri speciali abbigliamenti, come il costume di scena, da clown, da ballerina, ecc.) ha anche altri significati. Il senso letterale vuol dire consuetudine, in senso estensivo usanze collettive, abitudini, credenze e comportamenti che caratterizzano la vita sociale e culturale di un popolo, o di una collettività, o di una categoria di persone, in una data epoca.
    Ebbene, tornando al tema se il Naturismo abbia rappresentato e rappresenti una rivoluzione dei costumi, la nostra risposta è senz’altro no. Giacché, come abbiamo detto, il termine rivoluzione, oltre ai significati che esso ha in geometria, in astronomia e altre scienze, significa trasformazione prodotta nell’ordine sociale e politico di un popolo con mezzi violenti, non possiamo definire il Naturismo una rivoluzione dei costumi.

    camping naturista

    Innanzi tutto, il Naturismo è rispetto di sé stessi, degli altri e dell’ambiente, e di conseguenza quando alla base di un’idea ci sono questi principi non violenti, essa non può considerarsi come una filosofia rivoluzionaria. Anzi, possiamo dire senza timore di essere smentiti, che il Naturismo è l’alternativa più valida alla logica della violenza. In secondo luogo, non avendo nessuno dei popoli, delle società, delle collettività più diffusi al mondo adottato come sistema di vita la filosofia naturista, che ha come principio cardine la pratica della nudità promiscua di sesso e di età, possiamo dire che il Naturismo non è stato, e non lo è tuttora, artefice di nessuna rivoluzione dei costumi, semmai possiamo dire che la sua diffusione ha contribuito a una certa evoluzione dei costumi. In terza battuta c’è da aggiungere che, per quanto riguarda la sessualità, oggi come ieri si continua ad associare in maniera erronea il Naturismo al sesso. Non intendiamo dire che il Naturismo escluda il sesso e viceversa, ma intendiamo dire che nel comune modo di pensare della società tessile nudità significa automaticamente disponibilità sessuale, il che non è soltanto erroneo, è concettualmente sbagliato. Questo perché tale errore ha come presupposto il fatto che nel mondo tessile ci si mette nudi soltanto per due motivi, per lavarsi o per fare l’amore. Mentre, come sappiamo, una corretta vita naturista prevede che la nudità non deve mai essere occasionale o episodica, cioè posta in essere per necessità, dimostrando con questo comportamento che se ne ha paura o ribrezzo, ma deve essere una condizione naturale nell’uomo.
    Anzi, possiamo aggiungere che la paura e il ribrezzo dimostrano la disgregazione intellettuale dell’uomo civilizzato che, nel tentativo di trascendere il suo stato, ha trasceso invece la sua natura, anziché viverla profondamente per meglio vederne il rapporto con le altre dimensioni dell’essere.

    Infine, per concludere, il Naturismo non è una rivoluzione perché la nudità umana altro non è che un recupero della nostra perduta identità, la quale, nel corso dello sviluppo delle diverse società succedutesi nel tempo, è stata cancellata con l’uso improprio del vestito.
    Di conseguenza, essendo il Naturismo recupero di ciò che è andato perduto per motivi sociali, politici e religiosi, e pur non essendo ipocrita accettazione di consuetudini sbagliate che non rispettano il corpo e l’ambiente, esso non può considerarsi una rivoluzione perché la sua filosofia non si prefigge di rovesciare istituzioni, governi, Stati, ma si prefigge di elevare la condizione umana in senso etico, igienico e spirituale. Il Naturismo, infatti, in virtù del suo messaggio di fratellanza universale, che ha come denominatore comune la nudità, il che ci rende uguali di fronte alla natura, ha sempre chiesto al potere politico il suo riconoscimento e quindi il suo pieno diritto a esistere nella nostra società.

    Come noi naturisti andiamo ripetendo continuamente, il non rispetto delle leggi della natura sta portando il mondo verso l’autodistruzione. Inoltre, essendo la pratica della nudità il principio cardine della sua filosofia, il Naturismo, oltre a favorire la risoluzione di conflitti psichici individuali e collettivi, ridimensiona nelle persone gli appetiti sessuali impropri e ne smorza l’ansia che ne consegue. Infine la nudità naturista, oltre a ricomporre l’unità della persona, rappresenta un atto di umiltà verso sé stessi e verso la natura, in quanto essa permette la nostra ricollocazione nel mondo, ridimensionando la nostra presunzione di onnipotenza e facendoci comprendere che noi non siamo i padroni della natura, ma siamo parte di essa.

  • Qual è la situazione dei circoli naturisti a Berlino?

    Qual è la situazione dei circoli naturisti a Berlino?

    di Margherita Seppi, Vice News (news.vice.com)
    Tiergarten
    Il Tiergarten di Berlino

    La FKK nasce in Germania e in Svizzera all’inizio del 1900 come parte della Lebensreform. Proponeva un ritorno alla natura e ad uno stile di vita etico e sano, venivano incoraggiati il vegetarianismo, lo yoga, la meditazione, lo sport, la medicina alternativa, si rinunciava ad alcool e tabacco. Fra le pratiche emergeva anche il nudismo, considerato come un mezzo per ristabilire quel contatto perso con l’universo. Veniva celebrato, ad esempio, il rapporto con il sole, attraverso rituali e danze effettuati in completa nudità, in modo da poter assorbire l’energia e il calore della luce.
    È così che il corpo assume una dimensione centrale nella Lebensreform, ed è così che nasce la Freikörperkultur: come celebrazione del corpo e della sua naturalità.

    Faccio notare subito due cose. La prima è come la FKK non nasca in relazione con il sesso. Al contrario, i naturisti credevano che la continua esposizione al corpo nudo distruggesse ogni carica sessuale, volevano normalizzare la sessualità depurandola dai tabù cui è associata. Se avete qualche familiarità con il termine FKK, però, probabilmente lo avete già automaticamente collegato alla scena dei sex club tedeschi, ad esempio l’Artemis di Berlino, uno dei più grandi bordelli della Germania.
    Si tratta di fatto di un’appropriazione indebita del termine, avvenuta in questi ultimi anni. Il marchio – non registrato – nel corso del tempo è stato via via sempre più di frequente sfruttato per la promozione di offerte a sfondo erotico, fino a venir legato indissolubilmente alla sfera dell’intrattenimento sessuale. Ma in realtà le origini e la storia della FKK sono completamente diverse: il corpo era il focus di una filosofia politica e di vita che perseguiva l’armonia con la natura e gli altri esseri umani, e pertanto doveva essere curato e accettato nella sua normalità.

    Durante la Repubblica di Weimar, la Freikörperkultur irrompe: le associazioni si uniscono in leghe, iniziano ad organizzare eventi, manifestazioni e a collaborare anche a livello sovranazionale. Alla fine della Repubblica i membri delle associazioni naturiste in Germania sono circa 100 mila.
    Poi i tempi iniziano a cambiare, e irrompe il nazismo. Il rapporto del nazismo con la FKK rimane ambivalente: da un lato l’ideale del corpo perfetto, sano, plasmato sull’ideale ariano, è un elemento centrale della filosofia nazionalsocialista; dall’altra l’esposizione del corpo nudo ha in sé chiari elementi sovversivi e liberali, di cui il regime fisiologicamente diffida (nota Naturistitalia: infatti il regime nazista chiuse i
    circoli e le associazioni naturiste, vietandone l’attività)
    .

    Gli anni post bellici, attraverso una serie di regolamenti, creano lentamente le basi legali oltre che culturali per quella che sarà l’epoca d’oro della Freikörperkultur. Si avrà una rinascita massiccia di associazioni e strutture naturiste. Nel 1989 cade il Muro, due mondi si incontrano e si urtano, dalla collisione nascono nuovi modi di vivere insieme, nuove norme, nuove vite. In tutto il trambusto, anche la Freikörperkultur è oggetto di disputa.
    In fondo i cugini dell’Ovest non sono poi così familiari con il nudo come i cugini dell’Est. Il risultato è un aumento degli spazi di balneazione per nudisti non ufficiali ma tollerate su laghi, spiagge e fiumi, e alcune anche nei parchi all’interno delle città. In sostanza la nuova regola è questa: chi vuole spogliarsi, si spogli, gli altrisfoggino pure il segno del costume.

    Durante il mio processo di ricerca ho avuto modo di visitare tre circoli FKK a Berlino e di intervistare il responsabile dei rapporti con la stampa del Landesverbandes Freikörperkultur Berlin–Brandenburg, ovvero la confederazione a cui le singole associazioni FKK fanno riferimento. Ne è emerso un contesto multiforme, dove varie correnti di cambiamento si intrecciano e lasciano intravedere uno sviluppo futuro non facilmente leggibile.

    Naturisti a Berlino

    Il primo circolo che ho visitato è l’Adolf Koch Verein.
    Parlo con un ragazzo, gli chiedo da quanto tempo faccia parte del circolo e cosa pensi della FKK a Berlino. Lui è felice di parlarmi. “Abbiamo preso in gestione l’Adolf Koch un paio di anni fa. Praticamente lo abbiamo salvato, non aveva più iscritti e i membri più anziani – la maggior parte – stavano letteralmente morendo uno ad uno. I sei circoli più famosi di Berlino hanno perso un quarto dei propri membri negli ultimi dieci anni. Noi ora siamo in 70, quasi tutti maschi. Abbiamo iniziato il progetto in seno alla comunità gay ma non vogliamo assolutamente limitarlo a questo, stiamo cercando di coinvolgere altre persone, giovani soprattutto, ma non è facile. Ad esempio, le ragazze non si sentono a proprio agio quando vedono che tutti sono uomini”.
    Così come l’Adolf Koch, anche il Fin For Fun, altra associazione del centro, si è trasformata in un club gay friendly.

    La situazione è completamente diversa se dal centro ci si sposta più in periferia, in quei circoli FKK che possiedono un appezzamento di terra, il Land, sfruttato per attività sportive all’aperto.
    Il Verein Berlin Südwest , ad esempio. Il Südwest, fondato nel 1922, è attualmente il più grande circolo del Brandeburgo con 1400 membri e possiede 40.000 metri quadrati di terreno. I membri si dividono in aventi diritto di usufruire del Land, e membri non aventi il diritto, i quali vogliono solamente praticare uno sport e usano il club a tal fine.
    In linea generale, tutti i club FKK con del terreno a disposizione funzionano in questo modo. Esistono poi delle regole di condotta interne riguardo, ad esempio, quanto si debba essere rigorosi nei confronti della nudità, che variano da circolo a circolo e vengono decise dal direttivo o in assemblea. Queste regole possono spingersi fino alla definizione dei tempi di attività e quelli di riposo. Insomma, i ritmi possono diventare parecchio austeri.

    Dopo tre mail mandate a vuoto e un paio di telefonate che non ricevono risposta, decido di andare al Verein Südwest di persona.
    Scendo dalla S-Bahn da qualche parte a Steglitz, cammino per una decina di minuti, mi trovo davanti a un cancello. Suono. Nessun segno di vita. Suono di nuovo. Qualcuno apre. La strada costeggia un edificio enorme che per il momento decido di ignorare, nel patio due uomini nudi piuttosto anziani se la chiacchierano bevendo vino, mi guardano dubbiosi ma io sorrido in modo rassicurante e passo avanti. Arrivo al vero e proprio Land: è enorme. Ci sono tavoli da Tischtennis, una piscina grandissima, delle altalene, altri giochi per bambini, delle casette, c’è tanto tanto spazio.
    Sono un po’ in estasi. Penso alle persone che hanno vissuto qui gli ultimi cent’anni, a quante decisioni insieme abbiano preso, a quanto forte possa essere il legame che hanno avuto l’uno con l’altro, penso al loro amore per lo sport e per la natura, alle tradizioni che hanno tramandato e alla stravaganza di questa usanza della nudità. Penso che quelli ancora vivi sono vecchi e non sono soli. In fondo non mi sorprende che vogliano rimanere chiusi in loro stessi; esiste un pezzo di mondo che val la pena di lasciar entrare, a rischio di rovinare questa pace?

    Quando ne ho abbastanza di verde mi incammino verso l’edificio. L’interno è
    labirintico. Prima di incontrare qualcuno passo per la sauna, la mensa, il bar, di nuovo la sauna, incappo negli spogliatoi, faccio su e giù quattro o cinque rampe di scale, infine un signore con il cappello mi accompagna agli uffici. Bitte, dice. Danke, rispondo, poco convinta. C’è un uomo dietro la scrivania che più che un essere umano sembra un manico di scopa, mi guarda come fossi un chewing gum che si è trovato sotto la scarpa.
    Io schiaccio bene in fondo ogni insicurezza e mi presento. Lui non lo fa. I successivi cinque minuti – perché di più non resisto – sono una conversazione a senso unico in cui io faccio delle domande e lui risponde a monosillabi in un tedesco che spesso non riesco ad afferrare. Non riporto il contenuto perché, beh, non esiste nessun contenuto. Lascio il circolo con sentimenti contraddittori. Da un lato mi affascina l’idea di questi luoghi bloccati nel tempo, con una forte identità, che vanno avanti senza compromessi.
    Dall’altra colgo il forte carattere elitario e conservatore della FKK, e un’indisponibilità al dialogo che mi lascia scettica.

    Un esempio, però, non è abbastanza per trarre delle conclusioni, quindi un paio di settimane più tardi visito un altro circolo, l’ Helios , fondato nel 1954, con 19.000 metri quadrati di terra a disposizione. Adorerò l’Helios sotto ogni punto di vista.
    Arrivo aspettandomi di essere liquidata nuovamente alla bell’e meglio, e infatti le cose non cominciano benissimo. Mi accoglie una donna sui sessanta che mi squadra da testa a piedi tre volte prima di giudicarmi degna di un’intervista. “Aspetti di fuori, dobbiamo discutere di qualcosa di importante – leggasi tra le righe, più importante di me – e poi possiamo parlare”. Mentre aspetto mi faccio un giro nel Land, più piccolo di quello del Südwest, ma nella compattezza anche meglio organizzato. Vedo una piscina, un campo da pallavolo, dei tavoli da ping pong, poi una distesa piatta di prato. Vari individui più o meno nudi passeggiano beati in un clima da pacche sulle spalle.

    La donna, Barbara Hinz, amministratrice del circolo, arriva dopo una quindicina di minuti con lo sguardo severo. Prima che io emetta qualsiasi suono, Barbara precisa subito che loro non hanno nulla a che vedere con un sex club. Apparentemente sono tanti quelli che approdano qui sviati dall’uso impreciso del termine FKK. Ma io sull’argomento sono informata, mettendomi in modalità esame universitario sfoggio qualche nozione e lei apprezza la preparazione.
    Stabilito un territorio di rispetto reciproco la conversazione procede fluida, lei mi racconta un po’di storia del naturismo, che noi sappiamo già, poi si sofferma sulla condizione attuale della Freikörperkultur e sulle dinamiche interne ai circoli.
    “E’ vero che negli ultimi anni c’è stata una crisi, ma ultimamente stiamo ricevendo più richieste di iscrizione. Uno dei problemi più grandi che ci ritroviamo ad affrontare riguarda l’atteggiamento dei ragazzini in pubertà. Vengono qui con le famiglie ma non vogliono spogliarsi. Da un lato si vergognano, dall’altro è una questione di moda, da un altro ancora vogliono mostrarsi indipendenti. Ma è interessante come ad un certo punto il trend si rovesci: quegli stessi ragazzini che da principio rifiutavano le nostre regole,
    tornano quando hanno messo su famiglia. Ciò dipende anche molto da come il singolo club è organizzato: noi siamo piuttosto rilassati, non abbiamo un modello rigido di comportamento, la nudità non è un obbligo quanto una possibilità. Se mette a disagio, non viene imposta. Esistono però altri circoli dove i membri, specialmente i più anziani, sono inflessibili: chi rimane vestito viene cacciato”.

    Barbara va avanti parlandomi dell’offerta sportiva, poi racconta come sia importante lo spirito di comunità che tiene legata l’associazione. Ora sorride molto. Quando ci congediamo io ho già deciso: dopo i sessanta, se ancora sarò viva e a Berlino, diventerò membro dell’Helios. Già mi vedo, su quella sdraio là in fondo, a sfoggiare le mie grinze al sole con un boccale di birra fredda in mano.
    La Hinz mi mette in contatto con Christian Utecht, il responsabile dei rapporti con la stampa della Confederazione Freikörperkultur Berlin–Brandenburg. Ora la questione chepiù mi preme approfondire è questa: al centro della filosofia della FKK, oggi, ci sono due elementi essenziali: lo sport e la famiglia. Ora, il concetto di famiglia negli ultimi decenni ha subito profonde trasformazioni, ma io ho l’impressione che in seno alla FKK sia rimasto quello classico: uomo, donna e bambini.
    Chiedo a Utecht: “Dato il momento di difficoltà in cui la FKK si trova, non sarebbe forse una sfida per il futuro allargare il concetto di famiglia supportato ed espandere il bacino dei possibili aderenti, dando così un’immagine più moderna e di apertura verso l’esterno, invece che di chiusura verso se stessi?”

    Secondo Utecht “L’idea di famiglia alla base della FKK non è di per sé esclusiva:
    famiglia sono due adulti, o un adulto, con dei bambini. Vale la pena ricordare come l’educazione dei bambini sia sempre stata fondamentale nella Freikörperkultur, pensiamo al metodo Adolf Koch, quindi non li possiamo tagliare fuori dal concetto di famiglia. Quello che accade nei circoli FKK non è altro che uno specchio della società: non esistono ancora molte famiglie gay, quindi la loro rappresentanza nei circoli è minoritaria”.
    Chiedo poi di dare un’interpretazione a questo momento di crisi. “Si tratta
    semplicemente di un trend. Oggi esiste più pudore nei confronti della nudità, viene automaticamente associata al sesso, inoltre politicamente essa ha perso di significato. Molti bambini cresciuti nella DDR hanno addirittura un rigetto: avevano l’obbligo di stare nudi e lo hanno vissuto come un’ingiusta imposizione. Nell’ultimo paio d’anni, però, pare che il trend si sia nuovamente rovesciato. Ci sono più iscritti, c’è un nuovo entusiasmo. Vediamo dove porterà”.

    Da quanto emerso dalla ricerca, notiamo come nella Freikörperkultur, oggi e per lo meno a Berlino, esistano due principali correnti quasi opposte: da un lato alcuni club sono stati salvati dall’estinzione dalla comunità gay, a prezzo forse di snaturare le loro fondamenta. Dall’altro i circoli classici, nonostante qualche segno di apertura, rimangono isolati e bloccati nel passato, stentando a sfruttare i moderni mezzi di comunicazione che oggi la tecnologia mette a disposizione per guadagnare charme.
    Quanti di voi sapevano della loro esistenza? Questa esclusività, però, è anche un metodo di preservazione delle caratteristiche originali della FKK.

    Ciò che fa pensare che la Freikörperkultur abbia buone possibilità di ripresa è la nuova spinta comunitaria che ha investito la società. Più i fallimenti di capitalismo e individualismo vengono alla luce, più gli esseri umani si ridirigono verso forme di associazionismo, cercano nuova solidarietà e creano nuovo significato condiviso. La FKK dovrebbe trovare il modo di sfruttare questo trend. In fondo, una crisi – dal greco krino: separare, cernere e, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare – lungi dall’essere un concetto negativo, ha già in sé la possibilità del proprio superamento.