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  • Naturismo e buddhismo

    Naturismo e buddhismo

    di Maria Curti

    Naturismo e buddhismo

    Leggendo l’interessante libro di Alan Watts (1915-1973), Buddhismo – La religione della non-religione, abbiamo scoperto molti punti di contatto del buddhismo con il naturismo.
    Lo studioso inglese, ma americano di adozione, prematuramente scomparso all’età di cinquantotto anni, è stato uno dei maggiori studiosi e divulgatori in Occidente delle religioni orientali.

    Premettendo che il naturismo non è una religione, dobbiamo dire che nel libro i punti di contatto del buddhismo con il naturismo ci sono sembrati impressionanti.
    Il buddhismo pare abbia avuto origine poco dopo il 600 a.C. nell’India settentrionale, oggi Nepal. Colui che noi conosciamo come il Buddha era in realtà un giovane principe il cui vero nome era Gautama Siddharta. E’ stato grazie a lui che il buddhismo si è sviluppato e diffuso nel mondo orientale. Questo principe indiano, dopo aver praticato per anni l’induismo, trovò le varie discipline che lo componevano assolutamente insoddisfacenti, e ciò per il fatto che enfatizzavano troppo l’ascetismo il quale, per la generalità delle persone, risulta essere impraticabile a causa dell’impossibilità di sopportare le indicibili sofferenze che una scelta di vita del genere comporta. Buddha finì col rendersi conto che la vita dell’ascetismo non poteva funzionare e così nemmeno quella dell’edonismo, che dell’ascetismo è esattamente l’opposto. A questo punto il Buddha trovò la cosiddetta “via di mezzo” tra ascetismo ed edonismo.

    Noi naturisti questa “via di mezzo” l’abbiamo trovata nel naturismo. E qui troviamo un primo punto di contatto del naturismo con il buddhismo. Infatti il naturismo, come il buddhismo, non è superficiale visione del mondo, non è ascetismo e nemmeno edonismo, ma equilibrio.

    Innanzitutto per capire questa religione non-religione occorre ricordare le diverse visioni che l’uomo ha dell’universo. Il Watts ce lo spiega così:

    L’uomo ha tre grandi visioni dell’universo. La prima è quella occidentale che vede il mondo come una costruzione, un manufatto, alla pari di un oggetto fabbricato con l’argilla o con il legno… La seconda è la concezione induista del mondo: ciò che esiste è una recita, un’opera teatrale… La terza è il sistema filosofico cinese che considera il mondo come un organismo, un corpo…

    Le religioni orientali si fondano sul dominio della mente sul corpo. Non è una cosa semplice da farsi, e soltanto pochi ci riescono. Indipendentemente comunque dal totale dominio della mente sul corpo, resta il fatto che una persona normale con una buona disciplina mentale è felice anche soltanto quando si abbandona all’abbraccio degli elementi naturali. Insomma, non sembra questa concezione essere in linea con quanto propugnato dall’idea naturista? A noi pare proprio di sì.

    Il buddhismo dice che l’uomo desidera sfuggire la realtà per fuggire dalla sofferenza. E un processo mentale, solitamente inconscio, che si concretizza con “il rifiuto della realtà”. Ebbene, come è noto, chi rifiuta la realtà da questa ne sarà sempre terrorizzato. E’ un po’ quello che avviene con la nudità del corpo: chi non ha il “coraggio” di mettersi nudo è perché ha terrore del proprio corpo, e di conseguenza rifiuta la realtà della quale la propria entità fisica fa parte. Il naturismo non è rifiuto della realtà, ma consapevole accettazione della imperfettibilità del corpo. Così come nel
    buddhismo, che trasforma la coscienza e la percezione che l’uomo ha dell’io, così il naturismo, mediante la pratica della nudità, ci fa percepire e prendere coscienza della globalità di tutto il nostro essere, inteso come corpo, mente e spirito (o corpo e anima se vogliamo).

    Un altro punto di contatto con l’idea naturista lo possiamo rintracciare quando il buddhismo tratta la questione dell’impermanenza. Il buddhismo dice che “i nostri tentativi di rendere le cose permanenti, di voler fissare tutto, ci pongono di fronte a un problema di impossibile soluzione; allora sperimentiamo il duhkha, cioè il senso di sofferenza primaria, di frustrazione, che risulta dal fatto che cerchiamo di trasformare le cose da impermanenti in permanenti“. Ebbene, chi pratica assiduamente la nudità sperimenta sul proprio corpo (e poi in modo estensivo su tutto il resto) l’impermanenza.
    Un buon naturista non farà mai nulla per rendere permanente ciò che la natura ha previsto come impermanente. Avere un corpo, infatti, vuol dire essere soggetti all’assalto delle malattie, essere soggetti alle trasformazioni operate dal tempo che trascorre inesorabile, essere soggetti alla morte.

    Ovviamente noi non siamo in grado di dire se i primi pionieri del movimento naturista avessero dimestichezza con le religioni orientali, quello che è certo che le loro intuizioni risultano sbalorditive. Per esempio, così come il buddhismo si basa genericamente su ciò che è opportuno e idoneo, così l’idea naturista, entrando più specificamente nel merito, si basa su ciò che è opportuno e idoneo per l’essere umano, su ciò che è opportuno e idoneo per il rispetto dell’eco-sistema natura, su ciò che è opportuno e idoneo per lo sviluppo di una corretta sessualità dell’individuo, su ciò che è opportuno e idoneo per la salvaguardia della vita, ecc.

    Naturismo e buddhismo

    Per il buddhismo, o meglio per le religioni orientali in genere, scrive il Watts, “noi non siamo stranieri sulla Terra, entrati in questo mondo per un caso fortuito, oppure come spiriti provenienti da qualche parte al di fuori della natura. L’essenza della nostra vita è la totalità dell’energia dell’universo che gioca a essere noi. La realtà immensa, l’energia unitaria che è l’universo si manifesta in tutti i particolari che vediamo attorno a noi.

    Questa è l’intuizione principale dell’induismo, del buddhismo e del taoismo“. Di conseguenza, quando noi naturisti diciamo che il corpo umano, oltre che una macchina meravigliosa, è lo specchio dell’universo, ci viene spontaneo far notare un altro punto di contatto del buddhismo col naturismo.

    Un altro interessante collegamento l’abbiamo trovato a proposito della consapevolezza, un concetto che a noi naturisti sta molto a cuore, prova ne è che sono state scritte pagine e pagine sul problema della coscienza di Sé. Accettare la propria nudità e quella altrui è infatti avere la piena consapevolezza di se stessi.
    Veniamo ad un’altra interessante analogia. Quante volte abbiamo detto che la nudità promiscua in comune di sesso e ti età, oltre a renderci consapevoli di ciò che siamo, sviluppa in noi il cosiddetto senso di solidarietà, cioè quella solidarietà naturista che chi frequenta gli ambienti del naturismo ha potuto con piacere sperimentare. Ebbene, il buddhismo dice che entrare nel “nirvana”, che in Occidente è conosciuto come il paradiso degli orientali, ma che in verità significa “espirare”, vuol dire avvertire la sensazione che non siamo separati dagli altri. E quando noi naturisti siamo nudi in
    mezzo agli altri, non ci rendiamo forse conto di non essere separati dagli altri? E questo perché la nudità di accomuna.

    Quando il Watts tratta del problema delle imposizioni che l’individuo subisce in tutte le società, a noi è venuto spontaneo pensare all’imposizione dei vestiti nella società tessile. Come la psicanalisi insegna, chi vive sotto il dominio di un’imposizione vive in uno stato di frustrazione cronica, anche quando fin da bambini si viene plasmati dalla società e si è indotti a pensare che sia normale lo stato di perenne vestizione. Questo provoca due tipi di sofferenza: una sofferenza fisica (il corpo soffre stretto in abiti inadeguati e a volte inutili) e una sofferenza psicologica (un malessere interiore che la psicanalisi ben conosce). Il Watts dice “che ciò che si vince reprimendo la propria
    umanità e le proprie emozioni non vale il prezzo che si paga. E’ come tagliarsi la testa per curare l’emicrania. Con linguaggio junghiano si può dire che quando si lavora sull’inconscio, quando lo si nutre e se ne ha cura, l’inconscio integra i due aspetti o poteri del Sé e noi prenderemo atto che sia il conscio che l’inconscio fanno parte di noi (i poteri del Sé intesi come il potere dell’io unito con il potere dell’organismo naturale o psiche)
    “.

    Da ciò ne deriva che, siccome noi abbiamo un corpo fisico, che è quello con il quale ci presentiamo davanti ad un osservatore obiettivo, ed un corpo psichico, che invece rimane celato, il naturismo rappresenta una vera e propria “esplorazione” della nostra coscienza. E il risultato di tale esplorazione risulta evidente soltanto recandosi in un centro naturista ove si assiste al riequilibro di tutta una serie di problemi che affliggono l’uomo tessile (ansia sessuale, aggressività, sovreccitazione erotica, malizia, gelosia sessuale, guardonismo, ecc.). Per cui appare evidente che il modo con cui percepiamo il nostro essere, globalmente inteso, dipende dalla percezione che abbiamo del nostro corpo. E migliore percezione non si può avere se non nello stato di nudità. E questo perché il naturismo, per la sua connotazione nudistica, ha come obiettivo il centro della
    nostra consapevolezza.
    Insomma, abbiamo trovato il libro di Alan Watts molto interessante perché ci ha permesso di mettere a confronto due filosofie, confermando implicitamente, se ancora ce ne fosse bisogno, che il naturismo è l’unica idea che ha avuto l’intuizione di porre
    come presupposto il principio della nudità. Nessun’altra idea l’ha mai fatto e
    probabilmente lo farà mai.

  • Il naturismo e la teoria antropocentrica

    Il naturismo e la teoria antropocentrica

    di Beppe Miracapillo

    Teoria antropocentrica

    La teoria antropocentrica è una concezione filosofica secondo cui tutto nell’universo sarebbe stato creato in funzione dell’uomo e di conseguenza l’uomo ne sarebbe il centro (dal greco ànthropos=uomo e kéntron=centro). Ebbene, come appare evidente problema dell’antropocentrismo non è soltanto una questione religiosa, ma anche scientifica, poiché, oltre ai teologi, se ne sono occupati paleontologi, umanisti, biologi, chimici, fisici, astronomi, per
    cercare di spiegare il mistero che è collegato alla comparsa dell’uomo sulla Terra.
    Ma come si è arrivati alla formulazione del cosiddetto “principio antropico”? La scienza vi è arrivata formulando l’ipotesi che l’universo sarebbe “isotropico”, si presenterebbe cioè identico qualunque sia il punto di osservazione. Sempre dal greco, infatti, “ìso” significa uguale e “tòpos” luogo.

    Pertanto, sulla base di questa ipotesi, non è stato difficile arrivare a porre l’uomo al centro dell’universo. Ovviamente, però, come accade per tutte le teorie, vi sono gli entusiasti e gli scettici. Del resto sul mistero dell’origine dell’universo sono stati spesi fiumi di parole senza che si sia potuto venire a capo di nulla. Si parla di un Big Bang iniziale, senza spiegare cosa ci fosse prima, da cui ne deriverebbe che l’universo si espande e si contrae in una sorta di “respiro” cosmico in cui i cicli di espansione e di collasso si ripeterebbero all’infinito.
    L’argomento è senza dubbio molto interessante ma anche molto impegnativo e inoltre, per spiegare l’universo, le più diverse ipotesi sono state formulate sui vari tipi di universo possibili: l’universo infinito, l’universo finito, quello parallelo, quello a bolle, quello a spirale.

    Al di là dell’ipotesi dell’universo “isotropico”, la scienza moderna è invece propensa a credere, per il calcolo delle probabilità, che noi non siamo la sola forma di vita presente nell’universo, rendendo così sterile l’ipotesi del principio antropico. Pertanto, quel “noi non siamo soli”, ipotizzato dagli scienziati in base a calcoli statistici, che recitano che su miliardi e miliardi di corpi celesti, galassie e sistemi solari ci potrebbe essere un’altra forma di vita intelligente, diventa più che plausibile. E di conseguenza l’idea dei molti scienziati che sostengono l’impossibilità che anche altri astri possano avere le stesse condizioni ambientali della Terra risulta essere una tesi forse errata. Ciò va detto anche se appare evidente che nessuno sa se in qualche angolo sperduto dell’universo ci possa essere un altro, o dieci, o cento astri come il nostro, oppure che noi siamo unici, come recita la teoria antropocentrica.

    Comunque, se è vero che noi possiamo osservare soltanto la luce di una stella esplosa (una supernova) miliardi di anni luce fa, la cui luce quindi ha impiegato miliardi di anni luce per giungere fino a noi, è vero che noi potremmo osservare un corpo celeste non più esistente. Per cui se questa regola è vera, e non abbiamo motivo di dubitarne, è assiomatico affermare che probabilmente una parte dell’universo che noi vediamo in realtà non esiste. In sostanza, è come se noi vedessimo null’altro che una fotografia, una gigantesca fotografia cosmica.
    A questo punto non è difficile comprendere che questo discorso vale anche per il nostro sistema solare la cui vita dipende dal Sole il quale fra quattro miliardi di anni diventerà una supernova. Ovviamente se ci fosse un altro pianeta Terra in un’altra galassia raggiungibile dalla luce per un tempo superiore alla durata della vita del Sole, l’ipotetico osservatore di quella ipotetica Terra di noi vedrebbe soltanto la luce di un mondo ormai scomparso. Pertanto, gli studi le teorie del Wesler, nel momento in cui afferma che “il sistema fisico diventa reale in quanto osservato a posteriori dall’uomo stesso”, ossia che l’uomo rende reale l’universo in quanto lo osserva, sono senza dubbio corrette perché supportate, oltre che dal ragionamento, da osservazioni rigorosamente scientifiche.

    Per quanto riguarda i dubbi sollevati sul controverso argomento del Big Bang e l’enigma dei buchi neri i dubbi non mancano: non basta infatti affermare che tutto avrebbe avuto origine da quella primordiale esplosione iniziale senza chiedersi cosa ci fosse prima (dato che dal nulla non nasce nulla), e nemmeno ci sembra corretto aggiungere poi che la Terra sarebbe frutto del caso. Infatti, la teoria dell’esplosione iniziale, che avrebbe dato origine all’espansione dell’universo, ancora in atto, a cui alla fine seguirebbe il collasso e dal quale inizierebbe un nuovo ciclo con la creazione di una nuova Terra (cioè al verificarsi di quelle condizioni che hanno dato origine sulla Terra ad una forma di vita intelligente), poggia le sue basi sulla casualità dell’evento. Insomma, dal postulare la casualità dell’evento al dare per certo che l’evento si verifichi di nuovo, e con ossessiva ripetitività, ce ne corre.

    Lo scrittore francese Michel Houellebecq, nel suo libro “Le particelle elementari” scrive in proposito:

    “Quando riflettiamo sugli eventi attuali della nostra vita, noi oscilliamo senza posa tra la fede nel caso e l’evidenza del determinismo. Quando invece si tratta del passato, non abbiamo più alcun dubbio: abbiamo la certezza che tutto sia svolto esattamente come, in effetti, doveva svolgersi“

    Pertanto, alla luce di questo ragionamento, dire che l’universo sarebbe un prodotto del caso, che la vita sarebbe nata per caso, che l’intelligenza e la coscienza si sarebbero sviluppate per caso, significa fare affermazioni perlomeno azzardate.

    Teoria antropocentrica

    Insomma, il mistero della vita, quello dell’intelligenza, della coscienza, ecc., ci conducono direttamente alla formulazione del concetto di Dio. In Occidente, l’antropologia cristiana, che è stata per lungo tempo prevalente, e che ancora oggi, nonostante un diffuso nichilismo, esercita la sua influenza, accordava un’importanza centrale alla vita umana per il semplice fatto che i cristiani credevano all’esistenza, all’interno del corpo umano, di un’anima. Sotto l’impulso del progresso di tutte le scienze, avvenuto nei secoli IXX e XX, abbiamo però assistito allo svilupparsi di un’antropologia materialista che, come risulta evidente dal significato letterale del termine, ha il suo punto debole nel suo basso profilo etico.

    E quando si parla di etica ecco che entra in campo il Naturismo. Il Naturismo è una filosofia di vita che, ponendosi a metà strada tra la morale repressiva di un tempo e quella permissiva di oggi (entro certi limiti per quanto riguarda il nudo), esprime una morale diversa, un’etica naturale di fatto al di sopra delle mode del momento, tanto è vero che si dice che il Naturismo vero, ideale, è extrastorico. E questo perché la sua legge non è mai quella vigente in un determinato momento storico, essendo la sua legge valida in ogni momento. Pertanto il Naturismo non è mai condizionato da una legge esterna, ma è tarato sulla lunghezza d’onda della legge naturale.

    Daniele Agnoli, uno dei pionieri del naturismo italiano, ha dato una bella e molto azzeccata definizione del Naturismo definendolo come “la scienza del limite”, quel limite che l’uomo non deve mai superare nel suo rapporto con la natura esterna, pena la distruzione del suo stesso habitat nell’illusione di raggiungere condizioni di vita ideali. “Analogamente, l’arte di vivere naturisticamente”, ci dice sempre l’Agnoli, “consiste nel rispettare la propria natura umana. E’ da questo aspetto che scaturisce la necessità di vivere secondo natura”. E per fare questo è assolutamente necessario avere il senso del limite, che significa moderazione nella fruizione di beni voluttuari per quanto riguarda il nostro corpo, e oculatezza nello sfruttamento delle risorse del pianeta. Per questo motivo risulta molto appropriata la definizione di Naturismo come “scienza del limite”.

    Come si vede, da quanto esposto finora, parlare della teoria antropocentrica significa affrontare problemi notevolmente complessi. Ciononostante è necessario farlo per vedere come si colloca il Naturismo in questo discorso. L’osservazione di quel capolavoro che è il corpo umano, per esempio, la cui complessità è pari a quella dell’universo, non può non farci mettere in dubbio quel concetto di casualità che gli scienziati materialisti ci hanno propinato e ci propinano come legge certa e incontrovertibile. Altri scienziati infatti sostengono, per contro, che occorre una convergenza infinita di fattori e di coincidenze affinché un pianeta diventi sede di vita intelligente.

    Sempre Daniele Agnoli, nel suo articolo “Il principio antropico in una prospettiva naturista” illustra molto bene il significato profondo che assume il Naturismo quando l’uomo viene considerato in una prospettiva di identità cosmica il cui punto di partenza è quell’identità personale perduta a causa della sconnessione tra il nostro corpo e la nostra mente, o se vogliamo tra il corpo e l’anima, per chi crede all’esistenza di questa.

    Corpo e mente, mente e corpo, oppure corpo e anima e viceversa, sono le due facce della stessa medaglia. Dare più importanza all’uno, come fanno i materialisti, o all’altra, come fa la religione, non è per noi naturisti un modo corretto di procedere. L’articolo di Agnoli sopra citato, dando eguale importanza ad entrambi, ci ricorda che il Naturismo, attraverso la pratica della nudità, rappresenta il mezzo indispensabile per migliorarci, per elevarci, per trascendere noi stessi. L’affermazione della nudità come un diritto è il dato che contraddistingue il movimento naturista. Di altre tematiche il Naturismo non si occupa, non perché non siano importanti, ma semplicemente perché tutto il resto è implicito. Noi naturisti dobbiamo essere concreti: utopia e velleitarismo non servono al nostro movimento, ma dobbiamo mantenere intatta quella spinta ideale che ci anima. “Un’idea, senza un ideale muore”, è stato scritto.

    Sempre Daniele Agnoli, sulla rivista “Naturismo”, tempo fa aveva scritto: “L’ecologista, l’amante della natura, cioè un vero naturista, non si comporta nei confronti della natura per interesse o soltanto per una vaga ammirazione di tutto ciò che la natura offre, ma perché vede nel nostro pianeta un luogo privilegiato, forse l’unico in tutto l’universo. La protezione della Terra, lungi dall’essere un fatto scontato, è quindi un dovere per l’uomo, come per noi naturisti è un dovere svincolare il concetto religioso di peccato e il concetto ateo di osceno dalla nudità“.
    In sostanza, la teoria antropocentrica, ponendo l’uomo al centro dell’universo, con tutte le implicazioni filosofiche, scientifiche, etiche, umanistiche, che ciò comporta, solleva problemi molto complessi. Noi non siamo in grado di dire se il principio antropico costituisca la verità assoluta, quello che sappiamo è che il Naturismo, “movimento della luce”, e quindi riscatto dalle tenebre della non consapevolezza, pone l’uomo al centro della vita.

  • Naturismo e “neofuturismo”

    Naturismo e “neofuturismo”

    di Pino Fiorella

    Ho creato questo neologismo perché osservando la velocità con cui corre l’odierna civiltà dei computer mi è venuto in mente il futurismo, cioè quel movimento artistico e letterario sorto all’inizio del XX secolo come reazione al tardo romanticismo che si proponeva, attraverso l’uso di mezzi di espressione assolutamente nuovi, di rendere la dinamica e il movimento come espressione-sintesi della vita nelle sue diverse manifestazioni pratiche e spirituali. Questo movimento, fondato da Marinetti nel 1909, sosteneva un’arte e una cultura non più legate tradizionalmente al passato, ma proiettate verso il futuro in adesione al dinamismo della vita moderna.

    Il nome di Bruno Keller, pilota d’aereo, è praticamente sconosciuto a tutti. A noi naturisti, però, ci riguarda da vicino perché viveva nudo su un albero.
    Fra le novità, infatti, portate dal futurismo vi era appunto quella del nudismo praticato nella convinzione (per noi naturisti giusta) che considerare il nudo come osceno fosse un errore culturale. Del resto, e non a caso, sul problema delle convinzioni, il pensiero di Nietzsche era stato lapidario: “Le convinzioni sono nemiche della libertà, più pericolose delle menzogne”.

    L’idea di scrivere su questo argomento mi è venuta in mente per studiare quali rapporti ci possano essere tra il naturismo e quello che ho arbitrariamente definito come “neofuturismo”, da me individuato nell’attuale era dei computer, della velocità, del dinamismo esasperato, della comunicazione simultanea tramite Internet, ecc., e questo perché taluni identificano il naturismo come una sorta di fuga in avanti rispetto alla morale contemporanea ancora fortemente tabuizzata circa i problemi della nudità e della sessualità.
    Insomma, l’idea naturista si sarebbe spinta troppo velocemente in avanti, sarebbe troppo “neofuturista” per poter essere compresa dalla massa.

    Tempo fa è apparso sul “Corriere della Sera” un articolo dal titolo “Maledetti futuristi” di Lawrence Ferlinghetti, nel quale scrive

    “all’inizio del XX secolo i futuristi pensavano che la rivoluzione industriale avrebbe creato il paradiso in terra. Ma è successo l’opposto.
    Cominciata nel XIX secolo, essa si è rivelata un disastro totale per l’umanità. L’inquinamento industriale sta avvelenando la nostra terra, i nostri mari, l’uomo stesso. Fu Pier Paolo Pasolini a dire che la scomparsa delle lucciole in Italia avrebbe segnato l’inizio di un’era terribile …”.

    Idea Naturista

    La dinamica folle delle società industrializzate era già stata fatta oggetto di critica da diversi e valenti scrittori naturisti e da altri simpatizzanti del nostro movimento. In Italia, per esempio, questa critica era stata portata avanti da Lamberto Paoletti, Daniele Agnoli, Claudio Ranieri, Giuseppe Ghirardelli, Luigi De Marchi, Ada Coppi Ranieri, ecc.
    Ebbene, ciò premesso, risulta evidente come l’atteggiamento del naturismo sia stato, fin dal tempo dei pionieri, di aperta critica nei confronti della dissennata espansione di un consumismo sfrenato. Le scoperte scientifiche, come l’idea naturista ha sempre sostenuto e continua a sostenere, devono servire a migliore le condizioni di vita dell’umanità, miglioramento che non deve andare a discapito dell’avvelenamento dei fiumi, dei mari, della terra e dell’atmosfera, né tanto meno, per riprendere l’articolo di Lawrence Ferlinghetti, andare a discapito di quella fetta di umanità che, già povera, sta diventando sempre più povera, mentre la parte ricca del mondo sta diventando sempre
    più ricca.

    Di conseguenza, il “neofuturismo”, come esasperata dinamicità del sistema produttivo (oggi messo in crisi dal Covid-19) degli otto paesi più industrializzati, non può trovarmi d’accordo perché il naturismo è l’unica proposta valida per traghettarci fuori dal guado dell’autodistruzione, e ciò per i suoi alti valori umanitari (vera fratellanza e vero rispetto), per il suo alto contenuto etico (socialità e parità effettiva tra i sessi), per la peculiarità del suo messaggio (nudità come atto di umiltà).

    L’idea naturista è l’unica idea nuova che può rimettere in carreggiata questo mondo così palesemente ingiusto per quanto riguarda il fronte dei diritti umani, così palesemente squilibrato per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, così palesemente arretrato per quanto riguarda i problemi etici, religiosi e culturali, così palesemente sbilanciato verso un consumismo che danneggia l’ambiente, così palesemente superficiale per quanto riguarda il sistema della comunicazione.

    Quello che invece il naturismo propone, di concreto, di fattibile, di tollerabile per l’umanità e per il pianeta, è soltanto la messa in pratica di quei principi che l’idea naturista ha formulato a partire dalla metà dell’800, cioè negli oltre cento anni della sua storia, e che così si possono sintetizzare:

    • Pratica della nudità, perché, come abbiamo detto sopra, essa rappresenta un atto di umiltà e di rispetto nei confronti della natura;
    • Ritorno alla natura, che non deve essere né originismo, né primitivismo, essendo condizioni ormai facenti parte del passato e quindi non più attuabili nel mondo moderno;
    • Rispetto della natura, cioè conoscenza del suo limite, tanto è vero che il naturismo viene anche definito come “ la scienza del limite”;
    • Rispetto della natura umana nel suo duplice aspetto, fisico e psichico, cioè conoscenza della nostra realtà biologica e della nostra entità psichica;
    • Tutela della salute, cioè vita sana, possibilmente all’aria aperta, assiduo esercizio fisico con esposizione integrale del nostro corpo al benefico influsso degli agenti naturali: aria, acqua, e Sole con cautela;
    • Alimentazione morigerata, che però non deve essere ossessivamente restrittiva, vale a dire senza cadere negli eccessi di diete troppo drastiche;
    • Recupero della nostra identità, cioè il riconoscersi, mediante la nudità, nella nostra interezza corporea (il costume nasconde gli organi genitali);
    • Recupero della nostra libertà gravata, prima dell’avvento del naturismo, da sovrastrutture culturali e restrizioni imposte dalla morale e dalla religione;
    • Riposizionamento del ruolo della donna in una società che è rimasta in qualche misura ancora patriarcale nonostante il miglioramento della condizione femminile;
    • Riconquista di quella socialità perduta a causa della solitudine caotica dovuta alla dissennata urbanizzazione;
    • Rinnovamento etico, come vero cambiamento di principi morali desueti e pertanto non più applicabili nel mondo moderno;
    • Detabuizzazione, ossia eliminazione del tabù sessuale, poiché la nostra società, pur avanzata dal punto di vista del diritto, continua a considerare come osceni gli organi genitali.
  • Perché associarsi

    Perché associarsi

    Di Elo Seminara 

    Perché associarsi

    Tempo fa discorrevo con un amico – non naturista – persona di buona cultura, disponibile al dialogo, tollerante e attento alle tematiche ambientali. Tra una chiacchiera e l’altra, destreggiandoci fra una battuta ad un argomento più ponderoso, arrivando chissà come a parlare di Naturismo mi chiese: “Perché molti naturisti si associano? Che senso ha, per un naturista, iscriversi a un’associazione?”

    La domanda mi sembrò arguta ed interessante.
    Già, che senso ha associarsi per esercitare quello che in fondo è uno stato naturale come la nudità?
    Riflettiamo. Non è che per mangiare, ad esempio una pizza, occorra o senta la necessità di associarmi ad una qualche ipotetica ed improbabile associazione?

    Tralasciamo il fatto che anche in ambito alimentare vi sono sia associazioni serie, sia conventicole le più strane e diverse; tanto che per ridere potrebbero esistere, o potremmo anche fondarle noi stessi, La società del minestrone, gli Amici della pasta e fagioli, o l’Associazione Piemontese Mangiatori di Bagna Caoda, oltre magari all’Unione ‘Nduia Calabrese… tuttavia, scherzi e piaceri culinari e gastronomici a parte, la domanda del mio amico che, in sostanza riprende domande e questioni in diversi ambiti poste da taluni naturisti, pone un quesito vero al quale proverò a dare una mia risposta.

    Al fine di sgomberare il campo da pregiudizi e possibili future obiezioni, per onestà intellettuale premetto che sono sostenitore dell’associazionismo in senso lato, anche se poi ritengo che ognuno possa, autonomamente e liberamente, praticare la propria attività in modo individuale.

    Certo posso iscrivermi ad un’associazione di camminatori ma poi posso camminare da solo; allo stesso modo, posso iscrivermi ad un’associazione ciclistica ma poi scegliere di pedalare da solo o, ancora, partecipare ad un gruppo di lettura ma intimamente godere della lettura individuale.

    Lo stesso dicasi nell’eventualità volessi praticare un’attività sportiva di squadra o di gruppo, nel qual caso, dovrei quasi obbligatoriamente tesserarmi presso qualche società. A mio giudizio il paragone regge anche nel caso del Naturismo; infatti non si tratta esclusivamente di stare nudi in solitudine, di nascosto, bensì di un’attività sociale, stare con altre persone, condividere. Ecco quindi che tutto torna.

    A questo punto proverò allora a spiegare perché sono un sostenitore dell’associazionismo anche in ambito naturista. Chiariamo subito quello che potrebbe essere un malinteso di fondo: dobbiamo partire dal presupposto, fondamentale a mio parere, che il Naturismo non può e non deve considerarsi soltanto come un’attività ricreativa, sportiva o un hobby al pari che so dell’escursionismo o del modellismo navale anche se, purtroppo, per alcuni significa solo crogiolarsi al sole in riva al mare. Per me, ma fortunatamente anche per molti altri, è una cosa molto diversa, più importante e profonda.

    Il Naturismo deve essere considerato ed è un modo di essere, uno stile di vita, e può essere interpretato anche come un’opzione culturale.

    Meglio ancora sarebbe se riuscissimo a considerare il Naturismo e la nudità come lo stato normale dell’essere umano a cui, solo condizioni particolari, soprattutto climatiche, o di opportunità – sulle quali potremo disquisire in altro momento- dovrebbero costringerci a modificare.
    Questo significa che la mia nudità, che auspico reciproca, non dovrebbe disturbare nel modo più assoluto il mio vicino di casa, né il postino che mi porta una raccomandata, né gli amici che vengono a trovarmi.
    Ciò detto, se la nudità fosse uno stato normale di tutte le persone – uomini, donne, giovani, vecchi, belli, brutti, grassi, magri – non investita e caricata di significati tipici di un sistema culturale, per certi aspetti chiuso e repressivo e quindi non presa in considerazione solo per attività di natura sessuale, effettivamente non avrebbe senso associarsi ad alcunché. Purtroppo però non è così.

    Quando si è minoranza o magari addirittura da soli, ecco che, a mio parere, sorge quasi un bisogno naturale di associarsi. Il raggrupparsi è un modo per ritrovarsi, unirsi, difendersi, nel senso di poter incontrarsi e stare serenamente insieme con altre persone con le quali condividiamo qualcosa.
    Non voglio qui ripercorrere la storia del Naturismo, ma vorrei ricordare che le associazioni naturiste hanno diversi decenni di vita e che proprio grazie a loro, in tempi forse ancora più ostili, il Naturismo si è potuto diffondere. Oggi i luoghi naturisti, se pur non in modo esponenziale, si sono moltiplicati: ancora qualche anno fa, in Italia erano veramente pochi. Per moltissimi naturisti occorreva sobbarcarsi lunghi viaggi per trovare un luogo, gestito da qualche associazione, dove poter stare tranquilli e sicuri.

    Le associazioni avevano iscritti che spesso, anche per sfuggire alla riprovazione sociale, non manifestavano ai profani il loro essere naturisti. Allo stesso comportamento dei singoli, e non poteva essere diversamente, non sfuggivano le associazioni, che parevano quasi organismi clandestini, tanto era scarsa, al di là della rilevanza numerica il loro apparire, la loro volontà di palesarsi, di dare voce al movimento; erano insomma un luogo molto appartato.

    Forse mi sto dilungando troppo, meglio fare un passo indietro, per riprendere il filo del discorso e rilevare come ognuno di noi può essere un naturista isolato, individuale ed individualista; ma è solo, e da solo “pesa” proprio poco, oserei dire nulla. Invece associandosi-associandomi, faccio e facciamo gruppo, faccio e facciamo numero e, ben lo sappiamo, i numeri contano e come contano!
    Questo è il vero problema: i numeri contano, o meglio dovrebbero e dovremmo farli contare.

    Quando nel 1981, per la prima volta aderii ad un’associazione naturista lo feci, oltre che per intimo convincimento, soprattutto perché, grazie al bollino apposto alla tessera, potevo frequentare i campeggi naturisti.
    Al tempo non ricordo, e forse ricordo male, che si parlasse di altro: no raduni, no attività diverse, nessuna proiezione esterna. Insomma la tessera mi dava la possibilità di accedere alla “riserva indiana” rappresentata dal campo naturista. Ricordo che già allora ritenevo che un’associazione non dovesse servire solo a questo. Purtroppo però era così.

    Da alcuni anni, questa triste realtà pare stia cambiando, vi sono segnali incoraggianti.
    Saranno mutati i tempi, saranno modificati alcuni parametri sociali e culturali ma, fortunatamente, talune associazioni stanno cercando di squarciare il velo che separa il Naturismo dalla società, cercano di “sporcarsi le mani”, apparire, manifestarsi per quello che sono e che siamo, riuscendo anche ad intessere rapporti proficui e forse forieri di insospettabili e belle novità, con enti ed associazioni diverse.
    Certo forse non tutte le associazioni si comportano in questo modo e non si muovono secondo queste linee. Il dibattito è aperto. Ma ribadisco, sono e resto un forte sostenitore dell’associazionismo naturista, che reputo essere l’unico strumento che, se ben utilizzato, potrà darci visibilità e farci assurge a pari dignità con qualunque altro movimento.

    A questo punto sorge un ulteriore problema: a quale associazione naturista aderire? Ognuno scelga quella che preferisce, informandosi e documentandosi in via preliminare, per aver poi modo e strumenti per valutare e giudicare le opzioni culturali, le attività proposte, le scelte, la vicinanza, la coerenza e i risultati conseguiti.