Categoria: Green News

  • Natura e attività umana

    Natura e attività umana

    In un racconto dei suoi Moralia, Plutarco (46 d.c. – 125/127 d.c.) narra che, durante il regno di Tiberio, epoca nella quale avvenne la Crocifissione di Gesù, un marinaio di nome Tamo udì una voce misteriosa provenire dal mare. Gli ordinava di annunciare, una volta giunto presso la costa: “Il grande Pan è morto”. Quando Tamo pronunciò quelle parole, dalla terra si levò un immenso lamento, un grido di dolore e di stupore. 

    Pan era il dio dei boschi, dei pascoli e della vitalità naturale. Rappresentava una natura che non era ancora uno sfondo passivo delle vicende umane, ma una presenza viva, abitata dal sacro e capace di incutere rispetto. Annunciare la sua morte significava dire che quel rapporto con il mondo era terminato: un equilibrio si era spezzato e un mondo finiva. L’attività umana si separava dalla responsabilità verso la natura per  perseguire il risultato immediato, egoistico,  senza interrogarsi abbastanza su quello che va a distruggere, ovvero sulle conseguenze. Da quel momento non veniva compromesso soltanto il rapporto tra l’uomo e la natura, ma anche quello tra gli uomini:  era l’annuncio dell’avvento di una civiltà che da allora, e negli ultimi due nostri secoli soprattutto, ha sempre più alterato il rapporto con il proprio pianeta, e ha smarrito la capacità di pensarsi come comunità nel tempo, così smarrendo anche i legami con le generazioni future.

    Ovviamente non si può, né si vuole proporre il ritorno a un’umanità senza scienza e senza tecnica. La conoscenza è indispensabile, liberatrice, benefica, provvidenziale. Ma non è mai neutrale: ogni conquista aumenta il potere dell’uomo e, con esso, la sua responsabilità. O almeno dovrebbe aumentare anche il suo senso di responsabilità, ovvero del limite, ma purtroppo questo non sempre è avvenuto e avviene. Lo stiamo vedendo oggi con il dibattito generale su opportunità e rischi dell’Intelligenza Artificiale, sul quale consigliamo la lettura dell’introduzione di Papa Leone XIV alla sua recente enciclica “Magnifica Humanitas”.

    Con l’annuncio del Tamo di Plutarco, abbiamo cominciato a credere che l’intelligenza ci autorizzasse a oltrepassare ogni limite. La modernità ha moltiplicato le possibilità dell’ingegno umano. Abbiamo sconfitto malattie, migliorato e prolungato la vita, collegato continenti, esplorato lo spazio e costruito macchine capaci di elaborare quantità immense di informazioni. 

    Ma non abbiamo accresciuto nella stessa misura la capacità di prevedere e governare le conseguenze di ciò che produciamo. Sappiamo fare sempre di più, ma non necessariamente sappiamo entro quali limiti e a quale prezzo futuro.

    La crisi climatica è una manifestazione evidente di questa sproporzione. Non è una vendetta della natura, ma la conseguenza della rottura di equilibri dai quali continuiamo a dipendere. L’essere umano, infatti, non vive semplicemente nella natura: è natura. Respira attraverso gli alberi, si nutre attraverso il suolo, regola i propri ritmi attraverso la luce e costruisce il proprio equilibrio psicologico nel rapporto con ambienti, corpi e relazioni.

    Ma esiste anche un’altra crisi, meno visibile ma non meno profonda: quella della fiducia. Una società non vive soltanto di leggi, istituzioni e interessi. Vive anche di patti impliciti: la parola data, il riconoscimento dell’altro, la convinzione che non tutto ciò che può essere sfruttato debba esserlo. Quando questi legami si indeboliscono, ogni relazione rischia di diventare una trattativa e ogni vulnerabilità un’occasione da usare. Il cavallo di Troia diventa allora una metafora sorprendentemente attuale. È il simbolo di ciò che entra nelle nostre vite presentandosi come dono, opportunità o progresso e può invece contenere una forza distruttiva. Vale per la politica, per l’economia, per la tecnologia, per l’informazione e per i rapporti tra le persone.

    Non tutto ciò che funziona è giusto. Non tutto ciò che è efficace è compatibile con la convivenza. Una civiltà comincia a perdere il proprio equilibrio quando considera l’astuzia più importante della fiducia e la vittoria più importante del patto che rende possibile vivere insieme tra le persone e con la natura che ci circonda. Anche il crescente disagio psicologico giovanile può essere letto dentro questa doppia frattura. Viviamo in ambienti accelerati, artificiali e saturi di stimoli, ma anche in contesti nei quali le relazioni sono più fragili, competitive e incerte. L’ansia diffusa, la stanchezza e la sensazione di essere costantemente in affanno non dipendono soltanto dalla vulnerabilità individuale. Sono segnali di un disallineamento tra il nostro modo di vivere e i bisogni biologici, psicologici e sociali che ci tengono in equilibrio.

    La risposta, però, non può essere il ritorno a un passato idealizzato. Il mondo di Pan non può essere ricostruito. Possiamo però riconoscere la frattura e provare a costruire una nuova alleanza: con la natura, tra i popoli, tra le generazioni e tra le persone.

    Una risposta la può dare il Naturismo etico, responsabile, sociale, che ci può certamente regalare uno stile di vita e un pensiero più di connessione tra noi stessi e la natura circostante, di maggior fiducia e dialogo con gli altri. Infatti, secondo la definizione dell’International Naturist Federation,

    “Il Naturismo è un modo di vivere in armonia con la natura, caratterizzato dalla pratica della nudità in comune, allo scopo di favorire il rispetto di se stessi, degli altri e dell’ambiente circostante.” 

    Serve un equilibrio nuovo, per imparare ad abitare diversamente il mondo e a vivere diversamente gli uni con gli altri. Un equilibrio che non contrapponga la scienza alla natura, ma utilizzi la conoscenza per comprendere e rispettare le condizioni della vita.

    Un patto che restituisca valore alla fiducia, alla responsabilità, al senso del limite, che riconosca che nessuna comunità umana può sopravvivere a lungo se trasforma ogni relazione in competizione, ogni differenza in ostilità.

    E su questo, ribadiamo, il Naturismo ha molto da dire.

  • Cibo, Salute e Benessere

    Cibo, Salute e Benessere

    di Maurizia Puggioni

    CIBO SALUTE BENESSERE

    Per coloro che adottano la filosofia naturista e sono più sensibili ai temi del benessere e della salute, potrebbe essere molto importante esaminare l’evoluzione biologica dell’essere umano e le sfide che oggi comporta e quanto la vita di oggi sia notevolmente distante da uno stile di vita congeniale al benessere a trecentosessanta gradi.
    Per la stragrande maggioranza della storia umana, la raccolta di cibo e la caccia costituivano le sole fonti di alimentazione. Solo da circa 12.000 anni abbiamo iniziato a praticare l’agricoltura e addomesticare piante e animali. Dal punto di vista della bioarcheologia e della biologia, ciò ha rappresentato un cambiamento molto significativo nelle nostre abitudini alimentari.

    Plasmata da milioni di anni di evoluzione, la biologia guida le nostre necessità nutrizionali e fisiche. Il nostro DNA è rimasto sostanzialmente invariato dalla rivoluzione agricola di poche decine di migliaia di anni fa, mentre la nostra alimentazione e il nostro stile di vita negli ultimi cento anni si sono drasticamente allontanati da quelli dei nostri antichi antenati.
    Le condizioni e la qualità della vita oggi sono indubbiamente molto cambiate, soprattutto per quanto riguarda l’alimentazione. Le coltivazioni e gli allevamenti intensivi, hanno provocato una costante e continua perdita di nutrienti nel cibo. Il ricorso ad alimenti industriali prevalentemente a base di carboidrati e zuccheri semplici, assieme alla drastica diminuzione del dispendio energetico dovuto al lavoro fisico, ha stravolto il nostro adattamento biologico e psicologico al cibo, causando una vera e propria epidemia di problemi di salute.
    Questa discrepanza tra il nostro stile di vita moderno, inclusa la nostra dieta, e il nostro patrimonio genetico ancestrale, gioca un ruolo significativo nella marea di obesità, ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari e altre patologie, che sono generalmente considerate come la semplice degenerazione data dall’avanzamento dell’età.
    In realtà stiamo pagando un prezzo enorme in termini di benessere e addirittura di salute proprio a causa di questo divario, sempre più marcato, fra le nostre necessità biologiche e le abitudini dettate dall’industria alimentare.
    Sono ormai numerosi gli studi scientifici condotti in questo campo che permettono di esplorare l’evoluzione del cibo, degli stili di vita e delle abitudini alimentari, partendo dai primi ominidi, passando per i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico, le comunità agricole dell’Antropocene, fino ad arrivare all’era industriale e ai giorni nostri. Questa vasta gamma di dati fornisce informazioni rilevanti per la nostra salute.

    Fino a 500 generazioni fa, tutti gli esseri umani si nutrivano di cibo selvatico, non trasformato, raccolto o cacciato nella natura. Quindi una dieta ricca di fibre, vitamine, sali minerali, antiossidanti e altre sostanze benefiche presenti nelle piante, oltre a occasionali fonti di proteine da animali cacciati o pescati, ricche di grassi sani (in particolare acidi grassi omega-3). Gli studiosi per questo presumono che i cacciatori-raccoglitori tendevano ad essere sani, in forma e principalmente esenti dalle malattie cardiovascolari comuni nelle società moderne.
    Il nostro stile di vita e la nostra dieta attuali sono principalmente il risultato della nostra cultura e delle nostre abitudini e sono il risultato di poco più di 100 anni di rivoluzione industriale, lontanissime dal nostro retaggio evolutivo che si estende su milioni di anni. Cultura e abitudini che svolgono un ruolo predominante nella nostra vita, e che ci stanno portando sempre più distanti e in contrasto con la nostra natura. Apparteniamo al regno animale, ne siamo il prodotto, come ogni altro essere vivente: come possiamo pensare di sottrarci alle regole della natura senza pagarne il prezzo?
    È evidente che gli esseri umani si sono perfettamente adattati alla cultura in cui sono immersi, ma la domanda è: quanta di questa cultura predominante la nostra biologia può sopportare prima che possa compromettere la salute?
    I problemi di salute e benessere che siamo chiamati ad affrontare e l’importanza del nostro patrimonio genetico ancestrale, suggeriscono che abbiamo bisogno di fare concreti cambiamenti, di riavvicinare le nostre abitudini, anche alimentari, alle necessità del nostro genoma ancestrale.
    Soprattutto considerando l’allungamento medio della vita, oggi si rivela fondamentale, per poter invecchiare proteggendo benessere e forma fisica il più a lungo possibile, l’obiettivo è vitale: proteggere o recuperare salute e benessere.
    Non tutto è sotto il nostro controllo, dove viviamo, cosa respiriamo, ma una cosa è assolutamente nelle nostre mani: quello che scegliamo di portare in tavola ogni giorno!

    Ma in concreto come possiamo fare?
    Non è semplice, serve tornare ad una alimentazione più simile possibile a quella di qualche millennio or sono, basata su molte fibre, grassi salutari e la giusta quantità di proteine. Sono molto pochi ormai coloro che hanno la possibilità di vivere mangiando esclusivamente ciò che offre la natura.
    Ma se è stata la tecnologia esasperata che ci ha allontanato da un vero benessere, è sempre la tecnologia a venirci in aiuto. Guardando però alle più alle attuali ricerche scientifiche su salute e benessere, senza dare la precedenza solo ai profitti. La svolta è arrivata grazie alla formulazione di alimenti adatti alla specie umana, con tutte le caratteristiche nutrizionali perfettamente adatte alla nostra biologia naturale, generalmente definite “low carb” o “glycemic friendly”, basate su ingredienti funzionali al benessere, soprattutto quello intestinale, disinfiammanti e di origine naturale.

    Alimenti che non costringono a stravolgere le nostre abitudini, o a fare pesanti rinunce, e tantomeno limitare la scelta a pochi cibi – come, ad esempio, le diete cosiddette “paleo” che eccedendo nella quantità di proteine possono essere pericolose per la salute. Ma soprattutto non devono contenere ingredienti scadenti, come l’olio di palma, le fibre vegetali irritanti per l’intestino, come la fibra di bambù o la lignina, coloranti e conservanti.
    Esiste quindi la possibilità di ritornare a rispettare le esigenze della nostra biologia, prenderci cura del nostro benessere e preservare la nostra salute, rispettando allo stesso tempo le tradizioni della buona cucina italiana e continuando a gustare i piatti che tanto amiamo. Ne riparleremo.

     

  • Le 4 leggi dell’ecologia

    Le 4 leggi dell’ecologia

    Ecologia - Barry Commoner

    Cinquant’anni fa, nel 1971, usciva il libro “Il cerchio da chiudere: la natura, l’uomo e la tecnologia” di Barry Commoner (1917-2012), biologo ed ecologo statunitense, professore universitario di fisiologia vegetale, uno dei primi studiosi ad applicare un approccio scientifico ai problemi ambientali. In questo libro, testo fondamentale della moderna ecologia, Commoner formulò quelle che da allora vengono chiamate “le quattro leggi fondamentali dell’ecologia”.

    Prima legge: Ogni cosa è connessa con le altre

    L’ambiente costituisce una macchina vivente, immensa ed estremamente complessa, che forma un sottile strato dinamico sulla superficie terrestre. Ogni specie vivente è collegata con molte altre.
    Questi legami stupiscono per la loro varietà e per le loro sottili interrelazioni.

    Tutte le specie, animali e vegetali, sono in un rapporto di interdipendenza tra loro. Ciò che influenza un organismo vivente ha effetto a cascata su tutti gli altri esseri viventi.
    Ad esempio, senza la fotosintesi delle piante non disporremmo di ossigeno.
    E senza l’azione sinergica delle piante, degli animali e dei microorganismi che vivono nel laghi e nei fiumi non potremmo avere acqua pulita.
    L’uomo col suo inquinamento altera ogni giorno questo ciclo naturale degli eventi, sottoponendolo prima o poi a un carico eccessivo che lo fa collassare. È quanto sta accadendo ai nostri giorni.

    Seconda legge: Ogni cosa deve finire da qualche parte

    In ogni sistema naturale, ciò che viene eliminato da un organismo, come rifiuto, viene utilizzato da un altro.

    Nei sistemi naturali nulla scompare, ogni sostanza si trasferisce da un luogo all’altro.
    In natura tutto si trasforma, non ci sono rifiuti. Ciò che viene scartato da alcuni diviene risorsa per altri: è il ciclo della vita. Si ha semplicemente un trasferimento della sostanza da un luogo all’altro, una variazione di forma molecolare che agisce sui processi vitali dell’organismo del quale viene a fare parte per un certo periodo di tempo. Questi cicli vitali permettono il recupero degli elementi chimici che circolano tra l’ambiente e gli organismi viventi.
    Ma da circa due secoli, con la rivoluzione industriale, si sono moltiplicate sostanze e prodotti. Di alcune sostanze al principio non conoscevamo tutti gli effetti, solo in seguito abbiamo scoperto che avevano gravi e incontrollate conseguenze per gli habitat e gli esseri viventi. Inoltre, l’enorme incremento dei rifiuti dell’attività industriale e commerciale umana, la corsa al consumo e allo scarto, rende sempre più difficile reinserire questi scarti nel ciclo della materia, nonostante tutti i progressi ottenuti negli ultimi anni dalla filiera del riciclaggio.

    Terza legge: La natura sa meglio di chiunque come fare

    Sono quasi sicuro che questo principio incontrerà notevole resistenza, poiché sembra contraddire la fede universale nella competenza assoluta del genere umano

    Commoner introduceva la terza legge dell’ecologia, che invita esplicitamente l’uomo a non essere così pieno di sé, e a non usare la natura come se potesse renderla a suo indiscriminato servizio.
    Tutti i grandi cambiamenti apportati dall’uomo in un ambiente naturale rischiano di essere dannosi per il sistema stesso.
    E se la natura si ribella, l’uomo crolla.

    L’aumento della popolazione mondiale a ritmi insostenibili – 80/100 milioni l’anno – e la crescita dei bisogni e, quindi, dei consumi dimostrano ampiamente l’equazione che venne presentata allora, che si può sintetizzare con la frase “l’impatto ambientale è la conseguenza del numero della popolazione, moltiplicato per la quantità di merci e servizi usati, e la tecnologia in uso.”

    I= P x A x T

    Dove I rappresenta la quantità di impatto ambientale (espresso in qualsiasi misura, ad esempio co2, piombo, particolato), P è il numero di persone, A è la quantità annua di merci e servizi per persona (ad esempio, numero di pasti, autovetture o cellulari) e T è la quantità di tecnologia inquinante per unità di merce (di qualsiasi genere).

    I = P × A x T è la notazione matematica di una formula proposta per descrivere l’inquinamento umano sull’ambiente in funzione di tre fattori : popolazione (P), quantità di merci (A) e tecnologia (T).

    Immaginiamo di semplificare una misura del degrado ambientale sotto forma della quantità I di
    agenti inquinanti, misurati come quantità fisica, per esempio tonnellate, milioni di tonnellate,
    immessi ogni anno nell’ambiente dalla popolazione del pianeta.
    Indichiamo con P la popolazione mondiale complessiva e con A la quantità di beni materiali usati da ciascun individuo, espressa, per semplicità, in tonnellate per individuo all’anno. Indichiamo, infine, con T una misura della qualità tecnica delle merci, espressa come kg di agenti inquinanti associati alla produzione e al consumo di un kg di beni materiali o merci.
    L’inquinamento totale risulta dal prodotto della popolazione per la quantità di merci usata da
    ciascun individuo, per la potenza inquinante di ciascun prodotto.

    Nonostante l’apparente semplicità dell’impostazione, Commoner va a toccare alcuni problemi delicati dell’ecologia e dell’economia. La qualità delle merci e dei servizi non dipende dal valore monetario, ma da un indicatore T che comprende la quantità di risorse estratte dalla natura e la quantità di energia necessaria per produrre una unità di merce, indicatore che potremmo quindi chiamare “costo naturale” e “costo energetico” delle merci, e la quantità degli agenti inquinanti o una qualche misura dell’erosione ambientale associate alla produzione e al consumo di una unità di merce, una grandezza che potremmo chiamare “costo ambientale” di ciascuna merce.

    Varrà così, indipendentemente dal suo valore monetario, di più una merce o un servizio quanto più basso è il suo costo naturale, energetico, ambientale, ovvero quanto più basso è il valore T, che dipende da scelte tecniche di progettazione, dai materiali più o meno riutilizzabili, più o meno inquinanti, dalla durata del manufatto.

    Per abbassare il valore T, al fine di diminuire l’inquinamento globale I, occorre riesaminare ciascuna merce, o macchina, o oggetto, per vedere come è fatta, con quali materie, e dove va a finire, come si trasforma, come ritorna nell’ambiente. Non è un caso che sia stato un biologo, una persona abituata a trattare la circolazione della materia e dell’energia dalla natura, agli esseri viventi, e di nuovo alla natura, ad estenderne i principi alla circolazione della materia e dell’energia dalla natura alle merci, agli oggetti trasformati dalla tecnica, e poi di nuovo alla natura.
    Commoner spiega bene che una trasformazione della tecnica nella direzione di una diminuzione del costo naturale, energetico o ambientale delle merci è tutt’altro che indolore.

    Quarta legge: Nulla è a costo zero

    In ecologia, come in economia, non c’è guadagno che possa essere ottenuto senza un certo costo.
    Non si può evitare il pagamento di questo prezzo, lo si può solo rimandare nel tempo. Ogni cosa che l’uomo sottrae a questo sistema deve essere restituita. L’attuale crisi ambientale ci ammonisce che abbiamo rimandato troppo a lungo.

    E il prezzo da pagare per la nostra insipienza sarà elevato, come dimostrano le crisi epocali che siamo chiamati ad affrontare oggi: migrazioni, impoverimento, riduzione delle terre coltivabili, cambiamenti climatici.
    A lungo i sistemi produttivi hanno pensato a produrre e basta, senza preoccuparsi delle conseguenze. Ora siamo costretti a fare i conti: il prezzo del nostro benessere è stato spesso costruito a scapito delle risorse naturali del Pianeta.

    Con “Il cerchio da chiudere” Commoner ci ha chiaramente spiegato come la causa della crisi dei rapporti tra uomo e natura sia da ricercare nello sfruttamento di risorse naturali scarse, per produrre, con processi inquinanti, merci inquinanti. Mentre in natura i cicli biologici e la geochimica sono sempre in equilibrio e sempre si chiudono, a seguito di errate scelte tecnologiche umane i cicli naturali restano aperti, con l’impoverimento delle risorse, a partire dall’acqua, e la conseguente crisi ecologica ed economica del nostro pianeta.

  • La transizione green per un’economia più sostenibile

    La transizione green per un’economia più sostenibile

    transizione green

    Si parla molto di Transizione e Rivoluzione Green, ma c’è ancora molta distanza tra parole, proclami e consapevolezza, misure, azioni concrete. Recentemente il “Centro Futuro Sostenibile” di Roma ha redatto un documento per tracciare il quadro della situazione attuale e delle azioni necessarie.
    Ne pubblichiamo una sintesi, con ampi stralci diretti.

    Gli impegni di cambiamento a fronte dei mutamenti climatici comportano indispensabili e radicali trasformazioni. Anche in Italia. Accanto al dovere dei decisori pubblici e dei governanti, è interesse della società e di ciascun cittadino, delle imprese e dei titolari di competenze professionali e tecnico-scientifiche concorrere ad orientare e sostenere le enormi e complesse scelte che derivano da questi nuovi impegni. Dopo decenni di attendismo e misure parziali, si sta assistendo a un’accelerazione per una decarbonizzazione delle attività umane.
    I criteri ESG (Environment, Social, Governance) guideranno le imprese in modo rilevante,
    sia per l’accesso ai mercati e alla finanza che per la partecipazione alle strategie e ai finanziamenti pubblici: processi che non potranno avvenire con dichiarazioni generiche, e tanto meno ricorrendo a comunicazioni ingannatorie, di cosiddetto “greenwashing”.
    A livello politico, pubblico, come si governerà questa inevitabile transizione? Poiché non sarà a saldo zero, chi ne pagherà i conti? Quanti posti di lavoro si perderanno e quanti si creeranno? Quale crescita formativa si darà ai giovani, e a chi dovrà affrontare nuovi mestieri?

    La situazione attuale
    Quindici anni fa, con il documentario An Inconvenient Truth (Una scomoda verità), l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore divulgò a livello mondiale il problema dei cambiamenti climatici, ottenendo per questo il Premio Nobel per la Pace. Da allora, si è passati dal riconoscimento retorico del problema, alla sottoscrizione del nuovo Accordo di Parigi nel 2015 e a una recente, più decisa condivisione della necessità di agire con misure efficaci e stringenti entro due date, il 2030 e il 2050. Obiettivo: contenere sotto i 2
    gradi la crescita della temperatura globale alla fine di questo secolo -il traguardo assunto dai membri del G7 e di tenerlo a un grado e mezzo – in modo da scongiurare effetti dirompenti, con le loro irreversibili conseguenze, ormai identificati e condivisi dalla comunità scientifica internazionale, tra i quali scioglimento dei ghiacci, innalzamento dei livelli dei mari, crescita della desertificazione, perdita della biodiversità, fenomeni meteorologici estremi.
    Questo ha portato a nuove più forti prese di posizione da parte dei governi.

    L’Amministrazione Biden ha lanciato la Global Climate Ambition Initiative, stabilendo di finanziare la Net-Zero Transition e l’adattamento ai cambiamenti climatici con investimenti massicci. Il 20 maggio scorso ha firmato un Executive Order sui rischi finanziari Climate-Related rivolto a tutte le Agenzie Federali.
    L’UE ha posto l’European Green Deal al centro della strategia per la trasformazione economica e sociale dell’Unione, per gli investimenti e il recupero e rilancio nel post-pandemia. E il Presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato, nel mezzo della pandemia COVID-19, che “l’umanità dovrebbe lanciare una rivoluzione verde”.

    Anche in Italia, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha dichiarato che occorre “una rivoluzione Verde”, in occasione del dibattito parlamentare al termine del quale ha ottenuto la fiducia dal Parlamento italiano. Questo porterà a inedite azioni di investimenti pubblici sostenibili e per l’innovazione energetica.
    La prossima riunione della COP26, la Conferenza ONU 2021 sui Cambiamenti Climatici, si terrà a novembre in Glasgow, per cercare di registrare i recenti, nuovi impegni assunti da diverse Nazioni e dall’Unione Europea per verificare e rafforzare le Nationally Determined Contributions (NDCs), ovvero gli impegni presi a seguito dell’Accordo di Parigi.
    Oggi, la ‘scomoda verità’ sui cambiamenti climatici è ormai accettata da tutti gli organismi internazionali. Ma vi sono 7 punti conseguenti che vanno conosciuti e affrontati: sono questioni strategiche economiche, ecologiche, produttive, sociali.

    1. DIVERSI IMPATTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI SONO IRREVERSIBILI. clicca per approfondire

    Le emissioni di CO2 accumulate in atmosfera impiegheranno decenni, o secoli, per essere assorbite, anche nel caso di un impossibile blocco immediato e generalizzato delle emissioni attuali. E’ noto che le attuali responsabilità nelle emissioni globali sono molto diverse. E, infatti, i target dichiarati di riduzione delle emissioni sono diversificati per ciascuna Nazione. L’Amministrazione Biden parla di una riduzione del 52% rispetto ai livelli 2005 entro il 2030. L’Unione Europea, del 55% al 2030, ma rispetto ai livelli del 1990. La Cina, di fermare al 2030 la crescita delle proprie emissioni, con neutralità climatica al 2060.

    Analisi recenti indicano che l’attuazione degli impegni oggi sottoscritti porterebbe a una crescita di oltre 3° della temperatura media della Terra a fine secolo.
    Il Rapporto Annuale dell’Organizzazione Metereologica Mondiale (WMO) prevede che il raggiungimento della crescita della temperatura media globale di 1,5° rispetto all’età pre-industriale è probabile in almeno uno dei prossimi 5 anni. Gli studi del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) indicano scenari che, nelle ipotesi più pessimistiche, potrebbero portare fino a 5° l’incremento medio delle temperature in Italia a fine secolo.

    Le analisi dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, ONU) e dei maggiori centri di ricerca internazionali descrivono da anni l’irreversibilità di alcuni processi, pur in caso di graduali ridimensionamenti delle emissioni nei prossimi decenni: dalla riduzione dei ghiacci artici allo scongelamento del permafrost in vasti territori, specialmente nelle regioni siberiane; dalla sommersione di aree costiere, alla scomparsa di foreste primarie, alla perdita di aree coltivabili. Ciò impone comunque di investire risorse e realizzare specifici ed imponenti programmi per contrastare questi fenomeni già in corso.

    2. GLI IMPEGNI DA REALIZZARE SONO URGENTI E COLOSSALI. clicca per approfondire

    La dimensione della sfida che ha davanti l’umanità può essere letta efficacemente nel Rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), che descrive le decisioni e le implicazioni necessarie per raggiungere la neutralità climatica nel 2050. Questo Rapporto affronta in modo esplicito e sistematico cosa comporterà, concretamente, realizzare gli obiettivi dichiarati dalla comunità internazionale. Per il settore energetico, essendo responsabile dei 3/4 delle emissioni di “gas-serra”, portare le emissioni a zero nel 2050 “richiede nulla di meno che una completa trasformazione di come produciamo,
    trasportiamo e consumiamo energia”. Tra le necessità indicate: un accrescimento globale dell’efficienza energetica, con miglioramenti medi annuali dell’intensità energetica del 4% fino al 2030, ovvero il triplo della media degli ultimi due decenni. Oltre alla riduzione della CO2, bisognerà ridurre anche le emissioni di metano da combustibili fossili del 75% nei prossimi dieci anni. E ancora, si dovrà aggiungere ogni anno, in questo decennio già iniziato, 630 gigawatt (GW) di solare fotovoltaico e 390 GW di eolico, ovvero il quadruplo dei livelli record conseguiti nel 2020. E. nel quadro dell’elettrificazione sistematica e green, la vendita di veicoli elettrici dovrà passare dall’attuale 5% circa a più del 60% nel 2030.

    Il Rapporto IEA esplicita il gigantesco impatto delle trasformazioni necessarie sulle politiche energetiche, prospettando al 2050 una domanda globale di energia dell’8% circa inferiore ad oggi, ma al servizio di un’economia più che raddoppiata, con due miliardi di persone in più sulla Terra, e basata sulle energie rinnovabili: 2/3 da vento, solare, bioenergia, energia geotermica e idro; il fotovoltaico dovrà crescere di 20 volte da oggi, l’eolico di 11 volte. Il declino dei combustibili fossili dovrà portare a un loro crollo, dai 4/5 dell’energia globale attuale, a 1/5.
    Nel 2050 l’elettricità dovrà assicurare quasi il 50% dei consumi energetici, con una crescita rispetto ad oggi di due volte e mezzo, per circa il 90% da fonti rinnovabili: il resto dal nucleare, previsto in espansione.

    Il taglio delle emissioni per l’industria, i trasporti e le costruzioni sarà ancora più complesso, e richiederà trasformazioni sistematiche degli impianti industriali: ad esempio, nei trasporti dovranno terminare nel 2035 le vendite di automobili a combustione; biocarburanti e carburanti sintetici saranno necessari per l’aviazione; ammoniaca per le navi. Saranno regolate costruzioni chiavi in mano a emissioni zero, e drastiche trasformazioni per riscaldamento e climatizzazione domestici.
    Secondo il Rapporto IEA, la domanda di carbone dovrà ridursi del 90% dell’uso totale di energia al 2050; quella di gas del 55%; quella di petrolio del 75%. I punti di ricarica pubblica per veicoli elettrici dovranno passare, dal 2020 al 2030, da un milione a 40 milioni, con un investimento annuo di quasi 90 miliardi di dollari da qui al 2030.

    La produzione di batterie per veicoli elettrici (EV) balzare dai 160 gigawatt-ora di oggi, a 6.600 nel 2030, ovvero aggiungere quasi 20 gigafactories all’anno per i prossimi dieci anni. E per puntare a un utilizzo diffuso dell’idrogeno dal 2030, sarà necessario – sempre a livello globale – accrescere i soli investimenti infrastrutturali annui dall’attuale miliardo di dollari a circa 40 miliardi nel 2030.

    3. C’È CONSAPEVOLEZZA SCIENTIFICA, MA NON POLITICA ED ECONOMICA. clicca per approfondire

    I dati sopra riassunti non provengono da fanatici ambientalisti ultrà, ma dalla più autorevole Agenzia internazionale in cui sono rappresentate anche Nazioni con radicati interessi nelle attuali politiche energetiche fossili. La politica ne è consapevole, a partire dall’Italia? No, se guardiamo i temi dominanti nel dibattito politico, e alla programmazione delle misure attuative necessarie.
    Secondo alcune reazioni, la Roadmap della IEA sarebbe irrealistica ed impraticabile e accrescerebbe la povertà nei Paesi meno sviluppati, quali ad esempio la Nigeria e l’Iraq.

    Hanno espresso scetticismo alcuni Paesi in cui si estraggono combustibili fossili (Australia, Norvegia) o si consumano senza alternative prossime (Giappone), mentre altri sono rimasti in silenzio. Ma il confronto sulle dettagliate proposte IEA è aperto. Esse hanno avuto il grande merito di portare il confronto politico su dati e opzioni concrete su scenari presentati finora solo a parole, con i grandi obiettivi globali del dimezzamento delle emissioni al 2030, e di “emissioni zero” al 2050.

    Ma anche il mondo economico è indietro nella consapevolezza dell’urgenza e programmazione delle azioni da intraprendere. Alla vigilia della pandemia COVID-19, nel settembre 2019, due autorevoli economisti quali Nicholas Stern (London School of Economics) e Andrew Oswald (Warwick University) hanno effettuato un’analisi sulle principali 9 riviste accademico-scientifiche in campo economico a livello internazionale, per verificare quanti articoli avessero dedicato alle gigantesche sfide – per la scienza economica, oltre che per l’economia reale – imposte dalla necessità di contrastare i cambiamenti climatici. Il risultato: su 77mila articoli censiti, solo 57 affrontano questo argomento essenziale per la sopravvivenza del genere umano, e assolutamente determinante per qualsiasi analisi economica di prospettiva. Una percentuale pari allo 0,00074%.

    Esiste dunque un problema fondamentale di informazione, e di vera e propria alfabetizzazione. Occorrono un confronto incessante, uno scambio di informazioni profondo e dialettico a fronte di materie che richiedono competenze, capacità di analisi di trasformazioni sistemiche, disponibilità pragmatica all’ascolto, contributo alle politiche e alla regolazione, interazione e partnership tra pubblico e privati.
    Ma il cambiamento trasformativo diffuso, è comunque iniziato, e continuerà. Si tratterà di disporre, da oggi in poi, in ogni settore della vita associata, di nuove capacità di valutazione e interazione che permettano, a partire da governi, legislatori e organismi regolatori, di contribuire alle scelte largamente inedite e innovative che sono davanti a cittadini ed imprese.

    4. LE DIVERGENZE POLITICHE GLOBALI RENDONO PIÙ DIFFICILI OBIETTIVI CONDIVISI. clicca per approfondire

    Dopo il Protocollo di Kyoto, nell’evidente impasse per l’effettiva adozione di misure vincolanti per gli Stati in materia ambientale e climatica, c’è stato il passaggio per la comunità internazionale, con l’Accordo di Parigi 2015, a un meccanismo su base volontaria e condivisa di impegni per la riduzione delle emissioni, con maggiore flessibilità e misurazione della effettiva volontà e capacità attuativa da parte di ciascuna Nazione o gruppo di Nazioni.

    Questo esige coordinamento e convergenza strategica da parte di tutti gli attori internazionali. La pandemia è sicuramente un efficace riferimento per far comprendere che soluzioni isolate non possono avere successo, a fronte di un maggiore problema globale.
    Si tratta di agire prima che sia troppo tardi, pur in assenza di una minaccia percepita da molti come immediata, e con la complessità strutturale di impatti pervasivi sull’economia reale, su gli squilibri e le diseguaglianze già esistenti, sull’organizzazione pubblica, gli stili di vita, il lavoro.

    Se le politiche per il Clima sono molto difficili da mettere in campo in modo globale, ciò sta diventando ancora più difficile nella nuova situazione geostrategica e geopolitica. Dopo un quarto di secolo caratterizzato da aperture inedite, sotto l’insegna di una Globalizzazione che ha accomunato economie occidentali e grandi Paesi emergenti, gli scenari internazionali stanno cambiando rapidamente e profondamente. Si parla esplicitamente di una nuova Guerra Fredda, in particolare per la competizione strategica tra USA e Cina: in ogni caso, l’acquisita crescita di Pechino come protagonista globale sta portando a rapide correzioni di rotta da parte dei governi occidentali. La scelta è tra la collaborazione competitiva e una competizione conflittuale. Impossibile, peraltro, che decisioni vitali come la rivoluzione energetica avvengano al di fuori di tensioni politiche, a causa della naturale concorrenza tra diversi e divergenti interessi nazionali e geopolitici, pur nella prospettiva di
    comuni responsabilità.

    Ci si misurerà dunque con aspetti politici ed etici dalle indubbie conseguenze: non solo per la considerazione dell’accumulo “storico” delle emissioni ma, ad esempio, a proposito delle diseguaglianze, che riguardano i rapporti esistenti tra le Nazioni, e tra ricchi e indigenti all’interno delle stesse. Poiché l’1% di super-ricchi è responsabile di una quota di almeno il 15% delle emissioni globali, a fronte del 50% della parte più povera della popolazione globale. Il rapporto ONU 2020 sull’Emission Gap osserva che l’obiettivo della temperatura terrestre verso +1,5° richiederà all’1% più ricco del Pianeta di tagliare la sua “impronta di carbonio” di almeno 30 volte.

    Le asimmetrie tra le Nazioni saranno molto difficili da regolare, se pensiamo agli interessi di Paesi produttori di combustibili fossili, o a Paesi che hanno in corso nuove dinamiche di industrializzazione. O alla situazione africana, dove il 17% della popolazione mondiale produce il 3,5% delle emissioni di CO2 e dove, solo nella fascia subsahariana, si contano milioni di sfollati interni e profughi a causa di crisi ambientali, con le connesse, drammatiche implicazioni per la perdurante insicurezza alimentare. Qui la diffusa fragilità delle infrastrutture, e la necessità di investimenti enormi per la transizione energetica formano un mix difficilissimo. Le problematiche finanziarie con la crescita dei già ingenti
    debiti, esigeranno concertazioni e decisioni critiche.

    In questo nuovo contesto internazionale, l’Unione Europea ha deciso di puntare su obiettivi ambiziosi, con l’obiettivo di zero emissioni nel 2050, attraverso un cammino fatto di impegnativi strumenti di regolazione e di investimenti importanti per accoppiare l’uscita dalla pandemia con politiche espansive legate alle transizioni Green e digitale, perché anche la digitalizzazione deve seguire parametri stringenti per le sue implicazioni climatiche, essendo altamente energivora (su tutti il mining per le criptovalute).

    Queste scelte hanno anche considerevoli impatti burocratico-amministrativi.
    Si guardi al complicato provvedimento che ricade sotto il nome di Tassonomia UE (Taxonomy for sustainable activities), sistema di classificazione che definisce una lista di attività economiche sostenibili dal punto di vista ambientale. Esse dovrebbero avere anche un carattere competitivo, per lo sviluppo di nuovi comparti produttivi che certamente impatteranno in modo decisivo anche sull’Italia. In parte, per contribuire al calo globale delle emissioni (quelle UE sono l’8%, rispetto al totale mondiale; quelle italiane, circa l’1%). Oppure, si pensi alle implicazioni geopolitiche, e non solo industriali ed ambientali-climatiche, della proposta di ampliare il sistema degli ETS (Emission Trading Scheme) all’interno di una politica per tassare le importazioni da aree extra-UE che non rispondano
    a requisiti di carbon pricing, o a target delle emissioni (la Carbon adjustment border Tax).

    Tutte queste politiche si misureranno con la competizione per rame, cobalto, manganese o le diverse terre rare necessarie per il funzionamento dei nuovi processi, in particolare per la realizzazione delle batterie e dei semiconduttori; ma anche per il controllo delle linee strategiche di collegamento e la logistica; per l’autosufficienza, o la cooperazione produttiva per la realizzazione di nuove industrie ed impianti. In un contesto in cui dove le emissioni saranno molto diversificate nel corso dei prossimi 30 anni, e saranno maggiori nei Paesi emergenti, come ha confermato una recente analisi dell’Fondo Monetario Internazionale.

    5. METTERE D’ACCORDO RIVOLUZIONE E TRANSIZIONE. clicca per approfondire

    L’età del petrolio ha accompagnato la crescita senza precedenti dell’umanità, dal reddito medio all’accesso a prestazioni sconosciute per le grandi masse popolari, alla durata media della vita. E’ stata una lunga rivoluzione, ma non è stata incruenta.
    Oggi abbiamo capito che questa dinamica va radicalmente invertita, se vogliamo che i complessi equilibri ecosistemici che regolano la vita sulla Terra non vengano spazzati via.

    Dobbiamo governare la più difficile transizione di sempre. Il mese di maggio 2021, accanto alla presentazione del Rapporto IEA, ha registrato dei mutamenti accelerati, sorprendenti per molti. I due grandi gruppi petroliferi USA Exxon e Chevron – abituati a gestire cambiamenti nel corso di anni, o decenni – hanno subito incursioni molto rilevanti da parte dei loro azionisti: per Chevron, una risoluzione richiede di tagliare le emissioni di gas-serra nelle attività dell’azienda, appoggiata col 61% dei voti. Per Exxon, un fondo attivista detentore appena dello 0,02% delle azioni, ha fatto eleggere almeno due membri nel Consiglio di Sorveglianza. Negli stessi giorni, un Tribunale dell’Aja, a seguito di un’iniziativa legale intrapresa a difesa dell’ambiente e del Clima, ha ordinato al gruppo anglo-olandese Shell di abbattere le proprie emissioni del 45% entro il 2030, su base delle emissioni 2019.
    Si tratta di un precedente che sposta sul fronte del contenzioso legale e giudiziario la Transizione Verde e Climatica. Non è in effetti una novità. Già in un caso precedente la Corte Suprema dell’Aja aveva stabilito che le politiche del governo olandese erano insufficienti, minando i Diritti umani.

    Anche il Consiglio di Stato in Francia e la Corte Costituzionale Federale in Germania si sono pronunciati su queste materie. In generale, sono stati censiti dal 1990 oltre 1.800 conflitti giuridici in 40 Paesi su casi legati al Clima, secondo un’analisi della London School of Economics. In Perù, ad esempio, un agricoltore ha portato davanti alla giustizia un grande gruppo energetico tedesco per gli effetti del riscaldamento globale su un ghiacciaio del suo Paese, e una ventina di Stati e città USA hanno aperto cause contro i giganti delle energie fossili per i danni alla salute locale.
    I Governi – anche il nostro in Italia – devono trasformare la modalità accessoria con cui ci si è occupati finora di Ambiente e Clima in una modalità centrale. Quelle che prima erano le condizioni dell’economia che hanno dominato la politica, in quanto orientavano il consenso, ora sono divenute trasversalmente le ragioni dell’Ambiente e del Clima. Chi non voglia accorgersene, potrà trovare un Tribunale, magari di livello sovranazionale, alla luce delle nuove obbligazioni assunte dagli Stati, a dettare un cambiamento cui si troverà impreparato.

    Ecco perché è incoraggiante l’inserimento di tante misure per il Cambiamento Green nel PNRR post-COVID. Tuttavia, emerge che ci troviamo ancora nella fase della sottovalutazione. Per dare un’idea della differenza tra Rivoluzione e Transizione: entriamo nella stagione in cui si dovranno prendere centinaia di decisioni drastiche e iniziare complesse sperimentazioni, molte in cui soppesare il “male minore”, moltissime in cui si dovrà considerare l’impatto sociale ed umano delle decisioni, assieme a quello ambientale e climatico, e dunque adottare misure integrative e compensative.

    Se il vertice UE di fine maggio si è bloccato, rispetto alla definizione degli impegni nazionali per centrare gli obiettivi climatici cui l’Unione Europea si è obbligata, è appunto perché si è entrati nel merito di decisioni che accompagneranno l’agire pubblico nei prossimi anni, e decenni: debbono pagare di più i Paesi con il PIL più alto, anche se hanno già iniziato a ridurre le emissioni, oppure quelli che inquinano di più – anche se hanno minori risorse? Un compromesso si troverà, certo; anche se non potrà essere basato su rinvii e finte soluzioni. E, al confine tra Polonia e Repubblica Ceca, si porrà lo stesso problema che sta affrontando Biden in queste settimane, in cui non si è opposto a tutte le decisioni dell’Amministrazione Trump relative a impianti in Dakota e Wyoming: che fare
    dell’espansione da un miliardo di dollari dell’impianto che utilizza lignite, scavata nella miniera di Turow, la cui attività carbonifera è stata estesa dal governo polacco al 2044? E ancora: cosa fare dei cospicui finanziamenti, e anche dei recovery funds, stanziati dai Paesi G7 per attività di produzione di energia e consumi legati ai combustibili fossili?

    È un conflitto ambientale, politico, e anche economico-occupazionale. E ci indica sfide molto più grandi: come inserire nel sistema ETS (il mercato dei diritti di emissione), accanto ai settori dell’energia e a quelli industriali coinvolti, anche trasporti, rifiuti, agricoltura, costruzioni; e come far funzionare il sistema UE di scambio delle quote di emissione. Che impatterà certamente su importanti filiere produttive. E sul bilancio delle famiglie. Uno studio di Cambridge Econometrics stima che l’estensione del sistema di scambio di quote ad auto e abitazioni, porterebbe a raddoppiare il prezzo del gas domestico per le famiglie francesi al 2030, con una crescita del 188% per le abitazioni polacche riscaldate con il carbone. Ecco cosa vorrà dire governare la Transizione ecologica, energetica, climatica.

    6. LE RISORSE ATTUALI PER LA RICERCA SCIENTIFICA SONO INSUFFICIENTI. clicca per approfondire

    Siamo dunque molto indietro, come cultura e consapevolezza diffuse, strumenti decisionali, formazione di dirigenti pubblici, manager, quadri e figure operative, e nella disponibilità generale delle produzioni necessarie alla Rivoluzione Verde che costituisce un elemento qualificante anche della fiducia richiesta e ottenuta in Parlamento dal Premier Draghi.

    Siamo indietro, ad esempio, nelle produzioni di pale eoliche offshore o batterie per auto elettriche, nella progettazione e sperimentazione, prima ancora che installazione, delle infrastrutture indispensabili. E’ legittimo attendersi che decisioni politiche e una nuova disponibilità di risorse per investimenti possano guidare un processo di straordinaria accelerazione, che coinvolga le filiere produttive interessate. In Italia, siamo consapevoli delle potenzialità e delle specifiche esigenze di comparti cruciali come quello agricolo e alimentare, o della moda? Oltre agli interventi strategici che riguarderanno i comparti energetici, la nostra manifattura, il settore farmaceutico, la chimica, l’edilizia e i lavori pubblici, e così via.

    Recentemente il Presidente Biden ha affermato il 50% delle riduzioni delle emissioni verrà da innovazioni tecnologiche che ancora non conosciamo. E’ un concetto ardito, che ritroviamo peraltro nell’analisi Net Zero 2050 della IEA: “Gran parte delle riduzioni globali nelle emissioni di CO2 nel nostro cammino verso il 2030 risultano da tecnologie già disponibili oggi. Ma nel 2050, quasi metà delle riduzioni verranno da tecnologie che attualmente sono in fasi dimostrative o di prototipo”.
    Per ottenere simili risultati, possiamo e dobbiamo avere fiducia nella Scienza, come dimostra l’eccezionale rapidità – meno di un anno, rispetto a medie precedenti attorno a 5 anni – con cui sono stati resi disponibili vaccini efficaci contro il COVID-19, potenzialmente accessibili per l’intera umanità. Si tratta dunque di provocare e sostenere una svolta di carattere scientifico, di ricerca, sperimentazione e sviluppo di nuove soluzioni a fronte delle nuove, dirompenti esigenze globali.

    Ma le risorse rese finora disponibili in ricerca&sviluppo sono insufficienti. Il fatto che una parte della ricerca avanzata nei maggiori Paesi avvenga in strutture militari, o legate alla sicurezza nazionale, non è incoraggiante. Tuttavia, esistono ampie capacità nei settori privati, oltre che nelle istituzioni di ricerca, per affrontare questa accelerazione. I decenni di attesa per la fusione nucleare, o alcune ipotesi di “geo-ingegneria climatica” somiglianti a riedizioni del “Dottor Stranamore” non debbono ingannarci. Lungo tutti i processi delle filiere che abbiamo incontrato, possono dispiegarsi anche in tempi rapidi delle svolte straordinarie, alcune delle quali vengono sperimentate già oggi. Ma occorrono molte più risorse pubbliche, anche su base multilaterale: e qui l’Unione Europea può fare senz’altro di più. Se gli USA hanno appena previsto un investimento di 180 miliardi di dollari in basic
    research per la crisi climatica, non dobbiamo dimenticare i dati riportati un anno fa dall’Economist: finora, il totale degli investimenti annui combinati in innovazione e tecnologie legate al Clima da parte di governi, venture capital e aziende energetiche europee è stato appena circa il doppio di quello di una sola grande azienda come Amazon.

    7. CONSENSO, AGENDE POLITICHE, POSTI DI LAVORO. clicca per approfondire

    È necessaria un’azione politica e culturale per affrontare le condizioni che consentano di impostare, governare e portare avanti la Rivoluzione Verde per il Clima non come impossibile imposizione dall’alto, ma con una convinta e diffusa condivisione e partecipazione delle cittadinanze di ciascun Paese. Non bisogna dimenticare, infatti, le esperienze negative nell’accoglienza popolare di misure pur parziali e limitate: dai pochi centesimi di euro in più imposti da Macron sui carburanti in Francia, che ha fatto da detonatore per la ribellione dei “Gilet Gialli”; alle controversie sull’introduzione di Carbon Tax in alcuni Stati canadesi, e a livello federale; oppure, al successo elettorale di Trump nel 2016 in diversi Stati a precedente maggioranza democratica, in virtù della polarizzazione pro o contro la chiusura di miniere e impianti a carbone.

    Per stare in questo contesto, non è un caso se – dopo i risultati non sempre convincenti delle misure pro-green dell’Amministrazione Obama – lo stesso Biden abbia accompagnato la presentazione, lo scorso aprile al Congresso, del programma di rilancio post-pandemia con le parole “Troppo a lungo non abbiamo saputo usare la parola più importante, nell’affrontare la crisi climatica: lavoro, lavoro, lavoro”.

    Se ascoltiamo qualunque dibattito su temi sociali, industriali, produttivi, anche se specificamente dedicato alle priorità per il lavoro, e alla difesa del lavoro, siamo molto lontani, salvo egregie eccezioni, dal cogliere le implicazioni legate alla ormai iniziata Transizione Verde.
    I rischi sono evidenti, e di impatto rapido, anche nel contesto delle criticità economiche provocate dalla pandemia: la chiusura o il ridimensionamento di filiere produttive ed energetiche carbon-intensive con conseguenti, significativi tassi disoccupazionali. E con l’incremento vertiginoso di automazione e ricorso all’Intelligenza Artificiale, a spese di lavori che non torneranno, nell’industria, negli uffici, nel commercio, nella logistica.

    E le opportunità? Dipendono dalla serietà, rapidità, efficacia dei nostri interventi.
    Un’analisi IEA indica i benefici economici della crescita annua degli investimenti nel settore energetico in 5 trilions di dollari (cinquemila miliardi) all’anno in questo decennio, che porteranno una crescita aggiuntiva annua di 0,4 punti al PIL mondiale.
    Il saldo occupazionale sarà attivo nelle energie pulite, l’efficienza energetica, come pure per manifattura, ingegnerizzazione, costruzioni. Ovviamente, gli impatti saranno molto differenziati per Paese, a partire dai produttori di combustibili fossili. Ma, come abbiamo visto, nuove e rilevanti industrie nasceranno. Come pensare altrimenti, solo guardando all’obiettivo di produzione elettrica da rinnovabili nell’Unione Europea (oltre il 70% nel 2030) o, in Italia, di installare circa 70 Gigawatt da rinnovabili per la stessa scadenza?

    Ci sono intere filiere da costruire, per scongiurare nuove dipendenze dall’estero.. E processi del tutto nuovi nelle filiere esistenti. Con attenzione assoluta al bilancio occupazionale, al sostegno ai lavoratori che escono, alla formazione permanente verso nuove attività lavorative e professioni necessarie. E’ evidente, ad esempio, l’arretratezza italiana nella filiera dell’idrogeno; e rilevante la serie di impegni, per oltre 3 miliardi di euro, contenuti nel PNRR approvato dal Parlamento e trasmesso dal Governo italiano a Bruxelles: produzione di idrogeno in aree industriali dismesse; utilizzo per decarbonizzare
    acciaierie e impianti ad alta intensità energetica; stazioni di ricarica per il trasporto stradale a lungo raggio, e per il trasporto ferroviario; attività di ricerca e sviluppo. Inoltre, si prevedono norme tecniche, norme di semplificazione e di incentivo fiscale, ed altre misure destinate a diffondere il consumo di idrogeno verde.

    Si può apprezzare, in particolare, la necessità di produrre elettrolizzatori, indispensabili per questi processi, oltre che dell’adattamento di un vasto novero di impianti ed infrastrutture.
    Quali industrie nasceranno, quanti posti di lavoro verranno creati? Ci sono molti dubbi, e legittimi interrogativi, sulla fattibilità e l’efficienza di questi processi. E’ evidente che l’Italia non sarà pronta per il 2026, né sarà all’avanguardia nel 2030, ma avrà per quella data comunque sviluppato competenze, industrie, e posti di lavoro oggi inesistenti.
    Una delle maggiori difficoltà nel far transitare la preoccupazione generica sui Cambiamenti Climatici sul terreno di agenda pratica, ovvero ciò che le persone possano effettivamente fare, sta nella distanza tra la dimensione, la grandezza dei problemi, e l’impatto delle esperienze di singole situazioni rispetto a questa scala di problemi. Un riflesso di distanza, se non di impotenza, anima molti. Gesti di testimonianza e impegno significativo legati agli stili di vita sono ovviamente importanti. Ancora più importante, ai fini di una più larga condivisione, potrebbe essere definire e organizzare campagne di valore strategico, legate ad obiettivi rilevanti, e conseguibili con un impegno collettivo e corale. Non va ignorato che la complessità delle azioni e interazioni legate alla produzione di gas climalteranti non può portarci a ripercorrere lo straordinario, seppur limitato, successo nell’azione globale per limitare i gas (specialmente i CFC, Clorofluorocarburi) responsabili del depauperamento della fascia di Ozono stratosferico, dalla seconda metà degli anni ’80 in poi. Ma simili concertazioni dovrebbero riguardare, ad esempio, la crescita delle emissioni di metano, il
    secondo gas responsabile dell’effetto-serra. Le emissioni di tale gas, provenienti soprattutto da energie fossili, allevamenti e rifiuti, sono aumentate del 9% nel periodo tra il 2006 e il 2017. Si tratta di un gas che perdura meno della CO2, ma ha un assai più elevato potenziale di riscaldamento. L’UE ha ridotto le emissioni di metano, ma le informazioni disponibili – anche utilizzando l’osservazione satellitare – indicano che occorre agire a livello mondiale, per mettere in sicurezza molte decine di migliaia di pozzi estrattivi abbandonati in varie parti del mondo, per introdurre processi razionali virtuosi negli allevamenti di bestiame; oltre che per monitorare i “giganti addormentati del ciclo del
    Carbonio”, i depositi congelati di Metano nell’Oceano Artico, che si stanno risvegliando a causa dello scioglimento dei ghiacci e del permafrost. Un rapporto dell’ONU ha messo in rilievo che un taglio del 40% entro il 2030 delle emissioni di metano porterebbe un rapido beneficio, con riduzione già di 0,3° della temperatura media globale al 2040.

    Quindi è importante definire e qualificare obiettivi raggiungibili, non solo con il traguardo delle generazioni future. Molte e sempre più persone apprezzano l’impegno per promuovere il “capitale naturale” e preservare la biodiversità come parte della transizione ecologica. E sono pronte a mobilitarsi per traguardi e obiettivi visibili e raggiungibili a difesa della vivibilità del nostro ambiente. Magari, proprio per questa attenzione alla dimensione ‘possibile’ dell’impegno comune, si arrestano intimiditi di fronte alla dimensione, che appare soverchiante, delle sfide globali.
    Un settore cruciale è certamente quello agricolo, insieme alla filiera agroalimentare, per il conteggio dell’assorbimento delle emissioni e una gestione innovativa ed efficiente delle attività e dei suoli, con una gestione avanzata e protettiva del ciclo degli alberi e delle foreste, e un maggiore e migliore utilizzo del legno per le costruzioni, o di fibre vegetali per il tessile. Cruciale sarà lo sviluppo di Distretti a zero emissioni, dai reflui sino all’utilizzo di biometano per la produzione di idrogeno, e alla produzione di grafene. La filiera agricola e agroalimentare sono importantissime per la nutrizione e la salute, per la tutela del territorio e del paesaggio, e per l’occupazione.

    In conclusione, Il governo italiano ha cambiato denominazione al Ministero dell’Ambiente: nella nuova definizione di “Transizione Ecologica” si incontra il problema trattato in queste pagine. Nella lingua italiana, transizione è una parola scientifica che significa “passaggio tra due condizioni, due epoche, due modi di vita, due situazioni”. E’ l’atto di passare, con significati precisi nella fisica, la biochimica, la termodinamica, e nella musica.
    Si tratta di compiere un passaggio, molto complesso, ancora incerto per vari aspetti, dalle implicazioni gigantesche. Si tratta di capire se siamo ancora nel punto da cui si parte, o se davvero abbiamo iniziato il passaggio. Se saremo capaci di compiere in modo consapevole, responsabile, creativo, bene organizzato, il percorso verso la nuova condizione. Un percorso enormemente impegnativo, difficile, affascinante, necessario, che aprirà una nuova epoca, e comporterà un nuovo modo di vita.

    È tempo di indicare tutte le decisioni. Di definire tutte le implicazioni per i settori produttivi.
    Di analizzare e presentare gli obiettivi di creazione dei posti di lavoro per gli anni a venire.

  • Xylella Fastidiosa, l’apocalisse del Salento

    Xylella Fastidiosa, l’apocalisse del Salento

    Paola Ghislieri è figlia di un proprietario di un’azienda agricola in Puglia. Assistendo alla disperazione del padre per la Xylella che ha colpito i suoi ulivi, ha deciso di realizzare questo reportage, per documentare com’era la Puglia e come sta diventando ora con questo flagello che distrugge ulivi centenari. Con piccoli segni di speranza da parte degli addetti ai lavori, per un nuovo tipo di olivicoltura. Ma il paesaggio della Puglia, in particolare del Salento, non avrà più il fascino dei suoi olivi centenari.

    È il suo primo documentario, ma Paola ha una grande esperienza nel video-making, maturata a Londra in una casa di produzione e alla Walt Disney.
    “Xylella Fastidiosa, l’apocalisse del Salento” ha vinto il primo premio per il “Best Ecological Film” del Silk Road Festival di Cannes ed è stato selezionato per il Golden Short Film Festival di Roma.

  • Ecosostenibilità  e attività  umane

    Ecosostenibilità  e attività  umane

    di Pino Fiorella

    ecosostenibilità

    Sul problema della sostenibilità dell’attività antropica, tempo fa la giornalista Patrice Poinsette rivolgeva alcune domande al professore Adriano Fabris, docente di Filosofia Morale all’Università di Pisa.

    Nella prima domanda posta al professore si chiedeva se fosse d’accordo sul fatto che avendo l’umanità alterato e manipolato a piacimento le leggi della natura, credendosi al di sopra di essa, adesso quella stessa natura sembra presentarci il conto. Ne è un esempio la diffusione planetaria del Coronavirus che ha dimostrato, invece, che noi siamo parte della natura, e che la natura è più potente di noi.

    Risponde il Fabris:

    Si è diffusa un’idea sbagliata. Si ritiene, grazie alle tecnologie, di poter manipolare i processi naturali a nostro uso e consumo e di controllarne gli effetti. Ma non è vero. La manipolazione produce effetti collaterali devastanti, come mostrano le emergenze ecologiche. Un controllo pieno della natura non ci potrà mai essere: vi sono eventi inaspettati, come quello relativi alla pandemia, appunto.

    La domanda successiva riguardava il nostro rapporto con la natura, che andrebbe ripensato per una “pacifica convivenza”, anche facendoci aiutare dalla lezione dei filosofi.

    Possiamo farlo abbandonando l’idea di avere potere su ogni cosa. Possiamo farlo rendendoci conto che siamo essere finiti, limitati. E che quindi dobbiamo interagire con i processi naturali, non semplicemente agire su di essi. E’ ciò che la filosofia ci insegna fin dal mondo antico: il fatto che siamo parte della natura, non creatori di essa.

    Un’altra domanda interessante si incentrava su che cosa fosse cambiato tra l’uomo-natura per gli antichi e l’uomo-natura per i moderni.

    È cambiato moltissimo. Nell’antichità l’essere umano era considerato una componente del cosmo e in esso doveva inserirsi al meglio. Nel mondo moderno il cosmo diventa un oggetto da conoscere e trasformare. L’essere umano se ne sente espulso e perde il suo equilibrio.

    Un altro problema è la salute: che cosa s’intendeva per “salute” in passato e che cosa intendiamo noi oggi per “salute”?

    Nel passato la salute era appunto questo equilibro tra le varie parti dell’essere umano: fisiche e psichiche. Oggi rischiamo di considerare la salute solo con il ripristino della piena funzionalità di un singolo organo, senza considerare la totalità dell’organismo, come recita la teoria olistica.

    In relazione ai due grandi spettri del nostro tempo, epidemia e cambiamento climatico, che sembra unire uomini e società, va individuata una differenza?

    La prima paura riguarda qualcosa che colpisce direttamente la nostra salute. La seconda paura concerne i processi che hanno effetti meno immediati, e che per questo spesso ce ne scordiamo. Ma la portata delle trasformazioni climatiche è profonda e duratura. Per questo è necessario che le nostre abitudini cambino davvero, e presto. Siamo capaci di farlo, e l’esperienza della pandemia ce lo dimostra.

    Fin qui il professor Adriano Fabris, mentre il Wwf, per mezzo della sua Presidente Donatella Bianchi, si pone la domanda di come immaginiamo il mondo che verrà. Per questo motivo il Wwf ha lanciato la campagna “Il mondo che verrà”, invitando tutti ad esprimere la propria opinione, la propria visione, le proprie speranze con un messaggio, con una proposta da postare sul sito del Wwf:

    Di fronte alla crisi è venuto il momento di scelte innovative per razionalizzare l’uso delle risorse naturali migliorando i meccanismi di produzione, che devono diventare sostenibili, e migliorando anche i modelli di consumo, che devono assolutamente essere responsabili. E’ venuto il momento di ridurre il debito naturale che continuiamo ad accumulare sulle spalle dei nostri figli.

    Da ciò se ne deduce, quindi, che occorrono delle linee guida che possano permettere una ricostruzione a partire dalla salute del pianeta e delle persone.

    Così, come tutti insieme abbiamo affrontato la crisi sanitaria”, dice Donatella Bianchi, “che ha provocato e continua a provocare tanti lutti e tante difficoltà all’Italia e al mondo intero, ora tutti insieme abbiamo la necessità di costruire il mondo che verrà, ossia il mondo dopo il Covid-19.

    E nel chiedere a tutti i cittadini di far sentire la propria voce, Donatella Bianchi prosegue:

    Abbiamo dimostrato grande coraggio e altruismo in questa prova che ci ha impegnato in una lunga serie di sacrifici per tutelare la nostra salute. Ora è il momento di dimostrare altrettanto coraggio e determinazione nel costruire il nostro futuro e quello dei nostri figli. Sia per quanto riguarda l’economia che per i nostri modelli di produzione e consumo dobbiamo ascoltare la scienza. Quella stessa scienza a cui ci affidiamo per superare il Coronavirus, e che ci dice, da tempo, che scelte concrete e sostenibili per mettere al sicuro il nostro capitale naturale non sono rimandabili. Il mondo che verrà dipende da noi, perché noi siamo le scelte che facciamo.

  • L’Università diventa verde: in aumento gli studi ecologici in Italia

    L’Università diventa verde: in aumento gli studi ecologici in Italia

    Università verde

    Quando nel novembre 2019 l’acqua alta mise in ginocchio il capoluogo veneto, un professore di letteratura inglese dell’Università veneziana Ca’Foscari – Shaul Bassi – auspicò dalle colonne del New York Times un destino verde per la sua città.

    Da quell’articolo si sviluppò un progetto e in questi giorni Ca’ Foscari si appresta all’avvio del corso di laurea magistrale in Scienze Umane Ambientali (Environmental Humanities, in inglese) per l’anno accademico 2020/2021, rendendo la Serenissima l’unica città italiana ad erogare un insegnamento simile.
    «Venezia è una città simbolo dei problemi che i cambiamenti climatici hanno causato, ed è anche un luogo che da secoli sforna arte e pensiero per affrontare i problemi. È un crocevia di culture», conferma il Prof. Bassi, designato coordinatore del nuovo corso. Il Master’s Degree appena inaugurato, nato dalla commistione di discipline scientifiche e umanistiche, garantirà ai futuri ecologisti una preparazione di respiro internazionale, con 7 dipartimenti coinvolti, decine di conferenzieri e insegnanti bilingue.

    Aggiunge il Prof. Bassi: «Non esiste cultura senza conoscenza dell’Ambiente. L’emergenza ambientale è complessa, riguarda ogni aspetto della nostra esistenza e ci deve spingere a superare la dicotomia materie scientifiche/umanistiche. Divisione fuorviante: non esiste nessuna cultura senza conoscenza dell’Ambiente, non esiste conoscenza della Natura senza cultura».
    Ed è per questa ragione che un aspirante ecologo dovrà saper citare Popper come Haeckel. Quello a cui noi puntiamo è avere degli studenti con delle solide basi scientifiche e umanistiche, capaci di affrontare la Questione Ambientale».

    Il caso di Venezia non è che la punta dell’iceberg di un trend in crescita: il cammino verso la cultura della sostenibilità imboccato dagli atenei del Belpaese. In Italia i corsi di studio green stanno crescendo. Sono decine, infatti, le istituzioni universitarie italiane, pubbliche e private, che iniziano a organizzarsi intorno ai temi della tutela ecologica. Negli ultimi dieci anni, la crescita dei corsi ad impronta verde si è fatta sentire: stando ai numeri del CUN (Consiglio Universitario Nazionale), i cosiddetti Ecodegrees erano 17 nel 2014, 37 nel 2019 e si prospetta una crescita di 22 unità per l’anno corrente. Dalla Lombardia a Napoli, passando per Bologna e Sassari: dal percorso in agraria “sostenibile” di Brescia all’economia ambientale di Ferrara e di Siena.
    Spazio anche agli studi di bioingegneria, di cui La Sapienza di Roma è capofila. E a Napoli occhi puntati sul corso di “Biologia e Uso Sostenibile delle Risorse” della Federico II.

    E il mondo del lavoro? Quella degli atenei nostrani è una metamorfosi che non lascia indifferente il
    mercato e il mondo della formazione post–laurea.
    Valentina Perissinotto, docente e coordinatrice del Master in Green Management, Energy and CSR dell’Università Bocconi di Milano (primo al Mondo per ranking nel 2019), spiega che «temi come per esempio il benessere delle persone, il cambiamento climatico, l’efficienza energetica, la tutela delle risorse naturali e degli ecosistemi, l’economia circolare rappresentano un punto fondamentale nelle agende di tante aziende del settore privato e pubblico, di organizzazioni internazionali e governi. Il mercato chiede quindi un numero maggiore di profili con competenze in questi ambiti. Lo dimostra anche il tasso di occupazione: abbiamo raggiunto il 100% a un anno dal conseguimento del diploma. Per raggiungere l’auspicato cambio di paradigma verso un’economia più rispettosa di persone e ambiente, servono due ingredienti fondamentali: valori e competenze. Da un lato quindi, è fondamentale avere gli strumenti per rivedere i modelli economici, dall’altro è fondamentale creare un bagaglio di conoscenze e competenze a 360 gradi, unico modo per dare un contributo concreto e di valore».

  • Naturismo, la scienza del limite

    Naturismo, la scienza del limite

    di Pino Fiorella

    Scienza del limite

    Naturismo scienza del limite è un concetto formulato da Daniele Agnoli (1927-2013), grande scrittore naturista, in tempi ormai lontani e non sospetti, visto quanto sta accadendo al nostro pianeta in termini di inquinamento e depauperamento delle sue non inesauribili risorse. Questa espressione colpisce per la sua profondità e originalità, in quanto rappresenta una di quelle intuizioni che sinteticamente danno del Naturismo una definizione perfetta.

    Ma prima di addentrarci a spiegare il motivo per cui il Naturismo è stato definito “la scienza del limite” è necessario fare un passo indietro nel tempo.

    Correva l’anno 1933 quando Lamberto Paoletti (1881-1954) pubblicava il suo bel libro “Naturismo – Arte del Vivere”. Seguirono poi altre due edizioni del suddetto volume, la seconda nel 1942 e la terza nel 1945. Poiché, data l’epoca e il regime che da un ventennio governava l’Italia, e nonostante Mussolini si fosse professato “naturista”, il Paoletti mise un po’ in secondo piano l’istanza nudista, che invece è un connotato essenziale del pensiero naturista. La definizione però da lui coniata di “naturismo come arte del vivere” doveva rivelarsi oltremodo azzeccata e soprattutto pertinente. Il
    Paoletti, oltre che avvocato e professore, era uomo di una cultura non comune che seppe mettere al servizio del movimento naturista. L’avvocato/professore, dopo aver vissuto a lungo in Germania, aderì fin dal 1901 al Naturismo, e in seguito costituì l’Unione Naturista Italiana fondando il relativo organo ufficiale che chiamò “L’idea naturista”.

    Daniele Agnoli, nella sua “Storia del Naturismo in Italia“, ci dice che il Naturismo del Paoletti, che definisce umanista, economista e filosofo, è da ricollegarsi al movimento riformista della vita denominato “Lebensreform” e al “Naturisme” originario dei naturisti francesi, più che alla “Nacktkultur”, cioè al naturismo nudista tedesco successivamente ribattezzato “Freikorperkultur”. Il suo libro, “Naturismo – Arte del Vivere”, ricevette allora critiche lusinghiere dai più importanti quotidiani dell’epoca, da giornali, riviste e da pubblicazioni specializzate di medicina, sia in Italia che all’estero.

    Nel primo capitolo, dopo aver sgombrato il campo dai soliti equivoci che pretendono di vedere nel Naturismo un ingenuo e utopistico ritorno ad mondo primitivo (ormai definitivamente scomparso ad eccezione di alcune ancora esistenti popolazioni dell’Amazzonia, della Papuasia e dello Yucatan), il Paoletti spiega che cos’è il naturismo. E lo fa dicendo che

    Una volta gli uomini, tanto erano sprofondati nella ricerca dell’assoluta perfezione spirituale e dell’assoluta beatitudine che finirono per dimenticarsi nientemeno che di se stessi. E allora si decisero a cambiar rotta, percorrendo una nuova strada che si chiamò Umanesimo e Rinascimento.

    Prima però dell’affermarsi di questi due movimenti culturali, fondamentali per il progresso dell’umanità, che culminarono dopo l’Illuminismo con la Rivoluzione Francese, gli uomini, continua il Paoletti, si erano per così dire “dimenticati” di appartenere anch’essi alla categoria degli esseri viventi, “dimenticandosi” del fatto che tutti gli esseri viventi devono obbedire ad un complesso di leggi naturali aventi lo scopo di assicurare ad un organismo non solo la sopravvivenza, ma anche un minimo di salute e di benessere (essendo persona colta si era rifatto a Schopenhauer che diceva: “L’uomo è un burattino nella mani della natura”).

    La scienza aveva quindi dimenticato l’uomo, erano stati dimenticati i sentimenti e per di più, quello stesso uomo, sarebbe stato in seguito travolto dal determinismo tecnologico e da quello economico. Il Naturismo ha ovviato, per così dire, a questo “inconveniente” recuperando l’uomo e la centralità della sua posizione nella società.

    Il Naturismo, che ripetiamo non è contro la scienza e la tecnologia, ritiene che sia stato giusto utilizzare le macchine per liberare l’uomo dalla fatica di lavori massacranti e in genere dalla schiavitù del lavoro, ma il naturismo ritiene anche che sia stato un errore varcare i limiti dello sviluppo, cioè quei limiti imposti dalle leggi della natura che prevedono la trasformazione e il continuo riciclo, non la distruzione di tutto ciò che esiste su questa nostra “piccola” Terra.
    Per il Naturismo, infatti, non c’è posto per l’egoismo che in una parte del mondo sperpera risorse in modo dissennato, mentre nell’altra parte si lotta soltanto per la sopravvivenza; non c’è posto per la presunzione, tipicamente umana, di poter modellare la natura a piacimento o, peggio ancora, di
    sottometterla; non c’è posto per il “peccato” di orgoglio, perché la nudità è un atto di umiltà che ci mette di fronte alla nostra fragilità.

    Il Naturismo è quindi per il Paoletti quell’ “‘arte del vivere” che in Daniele Agnoli diventa “scienza del limite”. Sono entrambe definizioni che bene spiegano il senso profondo dell’espressione “vivere in armonia con la natura” coniata nel 1974 dalla Federazione Naturista Internazionale, e che molti ripetono banalmente senza comprenderne il significato. Socrate ha scritto: “Non il vivere è da tenere in pregio, ma il vivere degnamente”.

    “L’arte del vivere” del Paoletti, cioè naturismo, fa pertanto riferimento a quel “vivere degnamente” espresso così sinteticamente ma compiutamente da Socrate. Ma per vivere degnamente occorre vivere rispettando la “legge del limite” codificata dalla natura per perpetuare la vita sulla Terra. E’ proprio alla “legge del limite” che i principi del naturismo si ispirano e in virtù dei quali è stata coniata l’espressione “vivere in armonia con la natura”. Da ciò si evince che “naturismo arte del vivere” e “naturismo scienza del limite” sono il “concentrato culturale” dell’idea naturista.

    Ma vediamo in dettaglio di analizzare i due concetti. Scorrendo le pagine del libro del Paoletti scopriamo infatti che l’arte del vivere è la scienza che si occupa dell’applicazione dei principi dell’idea naturista nella vita quotidiana, dei vantaggi che ne derivano in campo medico sfruttando, nei limiti del possibile e dell’efficacia terapeutica, le cosiddette “cure naturali”, aria, luce, acqua, sole, ecc.

    L’arte del vivere naturista significa per il Paoletti condurre una vita semplice, avere desideri moderati, osservare una scrupolosa igiene corporale, bandire fumo e alcool, vivere il più possibile all’aria aperta, dare un taglio netto all’ipernutrizione, prima responsabile dell’obesità. Ciò non vuol dire però che il Naturismo sia una filosofia di vita fatta di rinunce: il Naturismo non è rinuncia, ma rinsavimento, rispetto per le esigenze del corpo, drastico ridimensionamento del ruolo del vestito, diversa progettualità urbanistica e architettonica, rinnovamento etico, rivalutazione della funzione sessuale.

    La “scienza del limite” di Agnoli va oltre le enunciazioni del Paoletti, perché al contrario di questi, a causa della repressione fascista, in Agnoli non vi è alcuna reticenza in relazione al nudismo. La scienza del limite, cioè la “scienza naturista”, è quella “scienza” che tiene conto dei limiti imposti all’uomo dalla natura interna e dalla natura esterna. Infatti il Naturismo altro non è che sintesi di ecologia umana ed ecologia dell’ambiente.

    Oggi si parla tanto di inquinamento ambientale, oggi più di ieri nonostante il problema abbia radici lontane e risalirebbe addirittura al tempo dei Romani (sono state trovate zone inquinate dalla lavorazione del piombo). Noi di una certa età ricordiamo come l’uso del carbone come combustibile per l’industria e per le abitazioni private, usato in Italia fino al 1960, creasse una terrificante cappa di smog sulle città iperindustrializzate del Nord. Oggi è l’uso del petrolio, come fonte energetica primaria, a creare i maggiori problemi d’inquinamento atmosferico. Anche il mare non è esente da questo pericolo a causa delle gigantesche dimensioni dalle superpetroliere che solcano incessantemente gli oceani e che sovente sono responsabili di catastrofi ambientali. Ai giorni nostri si è poi aggiunto il problema della plastica, altro terribile inquinante: oltre alle microplastiche, sono state scoperte negli oceani gigantesche isole di plastica.

    Naturismo come “scienza del limite” significa autolimitazione, sia in relazione alla distruzione non pianificata delle risorse, sia nei confronti del numero spropositato di bisogni, creati ad arte dalla società edonistico-consumistica.
    Il Naturismo non è una fuga dalla società e neanche dalla tecnologia, essendo questa utile e necessaria. L’autolimitazione, che deriva dal buon senso, è il principio in base al quale l’uomo dovrà necessariamente impostare la sua vita futura al fine di vivere in equilibrio con la natura, condizione necessaria per non distruggere questo nostro pianeta che racchiude il miracolo della vita e che ci appare così piccolo e così indifeso nell’immensità dell’universo.

  • Produzione di cibo e inquinamento

    Produzione di cibo e inquinamento

    Climate Change

    Nell’agosto dell’anno scorso l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite nato nel 1988)  ha tenuto a Ginevra la sua cinquantesima sessione, dalla quale è nato il rapporto “Climate Change and Land”, un lavoro di ricerca condotto da 107 esperti di 52 Paesi, con il 53% degli scienziati che vi hanno preso parte provenienti dalle nazioni meno sviluppate, quelle che più stanno conoscendo in prima persona, sulla propria pelle, gli effetti del sovrasfruttamento delle risorse terrestri e del cambiamento climatico.
    Il cuore del rapporto questa volta non sono stati i dati relativi alle temperature in sé per sé, quanto invece i temi della sostenibilità, dello sfruttamento delle risorse, dei gas serra, della produzione e dell’accesso al cibo, e il loro impatto sui cambiamento climatici.

    Prima di questo, c’era stato un altro rapporto IPCC dell’ottobre 2018 che aveva constatato come il riscaldamento indotto dall’uomo rischi di superare la soglia del grado e mezzo entro il 2040 se le emissioni dovessero continuare al ritmo attuale, con buona pace del limite dei 2 gradi sbandierato al Cop21 a Parigi nel 2015.
    Quanto emerso a Ginevra non fa altro che confermare la tendenza, e di conseguenza l’urgente bisogno di intervenire per scongiurare il peggio.

    Agricoltura, allevamenti e altri tipi di attività forestali rappresentano da soli il 23% delle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo. Dal 1960 il consumo di calorie pro capite è aumentato del 30% circa, quello di carne è in pratica raddoppiato. L’uso di fertilizzanti chimici è aumentato di nove volte, e le aree naturali convertite in agricoltura sono quasi 5,5 milioni di kmq, con un conseguente consumo idrico per l’irrigazione pari al 70% del consumo umano totale di acqua dolce. Inoltre, lo spreco alimentare pro capite è aumentato del 40% e corrisponde attualmente al 30% circa del cibo prodotto, che contribuisce al 10% delle emissioni di gas serra da parte del sistema alimentare.
    Più del 40% della superficie terrestre è coltivata o urbanizzata, e meno del 23% può essere considerata “area naturale”. Metà delle foreste non coltivate si è perso, nell’area tropicale la perdita di aree forestali si è triplicata in dieci anni. Circa un milione di specie animali o vegetali è a rischio estinzione.

    È evidente dunque che l’uomo debba cambiare il modo in cui genera ciò che gli serve per sopravvivere, così da permettere la sopravvivenza anche alla sua unica casa, il Pianeta.
    Una gestione sostenibile delle risorse del territorio può infatti contribuire a contrastare i cambiamenti climatici, ma occorre agire tempestivamente e su scala globale per invertire la tendenza attualmente in atto. Al momento, il mondo è sotto attacco climatico, basti vedere come si susseguono incessantemente episodi ormai continui e diversi tra loro: scioglimenti dei ghiacci (Groenlandia), incendi (Siberia), bombe d’acqua (Italia e Balcani), picchi anomali delle temperature (Francia). E il futuro per ora non ci sorride.

    Circa 500 milioni di persone vivono in aree soggette a desertificazione. Le terre aride e le aree che subiscono la desertificazione sono anche quelle più vulnerabili ai cambiamenti climatici e agli eventi estremi tra cui siccità, ondate di calore e tempeste di polvere, con una popolazione globale in aumento che fornisce ulteriore pressione. Lo scenario apocalittico è che determinate aree del mondo tra qualche anno non saranno più abitabili, dando il via a un fenomeno di migrazione climatica: oltre 140 milioni di persone saranno costrette a spostarsi entro il 2050, causando gravi squilibri, accentuando le disuguaglianze già esistenti e mettendo a rischio la stabilità dei sistemi politici.

    In questo scenario, produzione e accesso al cibo, giocano un ruolo centrale.
    La sicurezza alimentare infatti per l’IPCC è a rischio, perché il climate change sta influendo su resa e produzione di cibo, accesso in termini economici e stabilità, ovvero il poter produrre e distribuire alimenti con continuità e senza interruzioni.

    Alcune diete richiedono un maggiore sfruttamento del territorio e delle risorse idriche, causando dunque più emissioni di gas che intrappolano il calore rispetto ad altre. Al contrario, diete bilanciate con alimenti a base vegetale –cereali, frutta, legumi, verdura e in generale alimenti di origine animale prodotti in modo sostenibile in sistemi a basse emissioni di gas a effetto serra – aiuterebbero non poco, se adottate, a contenere il cambiamento climatico.

    In generale, il messaggio lanciato a Ginevra è chiaro. La terra è satura, determinati sistemi di sfruttamento e allevamento la stanno uccidendo. Bisogna agire in fretta, provvedendo alla riforestazione, a ristabilire gli ecosistemi, a garantire la biodiversità: la complessità ecologica del Pianeta si sta riducendo.
    La Terra è sovrasfruttata. Ma la stessa Terra può aiutarci a ristabilirci.
    Dipende da noi, dai nostri comportamenti. Teniamolo bene a mente e adoperiamoci, prima che sia troppo tardi.

  • Nutrirsi con amore durante la quarantena

    Nutrirsi con amore durante la quarantena

    di Paola Borgini
    Benessere Naturista

    Mentre mi accingo a scrivere questo articolo, la maggior parte di noi è costretta in casa, per tentare di arginare con l’isolamento sociale, quella che pare essere l’inarrestabile diffusione del virus COVID-19.

    Come umanità ce ne ricorderemo a lungo di questo periodo, e anche se non sappiamo che cambiamento porterà, su una cosa siamo tutti sicuri e cioè che un cambiamento ci sarà.

    Mi chiamo Paola Borgini, sono prima di tutto una donna e una mamma, e nella vita professionale sono una scrittrice, che pubblica libri di crescita personale e progresso spirituale. In questo mio lavoro ho portato anche la passione per l’alimentazione, un’alimentazione che vuol essere buona e sana, per il piacere del palato e il benessere del corpo.

    Per quanto riguarda la mia esperienza con il naturismo, è accaduto solo una volta, sull’isola di Krk in Croazia, ed è stata sicuramente un’esperienza che ha lasciato un segno positivo in me. Il mio corpo libero di stare in natura, immergersi nel mare, accanto ad altri corpi in assoluta naturalezza,
    ringraziava grato.

    Da qui voglio partire e cioè dall’importante contatto con l’ambiente naturale, per ispirare uno stile di vita il più possibile favorevole al benessere, durante la quarantena dovuta al coronavirus.

    Parto da qui e parto dalla luce e dal calore del sole, fonte importante di vitamina D per l’organismo, e che in questo periodo primaverile, quando tutto torna alla vita dopo i rigori dell’inverno, è più che mai necessaria.

    Andando oltre la questione della giustificazione di certe restrizioni – che ci impediscono ad esempio di camminare in un parco – perché non mi competono, una delle cose che io faccio, appena posso, è espormi al sole (balcone, giardino condominiale…), magari sorseggiando una bevanda.
    Questi brevi momenti sono solo dei surrogati, rispetto a una benefica passeggiata nei boschi, ma in questo tempo di abitudini stravolte, occorre tirare fuori la nostra intelligente capacità di adattamento, cercando di nutrire corpo e anima in modo che tutto questo passi, non solo recando il minor danno possibile, ma facendoci crescere come uomini.

    Ricollegandomi alla mia passione per il cibo, un’alimentazione bilanciata è quella che seguo, senza però sentirmi in colpa, se mi viene desiderio di qualche indulgenza.
    Con bilanciata, intendo ricca prima di tutto di frutta e verdura, che io prediligo di origine biologica e biodinamica.

    È preferibile scegliere – come regola base – delle cotture brevi e a bassa temperatura. Soprattutto la verdura, per mantenere integre le sue proprietà, non deve stracuocere o arrostire troppo. E dal momento che è la base di un’alimentazione sana, occorre fare in modo che la maggior parte della
    verdura consumata quotidianamente, sia cucinata nel modo corretto.
    Quindi si a insalate miste e gustose con verdura a foglia e di stagione e si a verdure cucinate al vapore e poi condite con un po’ buon olio o una sfiziosa salsina.

    Insalata mista

    Poi io amo consumare pesce, fonte degli importanti grassi Omega 3, due o tre volte a settimana, alternato con legumi e un pochino di carne bianca. Naturalmente non mancano i cereali, preferibilmente integrali o semi integrali, alternandone il consumo tra chicchi e preparazioni a base di farina.
    Ma, da come la vedo io, le qualità del cibo non si fermano alla proprietà organolettiche e ai valori nutrizionali. C’è tutta una componente più sottile, oserei dire energetica, che influenza le nostre scelte, e sicuramente il colore è una di queste.

    Nella medicina cinese, una pratica che fin dall’antichità studia l’uomo e il suo benessere, agli organi sono anche associati dei colori, ad esempio il bianco è associato al polmone. Sappiamo tutti molto bene, ormai, quanto questo virus intacchi proprio questa parte vitale del nostro organismo, quindi via libera se viene voglia di mangiare cibo bianco, come cavolfiori o pere cotte o latte di mandorle etc etc… È molto importante dare voce all’intuito, che sa molto bene cosa va bene per noi.

    Il segreto per vivere bene sta proprio nel sapersi ascoltare, e più che mai quando si parla di alimentazione. Magari la nostra mente ci spinge verso cibi raffinati e zuccherini, ma sicuramente il nostro corpo, attraverso pesantezza, cattiva digestione, gonfiore e altri fastidiosi malesseri, ci comunica invece che le scelte da fare sono altre.
    Senza mai comunque cadere nell’estremismo, che forse è ancora più dannoso e cioè che se, ad esempio, mangiamo una pizza, lo sconteremo a vita.

    Siamo qui per celebrare la vita, lo dimostriamo attraverso l’amore che abbiamo per noi stessi, il cibo è un buon inizio dal quale partire. Buon cibo che favorisce la digestione e il sonno, che è importantissimo sempre e in particolar modo adesso, perché può essere disturbato dall’ansia
    e lo stress causati dalla situazione. Sempre per la medicina cinese tra l’altro, le ore tra le tre e le cinque della notte sono proprio quelle in cui l’energia del polmone è più forte.

    Il buon cibo è un inizio ma non è tutto, occorre anche sostenere il nostro spirito, che si nutre non di proteine e di vitamine, ma di qualità positive come il coraggio, l’amicizia, la generosità, la solidarietà, il perdono, l’umiltà e naturalmente ha bisogno di amore.
    Il corpo lo nutriamo con il cibo, l’anima la nutriamo attraverso la pratica di una vita vissuta nella verità del nostro cuore, sviluppando appunto tutte quelle qualità di cui ho fatto un breve elenco. Quindi lasciamo fuori dalla porta della nostra vita tutto ciò che si porta dietro una scia di paura, di ansia e di menzogna!

    Voglio concludere regalandovi una ricetta, guarda caso di colore bianco! L’ho scoperta pochi mesi fa e da allora la tengo come la mia coccola, per quelle sere in cui ho bisogno di rilassarmi e mettere a tacere il chiacchierio della mente, e direi che questo è proprio il tempo giusto per rimedi come questo.
    Si chiama Moon Milk, è una bevanda della medicina ayurvedica, a base di latte vaccino, burro chiarificato, spezie e con l’aggiunta di un’erba chiamata ashwagandha (il ginseng indiano).

    MOON MILK

    MOON MILK

    Scaldate una tazza di latte o latte vegetale (mandorle, avena, riso…) a fuoco basso.
    Nel frattempo in ogni tazza mescolate mezzo cucchiaino di cannella, mezzo di curcuma, un pizzico di noce moscata, un pizzico di pepe nero macinato, un cucchiaino di olio di cocco o ghee e un pizzico di ashwagandha (o altra erba a vostro piacimento). Quando il latte ha raggiunto la temperatura desiderata, versatelo nella tazza e mescolate lentamente per amalgamare bene tra loro tutti gli ingredienti.
    Lasciate in infusione per cinque minuti, dolcificate con miele se vi piace e sorseggiatelo lentamente.
    Con l’augurio di una vita felice.