Categoria: Green News

  • Thoreau, ovvero un’alternativa a questo mondo

    Thoreau, ovvero un’alternativa a questo mondo

    Concerto campestre
    Sylvia Sleigh, Concerto campestre

    Il libro Walden, ovvero la vita nei boschi di Henry David Thoreau è il resoconto dell’avventura dell’autore statunitense, che dedicò due anni, due mesi e due giorni della propria vita, tra il 1845 e il 1847, alla ricerca di un rapporto intimo con la natura e insieme ritrovare se stesso in una società che non rappresentava ai suoi occhi i veri valori da seguire, ma solo l’utile mercantile.

    “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto.”
    (Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi)

    Dopo varie stesure, il libro venne pubblicato nel 1854 ed è ritenuto uno dei primi romanzi che parlano di ecologia, che ancora oggi ispira il pensiero ecologico contemporaneo.
    Il mondo sta andando alla deriva ambientale perché ci siamo affidati al progresso mercantile: questo sosteneva nel suo libro già 166 anni fa Henry David Thoreau come insegnamento della sua esperienza, esperienza che fece per allontanarsi da un tipo di sviluppo della società umana che non condivideva. Un insegnamento molto attuale ancora oggi; soprattutto oggi.
    Walden ebbe subito un grande successo, e fu riportato in auge dalla controcultura statunitense, in particolare dalla Beat Generation, che vide nell’esperienza di Thoreau e nella sua forte volontà di un ritorno alla natura un contrasto con la crescente modernizzazione delle metropoli americane.

    Per Thoreau la natura è fonte di benessere e soluzione esistenziale. La civilizzazione proveniente dall’Europa, quindi dall’Est, è meccanica, industriale, è quella del motore e dei progressi tecnologici: l’elettricità e la vasca da bagno, l’ascensore e le ferrovie, le costruzioni e la città… Tutti quanti aspirano a queste novità, eccetto Thoreau, che sa che rappresentano altrettante occasioni di allontanarsi dalla natura, di voltarle le spalle, di dimenticarla e di snaturarsi a vantaggio di un uomo che sarà presto definito monodimensionale. Per il pensatore statunitense bisogna invece volgere lo sguardo a Ovest, verso la saggezza empirica e ancestrale degli Indiani nativi che, inseguiti, perseguitati e sterminati dai bianchi venuti dall’Europa, si rifugiano sempre più verso l’Occidente prima dello sterminio definitivo.

    Venendo al mondo di oggi, o meglio, adattando la filosofia di vita del Walden di Thoreau alla realtà odierna, possiamo dire che anche nelle megalopoli, nelle città sovrappopolate, ricoperte di cemento e di asfalto, siamo creature della natura in relazione con il pianeta. E niente ci impedisce l’inverso dell’esodo rurale verso le città che ha avuto luogo negli ultimi 150 anni in tutto il mondo, non solo in quello occidentale: la vera rivoluzione sarebbe un esodo urbano in direzione della ruralità.

    Entro qualche decennio il 70% della popolazione mondiale vivrà in tremende Megalopoli, dice la Banca Mondiale. L’alternativa proposta da Thoreau è la capacità dell’umano di vivere in equilibrio con il mondo vegetale, minerale, animale. L’attualità del pensatore americano dell’800 è tutta qui: se i governi non fanno niente, sta a noi capire i confini, le leggi, i comportamenti, le libertà del quotidiano. Idee libere che portarono lo stesso Thoreau a invocare la «disobbedienza civile» verso le norme ingiuste: a ben vedere, è il principio che anima Greta Thunberg e i movimenti ambientalisti di tutto il mondo. Magari persino “discutendo” con i filosofi del passato o leggendo la Bhagavadgītā, come capitò a Thoreau nei 2 anni, 2 mesi e 2 giorni trascorsi a Walden Pond. Così non saremo mai soli, neppure nella buia silenziosa, foresta cosmica dell’Universo.

    Conficcate nella terra ci sono energie umane concentrate, continua a dirci Thoreau, che possono spronare l’uomo del presente a riprendere in mano la propria esistenza per re-imparare a vivere in maggiore sintonia con la natura cosmica che ci circonda.

  • Bio-agricoltura sui tetti di Parigi

    Bio-agricoltura sui tetti di Parigi

    Sui tetti di Parigi

    Il tetto del complesso espositivo Paris Expo Porte de Versailles diventerà un grande campo coltivabile di 14.000 metri quadrati, sul quale verranno fatte crescere 30 specie diverse di vegetali.

    Entro l’imminente estate Parigi avrà il più grande campo coltivato esistente sui tetti di una città: frutta, verdura e cereali saranno coltivati su un tetto di grande superficie, nell’ambito del più esteso progetto di coltivazione urbana mai concepito finora.
    La società Agripolis, fondata dall’imprenditore Pascal Hardy, ha infatti proposto di trasformare il tetto del complesso espositivo Paris Expo Porte de Versailles, nel sud-ovest della città, in un grande campo coltivabile di 14.000 metri quadrati sul quale verranno fatte crescere 30 specie diverse di vegetali, rispettando il ciclo delle stagioni. Questa produzione sarà cibo da distribuire a negozi e ristoranti della zona per ridurre al minimo la distanza percorsa e l’impronta di Co2 degli alimenti. E gli abitanti della zona avranno l’opportunità di avere dei piccoli appezzamenti da coltivare per proprio conto.

    «L’obiettivo è rendere l’azienda agricola un modello riconosciuto a livello globale per la produzione sostenibile – ha spiegato Hardy – Utilizzeremo prodotti di qualità, cresciuti con il ritmo dei cicli della natura, il tutto nel cuore di Parigi. Non useremo fertilizzanti né prodotti chimici e la fattoria diventerà un paradiso di biodiversità».
    Per farla funzionare basteranno 20 giardinieri, specializzati nelle coltivazioni verticali e addestrati ad utilizzare circuiti d’irrigazione chiusi, poiché molti prodotti saranno coltivati con sistemi aeroponici che non richiedono l’utilizzo di terra, ma fanno crescere le piante solo con acqua, luce e aria, riducendo il rischio di contaminazione dall’inquinamento urbano. Si stima di produrre, nella buona stagione, fino ad una tonnellata di frutta e verdura al giorno.

    L’azienda agricola avrà anche un ristorante bio e un bar capaci di accogliere 300 persone, e offrirà una serie di attività ed eventi collegate alla diffusione della conoscenza della agricoltura urbana.

    L’obiettivo è di convincere altre città a seguire l’esempio di Parigi, che si sta rivelando una delle città più dinamiche in questo campo. Pascal Hardy vede l’opportunità per altri Comuni di sfruttare tetti di strutture abbandonate: «Progettiamo sistemi modulari da adattarsi a molte situazioni diverse».
    E difatti l’azienda Agripolis conduce già altre più piccole coltivazioni sui tetti di Parigi e di altre città. La capitale francese è molto attiva nei progetti di recupero di spazi per orti e agricoltura urbana. Entro il 2020 progetta di rinverdire 100 ettari di territorio, trasformando edifici e strutture dismesse in campi coltivabili.
    A Barbès, sotto la linea di superficie del metrò, sarà realizzata una passeggiata agricola; la vecchia ferrovia a Porte de Clignancourt sarà trasformata in una eco-fattoria; in quello che era un garage condominiale abbandonato in Rue Raymond Queneau è stata aperta La Caverne, una fattoria sotterranea che produce funghi e vegetali da vendere nel quartiere.

    Esempi di riqualificazione urbana che si spera altre città possano seguire.
    Le piante, prima o poi, riconquistano sempre gli spazi che l’uomo abbandona: in fondo, si tratta solo di organizzare il ritorno del mondo vegetale in un modo più ordinato e più utile.

  • Dal Greyness al Greenness per crescere più sani

    Dal Greyness al Greenness per crescere più sani

    Greenness

    Un recente studio condotto dall’Istituto per la promozione della salute globale di Barcellona, pubblicato sull’International Journal of Environment Research and Public Health e intitolato “Low Childhood Nature Exposure is Associated with Worse Mental Health in Adulthood”, ha evidenziato quanto sia importante crescere in spazi verdi e all’aria aperta il più possibile.
    La pratica del “Greenness” va seguita fin dai primi anni di vita, per avere benefici tangibili anche in età adulta.

    Se si cresce accanto ad ampie aree verdi, si diventa adulti più sani: sul piano fisico, ma anche in salute mentale. Che l’esposizione regolare alla natura (giardini, foreste, parchi urbani) fosse un carico di effetti positivi, lo si dice da tempo. Ma che questa, rilevata in età infantile, serva poi a far crescere uomini e donne più sani, è un aspetto emerso di recente.

    La ricerca, condotta su un gruppo di 3.600 adulti di quattro differenti città europee, ha visto come gli adulti che nel corso della loro infanzia avevano trascorso meno tempo all’aria aperta, abbiano raggiunto punteggi più bassi nei test psicologici a cui sono stati sottoposti. I ricercatori hanno tratto le informazioni relative all’esposizione al verde durante l’infanzia dai questionari compilati da uomini e donne coinvolti nello studio. A loro è stato chiesto di indicare la frequenza delle escursioni nei boschi, delle visite nei parchi cittadini e del tempo libero trascorso giocando in giardino. In più, è stata rilevata la sensibilità rispetto a questi spazi: risultata tanto più alta quanto maggiore era l’uso che se n’era fatto durante l’infanzia.
    Poi sono stati sottoposti a dei test psicologici per misurare il loro grado di soddisfazione. Nervosismo, depressione, livelli di energia e stanchezza: questi gli aspetti indagati.

    I punteggi più bassi sono stati rilevati tra coloro che, da bambini, avevano trascorso meno tempo all’aria aperta. Un risultato rilevante secondo i ricercatori, a maggior ragione in un’epoca in cui il 73 per cento della popolazione europea vive in aree urbanizzate. Un tasso che, entro il 2050, dovrebbe crescere fino all’80 per cento.

    “È importante che questi dati vengano considerati anche nella programmazione scolastica – afferma Mark Nieuwenhuijsen, direttore del centro di promozione della salute, dell’ambiente e di pianificazione delle aree urbane dell’Istituto per la promozione della salute globale di Barcellona -. Troppi bambini in Europa trascorrono buona parte della giornata al chiuso”.

    Le conclusioni di questo studio fanno il paio con quelle di una ricerca pubblicata nel dicembre 2018 sulla rivista « Environmental Health » , condotta su un gruppo di bambini in età scolare (244, tra gli 8 e i 10 anni) che vive a pochi chilometri da Palermo e che frequenta due scuole diverse, intitolato “ Associations of greenness, greyness and air pollution exposure with children’s health: a cross-sectional study in Southern Italy”.

    Lo studio è stato condotto in una zona suburbana che si trova lontana dal mare, caratterizzata da numerose abitazioni, insediamenti commerciali e alloggi pubblici, con la discarica cittadina distante appena due chilometri. Ai piccoli è stato chiesto di compilare un questionario per la valutazione dei sintomi respiratori, allergici e generali, per poi incrociarli con gli indicatori individuali di esposizione ambientale sia al «greenness» (livello di esposizione al verde) e al «greyness» (grigiore, indicatore delle aree cementificate) sia al biossido d’azoto.

    Mettendo assieme i vari dati, è emerso che una scarsa frequentazione del verde pubblico era associata a un più alto rischio di sintomi nasali. I bambini che vivevano in aree di tessuto urbano molto cementificate, con pochi o nulli spazi verdi, avevano riportato anche più sintomi oculari e generali, quali cefalea e stanchezza cronica, rispetto a quelli che vivono in aree meno cementificate. La prossimità, meno di 200 metri, a una strada ad alto traffico aveva inoltre determinato un aumento del rischio dei sintomi oculari, quali bruciore, lacrimazione, sensazione di sabbia negli occhi, oltre a quelli nasali.

    Un’altra conferma di quanto noi naturisti ben sappiamo e sperimentiamo da sempre: foreste, giardini e parchi fanno crescere sani, sia fisicamente che mentalmente. E goderne i benefici su tutto il corpo, su tutta la pelle nuda, fa crescere e vivere ancor meglio.

  • Falsa energia rinnovabile, distruzione delle foreste ed estinzione delle piante

    Falsa energia rinnovabile, distruzione delle foreste ed estinzione delle piante

    (contiene un articolo del Dr. Bruno Carli, Accademia dei Lincei)

    Falsa energia rinnovabile

    Tutti pensano all’estinzione degli animali, giustamente, ma in realtà chi è più a rischio sono i vegetali. Infatti, le piante si stanno estinguendo a un ritmo doppio degli animali.
    Uno studio pubblicato sulla rivista “Nature, Ecology and Evolution”, realizzata dai Giardini botanici reali di Kew (Londra) e dall’Università di Stoccolma, ha evidenziato che negli ultimi due secoli e mezzo si sono estinte 571 specie di piante, oltre il doppio delle 271 specie di mammiferi, uccelli e anfibi che sono sparite dalla faccia della Terra.

    Inoltre, lo scorso maggio 2019 un rapporto dell’Ipbes (agenzia Onu sulla biodiversità) stimava in circa 1 milione, una su otto, le specie animali e vegetali che rischiano seriamente l’estinzione in tempi brevi. Le piante più minacciate sono quelle che vivono esclusivamente nelle isole o nelle zone tropicali.
    Già quattro anni fa uno studio della stessa Agenzia affermava che la metà degli alberi dell’Amazzonia rischia l’estinzione. Come sappiamo, purtroppo questa situazione ha subìto una drammatica accelerazione con i recenti, devastanti incendi in Brasile, Bolivia e Paraguay.
    Ma non è solo la bio-diversità amazzonica che è in pericolo, ma molte altre foreste asiatiche e africane. O, come evidenziato da altri enormi incendi, altre zone fino a ieri quasi incontaminate, come la Siberia.

    Grandi responsabilità vengono dalla politica, anche da insospettabili istituzioni che, con buone intenzioni mal interpretate e mal concretizzate, ne diventano concausa: stiamo parlando della classificazione come energia rinnovabile dei materiali espiantati dalle foreste.
    A questo proposito, ospitiamo uno scritto del Dr. Bruno Carli, accademico dei Lincei, pubblicato sull’edizione italiana dell’Huffington Post.

    Estensione delle foreste nel mondo

    Bruno Carli, Accademia dei Lincei

    Sulla rivista internazionale “Global Change Biology, Bioenergy” è stato pubblicato recentemente un articolo che sottolinea un grave errore che si sta commettendo nella gestione ambientale. Gli autori sono i 15 esperti del Panel Ambiente di E.A.S.A.C (European Academies Science Advisory Council), l’associazione delle accademie europee che fornisce alla politica informazioni su temi scientifici di rilevanza sociale, associazione alla quale partecipa per l’Italia l’Accademia Nazionale dei Lincei.

    Secondo la direttiva dell’Unione Europea sull’energia rinnovabile, adottata nel 2009, la biomassa ricavata dalle foreste è incondizionatamente considerata una sorgente di “energia rinnovabile”.
    Questa classificazione è dovuta alla considerazione che il carbonio liberato in atmosfera dalla combustione della biomassa vegetale proviene dall’atmosfera e può essere nuovamente assorbito dalla vegetazione attraverso la ricrescita delle piante.

    Questa visione dei processi in atto era corretta nel 2009 quando la biomassa ricavata dalle foreste era essenzialmente fatta da residui di lavorazione del legno, eventualmente integrati con gli scarti dell’agricoltura e della gestione delle aree verdi. L’energia ottenuta con questo materiale di scarto a rigore non è un’energia rinnovabile, in quanto il suo uso non prevede necessariamente la sostituzione con nuovi alberi, ma può essere considerata un’energia ad emissioni zero in quanto questi materiali se abbandonati nelle discariche sono in ogni caso destinati a emettere in atmosfera il carbonio in essi contenuto.

    Negli anni, i sussidi virtuosamente stanziati in alcuni stati per promuovere l’uso di energia rinnovabile hanno provocato un inaspettato sviluppo dell’uso della biomassa con la diffusione di cippato e pellets non solo per il riscaldamento domestico, ma anche nelle grandi centrali elettriche al posto del carbone. Il risultato è che, per soddisfare questa crescente domanda, la biomassa non è solo ricavata da materiali di scarto, ma si ottiene oramai principalmente con l’espianto di intere foreste per un volume di molti milioni di tonnellate l’anno.

    Il mondo scientifico ha reiteratamente segnalato che la biomassa ottenuta dall’espianto delle foreste non è una sorgente di energia ad emissioni zero come la biomassa di scarto e la rinnovabilità del deposito di carbonio contenuto in una foresta è un processo che spesso non avviene nei tempi voluti. Affinché un oggetto sia rinnovabile non solo deve essere possibile rigenerarlo, ma occorre anche che la rigenerazione avvenga in un tempo utile.

    Pertanto anche la variabile “tempo di rigenerazione” deve essere presa in considerazione. Per assurdo anche i combustibili fossili sono rigenerabili (e quindi rinnovabili), peccato che bisogna aspettare molti milioni di anni. Nel caso del legno il tempo di rigenerazione può essere di pochi anni se si utilizzano foreste gestite in modo sostenibile col taglio selettivo di alcuni alberi, ma diventa molto più lungo quando l’intera foresta è tagliata: alcuni decenni e persino più di un secolo per certi tipi di foresta.

    In un mondo dove gli approfondimenti sembrano essere diventati una perdita di tempo, diventa difficile spiegare che energia con zero emissioni e energia rinnovabile non sono la stessa cosa e che le rinnovabili possono essere utilmente sfruttate solo quando hanno un tempo di rigenerazione sufficientemente breve.

    Pertanto, nonostante le numerose pubblicazioni scientifiche che hanno quantificato i termini del problema, la biomassa continua ad essere incondizionatamente classificata come energia rinnovabile nell’aggiornamento della direttiva dell’Unione Europea pubblicata nel 2018 e come tale la biomassa importata per essere destinata alla combustione non viene conteggiata nel bilancio delle emissioni del paese importatore.
    Questa definizione di energia rinnovabile è ora un grave errore perché praticamente autorizza alcune nazioni europee a importare dall’estero grandi quantità biomassa e a bruciarla al posto del carbone nelle centrali elettriche azzerando le corrispondenti emissioni nel conteggio che deve essere fatto all’interno degli accordi internazionali. La riduzione delle emissioni è però solo sulla carta perché in realtà le emissioni rimangono le stesse fin quando non si verifica la rigenerazione della biomassa, anzi si calcola che nell’immediato siano leggermente aumentate a causa delle maggiori emissioni, a parità di energia prodotta, della combustione del legno rispetto a quella del carbone ed a causa delle aggiuntive emissioni dovute al trasposto da grandi distanze.

    Inoltre, l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro i 2°C e possibilmente entro gli 1.5°C, come previsto dagli accordi di Parigi, richiede drastiche riduzioni delle emissioni entro il 2050 ed energie rinnovabili con tempi di rigenerazione troppo lunghi, come la biomassa estratta dalle foreste, sono incompatibili con questi obiettivi.

    Gli accordi internazionali prevedono che la nazione che importa biomassa non debba conteggiarla nel bilancio delle proprie emissioni in quanto deve essere la nazione esportatrice a conteggiare la perdita di carbone nei “depositi” delle proprie foreste. Questo scarica la responsabilità sui paesi esportatori e molti paesi asiatici, meno vincolati a ridurre le emissioni, hanno trovato in questa situazione internazionale un’opportunità di commercio.

    Negli ultimi anni EASAC ha reiteratamente affrontato i diversi aspetti di questo problema in più di un rapporto (“Multi-functionality and Sustainability in the European Union’s Forests” nel 2017, “ Forest Bioenergy and Carbon Neutrality ” nel 2018 e “ Forest bioenergy, carbon capture and storage, and carbon dioxide removal: an update ” nel 2019) senza però ottenere l’attenzione dell’Unione Europea e per questo i membri del Panel Ambiente hanno deciso di divulgare il problema ad una più ampia comunità con la pubblicazione su una rivista scientifica.
    Nonostante l’urgenza di una drastica riduzione delle emissioni, le iniziative di contenimento delle emissioni di gas serra continuano a essere insufficienti e non ci possiamo permettere che anche degli interventi virtuosi negli intenti abbiano effetti controproducenti.

    Il lavoro pubblicato su “Global Change Biology, Bioenergy” spiega perché la sostituzione su larga scala del carbone con biomassa importata da paesi asiatici non soddisfa i criteri di rinnovabilità e avanza alcune proposte sulle modifiche che sarebbe opportuno introdurre nelle direttive europee e negli accordi internazionali.

  • Le serre subacquee del Nemo’s Garden a Noli

    Le serre subacquee del Nemo’s Garden a Noli

    Coltivazione subacquea

    In Liguria, a Noli, da qualche anno è in corso un’affascinante sperimentazione: il tentativo di coltivare sotto il mare, in speciali biosfere, ortaggi e frutta. Naturistitalia ne ha parlato con Gianni Fontanesi, Project Coordinator del Nemo’s Garden.

    1) Dr. Fontanesi, come è nato, e con quali finalità, il progetto Nemo’s Garden?

    Nell’estate del 2012 l’Ing. Sergio Gamberini, Presidente della Ocean Reef, azienda che produce attrezzature subacquee, ebbe quest’idea a seguito di un anno di particolare maltempo che mise in crisi l’agricoltura, in particolare la coltivazione del basilico. Chissà che non si possa coltivare sott’acqua, si chiese. Mettendo insieme la sua passione per la subacquea e per la coltivazione, ha dato via a questa sperimentazione.
    Nel 2013 partì il primo, piccolo habitat sottomarino a 40 metri dalla costa di Noli, in provincia di Savona, partendo con la pianta simbolo della Liguria: il basilico. Ci si rese subito conto che le piantine crescevano molto velocemente; dopo 36/48 ore dalla semina c’erano già i primi germogli.
    Da allora si è quindi allargata la dimensione dell’esperimento. Oggi la coltivazione si estende in 6 Biosfere sottomarine, dove le piante crescono in condizioni climatiche ovviamente diverse da quelle esterne in terra: nella nostra struttura godono di temperatura costante, umidità elevata, e di una luce differente, minore del 20%.

    L’habitat si trova tra i 5 e i 10 metri di profondità, con una pressione maggiore di 1,5/2 bar rispetto a quella dell’atmosfera esterna. I risultati ci dicono che questa maggiore pressione influisce positivamente sulla crescita delle piante. Abbiamo anche scoperto la possibilità di produrre acqua dolce in maniera naturale, poiché all’interno della cupola c’è aria che si scalda velocemente appena arriva un po’ di luce: quest’aria, scaldandosi, arriva a una temperatura maggiore dell’acqua che la circonda all’esterno, provocando un fenomeno di evaporazione, che nella fase di condensazione perde la salinità marina. Quest’acqua dolce, poi, la convogliamo tramite condensatori in bacinelle che servono a irrigare le piante.

    2) Oltre il basilico, cosa si può coltivare?

    Abbiamo coltivato anche altre erbe aromatiche, tra le quali timo, maggiorana, origano, menta, salvia, e molte altre. Abbiamo provato pomodori, piselli, fagioli, fragole. Nel 2016 un’azienda francese, che lavora nel campo della cosmesi medicale, ha voluto affittare una nostra Biosfera per effettuare una serie di studi sulle loro piante (calendula, melissa, issopo, aloe, ecc.), e fare delle analisi di paragone con quelle coltivate nel loro laboratorio, sfruttando il fatto che, come avviene con il basilico, dovendosi adattare a diverse condizioni climatiche rispetto a quelle su terra esterna, le piante cambiano un poco certe caratteristiche chimiche, soprattutto la composizione degli olii essenziali.

    3) Attualmente, Nemo’s Garden è a Noli. Sono previsti altri siti?

    La base di Noli è l’unica operativa al 100% da maggio a fine ottobre. In inverno va in una specie di letargo, anche per le condizioni meteo-marine, condizioni difficili per i nostri operatori subacquei.
    Abbiamo installato una Biosfera in Florida per un cliente esterno, un’altra in Belgio in una grande piscina con oltre 2.000 pesci tropicali. Un’altra è prevista a breve nel Lago di Como, per studiare le microalghe.
    L’idea è quella di perfezionare ed esportare una nuova modalità di coltivazione alternativa, in zone del mondo dove la coltura classica non si può mettere in pratica.

    4) Nemo’s Garden può essere quindi adatto anche ad altri mari oltre il Mediterraneo, o a laghi d’acqua dolce?

    Sì. Può essere molto utile in varie parti del mondo. Basti pensare, ad esempio, ad atolli come le Maldive, che importano qualunque tipo di ortaggio perché non hanno terreno fertile da coltivare. O, ancora, a paesi come l’Arabia Saudita, all’interno desertica, ma con coste marine sterminate e non utilizzate.
    Non ci proponiamo di salvare il mondo, ma di costruire possibili alternative in quei luoghi, ripeto, dove la coltivazione su terreno non si può fare. Il nostro team collabora costantemente con istituzioni e collaboratori esterni, con Università, laboratori di ricerca, studiosi, in una grande condivisione di dati open- source che consentono di sviluppare continuamente il progetto. Fino a sei anni fa, quando abbiamo iniziato, non era nemmeno pensabile la coltivazione sott’acqua. Oggi sappiamo che si può fare.
    Inoltre, le Biosfere possono essere anche un’ambiente ideale per osservare in tutta tranquillità l’ambiente e la fauna sottomarina: al loro interno, infatti, c’è uno spazio d’aria nel quale ci si può sedere per guardare comodamente la vita sottomarina in completo silenzio.

    5) Una coltivazione così tecnologica è costosa?

    È difficile quantificare il costo di una coltivazione, dipende dalle esigenze di ricerca e di utilizzo. Noi, facendo parte del gruppo Ocean Reef, utilizziamo i nostri stessi prodotti che produciamo per l’attività subacquea, utilizzandoli in maniera diversa: Nemo’s Garden è per noi anche un’area test di questi prodotti.
    Ma il Nemo’s Garden è diventato anche un’attrazione turistica a Noli, con positive ricadute sull’economia locale. La coltivazione è a soli 40 metri dalla riva e pochi metri di profondità, visitabile, quindi, anche in superficie, con un’imbarcazione o a nuoto, facendo snorkeling. Non chiediamo nemmeno un soldo per le visite, anzi, ci fanno molto piacere.

    6) Inquina?

    Utilizziamo solo energia pulita e rinnovabile. La nostra coltivazione idroponica avviene dentro vasi di fibra di cocco e perlite naturale. Sono state fatte delle analisi, che hanno dimostrato che l’impatto ambientale sull’habitat dell’area coinvolta non inquina e non produce effetti negativi sull’ecosistema: si comporta come un reef artificiale, offrendo riparo e ospitalità a specie animali che vanno via via ad aumentare di numero e varietà. Succede come nei relitti, che con il tempo divengono parte dell’ecosistema. Solo che il nostro non inquina. Non c’è gas, e non produce sostanze tossiche, nocive.
    Nell’area del Nemo’s Garden c’è una quantità di pesci e crostacei maggiore di 50 volte rispetto a quella che c’è intorno: le alghe crescono vicino alle Biosfere, queste alghe attraggono i pesci piccoli che le mangiano, i pesci più grandi vengono attratti da quelli più piccoli; poi ci sono polpi, calamari, cavallucci marini.
    Nel nostro progetto, il mare viene visto come un grande contenitore di energia rinnovabile. Ma, oltre l’energia generata da onde, correnti, maree, il mare ha un’altra grande caratteristica: la termo-stabilità. Immagazzina calore e non lo disperde immediatamente. E, ancora, il mare svolge una funzione di scudo contro le intemperie atmosferiche, come le grandinate, e contro i parassiti. Inoltre, quando magari fuori c’è
    una gelata invernale, sott’acqua intorno alle nostre Biosfere non si va mai sotto i 12/13 gradi centigradi. E appena esce il Sole, senza sistemi di riscaldamento e senza consumare energia e inquinanti, in maniera del tutto naturale si arriva in fretta a 17/18 gradi. La nostra sperimentazione è volta a raggiungere una standardizzazione del sistema in qualunque parte del mondo.

  • Intervista a Luca Mercalli

    Intervista a Luca Mercalli

    Luca Mercalli
    Luca Mercalli

    Naturistitalia ha intervistato Luca Mercalli, noto meteorologo, climatologo, divulgatore scientifico e accademico italiano. Il Prof. Mercalli è da sempre impegnato nel diffondere uno stile di vita più attento alla riduzione dell’impatto ecologico, e nel far conoscere i gravi pericoli dei cambiamenti climatici che stiamo causando e subendo.

    1) “Non c’è più tempo”, così si intitola il Suo ultimo libro edito da Einaudi. Non c’è più tempo per reagire perché la situazione è irreversibile, oppure non c’è più tempo per aspettare di reagire?

    Luca Mercalli: Non c’è più tempo per aspettare di reagire. La situazione è ormai pregiudicata, irreversibile, però possiamo ancora limitare l’entità dei danni. Il danno è già in corso, non possiamo più tornare a un ambiente come era prima. Possiamo ancora evitare la catastrofe: tra un danno catastrofico e un danno tollerabile, soprattutto per i nostri figli e nipoti, abbiamo ancora questa seconda opzione.
    Ma non c’è più tempo, perché più aspettiamo e più questa possibilità di limitare i danni svanisce.

    2) “Il Naturismo è un modo di vivere in armonia con la natura caratterizzato dalla pratica della nudità in comune che ha lo scopo di favorire il rispetto di se stessi, il rispetto degli altri e quello dell’ambiente”, secondo la definizione della Federazione Mondiale INF-FNI redatta nel 1974.
    Rispettare l’ambiente quindi per rispettare noi stessi, per dare e per darci un futuro vivibile. Come mai molti oggi non comprendono che, distruggendo l’ambiente distruggiamo noi stessi?

    Luca Mercalli: Purtroppo distruggere è un’attitudine antropologica dell’uomo, l’abbiamo sempre fatto. Siamo sempre stati dei predatori. La grande differenza è che in passato eravamo pochi: basti pensare che gli esseri umani 10.000 anni fa non raggiungevano i 5 milioni di esemplari. Poi abbiamo raggiunto il miliardo nell’anno 1800, e oggi sfioriamo gli 8 miliardi.
    Da predatori abbiamo invaso tutti gli spazi del Pianeta. E lo abbiamo fatto in passato con mezzi modesti, oggi invece con una tecnologia dirompente, che accelera tutti i danni che stiamo facendo all’ambiente. L’umanità non ha ancora maturato che, per la prima volta nella sua storia, o si pone dei limiti oppure porterà alla rovina la sua possibilità di sopravvivenza.
    Il nostro Pianeta ha dimensioni e risorse limitate, e i dati, la realtà, sono sotto gli occhi di tutti: gli spazi vitali sono sempre più ristretti. E non intendo dire spazi di natura incontaminata, perché ormai incontaminati non sono più nemmeno i fondi degli oceani e le vette delle montagne più alte, ma spazi dove almeno i livelli di compromissione non siano totali.

    3) Movimento Greta: i più giovani sembrano risvegliarsi, dopo gli anni tra la metà dei settanta e la metà dei novanta del secolo da poco trascorso, ma non gli adulti, almeno non con la stessa intensità. Soprattutto sembrano non risvegliarsi quelli che gestiscono il potere: non solo politici, ma anche top manager, giornalisti e influencer. Come mai, e cosa si deve fare?

    Luca Mercalli: Gli spazi di manovra sono ormai limitati. Il movimento dei giovani, stimolati dall’azione di Greta Thurnberg, ha avuto un momento di notorietà con il grande sciopero mondiale del 15 marzo 2019.
    Però, anche se ne è stato annunciato un altro in settembre, mi sembra che la tensione sociale su questi problemi sia troppo bassa: sono passati sei mesi e non è successo ancora nulla di concreto.

    4) “Il mio orto tra cielo e terra” (Aboca edizioni) è il titolo di un altro suo libro. Ognuno di noi può sempre fare singolarmente qualcosa, nel suo piccolo, di utile per l’ambiente e il clima. Cosa può fare ognuno di noi di non utopistico, nel pratico e immediato, da subito…anche se non ha un orto?

    Luca Mercalli: Quel libro riguarda la mia esperienza pluridecennale con l’orto sostenibile, che non tutti possono avere e fare. C’è un altro mio libro che insegna a fare qualcosa in termini pratici, “Prepariamoci” (ed. Chiarelettere), nel quale c’è anche l’orto ma ci sono anche tutte le altre cose che possiamo fare individualmente a casa nostra.
    Possiamo fare molto!
    Sono i consumi che incidono sull’ambiente. Ci sono quattro grandi settori dove ognuno di noi può dare il suo contributo al clima e all’ambiente: la casa, i trasporti, il cibo, e quello generico dei nostri consumi personali. La casa è un grande colabrodo energetico. Sono pochissime oggi in Italia le case che sono state riqualificate dal punto di vista dei consumi energetici. Si può fare con la casa di proprietà, ma anche se si sta in affitto in un condominio. Oggi ci sono, con gli ecobonus, le modalità amministrative per avere uno sgravio fiscale per l’isolamento termico, i vetri doppi, nuovi mezzi di riscaldamento come pompe di calore, pannelli solari, fotovoltaici e così via.
    Il secondo grande asse è quello dei trasporti: come ci muoviamo e perché ci muoviamo? Ci muoviamo troppo e male. Quindi ridurre i trasporti inutili. Ad esempio, io da due anni ho scelto di non prendere più l’aereo, che è il mezzo più inquinante, per
    futili motivi quali le vacanze. Scelgo posti più vicino a me, o prendo il treno: in Europa è possibile visitare tutte le grandi capitali con un viaggio in treno. Poi un’automobile piccola, non i giganteschi Suv che fanno 7 chilometri con un litro, ma una che ne fa 20 o 25. Se è possibile un’auto elettrica, ovviamente ricaricata con energia rinnovabile. Ripeto, dobbiamo cercare di sopprimere i movimenti inutili.
    Oggi con il telelavoro e con mezzi quali Skype si possono evitare riunioni che fanno prendere un’auto, un aereo, un treno.
    Il terzo grande settore è il cibo. Ridurre il consumo di carne, ridurre il cibo esotico, il cibo industriale. La produzione, il trasporto, il confezionamento del cibo rappresenta
    il 25% delle emissioni globali, quindi anche a casa nostra, con le nostre scelte, possiamo fare la differenza con quello che mettiamo in tavola.
    Infine il quarto settore, quello dei consumi dettati dalle nostre scelte di vita. Da questo punto di vista essere naturisti riduce sicuramente i consumi, a partire dal minor uso degli abiti. Gli abiti sono una voce importante dei consumi. Probabilmente i naturisti sono meno sensibili al terribile tarlo della moda, che fa buttare via abiti a manetta, anche se sono ancora buoni. Passano pochi mesi, ci si sente inadeguati e bisogna continuamente sostituirli con qualcosa di nuovo, anche se quello che si ha funziona ancora benissimo. Non dico che bisogna andare in giro come degli straccioni, però dobbiamo fare scelte più oculate su ciò che acquistiamo, una calzatura, un vestito.
    E come gli abiti, c’è il telefonino, c’è tutta quella enorme quantità di prodotti che diventano inutili e che poi si trasformano in rifiuti, quindi in un altro dei problemi ambientali.

    5) L’astronauta Luca Parmitano, da pochi giorni nuovamente in orbita, ha detto “il deserto avanza, è avanzato molto dall’ultima volta che sono stato quassù”. Cambiamenti climatici, fame, migrazioni: noi opulenti occidentali finiremo costretti a emigrare a nord per coltivare il grano, magari fino in Scandinavia per coltivare le vigne?

    Luca Mercalli: È il tema di un romanzo di Bruno Arpaia, “Qualcosa, là fuori”, pubblicato qualche anno fa da Guanda. Immagina gli italiani affamati dalla desertificazione che scappano verso la fine di questo secolo per raggiungere la fertile Scandinavia ed emigrare là, ma vengono falciati dalle mitraglie delle motovedette svedesi che sul Baltico fanno quello che noi oggi facciamo sul Mediterraneo.
    È un romanzo molto realistico.

    6) Perché l’ecologia, la salvaguardia del nostro ambiente viene visto come anti-economico, anziché come un’opportunità, anche di business?

    Luca Mercalli: In realtà si può fare del business con l’ecologia, e lo si sta già facendo. In genere il business lo si fa quando si riesce a essere più efficienti.
    I nostri processi industriali sprecano perché sono nati in un’epoca di sviluppo dove c’era abbondanza di risorse, di materie prime: negli anni ’60 del Novecento il petrolio costava meno dell’acqua, e quindi abbiamo messo su un sistema dissipativo.
    Oggi è possibile cambiare una bella fetta di questi sprechi di materie prime e di energia. In questo modo si fa business, lo si sta già facendo. Moltissime industrie si accorgono che, con i prezzi crescenti dell’energia, con la tassazione ambientale che nei Paesi occidentali comincia a entrare, si può diventare più efficienti, e risparmiare, sprecando e inquinando meno.
    Però non basta: una volta che uno ha tagliato gli sprechi, poi cosa facciamo? Il problema è proprio dell’economia in generale, non è più possibile basarsi su una crescita infinita in un Pianeta finito. Deve cambiare il modello economico, il Pil non può essere la nostra ragione di vita.

  • Orti condivisi Naturisti

    Orti condivisi Naturisti

    Orti condivisi

    La ricerca dei benefici di una vita salutare, a contatto con la natura, ha dato origine alla riscoperta degli orti condivisi, per la promozione di uno sviluppo sostenibile che favorisca anche migliori relazioni tra le persone.

    Per orto condiviso si intende un gruppo di persone che si occupa della coltivazione di spazi pubblici o privati, trasformati in orti da gestire in comune condivisione: queste persone non sono necessariamente proprietari, ma hanno comunque il permesso di coltivarli. In un contesto urbano, condividendo la passione per l’agricoltura biologica, tali gruppi di persone compiono un’azione di pubblica utilità, perché evitano il degrado di zone periferiche o di aree verdi abbandonate, contribuendo alla loro manutenzione e miglioramento.

    Già a partire dagli anni ‘70, alcuni studiosi dell’agricoltura biologica incoraggiavano la coltivazione di un proprio orto, considerandolo un mezzo per limitare i problemi causati dall’agricoltura intensiva. Chi si avvicina alla pratica degli orti condivisi su principi di agro-ecologia, ha modo di mettere in pratica in prima persona un atteggiamento ecologico della produzione del cibo, un atteggiamento con cui prendersi cura con maggior consapevolezza della propria salute e di quella della propria famiglia. Inoltre, si ha l’opportunità di contribuire alla riduzione dell’impatto sull’ambiente, diminuendo i trasporti, gli sprechi di cibo e le esigenze di packaging, evitando anche cibi provenienti da colture intensive.

    L’attenzione per l’ambiente e per la natura di chi collabora alla gestione di un orto ha evidenti effetti positivi sulla percezione del proprio “essere nella natura”: il Naturismo potrebbe scoprire nella pratica degli orti condivisi un’iniziativa certamente affine ai suoi principi. Perché allora non inaugurare una pratica di orti naturisti, magari in qualche centro naturista, o chiedendo degli spazi pubblici appositi, come si fa ad esempio per una spiaggia? Potrebbe essere un’ulteriore opportunità per noi Naturisti, per far sempre meglio conoscere la nostra realtà e attenzione ecologica all’opinione pubblica.

  • Solare e fotovoltaico: a che punto siamo in Italia

    Solare e fotovoltaico: a che punto siamo in Italia

    Energia solare

    Nell’ultimo rapporto disponibile del GSE, il Gestore dei Servizi Energetici nazionale, risalente all’agosto 2018 e relativo all’anno 2017, risultano in esercizio 774.014 impianti solari e fotovoltaici per complessivi 19.682 Megawatt installati (2,1% in più rispetto al 2016). Questi impianti hanno generato una produzione di 24.378 Gigawatt, pari a circa l’8% della produzione elettrica nazionale, in cui -ahinoi- la gran parte continuano a farla gli impianti termici, con il 66% del totale. Il restante è soprattutto frutto di impianti idroelettrici. L’eolico pesa per un 6%.
    Tornando a solare e fotovoltaico, guardando i dati a livello di regioni, per numero di impianti troviamo ai primi quattro posti Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte. Colpisce il fatto che regioni con un irraggiamento solare assai favorevole come Sicilia e Puglia si trovino al sesto e settimo posto, dietro al Lazio. E colpisce vedere la Campania all’undicesimo posto con meno della metà, ad esempio, di impianti rispetto all’Emilia-Romagna; oppure la Liguria, addirittura al diciassettesimo posto.

    Impianti solari nelle regioni italiane
    Impianti solari nelle regioni italiane

    Lasciando stare ogni considerazione socio-economica, troppo lunghe da fare in questa sede e fuori tema, la sensazione è che si perdano occasioni. Sensazioni rafforzate da quanto viene fuori dal rapporto GSE, che evidenzia un rallentamento dell’installazione di nuovi impianti: dal 2013 al 2017 il numero di impianti solari e fotovoltaici è passato da 596.355 a 774.014, pari a un +30%, con media annua del 7,5%. Nel 2017 sono stati realizzati 43.936 impianti, il 6% in più rispetto al 2016, e nei quattro anni precedenti, 2009-2013, erano passati da 76.593 a 596.355, con un ben più significativo + 679%, media annua superiore al 169%.

    Potenza_numerosità impianti in Italia
    Potenza e numerosità impianti in Italia

    Qui ha avuto un ruolo determinante la politica economica, che dai vari Conto Energia, che remuneravano in maniera soddisfacente i Kilowatt immessi ella rete elettrica, è passata dal 2013 a un rimborso fiscale del 50% in dieci anni per i privati, e un super-ammortamento del 130% per le Aziende. E’ rimasta una piccola remunerazione per l’energia immessa in rete, pari a undici centesimi per kilowatt.

    Rimandando ogni altro approfondimento statistico al rapporto Gse che potete trovare sul web, la realtà è che in Italia per solare e fotovoltaico si può e si deve fare di più, c’è ancora molto margine di crescita, ma purtroppo stiamo rallentando anziché accelerare. Noi naturisti cosa e come possiamo fare per sensibilizzare maggiormente opinione pubblica e organismi politici?