In un racconto dei suoi Moralia, Plutarco (46 d.c. – 125/127 d.c.) narra che, durante il regno di Tiberio, epoca nella quale avvenne la Crocifissione di Gesù, un marinaio di nome Tamo udì una voce misteriosa provenire dal mare. Gli ordinava di annunciare, una volta giunto presso la costa: “Il grande Pan è morto”. Quando Tamo pronunciò quelle parole, dalla terra si levò un immenso lamento, un grido di dolore e di stupore.
Pan era il dio dei boschi, dei pascoli e della vitalità naturale. Rappresentava una natura che non era ancora uno sfondo passivo delle vicende umane, ma una presenza viva, abitata dal sacro e capace di incutere rispetto. Annunciare la sua morte significava dire che quel rapporto con il mondo era terminato: un equilibrio si era spezzato e un mondo finiva. L’attività umana si separava dalla responsabilità verso la natura per perseguire il risultato immediato, egoistico, senza interrogarsi abbastanza su quello che va a distruggere, ovvero sulle conseguenze. Da quel momento non veniva compromesso soltanto il rapporto tra l’uomo e la natura, ma anche quello tra gli uomini: era l’annuncio dell’avvento di una civiltà che da allora, e negli ultimi due nostri secoli soprattutto, ha sempre più alterato il rapporto con il proprio pianeta, e ha smarrito la capacità di pensarsi come comunità nel tempo, così smarrendo anche i legami con le generazioni future.
Ovviamente non si può, né si vuole proporre il ritorno a un’umanità senza scienza e senza tecnica. La conoscenza è indispensabile, liberatrice, benefica, provvidenziale. Ma non è mai neutrale: ogni conquista aumenta il potere dell’uomo e, con esso, la sua responsabilità. O almeno dovrebbe aumentare anche il suo senso di responsabilità, ovvero del limite, ma purtroppo questo non sempre è avvenuto e avviene. Lo stiamo vedendo oggi con il dibattito generale su opportunità e rischi dell’Intelligenza Artificiale, sul quale consigliamo la lettura dell’introduzione di Papa Leone XIV alla sua recente enciclica “Magnifica Humanitas”.
Con l’annuncio del Tamo di Plutarco, abbiamo cominciato a credere che l’intelligenza ci autorizzasse a oltrepassare ogni limite. La modernità ha moltiplicato le possibilità dell’ingegno umano. Abbiamo sconfitto malattie, migliorato e prolungato la vita, collegato continenti, esplorato lo spazio e costruito macchine capaci di elaborare quantità immense di informazioni.
Ma non abbiamo accresciuto nella stessa misura la capacità di prevedere e governare le conseguenze di ciò che produciamo. Sappiamo fare sempre di più, ma non necessariamente sappiamo entro quali limiti e a quale prezzo futuro.
La crisi climatica è una manifestazione evidente di questa sproporzione. Non è una vendetta della natura, ma la conseguenza della rottura di equilibri dai quali continuiamo a dipendere. L’essere umano, infatti, non vive semplicemente nella natura: è natura. Respira attraverso gli alberi, si nutre attraverso il suolo, regola i propri ritmi attraverso la luce e costruisce il proprio equilibrio psicologico nel rapporto con ambienti, corpi e relazioni.
Ma esiste anche un’altra crisi, meno visibile ma non meno profonda: quella della fiducia. Una società non vive soltanto di leggi, istituzioni e interessi. Vive anche di patti impliciti: la parola data, il riconoscimento dell’altro, la convinzione che non tutto ciò che può essere sfruttato debba esserlo. Quando questi legami si indeboliscono, ogni relazione rischia di diventare una trattativa e ogni vulnerabilità un’occasione da usare. Il cavallo di Troia diventa allora una metafora sorprendentemente attuale. È il simbolo di ciò che entra nelle nostre vite presentandosi come dono, opportunità o progresso e può invece contenere una forza distruttiva. Vale per la politica, per l’economia, per la tecnologia, per l’informazione e per i rapporti tra le persone.

Non tutto ciò che funziona è giusto. Non tutto ciò che è efficace è compatibile con la convivenza. Una civiltà comincia a perdere il proprio equilibrio quando considera l’astuzia più importante della fiducia e la vittoria più importante del patto che rende possibile vivere insieme tra le persone e con la natura che ci circonda. Anche il crescente disagio psicologico giovanile può essere letto dentro questa doppia frattura. Viviamo in ambienti accelerati, artificiali e saturi di stimoli, ma anche in contesti nei quali le relazioni sono più fragili, competitive e incerte. L’ansia diffusa, la stanchezza e la sensazione di essere costantemente in affanno non dipendono soltanto dalla vulnerabilità individuale. Sono segnali di un disallineamento tra il nostro modo di vivere e i bisogni biologici, psicologici e sociali che ci tengono in equilibrio.
La risposta, però, non può essere il ritorno a un passato idealizzato. Il mondo di Pan non può essere ricostruito. Possiamo però riconoscere la frattura e provare a costruire una nuova alleanza: con la natura, tra i popoli, tra le generazioni e tra le persone.
Una risposta la può dare il Naturismo etico, responsabile, sociale, che ci può certamente regalare uno stile di vita e un pensiero più di connessione tra noi stessi e la natura circostante, di maggior fiducia e dialogo con gli altri. Infatti, secondo la definizione dell’International Naturist Federation,
“Il Naturismo è un modo di vivere in armonia con la natura, caratterizzato dalla pratica della nudità in comune, allo scopo di favorire il rispetto di se stessi, degli altri e dell’ambiente circostante.”
Serve un equilibrio nuovo, per imparare ad abitare diversamente il mondo e a vivere diversamente gli uni con gli altri. Un equilibrio che non contrapponga la scienza alla natura, ma utilizzi la conoscenza per comprendere e rispettare le condizioni della vita.
Un patto che restituisca valore alla fiducia, alla responsabilità, al senso del limite, che riconosca che nessuna comunità umana può sopravvivere a lungo se trasforma ogni relazione in competizione, ogni differenza in ostilità.
E su questo, ribadiamo, il Naturismo ha molto da dire.























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